Le parole per dirlo

Sull’importanza della lettura precoce come fattore di benessere personale e sociale sono stati scritti di recente libri ed articoli interessantissimi. Ovviamente non parliamo, come credono molti genitori, di bambini che imparano a leggere prima del tempo, ma della lettura condivisa fra adulto e bambino, di quel gesto d’amore che compie un adulto che legge una storia. Se vissuta in questo modo la lettura ad alta voce, e non così tanto per sbrigare il più velocemente possibile l’incombenza dell’ora della storia prima della nanna, diventa un’importante occasione di sviluppo sia relazionale (è una opportunità di relazione tra bambino e genitori), che cognitivo (si sviluppano meglio e più precocemente la comprensione del linguaggio). Ma come dicevo all’inizio, anche facendo una semplice ricerca in rete, si trovano articoli e suggerimenti bibliografici di persone che hanno spiegato queste cose meglio di quanto posso fare io (per me il principale riferimento è sicuramente Rita Valentino Merletti, Leggere ad alta voce, Mondadori Infanzie, III ed. Milano 2000).

Io qui voglio seguire il filo di un’altra riflessione, che a questa si lega e che parte ancora una volta dai libri e precisamente da un bellissimo saggio di Gianrico Carofiglio che a mio parere tutti dovremmo leggere, “La manomissione delle parole”. Nel primo capitolo intitolato “Quante parole, quali parole” l’autore analizza, citando ricerche scientifiche mediche e criminologiche, il rapporto tra i comportamenti violenti e la mancanza di strumenti linguistici adeguati ed efficaci sul piano del lessico, della grammatica e della sintassi. La conclusione è che i ragazzi più violenti non hanno un vocabolario in grado di esprimere la varietà delle proprie emozioni, e non sanno costruire un racconto. Non sanno raccontare storie. Io trovo quest’affermazione sconvolgente nella sua drammatica semplicità. Mi viene in mente l’inizio del manifesto di Nati per Leggere “Ogni bambino ha diritto ad essere protetto non solo dalla malattia e dalla violenza ma anche dalla mancanza di adeguate occasioni di sviluppo affettivo e cognitivo”. Ecco, un ragazzo che non sa raccontare storie non è stato adeguatamente protetto da questa mancanza. E questa carenza di abilità narrative viene drammaticamente a galla nel rapporto con l’autorità, quando è necessario ricostruire e descrivere (raccontare appunto) la successione, la dinamica e le possibili ragioni di un evento. E, prosegue Carofiglio, quando manca la capacità di nominare le emozioni, manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi. Così i ragazzi, sprovvisti degli strumenti linguistici necessari ad esprimere la rabbia, la tristezza e la frustrazione, finiscono per liberare questi sentimenti attraverso la violenza fisica. “Chi non ha nomi per la sofferenza la agisce, la esprime volgendola in violenza, con conseguenze spesso tragiche”.

A queste cose pensavo mentre guardavo le immagini della manifestazione di sabato, della violenza di quelli che troppo facilmente forse chiamiamo black bloc, e mentre provavo a dare una delle possibili letture del “problema”. Poi leggo che uno dei ragazzi arrestati studia psicologia, dunque almeno in questo caso non sembra la lettura giusta. Impossibile che un ragazzo che studia psicologia non abbia le parole per esprimere la rabbia. Eppure niente mi toglie dalla testa che probabilmente da bambino non gli sono stati letti i libri giusti. E a questo punto il filo dei miei pensieri torna al punto da cui siamo partiti, ai libri per bambini. Dalle parole alle immagini. Agli albi illustrati in particolare. Perchè proporre ai bambini dei libri illustrati di qualità è come portarli fin da piccoli a visitare una galleria d’arte. E io penso che la familiarità con questo tipo di libro contribuisca a creare una cultura dell’immagine positiva in contrapposizione a quella nel migliore dei casi stereotipata e nel peggiore assolutamente devastante proposta dai media. Una cultura del bello come valore estetico ma anche etico. E chi cresce con questo valore sarà portato ad agire la bellezza, non la rabbia. Perchè avrà le parole, le immagini o anche i suoni per esprimere in altro modo la voglia di lanciare un estintore.

Sandra Olianas

“La manomissione delle parole” di Gianrico Carofiglio (Rizzoli 2010)

Un grave delitto. A partire dall’originale trovata di costruire un libro intorno a un titolo inesistente, citato in un precedente romanzo (Ragionevoli dubbi, 2006) dello stesso autore, il recente saggio di Gianrico Carofiglio cattura proprio come la trama dei suoi noti gialli. Attingendo a un ampio repertorio di fonti letterarie, l’autore ci guida alla riscoperta del significato delle parole la cui alterazione è all’origine di un grave delitto: l’avvelenamento della democrazia. Da Zagrebelski ci fa dire che la democrazia si fonda sulla discussione, sul ragionamento comune e sulla circolazione delle opinioni, di cui le parole sono lo strumento privilegiato. Quando un regime muta verso forme autoritarie si assiste all’impoverimento della lingua e parallelamente alla distorsione e manipolazione della realtà. Se ne lamentava già Tucidide nel V secolo a.C. raccontando la guerra civile di Corcira (Corfù): “Cambiarono a piacimento il significato delle parole in rapporto ai fatti…, l’audacia sconsiderata fu ritenuta coraggiosa lealtà…il prudente indugio viltà…chi avesse avuto fortuna in un intrigo era intelligente…ma provvedere in anticipo ad evitare tali maneggi significava apparire disgregatore della propria eteria, e terrorizzato dagli avversari”. E non diversamente quattro secoli dopo Catone a Roma: “Davvero abbiamo smarrito da tempo il vero significato delle parole. Profondere i beni altrui viene detto liberalità, la spregiudicatezza nelle male azioni è sinonimo di forza d’animo; per questo lo Stato è caduto tanto in basso!”. In tempi più recenti l’operazione compiuta sulla lingua del Terzo Reich, studiata da uno scrittore di origini ebraiche vissuto all’epoca, Victor Klemperer, è un esempio concreto di come i totalitarismi agiscono sulle coscienze degli uomini per assumerne il controllo. Il patrimonio lessicale viene ridotto ai minimi termini, nessuna nuova parola viene prodotta e quelle preesistenti vengono manipolate. I cittadini di conseguenza limitano il controllo e la comprensione della realtà a una porzione angusta e limitata e i regimi autoritari hanno buon gioco a imporre un unico modo di pensare. Quella nazista è una lingua costruita su frasi fatte ripetute in continuazione. Ma, fa notare l’autore, non solo in quella lingua, non solo allora.

Parole usate come armi. A chi può sfuggire, infatti, che anche oggi siamo letteralmente bombardati da slogan volgari e da metafore grossolane? La più triviale: “la Lega ce l’ha duro”. La più banale: “i magistrati comunisti”. La più pericolosa: “la politica del fare”. Le parole vengono svuotate del loro significato e usate in contrapposizioni elementari (amore-odio, vecchio-nuovo, bene-male), che è cosa “da imbroglioni della politica”, buona a far vincere le elezioni. E al top dell’iperbole c’è il “partito dell’amore”: un vero e proprio ossimoro che implica la negazione stessa della democrazia. Un potere costruito su basi emotive significa regredire a logiche primitive (del tipo amico/nemico) da cui la cultura occidentale ha cercato di emanciparsi proprio attraverso la politica, intesa come gestione razionale (che niente a che fare con sentimenti come l’amore) di interessi contrastanti. Nota ancora Carofiglio che il “partito dell’amore” rievoca quello fondato nel 1991 dalla pornostar Ilona Staller. Le cronache degli ultimi tempi ci confermano che il riferimento a quel precedente, nella mente del suo inventore, non era purtroppo casuale. Ma se le parole – nella Germania di Hitler come nell’Italia di Berlusconi – possono ingannare, lo stile del linguaggio usato rivela apertamente la vera natura di chi le proferisce. E sono, allora come oggi, parole usate come armi, scagliate contro gli avversari e contro i cittadini. Una citazione per tutte: “I giudici sono matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana. Se fai quel mestiere devi essere affetto da turbe psichiche” (10/09/2003). Il libro continua con l’esplorazione di alcune parole chiave del linguaggio comune quali vergogna, giustizia, ribellione, bellezza, scelta e – non poteva essere altrimenti per uno scrittore magistrato – si conclude con l’analisi delle parole del diritto. Un saggio ricco di stimoli. Quanto mai utile da leggere, in questi giorni.

Sandra Mereu