“I dannati dell’Asinara” – Percorso bibliografico attraverso “l’altra faccia della guerra”

U.S._6 ottobre 2015Relazione 1915-1916Interludio di Sardegna0668_001

Le due facce della guerra. Gli studi recenti  stanno mettendo in luce il duplice volto della Prima guerra mondiale. Da un lato c’è la guerra tramandata dai libri di storia, quella combattuta con “gloria e onore” dai soldati al fronte. Dall’altro lato c’è la guerra a lungo sottaciuta o rimossa, quella dei morti per malattia e dei prigionieri di guerra. La Sardegna ne rappresenta un esempio emblematico. Il primo aspetto è rappresentato dalle “eroiche” vicende della Brigata Sassari; il secondo dalla tragica storia dei prigionieri austro-ungarici deportati nell’isola dell’Asinara.

(Leggi l’articolo integrale nella Pagina del Blog dedicata ai Cent’anni dalla Prima Guerra mondiale)

Fai Marathon: riscoprire i luoghi della cultura e della memoria della nostra città.

Oggi 12 ottobre a partire dalle 10,00 si svolgerà anche in molte piazze di Cagliari la Fai Marathon, occasione importante per informare e sensibilizzare sui nostri luoghi della cultura. Ogni mezzora “ciceroni” d’eccezione si alterneranno per raccontare un pezzo della storia delle piazze. Ci piace segnalare, tra i tanti appuntamenti in programma, quello delle 10,30 in Piazza Martiri, dove lo storico Gianluca Scroccu parlerà dell’episodio dell’assalto fascista ad Emilio Lussu del 1926. Se avete voglia di passare una bella domenica pensando alla salvaguardia del nostro patrimonio ambientale e culturale l’occasione è quella giusta!

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Leggere o rileggere “Un anno sull’altipiano” a cent’anni dalla prima guerra mondiale.

Un-anno-sullAltipiano.-CopertinaUn anno sull'altipiano_3

In corrispondenza delle ricorrenze legate ai momenti salienti che hanno segnato l’avvio alla Prima guerra mondiale (1914-1918), si stanno svolgendo in diverse parti d’Europa toccanti manifestazioni commemorative. La Grande guerra fu, più di altre, una vera e propria catastrofe collettiva. Gli storici parlano di 60 mila persone coinvolte, 8 milioni di morti, 7 milioni di dispersi, 21 milioni di feriti.

Oggi non esistono più testimoni viventi di quella tragica esperienza ma il ricordo di devastazione lasciato dalla Prima guerra mondiale è arrivato inalterato sino alle nuove generazioni attraverso i racconti familiari. In tutta Europa, la tradizione dei pellegrinaggi ai luoghi della memoria della Grande guerra continua ad essere portata avanti proprio dai nipoti e pronipoti dei combattenti di allora.

Associato al ricordo della Grande guerra, per noi sardi in particolare, c’è anche quello di un eroico personaggio: Emilio Lussu. Come ufficiale della Brigata Sassari, insieme agli altri soldati sardi da cui la brigata era fondamentalmente composta, Emilio Lussu combatté sul fronte, nell’Altipiano di Asiago. Partecipò alle più terribili e devastanti azioni di guerra, ricevendo per il suo coraggio numerose decorazioni e promozioni. Sono certamente questi i motivi principali per cui molti sardi, in questi ultimi mesi, stanno leggendo o rileggendo “Un anno sull’altipiano”. Per gli stessi motivi diverse biblioteche dell’isola e associazioni di lettori hanno in programmazione cicli di pubbliche letture di questo straordinario libro, che è considerato una delle più importanti testimonianze della Prima Guerra Mondiale.

Un anno sull'atlipiano_2“Un anno sull’altipiano” è un libro di memorie di guerra. Emilio Lussu lo scrisse tra il 1936 e il 1937, durante l’esilio in Francia. Uscì a Parigi nel 1938 per le Edizioni Italiane di Cultura. Einaudi lo pubblicò per la prima volta in Italia nel 1945. Il libro dunque prese forma molti anni dopo gli avvenimenti raccontati, attraverso un lavoro di selezione e focalizzazione degli episodi che avevano “maggiormente colpito” l’autore e di ciò che gli era “rimasto impresso”. Questo fatto, insieme a una serie di artifici letterari inventati da Lussu, fanno sì che “Un anno sull’altipiano” sia molto più di un diario di guerra in senso stretto. Alberto Asor Rosa, nella prefazione all’Edizione Ilisso 1999, lo definisce un “racconto epico”, “un libro che si legge, e furiosamente torna a leggersi”, persino – come lui stesso dichiara di aver fatto – “una decina di volte”.

Per noi pronipoti della sfortunata generazione che prese parte alla Prima guerra mondiale, leggere per la prima volta questo libro o rileggerlo con maggiore consapevolezza da adulti (qualora lo avessimo letto alle scuole medie come libro per le vacanze), è senza dubbio un’esperienza che può dare un senso alle commemorazioni in corso. Significa concentrarsi sulla “generazione perduta”, su quei milioni di morti e sull’impressionante numero di mutilati che causò.

“Un anno sull’altipiano” è narrato in prima persona, come se le vicende raccontate si stessero svolgendo in quel momento. La finzione letteraria restituisce la guerra “in diretta”, senza mediazioni, “come è accaduto in alcuni, pochi, grandi films di guerra”, scrive Asor Rosa. Emilio Lussu riesce così nell’intento di fornire uno straordinario documento sulla Prima guerra mondiale: sulla follia, l’atrocità e l’insensatezza che l’hanno caratterizzata. *

Sandra Mereu

* Questo articolo è pubblicato anche nella pagina del blog dedicato ai “100 anni dalla prima guerra mondiale”

Le leggi razziste del 1938: il semita Emilio Lussu, e la Sardegna ariana di Lino Businco.

Approfondimento a seguito della presentazione di “Di Pura razza italiana” di M. Avagliano e M. Palmieri presentato da Equilibri, Circolo dei Lettori in occasione del Giorno della Memoria.

Giustizia e Libertà anno V - n. 41 ottobre 1938

Giustizia e Libertà anno V – n. 41 ottobre 1938

Chissà cosa avrebbero pensato Emilio Lussu e Lino Businco delle ultime scoperte scientifiche in merito alle razze e alla loro presunta purezza.

Il 14 febbraio 2014 nella prestigiosa rivista “Science” viene pubblicato un articolo, a firma di diversi ricercatori dell’University College di Londra, del Max Planck Institut per l’antropologia evoluzionistica di Lipsia, dell’Università di Oxford, dal significativo titolo “A Genetic Atlas of Human Admixture History”. Alla ricerca, per conto dell’Università di Oxford, dove lavora nel Dipartimento di Zoologia, ha collaborato Cristian Capelli, a testimonianza delle tante eccellenze italiane che operano all’estero.

Si legge, nell’edizione italiana della rivista, che gli scienziati, partendo dai dati genetici di esseri umani contemporanei, hanno “rintracciato e confrontato i più piccoli frammenti di DNA caratteristici di diverse popolazioni, per poi costruire una mappa degli incroci che hanno portato al corredo genetico attuale. La mappa genetica interattiva descrive le mescolanze genetiche avvenute negli ultimi 4000 anni tra ciascuna delle 95 popolazioni d’Europa, Africa, Asia e Sud America. I risultati ottenuti collimano in gran parte, dal punto di vista sia geografico sia temporale, con eventi storici ben documentati, ma hanno anche portato alla luce alcuni risvolti inaspettati. Il genoma dell’etnia mongolica Tu, delle province cinesi di Qinghai e di Gansu, per esempio, mostra chiari segni di una commistione, avvenuta fra il 1080 e il 1330 d.C., con un gruppo di origine europea, probabilmente dovuta ai commercianti che frequentavano la Via della Seta… ”

Gli scienziati affermano che queste ricerche sarebbero uno strumento assai interessante nelle mani degli storici, utili per studiare, con ulteriori supporti scientifici, le interrelazioni tra gruppi umani e le loro culture. Un ulteriore conferma di quanto la genetica, se interagisce con l’antropologia, la linguistica e la geografia, possa dare una grossa mano alla storia e smantellare pregiudizi e false teorie razziali, come si è sforzato di fare il grande genetista Luigi Luca Cavalli Sforza in oltre quarant’anni di attività universitaria e nei diversi libri pubblicati (segnalo “Geni, popoli e lingue” Adelphi, 1996, il recentissimo “Razzismo e noismo” in collaborazione con Daniela Padoan.)

Non sempre ciò è accaduto. È accaduto viceversa che la scienza e taluni scienziati, nel corso della storia, abbiano talvolta supportato la politica nello sterminio di minoranze quali gli ebrei, i sinti e i rom, gli indiani d’America, gli Indios dell’America Latina, ecc… dando un avallo pseudo scientifico alla nefasta teoria del razzismo biologico.Tra questi è da annoverarsi il sardo Lino Businco, assistente di patologia Generale presso l’Università di Roma, uno dei dieci scienziati firmatari del Manifesto della Razza, reso pubblico nel luglio del 1938 e da cui derivarono “una serie di norme che portarono gli ebrei italiani alla morte civile e alla privazione di tutti i diritti civili, alla stregua di paria della società italiana.” (*)

Nel manifesto, redatto in forma di decalogo si legge, tra l’altro, che (al punto 6) “Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.”

(Al punto 7) “È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”…

(Al punto 8) “È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.”

Il manifesto è frutto letale dei dieci scienziati firmatari, ma nel punto 8 si ritrova facilmente l’impronta di Businco, che fu anche tra i più attivi redattori della rivista “La difesa della razza”, quindicinale di affiancamento e supporto teorico alla politica razziale del fascismo, il cui primo numero uscì il 5 agosto 1938 e che finì le pubblicazioni nel giugno del 1943. Businco in un articolo dal titolo “A un anno dal manifesto razzista”  (pubblicato nella Rassegna Sociale dell’Africa Italiana, anno II, n.7, luglio 1939) riafferma che “la razza resta sempre nel suo substrato fondamentale ed essenziale, un fatto biologico”. Egli conduce una sua “scientifica” battaglia contro il meticciato, a salvaguardia della purezza della razza ariana italica, il cui prestigio è minacciato dai nativi dell’Africa orientale, la cui razza è chiaramente “inferiore” e destinata a piegarsi alla “superiore” razza occidentale.

In un articolo pubblicato ne “La difesa della razza” nel 1938 (I, 3, 5 settembre 1938-XVI, p.26) dal titolo “Sardegna ariana” Businco spende tutta la sua autorità scientifica a difesa dei sardi, i quali sottoposti “ai più cocenti insulti sotto un’etichetta pseudo scientifica” (si riferiva, forse, alle teorie razziali del positivismo antropologico di Lombroso e del suo discepolo Niceforo…) non meritano di essere “Accomunati alla razza pigmea, ai Boscimani del Kalahari, ai Ba-Binga delle rive del Sangha, ai Ba-Tua del Congo…”, poiché “quegli uomini che avevano dato origine alla luminosa civiltà dei Nuraghi, non potevano appartenere a opachi aggruppamenti razziali africani…” ma “per una mirabile conservazione del sangue attraverso i millenni…i Sardi vanno considerati come un gruppo purissimo di quegli ariani mediterranei che trovano la migliore espressione entro la razza italiana ”. (**)

Emilio Lussu in un articolo del 21 ottobre 1938 apparso su “Giustizia e Libertà” dal titolo “Sardegna, Ebrei e «razza italiana»” commenta con sarcasmo le maldestre teorie razziali di Businco e le voci che davano il Duce in persona deciso a relegare in Sardegna  tutti gli ebrei italiani. Rifacendosi al punto n° 9  del decalogo del Manifesto della razza, laddove si dice “Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto”, Lussu reagisce ironicamente:

“Come sarebbe a dire? E la Sardegna che è? E i sardi che sono? Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo andare fino in fondo. Noi non l’avremmo posta per primi, ma tant’è: poiché ci siamo, ci vogliamo stare. È tempo che anche noi sardi ci proclamiamo francamente razzisti. Dei semiti, in Sardegna è rimasto parecchio, e in generale e in particolare. Noi ci teniamo e non molliamo d’un millimetro, dovessimo tutti farci misurare l’indice cefalico da una commissione speciale della Società delle Nazioni. Noi abbiamo il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani. Che fa il prof. Taramelli, diventato senatore del regno per meriti scientifici e fascisti? Non parla? E che ha egli mai fatto, in quarant’anni, se non rigirarci, noi sardi, da tutte le parti e ritrovarci tutti semitici? E che eravamo noi fino alla seconda guerra punica? L’eroe nazionale sardo della resistenza a Roma, Amsicora, era un sardo-cartaginese, semitico al cento per cento….Così stando le cose, è troppo giusto che gli ebrei italiani vengano a finire in Sardegna: essi sono i nostri più prossimi congiunti. Per conto nostro, noi non sentiamo che pura gioia. Essi saranno accolti da fratelli”…

Tornando alla domanda iniziale. Rispetto alle ultime scoperte forse Emilio Lussu, pur non essendo uno scienziato, avrebbe avuto conferma delle sue idee di fratellanza e libertà dalla parola inglese Admixture, che ricorda quasi alla lettera il sardo “ammesturai”. Lino Businco forse si sarebbe vergognato.

Tonino Sitzia

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(*) Si veda in “Di pura razza italiana. L’Italia «ariana» di fronte alle leggi razziali” di Mario Avagliano e Marco Palmieri, presentato da  Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas il 30 gennaio scorso, nonché i contributi sull’argomento di Gabriele Soro e Sandra Mereu nel sito dell’associazione (www.equilibrielmas.it) e sul blog Sestu Reloaded.

(**) Sui risvolti in campo archeologico dell’articolo di Businco si veda “XENOI, Immagine e parola tra razzismi antichi e moderni” Atti del convegno internazionale di studi pubblicati dall’Università di Cagliari e tenutosi a Cagliari dal 3 al 6 febbraio 2010, in particolare la relazione dell’archeologo Alfonso Stiglitz dal titolo Sardegna ariana.