Festa dei lettori 2015

Festa dei lettori_AngelicaElmas,  3 ottobre 2015 – Piazza Cambosu, dalle 15.00 alle 19.00

Non si nasce con l’istinto della lettura come si nasce con quello di mangiare e bere…bisogna educare i bambini alla lettura (Gianni Rodari)

PROGRAMMA

Ore 15.00 – 16.00 Animazione per bambini: Cada Die Teatro, Giancarlo Biffi presenta “Quincho e la gatta dal ciuffo rosso”

 A partire dalle ore 16.00 circa:Spazio alla creatività”.

L’Associazione FogliVolanti proporrà l’attività laboratoriale intitolata “Giardino di farfalle”, dove ogni bambino verrà guidato nella realizzazione di piccole farfalle di cartoncino colorato (da portare via o lasciare nei prati).

Ore 18.00 – 19.00  Reading di poesia (a cura di Angelica Piras).

Hanno dato la loro adesione i poeti:  Rosaria Floris,  Katia Debora Melis, Giuseppa Sicura, Bianca Mannu, Carlo Onnis, Silvia Serafi, Massimo Steri, Sergio Mereu, Marilisa Boi, Marina Cozzolino, Maria Tina Biggio,Fernanda Pinna, Marinella Fois, Anna Pistuddi, Marina Corona, Carlo Sorgia, Giorgio Peddio, Enrica Meloni, Boukar Wade, Roberto Concu, Gabriele Soro, Beppe Roggio. Accompagnamento di Manuel Cabras.

BOOKCROSSING in Piazza a cura di “Equilibri, Circolo dei Lettori e Presidio del Libro di Elmas” (prestito, scambio, suggerimenti su libri e letture per bambini, ragazzi e adulti)

L’ANGOLO DELLA BIBLIOTECA. La Biblioteca comunale curerà un suo apposito spazio. Sarà possibile iscriversi, chiedere informazioni sui servizi, sui libri a disposizione, dare suggerimenti e fare richieste di libri che si vorrebbe fossero acquistati.

PER I BAMBINI: saranno messi a disposizione tavolini, album e colori per tutti quei bambini che vorranno inventare disegni, pensieri, sui libri e sulla lettura. I tre lavori migliori saranno premiati con la copia di un libro scelto dagli organizzatori.

“Sette brevi lezioni di fisica”, Carlo Rovelli (2014) – Recensione di Marina Cozzolino

Sette brevi lezioni di fisicaCarlo Rovelli è uno dei maggiori fisici del mondo. E’ responsabile dell’Equipe de gravité quantique de physique théorique dell’Università di Aix-Marseille e membro dell’Insitut universitaire de France e dell’Académie internationale de philosophie des sciences.

Il suo ultimo libro intitolato Sette brevi lezioni di fisica (Adelphi Edizioni, 2014), con una prosa chiara e scorrevole, ci accompagna nell’affascinante viaggio tra le più belle scoperte della fisica degli ultimi cento anni.
Poiché è un testo scritto non per i fisici ma per chi di fisica ne sa poco o niente, per chi semplicemente vuole interrogarsi sul senso della vita, non meraviglia il fatto che il libro sia stato nella hit parade dei libri più venduti degli ultimi mesi.
L’universo descritto da Rovelli è un universo estremamente “poetico”, del quale quello che sappiamo, come dice l’autore, è ancora troppo poco rispetto a quello che già conosciamo.

Il tempo e lo spazio sono i due temi principali trattati.

La passeggiata tra le teorie della fisica comincia dalla teoria della relatività di Einstein, definita “la più bella delle teorie”, sulla quale Einstein aveva lavorato per dieci anni come un pazzo fino ad arrivare alla folgorazione: lo spazio è una delle componenti del mondo, che ondula, s’incurva come le onde del mare, lo spazio s’incurva dove c’è la materia, come il tempo, del resto. Il lettore rimane sbigottito nell’apprendere che il tempo scorre più veloce in alto ed è più lento vicino alla terra. “Di poco ma il gemello che ha vissuto al mare ritrova il gemello che ha vissuto in montagna, un poco più vecchio di lui” scrive Rovelli.

La genialità di Einstein e il suo universo rutilante con i buchi neri, lo spazio che fluttua e il tempo che rallenta abbassandosi su un pianeta ci accompagna in tutte le 87 pagine del libro. La sua genialità, ci fa notare Rovelli, è racchiusa, in una equazione piccolissima, una equazione di genio puro!
Il Novecento ci ha lasciato le due teorie più affascinanti della fisica: la teoria della relatività e la teoria dei quanti (meccanica quantistica) che, con le sue applicazioni, ha cambiato la nostra vita. Pensiamo alla fisica nucleare e atomica, al laser e al computer. Le due teorie si contraddicono, ci spiega Rovelli perché secondo la teoria della relatività il mondo è uno spazio curvo, per la seconda è uno spazio piatto dove saltano “quanti” di energia ma, dice ancora Rovelli, le due teorie funzionano entrambe terribilmente bene e i fisici continuano a studiare per trovare una teoria di sintesi.

L’autore ci conduce attraverso un viaggio visionario perché questo è la scienza, soprattutto visione. Del resto, già ventisette secoli fa Anassimandro collocava la Terra (che per lui era piatta) al centro del cielo; un po’ di tempo dopo qualcun altro la immagina come una sfera circondata da cieli concentrici nei quali corrono gli astri. Oggi sappiamo che esistono migliaia di miliardi di pianeti nell’universo e che “la materia è fatta di particelle che fluttuano in continuazione…”.

Non ci sarebbe stata la scienza se l’uomo non si fosse posto delle domande, quindi scienza e filosofia sono per Rovelli intrinsecamente connesse e il mondo non è come ci appare ma la realtà è più complicata di come la immaginavamo perché i nostri sensi sono imprecisi così come le nostre idee sul mondo. E’ strano ciò che non conosciamo o ciò che è nuovo. Scienza e filosofia si parlano e s’intersecano. Conclude Rovelli domandandosi: se il mondo è un pullulare di effimeri quanti di spazio e materia, un gioco a incastri di spazio e particelle elementari, noi cosa siamo? Siamo anche noi fatti di particelle? Ma allora cosa sono le nostre emozioni, i nostri sogni, il nostro sapere?

Il “libricino” di Rovelli ci insegna a capire che noi, razza umana, insieme alla Terra tutta, alle galassie e al Cosmo, siamo parte armonica di un tutto e dobbiamo avere un enorme rispetto verso ciò che ci circonda.
“Noi siamo fatti degli stessi atomi e degli stessi segnali di luce che si scambiano i pini sulle montagne e le stelle nelle galassie. Pensavamo di essere al centro del cosmo e non lo siamo. Pensavamo di essere una razza a parte e abbiamo scoperto che abbiamo i bisnonni in comune con le farfalle e con i larici. Tra gli arabeschi infiniti di forme che compongono il reale, non siamo che un ghirigoro fra tanti”.

Nel frattempo il viaggio affascinante nella fisica continua… E’ di questi giorni la notizia di una nuova scoperta che sarebbe in grado di rivoluzionarla: il rilevatore di neutrini dei laboratori di fisica nucleare sotto al Gran Sasso (che intercetta fasci di queste particelle prodotti dall’acceleratore di Ginevra) conferma che i neutrini cambiano natura durante la loro esistenza e quindi hanno una massa. Se questo verrà confermato, i fisici potrebbero rivedere le teorie sulla natura della materia, che prevede neutrini senza massa.
Poiché la storia della scienza è cercare di capire quello che non capiamo, il libro di Rovelli ci spinge ad essere curiosi, sempre e comunque, perché come scrive poeticamente l’autore alla fine del libro:

“Qui, sul bordo di quello che sappiamo, a contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato”.

Marina Cozzolino

(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

YOUTH – La Giovinezza di Paolo Sorrentino – Recensione di Marina Cozzolino

youth-giovinezza-sorrentinoYouth – La giovinezza- del regista Paolo Sorrentino, candidato al Festival di Cannes 2015, era uno dei film più attesi dell’anno. Arrivato sullo schermo a due anni dal successo del precedente lavoro, La Grande Bellezza, insignito del Premio Oscar come migliore film straniero nel 2014, Youth è un film non “facile”, a tratti felliniano e pertanto sospeso tra sogno e realtà; è un mosaico di visioni dentro il quale le immagini e la musica vanno di pari passo costringendo lo spettatore ad un’attenzione costante al fine di poter interpretare da solo molte scene del film. Youth non è un film sulla giovinezza o sulla nostalgia della giovinezza ma non è neppure un film sulla vecchiaia, è semmai un film che indaga sul rapporto tra figli e genitori anziani, sulla musica, sull’amicizia, sull’amore, sul tempo che fugge, sulla vita e i suoi drammi. La vecchiaia è vista nel suo rapporto col futuro quando se ne ha poco davanti rispetto a quello che hanno a disposizione  i figli. I due amici, interpretati da due icone dello star system americano, sono Michael Caine( Fred) e Hervey Keitel (Mick), accompagnati da un cast strepitoso: Jane Fonda, Paul Dano, Rachel Weisz.

La storia si svolge in un lussuoso albergo sulle Alpi svizzere dove Fred e Mick, due amici di lunghissima data, si ritrovano a soggiornare insieme ad una folta schiera di personaggi insoddisfatti della propria vita. Gli ospiti dell’albergo trascorrono le loro giornate impegnati in massaggi, saune, wellness quotidiano, lavaggi d’intestino e passeggiate in una natura incontaminata. Fred Ballinger è un direttore d’orchestra in pensione, dolente e apatico,  che non vuole più suonare neppure quando a chiederglielo è la Regina Elisabetta II, Mick Boyle è un regista ottantenne che vuole fare un film testamento sulla propria vita e si è circondato di un gruppo di giovani sceneggiatori. Mentre Fred sembra essersi arreso alla vecchiaia (ma poi vedremo che cambierà atteggiamento), Mick sembra non volersi arrendere (ma poi vedremo che s’arrenderà). Tutti i personaggi sembrano avere paura della vita, soprattutto sembrano avere paura delle emozioni che la vita inevitabilmente ci impone di dover fronteggiare. Fred è ormai interessato ai soli suoni che produce la natura, allo scampanio delle mucche al pascolo e crea la sua musica stropicciando la carta rossa di una caramella che tiene tra le mani.

I personaggi sembrano distanti l’uno dall’altro, non si toccano mai; solo i massaggiatori e i medici pongono le mani sui loro corpi rugosi e sfatti dagli anni  ma sarà nella quotidianità delle passeggiate, delle chiacchierate, dei battibecchi, che ognuno di loro si accorgerà di essere una risorsa per l’altro, lasciando che l’ emozione non sia più la grande assente. E quando le emozioni saranno finalmente liberate, le vite dei protagonisti avranno una svolta imprevista perché per tutti, a prescindere dall’età, c’è una speranza per il domani. “Tutti siamo inadeguati alla vita, ed è proprio per questo  che non dobbiamo averne paura” dice la bambina, fan dell’attore Jimmy Tree, interpretato magistralmente da Paul Dano, stanco del ruolo di robot nel quale lo ha imprigionato il suo pubblico e l’unica che lo ricordi in un ruolo diverso. ”Le emozioni sono tutto quello che abbiamo”  dice Mick all’amico Fred e lo stesso Sorrentino in una recente intervista rilasciata a Paola Zanuttini di Repubblica ha dichiarato: “ A  ottant’anni non si deve per forza rinunciare a un’idea di domani. Col passato non si è liberi perché è andato, col presente lo si è poco, ma il futuro, anche se breve, è la più grande prospettiva di libertà che abbiamo”

Marina Cozzolino

(Dal sito di Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas)

“Guardati dalla mia fame” di Milena Agus e Luciana Castellina (Edizioni Nottetempo 2014) – Recensione di Tonino Sitzia

Andria 7 marzo 1946, tardo pomeriggio. Nella piazza del municipio una folla di braccianti, quelli “che a ogni alba si vendono al mercato umano nella piazza accanto, piazza Catúma, stretta fra i palazzi dei Ceci e degli Spagnoletti, famiglie da tempo riparate a Roma e a Napoli”, manifestano per il lavoro e per il pane. Il clima, già da qualche giorno, a segnare il perenne conflitto tra agrari e braccianti, una costante della questione meridionale, è esplosivo: a partire dalla giornata del 5 marzo fino al 7 si contano morti e feriti, quattro civili e tre carabinieri. Ma è questo il clima che si respira nella rossa Andria, e nelle Puglie, ormai da tre anni, in quella che alcuni storici hanno definito la “guerra civile” delle Puglie dal 1945 al 1948.le-signorine-porro

Alle ore 17.30 del 7 marzo è previsto il comizio di Giuseppe Di Vittorio, il segretario generale della CGIL, venuto appositamente da Roma, alla vigilia dell’8 marzo Festa della Donna. Solo lui, anch’egli ex bracciante di Cerignola e assai ascoltato da quelle parti, potrebbe forse calmare gli animi, offrire una prospettiva a chi ha da sempre fame di terra e giustizia. Ma il comizio, quel giorno, non ci sarebbe stato, rinviato al giorno successivo, 8 marzo. All’improvviso uno o due spari si sentono distintamente nella piazza. Tutti hanno la percezione che siano partiti dal palazzo dei Porro, un’antica casata di Andria, situato proprio di fronte al municipio. Mentre la gran parte dei manifestanti si disperde, altri, un centinaio circa, sfondano l’antico portone del palazzo, salgono le scale per cercare chi ha sparato. Si tratta dell’ennesima provocazione degli agrari? Ma com’è possibile che a sparare siano state le “anziane e bigotte” sorelle Porro, tutte chiesa, rosari, cucito e opere pie? Nella testa dei manifestanti comunque anch’esse sono agrari, dunque conniventi. Le Porro intanto, Luisa (66 anni), Vincenza (58), Stefania (55), Carolina (54), con la loro servetta Angela, e accompagnate da Francesco Cirielli, funzionario di banca loro inquilino, tentano la fuga da un’uscita secondaria, ma vengono bloccate dai manifestanti. Si vocifera che abbiano delle bombe nascoste tra i loro lunghi vestiti neri. Comincia il massacro: Carolina e Luisa vengono uccise, dei loro corpi fatto scempio. Vincenzina e Stefania gravemente ferite. Luciana Castellina a pag.121 “È la fame che si fa violenza e chiede vendetta. La chiede ai Porro perché sono parte della classe che li ha sfiniti, non importa più se a sparare siano state proprio loro o altri come loro. Sono colpevoli per storia. Per classe. A infierire sono soprattutto le donne, donne contro donne di diverso destino, a dividerle la fame, subita o imposta…” Fin qui la storia, che magistralmente la Castellina inquadra nel tormentato periodo che va dall’8 settembre ’43, il 10 i Savoia e Badoglio si sarebbero trasferiti a Brindisi, fino al 1948, in una regione crocevia di reduci, di militari sbandati dai diversi fronti, laboratorio per tutte le forze politiche del dopoguerra, in particolare per il PCI di Togliatti, alle prese con le due linee, quella insurrezionale e quella legalitaria, sia in risposta alla questione sociale che a quella istituzionale.

Il libro, con altrettanta maestria, grazie a Milena Agus, indaga sulla vita, sui sentimenti, reconditi e talvolta inconfessati, o manifesti solo nei sogni, delle sorelle Porro, attraverso la voce di un’amica che, nella finzione narrativa, parla e racconta di loro. Siamo in pieno terreno letterario, laddove la Storia, seppure necessaria, non può arrivare. La Agus si è servita, lo dice nella nota introduttiva, dei documenti dell’epoca, ma soprattutto della sua immaginazione e aggiungo della sua sensibilità di donna. Milena Agus si muove a proprio agio sul terreno del privato femminile. Come in altri suo libri si nota la simpatia e l’empatia per i personaggi. Le sorelle Porro certo erano ignare delle lotte tra patrizi e plebei, di Menenio Agrippa, delle jacqueries, dei servi della gleba, o dei fatti di Bronte raccontati da Verga, ma quando mai non avevano mai pensato di essere abbracciate da un uomo? La loro frugalità le impediva perfino di godere della indubbia ricchezza, il loro linguaggio monotono temeva l’iperbole e il cambio di tono, e se l’amica diceva “Mi si sono intrecciate le budella” (pag.20) loro abbassavano lo sguardo. Certo la loro fu “un’esistenza color grigio topo, sempre uguale, mai uno strappo alla regola”. Eppure la loro tragedia, che in quegli anni varcò le cronache regionali, e ancora oggi è in parte sconosciuta, meritava di essere raccontata. Intanto mentre altri e nuovi affamati lavorano nei campi delle Puglie fanno riflettere le parole del grande poeta palestinese Mahmud Darwish, che Milena Agus cita nell’epigrafe ad inizio del libro:

Scrivi in cima alla prima pagina:/ Non odio la gente,/ né la invado./ Ma se mi affamano/ la carne dell’usurpatore sarà il mio cibo./ Guardati…/ Guardati/ Dalla mia fame/ E dalla mia ira»

Tonino Sitzia

(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

Cosimo Argentina presenta a Elmas “L’umano Sistema Fognario” (Manni 2014)

SABATO 28 MARZO 2015, ore 18.00 – Sala Conferenze della Biblioteca Comunale di Elmas, Piazza di Chiesa 3. Presentazione del libro di Cosimo Argentina “L’umano sistema fognario” (Manni 2014).

L'umano sistema fognario_ArgentinaEmiliano Maresca lavora come un mulo in un capannone industriale, ama segretamente una ragazza di nome Anansa e conserva il cadavere della madre nel frigorifero di casa. Ascolta musica heavy metal, ha appeso sopra al letto un poster di Hitler, ha i brufoli, gli occhiali a culo di bottiglia, i capelli grassi e un paio di amici. Quando scopre di avere un padre e due sorelle, che mai ha conosciuto e che non sanno della sua esistenza, la dinamite che ha dentro deflagra con imprevedibile ferocia.

Presentazione a cura di ROBERTO CONCU, del direttivo di “Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas”.

Cosimo ArgeMostrantina  è nato a taranto nel 1963. Dopo la laurea in giurisprudenza e la specializzazione in criminologia, ha tentato di fare l’avvocato. Trasferitosi in Brianza nel 1990 ha iniziato a insegnare diritto e a scrivere libri. La sua è una scrittura tagliente come un diamante. Tra i suoi libri più apprezzati: “Cuore di Cuoio”(Sironi-2004), “Vicolo dell’Acciaio” (Fandango-2010), “Per Sempre Carnivori” (Minimum Fax-2013) e “Maschio Adulto Solitario” pubblicato nel 2008 dall’editore leccese, Manni, che nel 2014 ha scommesso ancora su Cosimo Argentina pubblicandogli “L’Umano Sistema Fognario”.

Presentazione del libro “Pace, Shalom, Salam. Israele-Palestina” di Marco Sini

VENERDI’ 20 marzo 2015, ore 18.00, sala conferenze della biblioteca comunale di Elmas sarà presentato il libro di Marco Sini Pace, Shalom, Salam. Israele-Palestina, Diario di viaggio ed altre annotazioni (13-20 maggio 2013), Edizioni CUEC – Collana Prospettive Idee.

Pace, Shalom_Sini“Siamo andati a visitare il campo profughi di Jenin. Il campo è stato istituito nel 1948 dalle Nazioni Unite ed è abitato da palestinesi che fino al 1948 abitavano in città e villaggi dove è stato istituito lo stato d’Israele e dai loro discendenti. Il campo era sorto come una grande tendopoli, tende che sono state gradualmente sostituite da abitazioni in muratura. Qui abbiamo incontrato molti bambini e visto una scuola calcio in piena attività con ragazzini che avevano magliette del Barcellona con la scritta Messi e del Milan con la scritta Balotelli. Siamo stati informati che in quel campo profughi nella giornata di ieri una pattuglia dell’esercito israeliano ha fatto irruzione facendo alcuni arresti. Forse anche per questa ragione, l’irruzione di due giorni prima, le persone che ci incontravano erano molto guardinghe, compresi i bambini che in genere formavano sempre una sorta di comitato di accoglienza al nostro passaggio”

Presiede e coordina:

Antonio Sitzia, presidente di “Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas”

Presentano:

Linetta Serri, già Presidente dell’ANCI Sardegna e consigliere regionale

Ottavio Olita, scrittore e giornalista

Donna ieri come oggi. Rosa Podda

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Madre, figura femminile, Costantino Nivola

In occasione dell’8 marzo proponiamo un racconto di Tonino Sitzia pubblicato sul sito di Equilibri. La storia è liberamente tratta da un fatto realmente accaduto a Elmas tra il 1853 e il 1854. Ma fatti del genere succedevano a quei tempi in molti paesi della Sardegna. E accadono ancora oggi in tante aree del mondo dove le donne sono private della dignità di persone e considerate alla stregua di oggetti.

Rosa Podda

Appena il tempo, nel dormiveglia dell’agonia, di riconoscere a stento, come tra le brume dell’alba, il visino pallido nel fagottino bianco, e di sentire, in un lontano bisbiglìo, il commento delle donne affannate – Ta bella pipia, parit drommia – Sciadada Rosa, pobirittedda…E poi un’ultima domanda rivolta a Greca: – E sa pipia est istetia battiada?
“Al 31 luglio 1854 è nata una bambina figlia naturale della nubile Rosa Podda, figlia del fu Antonio e della fu Antonia Mua che per l’imminente pericolo di morte in casa, secondo il rito di Santa Romana Chiesa, ha battezzato Greca Casula ostetrica (1) approvata dal sottoscritto; fu poi portata in chiesa e sono state esercitate le sacre cerimonie e imposto il nome di Maria Teresa Sebastiana.” Così nei registri parrocchiali. (2)
Un anno prima della sua morte Rosa ha la felicità dei suoi ventitré anni. Chissà cosa avrebbero pensato i suoi genitori dei suoi progetti, specchiandosi nei suoi occhi ridenti, e del buon Francesco Cabras, suo cognato che la adottò in quanto orfana e quindi priva di affetti e di sostanze. Avrebbero certo dato il loro assenso e la loro benedizione alla promessa di “sponsorio” che il giovane Antonio Cossu, innamorato di Rosa, aveva fatto a Francesco, con tutti i crismi in uso nel tempo: “sa domanda” da parte del padre del futuro sposo “Est unu bravu piccioccu e tenit intentionis serias…”, la presenza de is testimongius “Est unu grandu traballadori…”, il dono dell’anello o un altro pegno d’amore.
Era il settembre 1853.
Rosa è timorata di Dio, ma più di una volta il diavolo ne veste i panni.
Il parroco, don Giovanni Pilloni, va predicando in pubblico, e a volte dal pulpito, di “quella puttana e concubina che infanga la chiesa e la comunità”. Non fa nomi, ma è chiaro a chi è rivolto il suo disprezzo.
Rosa, ancora più bella di prima per la maternità che non può nascondere, percorre Su Stradoni a passo svelto, è conosciuta dalle 500 anime che fanno il paese, cammina a testa alta a ridosso delle povere case di ladiri, lungo i cortili e gli orti, non si cura delle chiacchiere sul suo conto.
E’ una donna forte, Rosa. come tutte le donne. Mentre i maschi di Elmas “paiono amar l’ozio, e molto si dilettano nel giuoco delle carte” (3), “la donna campidanese, più intelligente del compagno, quando è sposata, spesso attende all’economia domestica e ai lavori campestri. Le giovinette sogliono prendervi parte, dedicandosi alla raccolta dell’uva, delle mandorle, delle olive, più di rado a lavori di coltivazione, come la semina dei cereali, il legamento delle tralci della vite, o qualche zappatura”. (4)
Con l’avanzare della gravidanza, Rosa dialoga con la piccola creatura che ha in grembo, tessendo quel filo misterioso di affetti che lega ogni madre al proprio figlio; intuisce che il bambino, pur protetto nel bagno amniotico, percepisce quanto succede nel mondo esterno, e ha paura che “sa scuminiga de su predi” possa fargli del male.
S’ arràbiu de su predi pare sia dovuto al fatto che in paese si vocifera delle sue frequentazioni di giorno, ma “anche di notte”, della casa di Maddalena Mascia, sa vìuda. Egli pretende che il giovane Cossu sposi una delle sue figlie, con la quale si sarebbe speso con una promessa di futuro matrimonio.
“Quella puttana incinta non si sposerà mai” continua a predicare il prete, e quando il padre di Antonio chiede il permesso per le pubblicazioni di nozze si vide rispondere con “un rimbrotto ingiurioso: dicendogli che dopo avere desso fatto bordello con l’attuale di lui moglie, ora permetteva che altrettanto eseguisse il di lui figlio”. (5)
Rosa si sente pesante, ha l’affanno della gravidanza che avanza, le sue uscite si fanno più rade. Le vecchiette mormorano de cantu Rosa est grai, e quando la incontrano “Inzandus, Rosa, a candu su sgravamentu?”
I maschi la incrociano e abbassano gli occhi, più per un oscuro senso di colpa che per pietà.
Col trascorrere dei mesi Rosa si sente più sola, si chiude in casa, deve proteggere la sua creatura dalle malelingue, dal prete sempre più violento, da qualche fattura che qualcuno può aver fatto ai suoi danni.
Ora che la nascita è imminente non c’è più nessuno tra lei e il suo bambino. Ce la devono fare.
Il parto, doloroso quanto solo le madri sanno, è drammatico per Rosa. Alle richieste pressanti della moribonda e della comunità il prete “invece di avvicinarsi all’ammalata, proferirle parole di sollievo e conforto religioso, si tenne in disparte, e non ostante la moribonda facesse segni di volersi confessare ed esprimesse il desiderio di ricevere gli ultimi conforti di Santa Religione, il Pilloni, duro ed immobile a nulla si prestò, così che con grave scandalo degli astanti, se ne morì senza i sacramenti”. (6)
I registri parrocchiali annotano: “Addì primo di agosto dell’anno milleottocentocinquantaquattro in questo villaggio di Elmas morì Rosa Podda figlia del fu Antonio e fu Antonia Mua di questo villaggio di Elmas in età di anni ventiquattro senza sacramenti, e nel seguente giorno venne seppellita nel piazzale di questa Parrocchiale Chiesa”(7). Nello stesso giorno era morta la piccola, battezzata col nome di Maria Teresa Sebastiana.
Il dramma di Rosa non è finito.
La bambina viene seppellita nel piccolo cimitero attiguo alla chiesa, lei nel piazzale della chiesa, in luogo sconsacrato, “in un piccolo fosso non alto due palmi”. (8)
La comunità e il Consiglio comunale riuscirono solo a imporre che “rifatta la fossa, la fecero seppellire in modo che non potesse essere il cadavere pascolo alle belve e non restasse l’aria infetta con detrimento dell’igiene e della salute pubblica”.
Bai cun Deus, Rosa.

Il ricorso presentato da Francesco Cabras contro i comportamenti del parroco venne respinto dal Tribunale Penale di Cagliari con decisione del 26 settembre 1854.

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(1) S’opera sa prus preziosa, chi podit fai una Llevadora est finalmenti su salvai s’anima de un’innozzenti, cun amministraiddi su battisimu, candu conosciat chi s’esistenzia sua est in perigulu, e non si pozzat salvai sa vida temporali…narendu po ex Deu ti battiu in nomini de su Babbu, e de su Su Fillu, e de su Spiritu Santu. E’ quanto si legge nel prezioso manualetto, stampato a Cagliari nel 1827 “Brevis Lezionis de Ostetricia po usu de Is Llevadoras de su Regnu de su dottori chirurgu collegiali Efis Nonnis, supplidori de sa Cattedra de Chirurgia”. La singolarità del libretto è data dall’uso del Sardo in argomento scientifico e dal suo intento didattico e divulgativo ad uso de is Levadoras, che a quei tempi avevano un ruolo importantissimo nelle fasi decisive del parto. Il “Manuale di Ostetricia” è stato ristampato a Cagliari nel 1981 a cura del grande linguista Antonio Sanna, ordinario di Linguistica sarda all’Università di Cagliari.
(2) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(3) Dizionario Angius – Casalis, Cagliari 1833, pag.344, alla voce El mas
(4) “Le condizioni economico- sociali di una zona rurale della Provincia di Cagliari”. Tesi di laurea di Don Filippo Asquer, Cagliari 1909
(5) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(6) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(7) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(8) Nel 1777 il canonico Francesco Maria Corongiu, facente dell’Arcivescovo di Cagliari, avviò un’inchiesta in forma di questionario (preguntas e respuestas) a tutti i parroci della diocesi, da cui si ricavano notizie “di prima mano” della vita delle comunità locali. Per quanto riguarda le sepolture a Elmas si legge “La maggior parte delle sepolture sono collocate nel corpo della chiesa in linea diritta cominciando presso l’altare maggiore fino alla porta della chiesa, nella forma usata in altre parrocchie; i sepolcri sono ben chiusi e sigillati e non traspira nessun olezzo perché si sono poste nuove lastre nelle sepolture secondo le disposizioni precise del molto reverendo Monsignor Canonico Prebendato” .
In “Elmas paese di Sardegna” di Antonio Asunis, pag 148.
Prima della costruzione dell’attuale cimitero, dunque, le sepolture avvenivano in chiesa, in un piccolo camposanto attiguo, e, a volte, per le famiglie benestanti a Santa Caterina.

Tonino Sitzia

“Alabarde, Alabarde” di José Saramago, Feltrinelli 2014 – Recensione a cura di Tonino Sitzia

albardasDa che mondo è mondo risuonano le urla di guerra degli uomini, la guerra che sembra essere ad essi connaturata.

“Alabardas , alabardas, Espingardas , espingardas”: è questo il titolo dell’ultimo e incompiuto romanzo di José Saramago, premio Nobel per la Letteratura nel 1998 scomparso nel 2010, e pubblicato nel 2014 (in Italia dalla Feltrinelli) con scritti di Fernando Gómez Aguilera e Roberto Saviano, e illustrazione in copertina di Günter Grass.

Il titolo richiama certo le guerre del medioevo, e Saramago scrive nel suo diario (26-12-2009) di averlo estrapolato dalla tragicommedia Exortação da Guerra del poeta e drammaturgo portoghese Gil Vicente (Lisbona 1465 – 1536), ma poteva essere anche “il Vive Dieu Saint Amour” dei Templari oppure “Dio è con noi” o “Avanti Savoia” o il Forza Paris dei sardi nelle trincee della prima guerra mondiale fino ai recenti Kalašnikov, Kalašnikov”, o ancora “Allah Akbar” e cosi via: Saramago vuole parlare di guerra, un argomento che gli sta a cuore, quasi un urgenza dell’animo, che vorrebbe riuscire a trattare nella forma in cui è maestro, il romanzo, ma che teme di non riuscire a portare a termine data la leucemia cronica che da tempo lo tormentava.

Chi non ricorda la partita a scacchi tra la Morte e il Cavaliere ne “Il Settimo Sigillo” di Bergman? Il cavaliere, tornato esausto e deluso dalla crociata in Terra Santa, dove si era illuso di trovare un senso alla sua vita, dialoga con la morte: vuole una sorta di breve “sospensione del tempo”, che non gli sarà concessa, per poter avere risposte sui grandi misteri della vita e dell’uomo. La Morte, fredda e infastidita, gli dice: “ma non smetterai mai di far domande?” E il Cavaliere “No, non smetterò mai”. E lei “Tanto non avrai mai risposta” “A volte credo – risponde il Cavaliere – che le domande siano più importanti delle risposte”.

Saramago voleva, nel suo ultimo libro appena abbozzato, porre una domanda a se stesso e ai lettori, ben sapendo che, data l’insensatezza degli uomini e dei propri ordinamenti economici e politici, essa è più importante delle risposte: perché la guerra? Anzi, più concretamente, Saramago nei suoi diari scrive (15-8-2009) “È possibile che magari io scriva un altro libro. Una mia antica preoccupazione, perché non c’è mai stato uno sciopero in una fabbrica d’armi, ha fatto strada ad una idea complementare che, proprio per questo, consentirà di trattare il tema a livello romanzesco.”

I primi tre capitoli, gli unici finiti, contengono i temi e l’intreccio del romanzo che Saramago non potrà portare a termine. Conosciamo il protagonista: Artur Paz Semedo, oscuro e laborioso impiegato di una storica fabbrica d’armi, le Produzioni Bellona S.A (non a caso, nella mitologia romana, Bellona è l’antica dea della guerra). Per dirla con Anna Harendt Semedo è un banale esecutore del Male. Cultore di film e reperti bellici, uomo qualunque che fa il suo lavoro, vorrebbe fare carriera nella fabbrica occupandosi di fatturazioni di armi pesanti e non di minuta artiglieria. Artur vive, senza grande cruccio, separato dalla moglie Felícia, convinta militante pacifista, che “per coerenza” lo ha lasciato. Quando nella cineteca della città viene proiettato “L’espoir” di André Malraux, un film sulla guerra civile spagnola del 1939, decide di leggere il libro a cui è ispirato. Nelle ultime pagine si legge “Il commissario della nuova compagnia si alzò in piedi: ‹Agli operai fucilati a Milano per aver sabotato gli obici, hurrà›”.

Superata l’irritazione per il sabotaggio di una produzione bellica, Semedo, spinto dall’ormai ex moglie decide di frugare negli archivi della Bellona S.A per capire se l’industria per la quale lavora ha aumentato i fatturati fornendo armi alle truppe fasciste del generale Franco negli anni dal 1936 al 1939…
Non sapremo mai come Saramago avrebbe portato a termine il romanzo, ricco di implicanze in diverse direzioni: la coscienza individuale e collettiva, l’economia e le armi, il ruolo degli stati e delle ideologie.
Saramago però, dopo aver scelto il titolo, aveva anche deciso la conclusione: “Il libro terminerà con un sonoro Vai a cagare, proferito da lei. Una conclusione esemplare”. (dai diari: 16- 9-2009).

Tonino Sitzia
(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

Giornata della Memoria 2015

Il 27 gennaio si celebra, come ogni anno, il Giorno della memoria, istituito per ricordare lo sterminio del popolo ebraico e tutti gli avvenimenti storici correlati che ebbero conseguenze permanenti sulla popolazione, costretta a subire deportazioni, torture, umiliazioni e privazioni di ogni sorta, fino all’annullamento della vita umana.
In molte città e comuni italiani si svolgono iniziative culturali di vario genere finalizzate da un lato a tramandare alle nuove generazioni esperienze e ricordi, dall’altro a riconoscerli parte della memoria collettiva affinché ognuno tragga un insegnamento, uno stimolo alla riflessione e un monito a non ricadere nella “banalità del male”, citando le parole di un celebre saggio di Hannah Arendt.
A Elmas il Circolo dei lettori, Equilibri, ha messo la Giornata della Memoria tra gli appuntamenti cardine della sua attività annuale. Quest’anno ha dedicato al tema ben due incontri incentrati sulla testimonianza di un ebreo della comunità ebraica di Roma, Nando Tagliacozzo, la cui vita è stata profondamente segnata dalle politiche nazifasciste tese allo sterminio degli ebrei.

Giornata della Memoria 2015È il 16 ottobre del 1943, il “sabato nero” del ghetto di Roma. Alle 5.15 del mattino le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia e rastrellano 1024 persone, tra cui oltre 200 bambini. Due giorni dopo, alle 14.05 del 18 ottobre, diciotto vagoni piombati partiranno dalla stazione Tiburtina. Dopo sei giorni arriveranno al campo di concentramento di Auschwitz in territorio polacco.
Nando Tagliacozzo è un bambino di pochi anni. Quel giorno in casa è con il papà e la madre. Nell’altro appartamento la sua sorellina e sua nonna. In quegli attimi il destino sceglie: lui ed i suoi genitori vivi, sua sorella e sua nonna ad Auschwitz. Non le rivedrà mai più…
Nando Tagliacozzo, della comunità ebraica di Roma, spinto dal dovere della testimonianza, racconterà la sua esperienza, drammatico epilogo delle leggi razziali emanate dal regime fascista nel 1938, e di cui Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas si è occupato nel Giorno della Memoria dell’anno scorso con lo storico Mario Avagliano.
Quest’anno doppio appuntamento. Il 2 febbraio alle 10.30 presso l’Aula Magna dell’Istituto Agrario di Elmas Nando Tagliacozzo avrà un incontro con gli studenti, il 5 febbraio alle 17.00 presso il Teatro Comunale, incontrerà la cittadinanza di Elmas.
Le iniziative per il Giorno della Memoria 2015 si concluderanno con il concerto dei Klezmeralda presentato da Paolo Bullita.

Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas

LA MATITA E MISTER TABLET

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Dal 2016 la Finlandia, che vanta una delle scuole più belle del mondo, abolirà l’uso di penne e matite sin dalla prima elementare. In fondo, sostengono i finlandesi, è bene che fin da piccoli i bambini sappiano usare una tastiera e un computer. In Italia diversi pedagogisti si battono per una ri-alfabetizzazione alla scrittura, come pratica che aiuta la mente e la manualità.

La Matita e Mister Tablet si  incontrarono per la prima volta nel vecchio studio del Signor G.
La vecchia e consunta matita, magra ed emaciata, conservava un suo aplomb nobiliare, vantava illustri trascorsi e aveva dalla sua una lunga storia di formazione di generazioni di bambini e bambine, molti dei quali sarebbero diventati scrittori e scrittrici, ingegneri o scienziati, carpentieri e idraulici, infermieri e dottoresse, insomma avrebbero fatto strada nella vita.
Mister Tablet aveva un aria quadrata, pratica e scattante, era lucido e trasparente, un certo fascino da lord inglese, e anche una giovanile superbia. Vantava una rapidità senza precedenti, una capacità di connessione con la contemporaneità, un successo strabiliante tra le nuove generazioni. Signora Matita faceva fatica anche a cogliere il senso di quelle parole, ma, pensava, indubbiamente dovevano essere importanti. Nella sua impertinenza Mister Tablet vantava il suo look, parola che egli amava molto, e sorrideva dell’abito dimesso della Signora, da secoli sempre lo stesso. Tra i due vi era una naturale diffidenza, dovuta forse anche al loro sesso, uno era maschio e l’altra femmina, e si sa che gli approcci alla realtà sono abbastanza diversi e talvolta inconciliabili. Vivendo nello stesso ambiente dovevano per forza conoscersi e, se possibile convivere.
Fu Mister Tablet a presentarsi:
– I am Mister Tablet and you?
– Io sono signora Matita, vi prego di darmi del lei, non sono abituata ad un approccio così diretto, in fondo non ci conosciamo…
– Signora, mi dica qual è la sua funzione, la mia, per servirla, è quella di rendere più efficace, efficiente, e rapida la comunicazione e la scrittura.
Il termine funzione le suonava male…
– Io la chiamerei piuttosto missione, un termine a mio avviso più pregnante della vostra mission, perché vede, attraverso me si impara a guidare la mano, comporre i segni, unirli per fare una parola, fino all’elaborazione di un pensiero sulla carta…
– I’m sorry, troppo tempo!…guardi dentro il mio specchio…questo è il tuchscreen, basta un tocco per scrivere e disegnare…addio tastiera, e anche lei, non vorrei essere offensive, ma presto sarà rottamata…resterà per sempre confinata dentro quella scatola cilindrica dove si trovano vecchie e gloriose penne stilografiche, qualche penna in piuma d’oca, tutta roba che mister G. ha trovato in qualche mercatino d’antiquariato, sa com’è…lui è un collezionista…insomma lei è un pezzo d’antiquariato!
– Guardi, signor Tablet…la scrittura è una disciplina, richiede lentezza, pazienza, aiuta a mettere ordine nelle cose…crea un certo abito mentale…se lei si specchiasse di meno nel suo aggeggio forse sarebbe meno impertinente e più rispettoso.
– Vede signora Matita…qui dentro ci sono le lettere e i diversi stili di scrittura…basta fare una scelta…
– Si tratta di lettere standard…ma la scrittura di ognuno di noi è unica, è un tratto della nostra unicità di persone e perfino della nostra personalità.
– Ascolti Ms Pencil…questa montagna di libri che ci circonda presto saranno superflui…all’interno del mio corpo potranno essere scaricati tutti i libri che si vuole.
La Signora prese un libro a caso…sfogliandolo fece notare al suo giovane amico che diverse pagine erano segnate a matita, alcune contenevano delle sottolineature, altre piccole frasi a commento dello scritto, altre ancora piccoli e significativi segni a rimarcare frammenti che certamente per il lettore avevano un senso…
– Vede…questi segni che io rendo possibili?…Per me sono atti d’amore…un segno grafico diventa un atto d’amore verso ciò che si legge.
Mister Tablet guardò stupito la Signora, pensò che il tempo giocava a suo favore e non volle ribattere…il futuro richiede uno sguardo decisamente proiettato in avanti…e non aveva tempo per guardarsi indietro, ma certo gli venivano le vertigini a riflettere su come quella donna e i suoi avi erano sopravvissuti nei secoli…e poi anche l’amore era concetto impegnativo su cui non aveva voglia di impegnarsi.
Ci fu un silenzio imbarazzante, come se tra loro fosse difficile portare avanti la discussione…di sicuro entrambi pensavano che nello studio avrebbero forse continuato a convivere…
Fu Mister Tablet, poco abituato alle pause e ai silenzi, a rompere gli indugi e per salutare la Signora se la cavò con un motto da autentico gentleman…
– Lei è un inguaribile romantica!

Tonino Sitzia

(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas www.equilibrielmas.it)

Presentazione del libro di Stefano Boni: “Homo Comfort. Il superamento della fatica e le sue conseguenze”

homocomfort_boniSabato 6 DICEMBRE, ore 18.00

Sala Conferenze della Biblioteca Comunale di Elmas, Piazza di Chiesa, 3

«Prepotentemente entrata nella nostra routine quotidiana, la comodità è diventata non solo uno stile di vita ma anche un modo di conoscere che ha plasmato la cultura materiale e gli stessi modelli valutativi. Ci si sta avviando dunque verso una mutazione antropologica, verso una forma inedita di umanità: l’Homo comfort

«Sul piano etico è sufficiente una disciplinata raccolta differenziata per rassicurarci rispetto al futuro e pulirci la coscienza del presente. L’ecologismo, o meglio la coscienza ecologista (che già nel nome ammette di configurarsi come preoccupazione etica, teorica, discorsiva piuttosto che pratica), è stata elogiata… L’ottimismo non convince perché il recupero della natura, nella forma della preoccupazione ecologica astratta, del viaggio esotico, del localismo romantico, di forme religiose ed etiche centrate sull’amore per la Natura, rimane troppo spesso virtuale e mercificato.»

«L’evocazione della natura in processi di risignificazione e di ricollocazione identitaria, anche nelle loro espressioni più sincere e sane, alterano in maniera scarsamente significativa i modi di fare, di stare al mondo, di rapportarsi al mondo propri di homo comfort. Raramente generano un’alterazione nei vissuti. Nel quotidiano prevale, quasi invariabilmente, la comodità sulla rinuncia tecnologica.»

(Stefano Boni, Homo comfort 2014)

Interverranno:

Homo ComfortStefano Boni,insegna Antropologia culturale e Antropologia politica presso le Università di Modena e Reggio Emilia

Marina Mura, Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni presso l’Università di Cagliari

Giulio Angioni,Antropologo e scrittore

L’iniziativa è curata da Equilibri, Circolo dei lettori e Presidio del libro (www.equilibrielmas.it)

Il sale della terra

serra-peladaÈ  in questi giorni nelle sale lo straordinario e imperdibile film di Wim Wenders e di Juliano Ribeiro Salgado, dedicato a Sebastião Salgado, tra i più grandi fotografi del mondo. “Voi siete il sale della ter­ra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?” (Mt, 5,13- 16). Certamente Wenders, il grande regista tedesco di “Paris, Texas “Il cielo sopra Berlino”, “Così vicino, così lontano”, “Lisbon story”, ”Buena Vista Social Club”, “Pina”(dedicato a Pina Bausch), aveva presente la parabola biblica, quando ha scelto il titolo del suo film “Il sale della terra”, che parla, attraverso il purissimo bianco e nero di Salgado, dell’uomo e degli uomini. Sono gli uomini e le donne il sale della terra, essi la concimano con il loro sudore, con le loro fatiche, con il lavoro, con i loro cadaveri. Il sale è amaro come il dolore, e Salgado se ne fa portavoce con la sua arte fotografica.

In 100 minuti di documentario fatto di immagini e di racconto diretto del protagonista, Wenders e Juliano Salgado seguono il suo percorso di vita, che comincia nel 1973 con una missione da economista in Africa da cui scaturisce un reportage sulla tragedia del Sahel. Da allora in poi, affiancato da Lélia Wanick, eccezionale compagna di vita sin dagli anni di università, con la quale condivide tutti i progetti e gli ideali di vita, per 40 anni Salgado è al centro di tutte le aree calde del mondo, dapprima lavorando per l’agenzia Gamma ed in seguito, dal 1979, per la Magnum Photos, che lascerà nel 1994 per fondare la “Amazonas Images” la sua autonoma agenzia fotografica.  Salgado è testimone del suo tempo, sempre dalla parte degli ultimi, denuncia la guerra, la miseria, le carestie, le ingiustizie sociali: i suoi soggetti sono le persone, soprattutto i loro occhi e i loro volti, e i gruppi umani. Così dalla visione  del film e delle foto di Salgado si esce dalla sala non tanto appagati dall’estetica, che pure ha il suo peso, quanto turbati dalla certezza che “è accaduto”.

Dalle guerre coloniali in Angola e Mozambico, dal Burundi allo Zaire, l’Uganda, il Kenia, il Ruanda, la sua America Latina e il suo Brasile, ai progetti/reportage sul lavoro dell’uomo (“Workers”), sulle Migrazioni, vero calvario contemporaneo (“Exodus” – L’umanità in cammino”), sulla condizione dei bambini nel mondo (“The Children”), la lotta contro la Polio (“The end of Polio”), Salgado tiene fede ad una sua idea “Un’immagine è come un appello a fare qualcosa, non soltanto  a sentirsi turbati o indignati. L’immagine dice: Basta! Intervenite! Agite!” O ancora “non sono un fotografo del nord del mondo, fotografo realtà povere come quella da cui provengo, non ho il senso di colpa dell’uomo occidentale. Ogni fotografia è una scelta , un impegno…”

La tragedia del Ruanda (1994), documentata da Salgado nella sua terribile spietatezza, è stato uno spartiacque nella biografia del grande fotografo brasiliano che nel film di Wenders afferma: «Noi umani siamo terribili animali, la nostra è una storia di guerra, repressione. Non meritiamo di vivere». Eppure in uno degli ultimi suoi lavori, “Genesi”, Salgado dopo un lungo  viaggio Isole Falkland, Isole Sandwich, nelle Galapagos, Madagascar, Sumatra, Nuova Guinea, Papuasia Occidentale, Canada , Alaska, a contatto con tribù indigene che vivono in simbiosi con la Madre Terra, sembra voler prefigurare un nuovo, possibile inizio “non siamo che un passaggio, te ne accorgi attraversando un deserto con pietre tagliate 16000 anni fa, scalando montagne in Venezuela di 6 miliardi di anni. Tornare al pianeta è l’unico modo per vivere meglio.” Wenders, che aveva cominciato il film con le terribili immagini della babele rovesciata della Serra Pelada in Brasile dove le “formigas” umane lottano per una pepita d’oro, poiché è il denaro che acceca l’uomo, conclude con il racconto di come Salgado e Lélia abbiano ripiantato 2,5 milioni di alberi, per ricostituire un lembo di foresta della fascia atlantica brasiliana nella fattoria di famiglia che la deforestazione aveva desertificato. Ora quel lembo di paradiso ricostruito è Parco Nazionale.

Tonino Sitzia

(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas www.equilibrielmas.it)

“Le inutili vergogne”: storia di omosessualità e fede.

Sabato 25 ottobre, ore 18, presso la biblioteca comunale di Elmas, sarà presentato il libro Le inutili vergogne di Eduardo Savarese. Interverranno: Eduardo Savarese, magistrato e scrittore – Luisa Peralta, docente di Lettere nelle Scuole Superiori – Roberto Concu, direttivo di Equilibri.
L’iniziativa è organizzata e promossa da Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas.

Le inutili vergogne_SavareseIl libro – Benedetto, Nunziatina, zia Gilda, padre Vittorio sono i personaggi forti della trama incalzante che li accerchia e li fa misurare con l’ossessione del sesso e del peccato, l’esaltazione dell’amore, i corpi di maschi, femmine e trans, la presenza incombente di Dio.
Savarese scandaglia e declina le diversità dell’amore raccontando vite che apparentemente hanno fallito perché l’amore lo hanno perduto. Ma la possibilità di redenzione rimane quando alla durezza del cuore si oppone un cuore capace invece di ardere e sciogliersi.

L’autore – Eduardo Savarese, magistrato e scrittore, vive e lavora a Napoli. Di recente ha pubblicato un racconto nella raccolta Se Stiamo Insieme, racconti sulle coppie di fatto (Edizioni Caracò 2013). Il suo primo romanzo, Non passare per il sangue, rielaborazione di L’amore assente, segnalato dai giurati del Premio Calvino nell’edizione 2012, è apparso per le Edizioni E/O nella Collezione Sabot/age nel 2012.

Bibliomula

Il racconto che segue è tratto dal nuovo sito di Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas (che vi invitiamo a visitare!). Come dichiara il suo autore, Tonino Sitzia, esso è liberamente ispirato da quanto ha raccontato Giacomo Sitzia, che nel mese di agosto di quest’anno è stato nella regione di Mérida in Venezuela per un esperienza di Volontariato internazionale curato dal CISV e dall’Associazione cagliaritana TDM 2000. Il Progetto Bibliomula Mérida, a cui fa riferimento, è un progetto di animazione alla lettura organizzato dalla cooperativa Caribana di Mérida, Venezuela, con il supporto dell’Università di Momboy. Iniziato nel 2010 è ancora in corso.

Bibliomula - Foto di Giacomo Sitzia

Bibliomula – Foto di Giacomo Sitzia

Frajelones - Foto di Giacomo Sitzia

Frailejones – Foto di Giacomo Sitzia

C’era una volta…nel paese dove tutto è possibile, dove il sogno del socialismo e della nueva humanidad si confonde con la grande povertà, dove Abreu con la musica salva i ragazzi di strada, dove nella capitale la vita può valere meno di niente, in quel paese lontano un oceano…c’era una volta la mula Frailejona, bruno quadrupede dal pelo scuro.

Nei Páramos, brulli ecosistemi delle Ande ecuadoregne, colombiane, boliviane e venezuelane, in lande impervie e solitarie tra i 3000 e i 5000 metri, fino al limite delle nevi perenni, crescono i frailejones, piante endemiche di quei luoghi. Hanno un aspetto austero e resistente e forse per questo i bambini de Los Corrales, Gavidia e Micarahce, comunità rurali dello stato di Merida in Venezuela, hanno dato quel nome alla loro mula. Deve essere per forza tenace e resistente per il lavoro che deve fare! Certo il nome è stato suggerito anche da qualche esperto dei luoghi. Non tutti sanno che le frailejones sono lente come i muli, crescono infatti di un centimetro all’anno…se un piccolo campesino ne incontra una alta due metri significa che essa ha conosciuto i nonni e i bisnonni.

Se poi frughiamo nell’etimo, cioè all’origine del nome che spesso si perde nella notte dei tempi, dato che fraile significa frate, si dice che queste piante, nelle giornate nebbiose, assomiglino a tanti fraticelli che, col loro saio scuro e la testa scoperta, presidiano le campagne. La mula Frailejona, non meno nobile dell’ippogrifo, percorre settimanalmente gli aspri crinali della Sierra Nevada venezuelana, a 3000 metri di altitudine, col suo carico di libri. Data la sua sapienza potrebbe fare quei sentieri da sola, ma preferisce essere accompagnata da Nelson, il Bibliomulero che si è stancato del lavoro sedentario in biblioteca. Per questo suo lavoro Nelson non solo ha voluto un nuovo e più pomposo nome, Bibliomulero appunto, ma pretende anche un salario più alto. Frailejona va tranquilla in quegli aspri tornanti, non sa di essere una “biblioteca itinerante”, né di essere la protagonista assoluta di un progetto che vuole “promocionar, fortalecer y fomentar la lectura y escritura en los niños y docentes”.

Frailejona non lo sa che nella sua groppa c’è la bisaccia delle meraviglie, libri colorati di storie di tutto il mondo, libri per costruire actividades de cuenta cuentos, che assomiglia al nostro contai contus…raccontare storie, disegnare e inventare personaggi. Frailejona è contenta delle feste che le faranno i bambini e le bambine. La osservano arrivare da lontano, dagli aspri tornanti intravedono la sua sagoma, si sbracciano per salutarla e prima che lei arrivi sono già in fermento…chissà quali nuovi libri ci porterà… Frailejona è lenta, come tutti i muli, ed è una bella sfida con i bambini che per natura sono veloci e scalpitanti…”ehi, muoviti!..ma quando arrivi? Sei proprio lenta come una tartaruga! Sei peggio di una lumaca!” Nelson il bibliomulero sa che ha ragione Frailejona: la lettura richiede pazienza e lentezza.

Per convincere i bambini tira fuori dalla bisaccia delle meraviglie un libro colorato…è una favola di Luis Sepúlveda, – Bambini ora vi leggo una storia scritta da un nostro cugino cileno…sentite cosa dice a proposito della tartaruga “La tartaruga, masticando gli ultimi petali delle margheritine, le disse che se lei non fosse stata una lumaca dall’andatura lenta, se invece della sua lentezza avesse avuto il volo veloce del nibbio, la rapidità della cavalletta che copre a salti enormi distanze, o l’agilità della vespa che ora c’è ora non c’è perché è più veloce dello sguardo, forse non sarebbe mai stato possibile quell’incontro di esseri lenti come una tartaruga e una lumaca…” Come vedete essere lenti ha i suoi vantaggi…

Nel 2013 Frailejona è morta per una infezione intestinale. I bambini, che non capiscono la morte, si sono messi a piangere…l’hanno sepolta con tutti gli onori, sanno che lei in qualche modo è ancora presente…e ora chi ci porterà i libri? pensano in coro…
In molti si sono dati da fare per portare avanti il progetto e con le loro donazioni è stata acquistata una nuova mula. Ha un aspetto più giovane di Frailejona, è meno pelosa e ha il manto marroncino chiaro. I bambini, festaioli come tutti i bambini del mondo, hanno subito organizzato una festa per accoglierla degnamente e l’hanno subito battezzata con un nuovo nome: Estrella.

Tonino Sitzia

Equilibri presenta il libro di Gianni Fresu “Eugenio Curiel. Il lungo viaggio contro il fascismo”

ELMAS – Giovedì 26 giugno 2014 – ore 18.00, presso la Biblioteca Comunale – Piazza di Chiesa, 3 – 1° piano. Presentazione del libro di Gianni Fresu “Eugenio Curiel. Il lungo viaggio contro il fascismo” (Odradek 2013). Interventi di OTTAVIO OLITA (Giornalista e Scrittore) e MARCO SINI (Presidente provinciale ANPI Sardegna). L’iniziativa è organizzata e promossa da EQUILIBRI, circolo dei lettori di Elmas.

Eugenio Curiel_Gianni Fresu«Ma quanti, realmente, conoscono a fondo la storia e le caratteristiche di questo personaggio, complesso e importante al tempo stesso?»

Dalla Prefazione di Carlo Smuraglia, Presidente nazionale dell’Anpi.

“Ho deciso di affrontare questo tema perché c’è stato un doloso oblio nei confronti di questo intellettuale. Ci sono molti aspetti da sottolineare sulla figura di Curiel, la cui formazione è piuttosto eterodossa rispetto ai canoni tradizionali del marxismo. Nella sua complessa personalità si ritrovano due interessi culturali prevalenti: quello scientifico, che gli derivava dal padre, e quello filosofico. Laureatosi in fisica nucleare ad appena 21 anni, arriva immediatamente ad avere prospettive di inserimento accademico nelle università, ma il suo interesse per la filosofia lo porta a interessarsi all’idealismo per poi passare al materialismo storico, e a un processo di progressiva coscienza di cosa era il fascismo”.

Dall’intervista a Gianni Fresu di Gianni Palazzolo (riportata su Sestu Reloaded il 13.10.2013)

L’autore. Gianni Fresu, storico dell’Università di Cagliari, è membro della SISSCO (Società per lo studio della storia contemporanea), fa parte del Comitato scientifico della Scuola internazionale di studi gramsciani, istituita da Fondazione Istituto “Antonio Gramsci”, International Gramsci Society, Casa Museo Antonio Gramsci e finanziata dalla Fondazione Banco di Sardegna.