L’Accabadora. Perché continuare a evocarla?

accabadora-immaginaria1Si arricchisce di contributi e declinazioni il popolare mito sardo dell’Accabadora. Una figura mitologica che a partire dall’Ottocento, a varie riprese, ha colpito l’immaginazione di romanzieri e narratori (da Carlo Varese nell’Ottocento a Michela Murgia in tempi più recenti) e nondimeno si contano sugli scaffali delle biblioteche decine e decine di libri di tradizioni popolari che trattano l’argomento. Ultimo in ordine di tempo, è uscito il film di Enrico Pau, una produzione cinematografica che vanta un cast internazionale grazie al sostegno di importanti istituzioni culturali nazionali e regionali (Mibact, Regione Sardegna, Film Commission).

L’Accabadora di Enrico Pau è una giovane donna di un non meglio identificato villaggio del Campidano che approda a Cagliari durante la seconda guerra mondiale alla ricerca della nipote. Vi giunge proprio nel momento in cui la città viene bombardata dagli americani. La donna si aggira solitaria e senza paura tra le macerie delle case distrutte. Parla poco, e pur nella sua apparente freddezza tradisce un’anima tormentata. Le è toccato in sorte di ereditare un ingrato ruolo sociale: finire a colpi di mazza (o soffocandoli) i malati senza speranza, per interromperne le sofferenze.

Bravi gli attori e bella la fotografia. Il film è certamente un veicolo di promozione della città (suggestivi gli scorci di Cagliari), dei suoi prodotti artistici (il mantello dell’Accabadora è firmato dallo stilista algherese Marras) e delle sue tradizioni più famose (Sant’Efisio).

Forse la storia raccontata è un po’ debole. Ma il vero limite di questo film, a mio avviso, sta nel messaggio affidato alle ultime scene. Coinvolta emotivamente l’Accabadora non riesce a porre fine alle sofferenze della nipote rimasta gravemente ferita a seguito dei bombardamenti. Così, in un ideale passaggio di testimone, a concludere l’opera sopraggiunge il giovane medico, suo amico. Chiaro il tentativo di attualizzare il ruolo dell’Accabadora ponendolo in relazione all’attuale e delicata questione dell’eutanasia.

Se l’intenzione del regista era – come appare dallo sguardo benevolo che riserva alla protagonista  – quella di spendersi a favore del diritto alla buona morte, l’utilizzo di questo mito appare quanto mai controproducente. Quello dell’Accabadora è infatti un mito assolutamente falso, privo di ogni evidenza storico-scientifica. Di contro cercare di avvalorarlo è un’operazione culturale assai discutibile. Sostenere più o meno surrettiziamente (come pure fa lo stesso regista nelle sue interviste e nei titoli di coda del film) che questa figura possa essere esistita significa alimentare la già troppo diffusa tendenza alla creduloneria nei confronti di quanto ci viene proposto dalla tradizione. Significa, in ultima analisi, incentivare nelle persone un atteggiamento di accettazione passiva e acritica nei confronti del sentito dire, ovvero disporle a dare credito a tutta quella informazione non vera che passa attraverso la rete e i social media. Con tutti i guasti che ciò comporta.

Che l’accabadora sia un mito totalmente inventato lo dimostra Italo Bussa in un saggio del 2015 intitolato L’accabadora immaginaria. Una rottamazione del mito (Edizioni della Torre). Con rigoroso metodo scientifico l’autore, seguendo la lezione di grandi storici come Marc Bloch e Jaques Le Goff, risale all’origine del mito, ne analizza le componenti, ne evidenzia le incongruenze, ricostruisce il perverso meccanismo della sua trasmissione, arrivando infine a demolirlo fin dalle fondamenta.

Difficile opporre resistenza alle numerose e solide argomentazioni sviluppate da Italo Bussa per dimostrare l’infondatezza storica del mito dell’Accabadora. A me è bastato apprendere, per convincermene, che in nessun archivio storico, laico o ecclesiastico, sardo o spagnolo esistano testimonianze a questo riguardo. Sono infatti ormai numerose le ricerche condotte in questi archivi. Si conta, ad esempio, che solo il ricercatore Tonino Serra abbia consultato oltre 40.000 fascicoli processuali di cause criminali. Possibile che nessun tribunale civile o ecclesiastico abbia mai trattato una causa che riguardasse le accabadoras e la loro inquietante attività? Eppure si trattava di una pratica inveterata e diffusa (tale doveva essere se la si accredita come una tradizione) che si configura di fatto come un omicidio. E se non vogliamo credere che Torquemada fosse più aperto di Papa Francesco, l’esistenza di una simile usanza – che andava contro il principio cattolico per cui il termine alla vita dell’uomo può essere posto solo dalla divinità – non poteva certo essere accettata dalla Chiesa. Men che meno poteva sfuggire al suo occhiuto controllo sociale. Pensare poi che, come si vede anche nel film, il tutto accadesse in assenza di testimoni, appare ancora meno credibile. In Sardegna la morte così come la nascita erano notoriamente un fatto comunitario.

Chi dunque non si rassegna a veder scomparire ogni forma di pensiero razionale, è caldamente invitato a leggere questo libro.

S. M.

Fonte: Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas

Il sale della terra

serra-peladaÈ  in questi giorni nelle sale lo straordinario e imperdibile film di Wim Wenders e di Juliano Ribeiro Salgado, dedicato a Sebastião Salgado, tra i più grandi fotografi del mondo. “Voi siete il sale della ter­ra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato?” (Mt, 5,13- 16). Certamente Wenders, il grande regista tedesco di “Paris, Texas “Il cielo sopra Berlino”, “Così vicino, così lontano”, “Lisbon story”, ”Buena Vista Social Club”, “Pina”(dedicato a Pina Bausch), aveva presente la parabola biblica, quando ha scelto il titolo del suo film “Il sale della terra”, che parla, attraverso il purissimo bianco e nero di Salgado, dell’uomo e degli uomini. Sono gli uomini e le donne il sale della terra, essi la concimano con il loro sudore, con le loro fatiche, con il lavoro, con i loro cadaveri. Il sale è amaro come il dolore, e Salgado se ne fa portavoce con la sua arte fotografica.

In 100 minuti di documentario fatto di immagini e di racconto diretto del protagonista, Wenders e Juliano Salgado seguono il suo percorso di vita, che comincia nel 1973 con una missione da economista in Africa da cui scaturisce un reportage sulla tragedia del Sahel. Da allora in poi, affiancato da Lélia Wanick, eccezionale compagna di vita sin dagli anni di università, con la quale condivide tutti i progetti e gli ideali di vita, per 40 anni Salgado è al centro di tutte le aree calde del mondo, dapprima lavorando per l’agenzia Gamma ed in seguito, dal 1979, per la Magnum Photos, che lascerà nel 1994 per fondare la “Amazonas Images” la sua autonoma agenzia fotografica.  Salgado è testimone del suo tempo, sempre dalla parte degli ultimi, denuncia la guerra, la miseria, le carestie, le ingiustizie sociali: i suoi soggetti sono le persone, soprattutto i loro occhi e i loro volti, e i gruppi umani. Così dalla visione  del film e delle foto di Salgado si esce dalla sala non tanto appagati dall’estetica, che pure ha il suo peso, quanto turbati dalla certezza che “è accaduto”.

Dalle guerre coloniali in Angola e Mozambico, dal Burundi allo Zaire, l’Uganda, il Kenia, il Ruanda, la sua America Latina e il suo Brasile, ai progetti/reportage sul lavoro dell’uomo (“Workers”), sulle Migrazioni, vero calvario contemporaneo (“Exodus” – L’umanità in cammino”), sulla condizione dei bambini nel mondo (“The Children”), la lotta contro la Polio (“The end of Polio”), Salgado tiene fede ad una sua idea “Un’immagine è come un appello a fare qualcosa, non soltanto  a sentirsi turbati o indignati. L’immagine dice: Basta! Intervenite! Agite!” O ancora “non sono un fotografo del nord del mondo, fotografo realtà povere come quella da cui provengo, non ho il senso di colpa dell’uomo occidentale. Ogni fotografia è una scelta , un impegno…”

La tragedia del Ruanda (1994), documentata da Salgado nella sua terribile spietatezza, è stato uno spartiacque nella biografia del grande fotografo brasiliano che nel film di Wenders afferma: «Noi umani siamo terribili animali, la nostra è una storia di guerra, repressione. Non meritiamo di vivere». Eppure in uno degli ultimi suoi lavori, “Genesi”, Salgado dopo un lungo  viaggio Isole Falkland, Isole Sandwich, nelle Galapagos, Madagascar, Sumatra, Nuova Guinea, Papuasia Occidentale, Canada , Alaska, a contatto con tribù indigene che vivono in simbiosi con la Madre Terra, sembra voler prefigurare un nuovo, possibile inizio “non siamo che un passaggio, te ne accorgi attraversando un deserto con pietre tagliate 16000 anni fa, scalando montagne in Venezuela di 6 miliardi di anni. Tornare al pianeta è l’unico modo per vivere meglio.” Wenders, che aveva cominciato il film con le terribili immagini della babele rovesciata della Serra Pelada in Brasile dove le “formigas” umane lottano per una pepita d’oro, poiché è il denaro che acceca l’uomo, conclude con il racconto di come Salgado e Lélia abbiano ripiantato 2,5 milioni di alberi, per ricostituire un lembo di foresta della fascia atlantica brasiliana nella fattoria di famiglia che la deforestazione aveva desertificato. Ora quel lembo di paradiso ricostruito è Parco Nazionale.

Tonino Sitzia

(Dal sito di Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas www.equilibrielmas.it)