Con l’ignoranza non si mangia!

Cagliari_ 6giug14C’è chi pensa, purtroppo anche tra i politici che ci governano, che il problema della dispersione scolastica in Sardegna e quindi della disoccupazione, si debba affrontare rinforzando il sistema della formazione professionale. Perché – dice chi la pensa così – è “meglio uno spazzino felice che un avvocato frustrato”. Coerente con queste teorie la convinzione che ci sarebbero in Italia, e in Sardegna, troppi laureati e per di più male assortiti a causa di un sistema universitario che si ostina a sfornare lavoratori non richiesti dal mercato. Convinzioni del genere risentono evidentemente di una lettura superficiale della realtà che scambia le cause con gli effetti. E per di più, non riuscendo a individuare il problema alla radice, analisi di questo tipo contribuiscono, nelle soluzioni che propongono, a cristallizzare le inaccettabili diseguaglianze sociali che delle vere cause sono oggi il portato più drammatico.

Per rendersene conto basta leggere l’ultimo libro di Giovanni Solimine (Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia, Laterza 2014). “Se il mancato assorbimento dei nostri laureati – scrive Solimine a pg. 14 – dipendesse soltanto da una loro insufficiente preparazione, le aziende si dovrebbero affrettare a investire nella formazione e nell’aggiornamento dei propri dipendenti o potrebbero cercare manodopera qualificata all’estero, invece ciò non avviene”. solimineSe dunque fosse sufficiente attivare corsi professionali per formare “felici” operai specializzati, non si capirebbe perché il 31% dei nostri laureati in ingegneria ha trovato occupazione all’estero e il numero degli occupati nel settori più innovativi, è molto limitato (poco più del 3%) e tende progressivamente a diminuire (mentre nel resto d’Europa cresce).

A Cagliari, lo scorso 6 giugno, nella Biblioteca regionale, Giovanni Solimine – sollecitato dalle argute domande del giornalista Celestino Tabasso – ha avuto modo di argomentare e contestualizzare le sue teorie. In Italia – ha detto – non esiste più un apparato industriale (non c’è più l’industria chimica, né l’industria automobilistica). La nostra economia si regge ormai quasi esclusivamente su un tessuto di piccole e medie imprese che non investe in innovazione e non sembra avere bisogno di competenze. Non riusciamo ad assorbire quei pochi diplomati e laureati che abbiamo (un numero di gran lunga inferiore a quello dell’area Ocse e dell’Europa); facciamo emigrare quelli più specializzati e non abbiamo nessuna attrattiva verso le persone competenti di altre nazioni.

Così facendo stiamo accumulando un enorme ritardo e costruendo le condizioni per uscire dal novero dei paesi più ricchi e avanzati. Perché ciò accade? Secondo Solimine il paradosso italiano è da mettere in relazione con la povertà intellettuale della nostra classe dirigente. “Metà dei manager, imprenditori, professionisti – ha dichiarato, snocciolando i dati più aggiornati – non legge i giornali, non legge libri non va mai a teatro. Sono cioè persone con consumi culturali basici, assolutamente non paragonabili a quelli dei loro omologhi dei paesi avanzati”. Va da sé che una classe dirigente di questo tipo non è in grado di capire quanto sia importante l’investimento in capitale umano, l’unica risorsa di cui ormai disponiamo in Italia. Il successo degli imprenditori italiani – secondo Solimine – è dovuto, più che alle competenze, alle relazioni familiari e ad altri fattori che poco hanno a che vedere con la conoscenza e la cultura. “Così se in passato abbiamo pensato che si potesse fare a meno delle competenze – ha chiosato – oggi scopriamo che i cinesi sono più furbi di noi…”.

Parafrasando don Milani si potrebbe dire che nell’Italia di oggi i padroni conoscono un numero di parole appena superiore a quelle di un operaio e per di più, nel suo complesso, il livello generale di acculturamento della popolazione è basso. Lo dicono chiaramente gli ultimi dati sulla lettura. La percentuale degli italiani che ha letto almeno un libro l’anno, già preoccupante di per sé, è scesa quest’anno di 3 punti percentuali (dal 46 al 43%). Un dato che deve far riflettere perché – scrive Solimine a pg. 10 del suo libro – “la capacità di leggere e di comprendere ciò che si legge rimane lo strumento principale attraverso il quale gli individui alimentano le proprie conoscenze”. Dopo 20 anni di disinvestimenti in cultura e istruzione – ha osservato Solimine – il risultato non poteva essere diverso.  Ma se queste sono le cause del male – ha commentato a sua volta Celestino Tabasso – le cure che vengono proposte soprattutto in Sardegna, terra di dispersione scolastica, sono di tipo omeopatico. Assolutamente inadeguate a curare  una sindrome che mina le basi stesse della società.

Di sicuro non risolvono il problema alla radice impostazioni basate su quell’insopportabile teoria che considera la cultura, i beni culturali, il petrolio della nazione. Il petrolio – ha precisato Solimine – è una cosa ben diversa dalla cultura. Per fortuna negli ultimi tempi al credo dominante, incentrato sulla monetizzazione della cultura, si sta contrapponendo un altro modo di vedere le cose. In quest’ottica Martha Nussbaum ha scritto un meraviglioso libro intitolato “Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica”. Da leggere anche il non meno illuminante “L’utilità dell’inutile” di Nuccio Ordine. Investire in conoscenza serve a migliorare il livello di convivenza e di coesione sociale e crea le condizioni favorevoli a innescare processi di innovazione. Dobbiamo farlo, a prescindere. Dopo di che possiamo anche dire – ha continuato Solimine – che investire in conoscenza conviene perché costa poco. Spendiamo in Cultura lo 0,16% del bilancio dello Stato. Ostinarsi a tagliare dunque serve a poco, non ne avremo risparmi particolarmente significativi. Sono altri i settori su cui bisognerebbe tagliare. “Proviamo invece a immaginare – ha quindi suggerito – cosa succederebbe se dallo 0,16% passassimo allo 0,32%. Come cambierebbe la vita nelle nostre comunità se a un direttore di biblioteca, a un direttore di museo, a un direttore di una scuola noi dessimo il doppio dei soldi”.

Solimine2Allo stesso modo, non si combatte efficacemente il fenomeno della dispersione scolastica con corsi professionali e forse neanche con corsi extrascolastici mirati. Per Solimine il problema si cura provando a immaginare modi diversi di fare scuola. Quelli attuali appaiono molto lontani da ciò che può interessare e incuriosire un ragazzo. Nella scuola immaginata da Solimine la lettura acquista assoluta centralità. Diventa pratica educativa, un modo di fare lezione in tutte le materie e non invece, come è ora, qualcosa da fare a casa o relegare nel tempo libero.

Ciò che serve veramente all’Italia di oggi sono politiche complementari. Scrive Solimine – e noi siamo d’accordo con lui! – che “una politica per l’istruzione e le competenze deve raccordarsi a una politica industriale, nel quadro di una strategia più ampia” (pg. 15).

Sandra Mereu

Le torri di Kar El: dal testo al contesto.

Quando Carla Cristofoli mi ha chiesto di intervenire alla presentazione del suo libro, Le Torri di Kar El, mi sono posta il problema di quale taglio dare all’incontro, a partire dalla considerazione che la Biblioteca comunale, che lo organizzava, non è un “presentificio” di libri al servizio dell’editoria locale, ma un’istituzione culturale che seleziona i libri da proporre ai lettori  e promuove la lettura nel territorio. Ho pensato dunque che la presenza dell’editore accanto all’autore (fatto non scontato quando si presenta un libro) potesse diventare l’occasione per riflettere e discutere non solo sul libro ma anche intorno al libro. Che si potesse cioè parlare del testo e del suo contesto. Che insomma l’occasione non fosse solo uno spot promozionale ma un vero incontro culturale, da cui uscire arricchiti e con la voglia di approfondire. Il discorso si è dunque sostanzialmente annodato intorno alle due caratteristiche fondamentali del libro, e cioè al fatto di essere un ebook e di rivolgersi ai bambini.

«E’ un ebook»

Kar El 1Le Torri di Kar El, non è un libro come quelli che siamo stati abituati a leggere fin da bambini, un libro di carta che si sfoglia. Non è un oggetto dove il testo, le parole che compongono la storia sono impresse su fogli di carta e tutti insieme questi elementi compongono un oggetto fisico che a casa riponiamo nelle librerie e in biblioteca troviamo negli scaffali. L’ebook è un libro elettronico. E’ qualcosa di immateriale che non possiamo tenere in mano ma che possiamo leggere soltanto attraverso un dispositivo di lettura (e-reader, tablet, smartphone). Dove la pagina è sostituita da uno schermo e i caratteri stampati sono stati sostituiti dai bit. Il dispositivo di lettura ha la consistenza e la leggerezza di una tavoletta che ci possiamo trasportare comodamente in borsa e oltre ad essere il supporto del testo è allo stesso tempo un contenitore capace di contenere moltissimi libri. Un’intera libreria.

Tutte queste caratteristiche tecniche ci aiutano a capire che ci troviamo a vivere in un’epoca di passaggio per il libro, inteso come veicolo fondamentale di trasmissione della cultura, della conoscenza e della memoria. Un passaggio che Gino Roncaglia¹ ha definito “La quarta rivoluzione”. Le precedenti rivoluzioni nella storia dei supporti e delle forme di trasmissione della conoscenza sono quelle che hanno riguardato il passaggio dall’oralità alla scrittura e poi il passaggio dal volumen al codex, cioè dalla forma rotolo alla forma libro (paginato e rilegato). La terza rivoluzione è quella rappresentata dall’invenzione della stampa (1455) le cui conseguenze per la diffusione della cultura su larga scala sono ben note. Qualcuno considera il passaggio all’ebook più dirompente, perché i cambiamenti interessano non solo la tecnica di riproduzione del testo ma anche le strutture e le forme del supporto che comunicano il testo al lettore. Un fatto, questo, destinato ad avere conseguenze importanti nei modi e nelle forme della lettura. Conseguenze che oggi non è facile prevedere fino in fondo.

«E’ un libro per bambini»

FenicotteroLa biblioteca comunale di Sestu è stata una delle prime biblioteche della Sardegna a creare la sezione per bambini. Simonetta Mura, la direttrice, da anni dedica particolare attenzione, impegno, studio e moltissime energie, alla promozione della lettura fin dalla prima infanzia convinta che questo abbia effetti di lungo termine nello sviluppo cognitivo del bambino e nella sua capacità di capire e rielaborare il mondo. Una missione che oggi, in un Italia dove meno della metà degli italiani legge almeno un libro all’anno e in una Sardegna che vanta il triste record dell’abbandono scolastico, risulta di fondamentale e prioritaria importanza.

«E’ una scrittrice che legge»

Carla CristoforiL’autrice del libro, Carla Cristofoli, come è stato rimarcato più volte nel corso dell’incontro, è nata e cresciuta a Sestu. Si è laureata in lettere e da qualche anno vive a Parigi dove insegna italiano. E dove, accanto al suo lavoro, ha iniziato a coltivare anche la sua passione per la scrittura. A Parigi ha anche cominciato a raccogliere i primi riconoscimenti. Di recente ha partecipato con alcuni suoi racconti al Festival delle arti della Sardegna. E Francesco Abate, in trasferta a Parigi per un tour di presentazioni, l’ha voluta al suo fianco per la presentazione di “Chiedo Scusa”.

Ciò che mi è piaciuto evidenziare di Carla Cristofoli è il fatto che la sua passione per la scrittura deriva da quella per la lettura. Dire che uno scrittore è anche un lettore non è scontato. Ci sono infatti scrittori che dichiarano che quando scrivono non leggono, perché non vogliono essere influenzati e plagiati da ciò che leggono. Un fatto che valuto come un implicito riconoscimento della potenza della lettura. Ma c’è anche chi tra gli scrittori non legge in generale.

Carla invece è una scrittrice che legge. E per me questo è ancora ciò che fa la differenza tra scrittori veri e presunti tali. Nella sua formazione di lettore – mi ha raccontato – proprio la Biblioteca comunale di Sestu ha giocato un ruolo fondamentale. La biblioteca era per lei un luogo accogliente, ricco di nutrimento, di quel cibo necessario a soddisfare la curiosità del mondo che è tipica di un bambino e di un adolescente. Un luogo dove una bibliotecaria, competente sui libri e sulla lettura, sapeva ascoltare e consigliare. Questo racconto mi fa ha fatto venire in mente quello che Andrea Camilleri dice sulla Biblioteca comunale di Enna frequentata negli anni dell’adolescenza. Un’esperienza che, insieme all’incontro con il bibliotecario (l’avvocato Fontanazza), Camilleri considera all’origine della sua vocazione di scrittore. L’augurio è naturalmente che anche Carla, come il grande Camilleri, possa trarre dalla sua passione e dal suo impegno per la scrittura tante soddisfazioni anche per il futuro.

«E’ un editore digitale»

Umberto Eco sostiene che il libro di carta è uno di quegli strumenti che una volta inventati non possono più essere migliorati. Uno di quegli strumenti come la forbice, il martello, il coltello, il cucchiaio e la bicicletta. Ciò in riferimento alla facilità di lettura, di trasporto, all’economicità, la resistenza all’uso, alla comodità della forma per l’immagazzinamento negli scaffali, alla funzionalità dell’impaginazione numerata nel consentire la costruzione di indici. Va detto che l’e-reader ha riprodotto molti degli elementi che hanno decretato il successo del libro cartaceo. Ma – almeno finora – non sembra che le potenzialità proprie del libro elettronico siano state esplorate sino in fondo. Giovanni Solimine² ha osservato – a questo proposito – che come è accaduto a metà del XV secolo con i primi libri a stampa rispetto al manoscritto, sembra quasi che l’ebook, forse per farsi accettare più facilmente, tenda a mimetizzarsi e a imitare il più possibile il libro su carta.

Le tecnologie di cui si dispone oggi potrebbero favorire l’elaborazione di nuove forme di organizzazione e presentazione dei contenuti. Un possibile esito è il libro a strati immaginato da Robert Darnton per i libri di storia. Cioè di un libro dove i contenuti sono strutturati per strati e livelli successivi. Il vantaggio, rispetto al libro di carta, si avrebbe nel fatto che, senza ingrossare troppo il libro, il lettore avrebbe a disposizione una pluralità di contenuti per fruire dei quali dovrebbe altrimenti passare da un supporto all’altro e collegarsi a internet. Un libro del genere inoltre offrirebbe al lettore percorsi di lettura alternativi: dalla narrazione di superficie a quella verticale e più approfondita (con la lettura di saggi e documentazione di supporto, commenti dei lettori, etc.), passando attraverso personali associazioni legate agli interessi di ciascuno.

Si capisce così che la saggistica e la manualistica sono le tipologie di pubblicazione che potrebbero maggiormente avvantaggiarsi del passaggio dal cartaceo al digitale. Ed è facile immaginare che anche altri settori dell’editoria (guide turistiche, scuola) potrebbero trarre vantaggio dalle potenzialità del libro elettronico.

Più difficile è invece immaginare in che modo l’editoria per bambini, che nel cartaceo ha raggiunto alti livelli di elaborazione teorica e concettuale insieme a soluzioni espressive di notevole qualità, potrebbe trarre vantaggio dall’evoluzione dell’ebook. E soprattutto in che modo i lettori bambini ne verrebbero influenzati.

La Logus Mondi Interattivi di Pier Luigi Lai, una casa editrice che pubblica solo in digitale, ha raccolto la sfida e accanto alla versione standard di Le Torri di Kar El, fatta di testo e immagini, ha creato anche una versione multimediale con l’inserimento di sonoro, video e strumenti interattivi. Il tempo ci dirà se siamo all’alba di una nuova rivoluzione anche in questo campo e se davvero il digitale potrà soppiantare i meravigliosi libri per bambini su cui, come dicono i dati istat, si regge gran parte dell’editoria italiana.

Sandra Mereu

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1. Gino Roncaglia, La quarta rivoluzione. Sei lezioni sul futuro del libro, Editori Laterza 2010.

2. Giovanni Solimine, Senza sapere. Il costo dell’ignoranza in Italia, Editori Laterza 2014.