Festa di San Sebastiano 2015

San Sebastiano 2015Da una decina d’anni anche a Sestu, così come in altri centri della Sardegna, il nuovo anno si apre con la celebrazione della festa di san Sebastiano. Nel nostro comune – spiega Roberto Bullita, cultore di storia e tradizioni popolari – questa festa era gradatamente caduta in disuso con l’avvento degli stili di vita legati alla società dei consumi e soprattutto per effetto della contrazione, nell’ambito dell’economia locale, del settore pastorale, cessando definitivamente di esistere intorno alla metà degli anni ’60 del Novecento. Come accade ancora oggi, in quei paesi della Sardegna che hanno portato avanti questa tradizione senza soluzione di continuità, negli ultimi secoli la festa era organizzata da un comitato di pastori che portavano il nome del santo (Pittanu, Srebastianu).

Fuoco di Sant'AntonioA riscoprire e riproporre la festa all’attenzione della comunità e delle autorità civili e religiose di Sestu è stata un’associazione culturale locale, Is Mustaionis e s’Orku foresu, interessata a evidenziare e valorizzare i legami che questa ha con l’avvio del Carnevale. La popolazione fin da subito ha accolto la festa e i suoi riti con curiosità e interesse e in breve tempo ne ha fatto uno gli appuntamenti più attesi e partecipati dell’anno. Ha certamente giocato a suo favore la memoria che di essa avevano conservato gli anziani e tutti coloro che l’avevano conosciuta da bambini. Ma il suo rilancio si deve anche alla partecipazione dei tanti nuovi residenti provenienti da zone della Sardegna dove la tradizione del falò di san Sebastiano (su fogaroni) è ancora molto viva e sentita.

La festa di san Sebastiano – come dimostrano le ricerche di Roberto Bullita – affonda le sue radici in un lontano passato e faceva parte di una triade di feste che si svolgevano a Gennaio, accomunate dal rito del fuoco (Sant’Efisio, Sant’Antonio Abate, San Sebastiano). Al fuoco la tradizione pagana, su cui si è poi innestata quella cristiana, attribuiva una funzione purificatrice. Le fiamme bruciavano tutti i mali del mondo e i santi proteggevano e guarivano gli uomini e gli animali dalle malattie, in particolare dalle pestilenze, portatrici di lutti e dolori. Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio tutta la comunità si incontrava intorno al fuoco e si intratteneva, tra canti e balli, fino all’alba. Rientrando ciascuno nelle proprie abitazioni, gli uomini e le donne del paese recuperavano dalla cenere ancora calda gli ultimi tizzoni ardenti (munzionis), per conservarli come amuleti contro le malattie e i temporali.

I musicistiLa festa ritrovata si svolge, anche oggi, all’insegna della tradizione, intorno all’accensione di un grande falò. Nuovi e vecchi residenti dopo il tramonto si riuniscono nel piazzale lungo l’argine del fiume e lì si fermano per ore a scaldarsi e contemplare il grande fuoco che continua a conservare intatto l’antico alone di magia. Accompagnati dalla musica delle launeddassulittu e organetto, molti si uniscono in un grande cerchio per ballare su ballu tundu, altri cenano all’aperto, in compagnia, con pane, formaggio e salsiccia.

San Sebastiano_SestuAll’improvviso, quando le fiamme si levano alte, compaiono sulla scena le terrificanti maschere del carnevale arcaico. Si muovono lente a ritmo cadenzato e interpretano una pantomima di morte e rinascita che contribuisce a rendere ancora più suggestiva e misteriosa l’atmosfera. All’apice della festa, ad aggiungere fuoco al fuoco, si inserisce uno spettacolo pirotecnico che saluta coloro che devono rientrare a casa per alzarsi presto la mattina.

La comunitàCome tante feste tradizionali, la festa di san Sebastiano ha perso molti dei significati e dei valori che rivestiva in passato. Ma i tanti elementi simbolici di cui è intessuta ci permettono oggi di attribuirgliene di nuovi. La comunità che si stringe in cerchio intorno a uno degli elementi della natura, se vogliamo, può essere letto come l’affermazione del valore della collettività che si oppone all’individualismo e ai suoi modelli culturali e sociali, il cui dominio oggi sta umiliando le speranze di milioni di persone e contribuendo a distruggere l’ambiente in cui viviamo.

Sandra Mereu

Festa di San Sebastiano 2014

San Sebastiano 2013 (foto R. Bullita)_3

Falò di San Sebastiano, Sestu – Foto di R. Bullita

PROGRAMMA

Domenica 19 Gennaio

Ore 19,00

Accensione del falò tradizionale (area sterrata adiacente Via Piave, fronte ingresso Via Cesare Picciau) – Benedizione religiosa del fuoco – Comparsa delle maschere tradizionali «Is Mustayonis e S’Orku Foresu» e sfilata libera per le vie del paese.

Ore 20,00

Ballando intorno al fuoco: suonate e danze tradizionali sarde. Partecipano i gruppi folk locali “I Nuraghi” e “San Gemiliano” con il gruppo amatoriale di ballo sardo “Amori e Tradizioni”, accompagnati dai suonatori di musica sarda. Tutta la popolazione è invitata a unirsi al grande “Ballu tundu” intorno al falò.

Ore 20,30

Degustazione con assaggio di vini novelli e prodotti tipici locali del settore pastorale sestese.

Ore 21,00

Spettacolo Pirotecnico dei F.lli Massa di Serdiana.

Lunedi 20 Gennaio

Ore 17,00

Messa cantata in onore del Santo nella Chiesa Parrocchiale San Giorgio.

Ore 18,00

Processione religiosa accompagnata dai suonatori di launeddas Renzo Zucca e Mauro Spiga, dai gruppi folcloristici locali e dall’Associazione “Cavalieri San Giorgio” di Sestu.

Ore 19,30

Cascata pirotecnica in Piazza Giovanni XXIII (Chiesa S. Giorgio).

Locandina San Sebastiano 2014

Festa di San Sebastiano 2013

Si rinnovano anche quest’anno, tra sabato 19 e domenica 20 gennaio, i festeggiamenti in onore di San Sebastiano, incentrati intorno al suggestivo rito del fuoco (su fogaròni). La festa di San Sebastiano è una tradizione che risale a tempi molto antichi, attestata a Sestu sin dal XVI secolo (vedi su questo stesso blog “La festa di San Sebastiano a Sestu” di Roberto Bullita).

Caduta in disuso negli anni ’60 del secolo scorso, questa festa è stata riscoperta e rilanciata, una decina d’anni fa, dall’associazione “S’orku Foresu e Is Mustaionnis”, a partire dai suoi legami con l’avvio del Carnevale, e in breve tempo è diventata uno gli appuntamenti più attesi e partecipati dell’anno.  Intorno a su fogaròni di San Sebastiano si radunano ogni anno centinaia di persone, sia sestesi d’origine che nuovi residenti, specie quelli provenienti da zone della Sardegna dove la tradizione del falò di San Sebastiano è ancora molto viva e sentita.

La festa avrà inizio nella serata di sabato 19, con l’accensione della catasta di legna sistemata nello spiazzo sterrato di via Piave, da cui divamperà un grande falò. Intorno al fuoco si svolgeranno le danze propiziatorie delle antiche maschere tradizionali (is mustaionis e s’orku foresu) e i balli sardi accompagnati da launeddas e organetti. La serata proseguirà con la degustazione di prodotti tipici isolani e l’assaggio di vini novelli e si concluderà  a tarda sera con uno spettacolo pirotecnico.

Per i dettagli del programma  cliccare su LOCANDINA SAN SEBASTIANO 2013.

(S. M.)

Intorno a su fogaroni

La festa di San Sebastiano celebrata giovedì scorso a Sestu ha raccolto intorno al gigantesco falò, che dalla notte dei tempi continua a esercitare intatto il suo ipnotico fascino carico di mistero, moltissime persone, forse migliaia. L’ubicazione scelta ha sicuramente favorito la partecipazione della popolazione. Dopo due anni, conclusi i lavori di allargamento della strada, è stato nuovamente possibile sistemare su fogaroni nell’alveo adiacente la via Piave. La gente ha iniziato ad arrivare fin dopo il tramonto e accompagnata dalla musica delle launeddas, sulittu e organetto, si è intrattenuta sino a tarda notte intorno al magico fuoco. Molti (sempre di più) si sono uniti in un grande cerchio per ballare su ballu tundu, altri hanno cenato in compagnia all’aperto con pane, formaggio e la squisita salsiccia sapientemente arrostita dagli organizzatori della festa, Is Mustaionis e s’Orku foresu. Appena il falò ha iniziato a divampare, all’improvviso sono comparse le terrificanti maschere, a rendere ancora più suggestiva l’atmosfera con l’arcaica pantomima di morte e rinascita. Mentre all’apice della festa, per aggiungere fuoco al fuoco, uno spettacolo pirotecnico davvero incantevole ha salutato coloro che l’indomani mattina dovevano andare a scuola o a lavoro. La riscoperta di questo genere di festa, realizzata con pochi mezzi e interamente finanziata con i proventi della questua, assume un significato che va al di là del folklore. A me piace pensare che oggi, in tempo di crisi e di sfaldamento dei valori collettivi, il riferimento a un passato in cui il lavoro e la fatica degli uomini erano un valore al centro della società e la comunità era capace di stringersi in cerchio significa guardare alle radici per attingere linfa e forza per costruire un nuovo futuro a dimensione umana. (S. M.)

I protagonisti della festa:

Il fuoco - Foto di R. Bullita

I musicisti - Foto di R. Bullita

La comunità - Foto di R. Bullita

Le maschere - Foto di R. Bullita

“Fogu, fogu pò donnia logu”

Il periodo invernale che dalle feste solstiziali conduce all’equinozio di primavera, quando il sole diventato adulto rinnova il periodo più luminoso dell’anno, è contrassegnato da una serie di feste e cerimonie di segno diverso. Alcune orgiastiche e trasgressive come il Carnevale, altre purificatorie e penitenziali come la Candelora, le Ceneri e la Quaresima. Rimandano invece ad antichi riti pagani propiziatori, che si sono poi fusi con credenze cristiane più recenti, le feste di Sant’Antonio Abate e di San Sebastiano.  Di quest’ultima ho già detto su questo stesso blog. Oggi, in coincidenza con la festa che si celebra in tutta l’isola, voglio parlare del culto di Sant’Antonio Abate  e delle tradizioni ad esso legate.

Fin dal lontano passato la figura di questo Santo, ancora oggi molto celebrato, ha esercitato un particolare fascino presso i popolani di tutte le regioni italiane e sul suo conto sono fiorite numerose leggende. Tra tutte, la più conosciuta è quella che gli attribuisce il merito di aver fatto conoscere agli uomini l’uso del fuoco. Con la scusa di riscaldarsi, discese all’inferno da dove trafugò, con la complicità del suo maialino, il “sacro elemento” servendosi del suo bastone di ferula. Risalito sulla terra, accese una catasta di legna e da allora il fuoco incominciò a riscaldare tutta l’umanità. Una versione tutta sarda della leggenda evidenzia che Sant’Antonio portò la magica e calda fiamma anche nella terra dei nuraghi accompagnandola al grido di: “Fogu, fogu pò donnia logu; linna, linna pò sa Sardinna”. E’ evidente il richiamo al mito di Prometeo e quindi a tradizioni e culti antichissimi che, innestatisi nella fede cristiana, sono giunti fino a noi con tutto il fascino e il mistero della lunghissima storia del Su Fogu, da sempre temuto e venerato. Per i filosofi greci era uno dei “quattro elementi” dell’Universo, oggi è perlopiù associato al colore del sangue, al calore del corpo e quindi alla vita. La fiamma e il suo perpetuo ardere perdurano invece nel tempo come espressione e simbolo del divino e della Divinità.

Studi basati su documenti e testimonianze degne di fede* evidenziano che il “padre del monachesimo” non è solo una figura leggendaria ma sarebbe realmente vissuto in Egitto da eremita, tra il 250 e il 356, lungo le sponde del Nilo e nel deserto di Monte Qolzum dove l’Abate Antonio si spense ultracentenario il 17 gennaio. Da allora, la tradizione popolare proprio nel cuore dell’inverno, la notte tra il 16 e il 17 gennaio, affida all’unica usanza dei falò accesi il compito di rinnovare gli antichi culti e riti pagani, caricandoli di significati propiziatori e purificatori. Le pratiche e credenze cristiane attribuiscono al Santo e alle sue reliquie miracoli, prodigi ed immensi poteri taumaturgici. Ancora oggi Sant’Antonio Abate viene invocato dai malati dell’herpes zoster, popolarmente conosciuto proprio come “fuoco di Sant’Antonio”. Poiché si credeva che il fuoco potesse bruciare ogni malattia del mondo, alle fiamme dei grandi falò accessi la notte della vigilia del 17 gennaio si riconosceva una funzione purificatrice.

In Sardegna, quando gli ultimi tizzoni sono quasi spenti, c’è ancora gente che si preoccupa di portare a casa monconi di legno carbonizzato per conservarli come amuleti contro il dolore di ventre e altri malanni. Ma la festa di Sant’Antonio, al di là degli aspetti religiosi, ha rappresentato per le comunità sarde un appuntamento molto suggestivo per la funzione aggregante che svolgeva. Nei giorni immediatamente precedenti la festa, i giovani dei vari paesi dell’isola di nome Antonio e coloro che ritenevano di aver ricevuto dal Santo una specifica grazia, provvedevano alla raccolta della legna da ammucchiare per il falò che la notte della vigilia veniva acceso nei piazzali delle Chiese a lui dedicate. Per consuetudine si disponevano grossi tronchi secondo una configurazione tronco-conica che ricorda quella di un grosso bétile (elemento tipico della simbologia fallica e quindi della fertilità). I tronchi venivano poi avvolti con arbusti e fascine secche per facilitarne la corretta combustione. Nella fase della preparazione della catasta, tra i vari gruppi di giovani impegnati spesso sorgeva una sorta di competizione spontanea per sistemare i ceppi più grossi nel miglior modo possibile, affinché il fuoco rimanesse acceso tutta la notte e la gente potesse prolungare la propria presenza intorno al falò, ballando e cantando allegramente fino all’alba. Da parte loro le ragazze partecipavano simbolicamente ai preparativi per l’innalzamento della pira offrendo dolci e frutta ai loro coetanei. La sera, al termine della funzione, il sacerdote in processione compiva tre giri intorno al cumulo di legna e lo benediceva. L’accensione del falò costituiva il momento più importante e solenne del rito, che ancora oggi viene eseguita seguendo modalità ben precise. Il fuoco viene appiccato in un punto ben preciso della pira, perché dal suo andamento iniziale si traggono buoni o cattivi auspici per l’annata e le sorti della gente. Si credeva infatti che la diffusione rapida delle fiamme fosse presagio di buona annata, mentre  tentennamenti nello sviluppo delle stesse o addirittura lo spegnersi del primo focolaio erano considerati segno di cattiva annata e di malo auspicio per la comunità.

Nei paesi a prevalente economia pastorale, quando il fuoco divampava in un gran rogo, venivano fatte sfilare alcune pecore a simboleggiare le greggi della comunità. Questo rituale segnava un particolare momento di allegria fra i presenti perché i pastori, spesso e volentieri, erano costretti a rincorrere gli animali che fuggivano spaventati dalle fiamme. Secondo gli studiosi di tradizioni popolari, la partecipazione dei pastori con la piccola rappresentanza di animali aveva il duplice scopo di esorcizzare l’intera comunità e le bestie dal rischio di malattie e di propiziare una feconda annata per tutti. Durante la festa, quando le fiamme si attenuavano, tra i giovani di ambo i sessi era consuetudine saltare il fuoco tenendosi per mano, riesumando in tal modo un antico rito legato alla procreazione e quindi, al perpetuarsi della vita. Ma in tanti paesi della Sardegna la festa di Sant’Antonio Abate ha segnato e segna tuttora l’inizio del Carnevale. A Mamoiada, ad esempio, dopo l’accensione del falò escono in corteo le maschere dei Mamuthones e Issocadores e con la loro danza ritmica eseguita attorno al fuoco danno avvio ai festeggiamenti Carnevaleschi. Per l’occasione, ai visitatori presenti viene offerto un piatto di fave con cotenna di maiale e dolci tipici del luogo, tra cui su papassinu nigheddu: una specie di panforte con mandorle, noci, nocciole, uvetta, miele, buccia d’arancia e mosto raffinato con la cenere bollente.

A Sestu i fuochi di Sant’Antonio si sono  estinti agli inizi del secolo scorso, ma i sestesi ancora per moltissimi anni hanno continuato a raccogliere e ammucchiare legna per accendere altri falò che, proprio nel freddo mese di gennaio, divampavano in onore di San Sebastiano nelle piazze del paese. E quasi a volersi riscattare per aver abbandonato l’antico culto di Sant’Antonio Abate, la comunità ha continuato sino ai nostri giorni a cantare e ballare in allegria intorno al suo miracoloso e leggendario falò.

Roberto Bullita

* Vita S. Antonii di Atanasio di Alessandria (suo discepolo), IV sec., ripresa poi dalla Legenda Aurea di Iacopo da Varagine, XIII sec.

La Festa di San Sebastiano a Sestu

Da tempo immemorabile il 20 gennaio la Chiesa festeggia San Sebastiano. Una passione del V secolo e soprattutto la leggenda che ben presto si fuse con i pochi dati storici disponibili fanno di Sebastiano un ufficiale dei pretoriani intimo amico dell’imperatore Diocleziano che, grazie al suo ruolo di prestigio a corte e nell’esercito, ebbe modo di soccorrere tanti cristiani in carcere o condotti  al supplizio. Quando il suo “gioco” venne scoperto, fu convocato dall’Imperatore che cercò di riconquistarlo alla propria visione del mondo facendo appello alla vecchia amicizia. Di fronte alla fede incrollabile di Sebastiano, all’Imperatore che si “considerò tradito dentro la sua stessa casa” non restò altra scelta che quella di condannarlo e per ciò fu legato al tronco di un albero in un bosco e trafitto dalle frecce dei suoi commilitoni. Una versione della leggenda evidenzia che l’ufficiale, creduto morto dai romani, venne raccolto e curato dalla matrona romana Irene. Appena guarito, tuttavia, si ripresentò al cospetto di Diocleziano, che stavolta lo fece flagellare e uccidere a frustate, ordinando che il corpo esanime fosse gettato nella fogna affinché nessuno potesse più trovarlo. Tuttavia, una notte il Santo comparve in sogno alla matrona Lucina (un’altra versione della leggenda parla di un compagno di fede) e le indicò il luogo dove giacevano le sue membra spoglie.  Recuperate le spoglie, Lucina diede poi a Sebastiano degna sepoltura nelle Catacombe che in seguito presero il suo nome. Dopo la sua morte il culto per Sebastiano  si diffuse in ogni luogo e anche in Sardegna, dove la devozione per questo Santo è attestata dalle tante chiese a lui dedicate in moltissimi paesi isolani.

Per quanto riguarda Sestu, la certificazione storica di una chiesa rurale a lui consacrata attesta che San Sebastiano era venerato dai sestesi già dal lontano 1500, ma è probabile che il suo culto possa risalire a tempi ancora più antichi. In ogni caso, i documenti d’archivio attestano che già dai primi anni del Seicento i vari obreros de San Sebastian si alternavano nella ricerca di fondi per celebrare la festa in suo onore e per effettuare le dovute manutenzioni alla chiesa, che purtroppo nella seconda metà del Settecento sarà profanata e infine, sconsacrata. Ciononostante i festeggiamenti per il Santo continuarono ancora per qualche secolo, finché non andarono in disuso verso il 1964. A Sestu la festa di San Sebastiano era organizzata dai pastori e da coloro che portavano il suo nome (Pittanu, Srebastianu) e il Santo era invocato come guaritore e protettore contro le pestilenze che, soprattutto in passato, decimavano sia uomini che bestie. Per questo motivo, secondo l’antica tradizione, era consuetudine attribuire alle fiamme de su fogadoni che veniva tenuto acceso la notte della vigilia una funzione purificatrice, in quanto si credeva che il fuoco potesse bruciare tutti i mali del mondo ed in particolare la tanto temuta peste, portatrice di lutti e dolori. La festa naturalmente continuava fino all’alba tra canti e balli  che si svolgevano attorno al fuoco e all’indomani, prima dello spegnimento degli ultimi tizzoni ardenti, la gente si preoccupava di portare a casa recipienti pieni di brace o monconi di legno carbonizzato (munzionis) recuperati dalla cenere ancora calda, per conservarli come amuleti contro le malattie e i temporali.

Is mustaionis e s’orku foresu

Nei primi decenni del secolo scorso, inoltre, la festa di San Sebastiano segnava in paese anche l’inizio del Carnevale, con la comparsa delle prime maschere che andavano in giro casa per casa alla ricerca delle tanto sospirate frittelle. In seguito l’avvio del ciclo carnevalesco fu fatto coincidere con la Candelora, altra festa di carattere religioso ma dai forti influssi propiziatori legati ad antiche credenze e ai culti agrari. Come già evidenziato in precedenza però, così com’era successo per Sant’Antonio Abate o Sant’Antoi de su fogu agli inizi del primo decennio del novecento, anch’esso venerato a Sestu come Santo guaritore e portatore del fuoco purificatore e rigeneratore dai mali, dopo il 1960 la festa di San Sebastiano andò in disuso e rimase soltanto nella memoria degli anziani e di coloro che, ancora bambini, riuscirono a vedere per l’ultima volta il grande falò acceso in suo onore, lasciando in tal modo un gran vuoto nel ciclo invernale delle feste tradizioni locali. Tuttavia, dopo circa quarant’anni di oblio, da quasi un decennio la festa in onore di San Sebastiano è stata riabilitata grazie all’impegno dell’Associazione culturale “Is Mustayonis e S’Orku Foresu”, che in collaborazione con le autorità civili e religiose hanno deciso di recuperare e riorganizzare l’antica festa, dando così la possibilità alla Comunità e soprattutto alle nuove generazioni di riacquisire un importante tassello della cultura tradizionale locale, nella speranza che questa antica festa possa continuare a vivere ancora per lungo tempo.

Festa di San Sebastiano 2012

 Roberto Bullita

La notte del buon consiglio

C’era il fuoco acceso. Pietro sentì il crepitio delle fiamme nel camino prima ancora di vederle. Eppure Teresa sarebbe dovuta essere a letto già da qualche ora. O era stato lui stesso ad accendere il fuoco con la forza del pensiero, tanto l’aveva desiderato ed evocato rientrando a casa a piedi, col freddo che gli era penetrato fin dentro le ossa?

Forse per il sollievo, forse per la stanchezza, forse per il sangue che aveva preso a circolare nuovamente nelle sue vene, in un impeto di euforia provò a testare ulteriormente le sue capacità di psicocinesi, utilizzando la forza del pensiero per accendere la luce. La lampadina però rimase ostinatamente spenta, al contrario delle guance di Pietro che si accesero di immediata vergogna non appena lo colse la consapevolezza di aver abdicato, anche se solo per un momento, alla sua solita razionalità. Stava dunque più realisticamente per allungare la mano verso l’interruttore, quando un movimento attirò la sua attenzione sul divano. Teresa, si alzò e rimase un istante ferma per riacquistare l’equilibrio, l’aspetto assonnato e arruffato contrastava con quello fiero e minaccioso del non meglio definito supereroe stampato sul plaid che la avvolgeva. Riuscì a rivolgergli comunque una muta domanda con lo sguardo, alla quale Pietro rispose con un leggero cenno affermativo. Lei accennò mezzo sorriso.

-“Non farci l’abitudine – disse indicando il fuoco – domani mi racconti com’è andata ho sonno, notte”.

-“Notte e grazie”, rispose Pietro sfiorando con le labbra i capelli della moglie.

Rimasto solo si lasciò cadere sul divano allungando i piedi verso il camino ringraziando ancora mentalmente Teresa per aver tenuto acceso il fuoco. Non che in caso contrario sarebbe morto di freddo. La loro casa era infatti dotata di un modernissimo sistema di riscaldamento, che lui come il resto della famiglia e di tutte le persone che frequentavano la loro casa trovava di solito assolutamente sufficiente. Di solito, ma non sempre. Non in giornate come quella in cui il suo bisogno di calore non si sarebbe placato con un semplice aumento di temperatura. No, aveva bisogno di quel calore che pervade tutti i sensi. Aveva bisogno di vederlo, di sentirne il rumore e il profumo. Aveva bisogno di sentirsene avvolto. Aveva bisogno del fuoco acceso nel cammino, insomma. E Teresa questo l’aveva capito. Ma d’altra parte la sua capacità di capirlo così profondamente era uno dei motivi per i quali l’aveva sposata. Un altro era il tempismo del suo sonno. Sembrava infatti che un sonno irrefrenabile cogliesse Teresa tutte le volte che lui rientrava troppo tardi e troppo stanco per chiacchierare o semplicemente quando voleva starsene in silenzio a leggere o guardare qualcosa in televisione. A volte poi il suo sonno interveniva a salvarlo da un destino atroce, come le volte in cui la moglie decideva che “bisognava” guardare insieme il festival di Sanremo o uno di quei varietà che vivono di rendita riproponendo in tutte le salse i migliori successi degli anni ’70-’80 e non perchè apprezzasse in alcun modo quella fiera di banalità canore e non o avesse qualche rigurgito di patriottismo, ma solo perchè quei programmi le ricordavano la sua infanzia. Nei primi tempi aveva provato ad opporsi, ma poi aveva imparato e cedeva magnanimo o addirittura si spingeva fino al punto di ricordarglielo lui, certo che sua moglie si sarebbe comunque addormentata prima dell’esibizione del primo cantante in gara, risparmiandogli quella pena e lasciandolo assoluto padrone del telecomando.

Quella sera era appunto una di quelle in cui aveva bisogno di stare un po’ per conto suo. Era stato un consiglio comunale lunghissimo ed estenuante e non si poteva dire che ne fosse uscito indenne. Ma da li a pochi giorni 120 disperati in fuga dalla guerra avrebbero avuto nel loro piccolo centro ospitalità degna di esseri umani. E all’altezza di un paese che aveva sempre fatto dell’accoglienza e dell’apertura a “l’altro” una propria bandiera. E questa per ora era la cosa più importante.

S. O.