“Sulla faccia della terra”, Giulio Angioni (Il maestrale 2015)

Sulla faccia della terra_AngioniOhiohi la guerra. Ma se ti trovi dentro, odiala con chiarezza. Questa riflessione la fa Mannai Murenu, garzone del vinaio di Seui Nanni Pes. E la fa dopo che è rimasto sepolto per tre giorni sotto una catasta di cadaveri, uomini e donne uccisi dalla furia pisana che nel 1258 si abbatte su Santa Gia, distruggendola. Appena può scappa dalle rovine fumanti ammorbate dalla paura dell’epidemia che può arrivare dopo che i soldati di Pisa e i loro comandanti, ben consigliati da arcivescovi ed episcopi rapaci, hanno catapultato dentro le mura i lebbrosi, alcuni vivi altri già morti.

Scappa e incontra Paulinu da Frauss, servo del convento di Santa Maria di Cluso che gli consiglia la salvezza unica e possibile nel rifugiarsi nell’isola dei lebbrosi che adesso è libera. Questo è l’antefatto  di “Sulla faccia della terra”, ultimo romanzo in ordine di tempo dello scrittore Giulio Angioni. Che è stato ed è anche antropologo. Se il tempo del romanzo è il medioevo giudicale, quando genovesi e pisani si contendevano il controllo dei commerci sardi, il luogo è la laguna, lo stagno, lo spazio non ha la solidità della terra ma la liquidità dell’acqua, acqua di stagno.

Nella ex isola dei lebbrosi si costruisce una piccola comunità in cui convivono cristiani, un ebreo, Baruch, che si fa trasportare da due sedieri, musulmani, bizantini, ex schiave e mercenari tedeschi in fuga, giovani, vecchi, bambini e un cane rabdomante che nello stagno scova polle d’acqua potabile. Nell’isola dei lebbrosi  rinascono, ognuno mette a frutto le proprie abilità  si riscoprono antichi mestieri e la comunità nuova crea un microcosmo armonico alla faccia delle tragedie della storia che attorno a loro continua a mietere vittime e a provocare rovine. Nel libro di Angioni romanzo storico e riflessione morale e civile si integrano in una narrazione rapida e avvincente: nei primi capitoli la parola è usata in forma poetica, la ricerca dei suoni sa più di verso poetico che di prosa distesa. E chi conosce l’ultima produzione letteraria dello scrittore-antrologo-poeta non si stupirà, anzi, vi troverà la conferma della bravura di Angioni nell’inanellare parole in versi. Ancora una volta la sua produzione letteraria ci offre la possibilità di riflettere su alcuni temi di stretta attualità.

Temi universali e senza tempo  come “l’illusione folle di uguaglianza”, “la necessità della tolleranza”, “il bisogno di avere a fianco un fratello, un amico, un compagno o una compagna”, “l’obbligo di essere liberi”. Questi i temi di fondo del libro che scaturiscono da un intreccio abile di rapide descrizioni e squarci illuminanti di pura umanità. Tutti i personaggi che abitano l’isola vengono umanizzati con sapiente ricerca lessicale, quasi fosse la parola la vera protagonista delle centocinquantacinque pagine del romanzo raggruppate in trentasette capitoli brevi, quasi frammenti.  Ma non è frammentaria la grande avventura collettiva che va avanti apparentemente senza scossoni,  quasi che lo scrittore avesse voluto rispecchiare nella pagina scritta la grande bonaccia che aleggia e da sempre accompagna gli ambienti salmastri.

Insomma “Sulla faccia delle terra” è un libro lieve e gentile che, accanto all’ormai consolidata capacità dello scrittore di far emergere con controllato fervore tipi umani dalle caratteristiche più disparate, offre al lettore la possibilità di immergersi in una storia non di maniera, ma in una serie di eventi in cui i protagonisti sono calati con la loro carne e con la loro mente in quella grande matassa di storie che noi chiamiamo umanità.

Pier Giorgio Serra

Presentazione del libro di Stefano Boni: “Homo Comfort. Il superamento della fatica e le sue conseguenze”

homocomfort_boniSabato 6 DICEMBRE, ore 18.00

Sala Conferenze della Biblioteca Comunale di Elmas, Piazza di Chiesa, 3

«Prepotentemente entrata nella nostra routine quotidiana, la comodità è diventata non solo uno stile di vita ma anche un modo di conoscere che ha plasmato la cultura materiale e gli stessi modelli valutativi. Ci si sta avviando dunque verso una mutazione antropologica, verso una forma inedita di umanità: l’Homo comfort

«Sul piano etico è sufficiente una disciplinata raccolta differenziata per rassicurarci rispetto al futuro e pulirci la coscienza del presente. L’ecologismo, o meglio la coscienza ecologista (che già nel nome ammette di configurarsi come preoccupazione etica, teorica, discorsiva piuttosto che pratica), è stata elogiata… L’ottimismo non convince perché il recupero della natura, nella forma della preoccupazione ecologica astratta, del viaggio esotico, del localismo romantico, di forme religiose ed etiche centrate sull’amore per la Natura, rimane troppo spesso virtuale e mercificato.»

«L’evocazione della natura in processi di risignificazione e di ricollocazione identitaria, anche nelle loro espressioni più sincere e sane, alterano in maniera scarsamente significativa i modi di fare, di stare al mondo, di rapportarsi al mondo propri di homo comfort. Raramente generano un’alterazione nei vissuti. Nel quotidiano prevale, quasi invariabilmente, la comodità sulla rinuncia tecnologica.»

(Stefano Boni, Homo comfort 2014)

Interverranno:

Homo ComfortStefano Boni,insegna Antropologia culturale e Antropologia politica presso le Università di Modena e Reggio Emilia

Marina Mura, Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni presso l’Università di Cagliari

Giulio Angioni,Antropologo e scrittore

L’iniziativa è curata da Equilibri, Circolo dei lettori e Presidio del libro (www.equilibrielmas.it)

Alla ricerca dell’abbigliamento perduto

cartolina-abito-tradizionaleMostra abbigliamento tradizionale 2

“Tutto è nato per questa faccenda delle fogge d’abito, dei bei costumi antichi. L’idea di una riesumazione era venuta a Mario molto naturale, quando tre giorni prima stava spiegando alla fidanzata la difficoltà, l’impossibilità, di rintracciarne almeno uno, dei bei costumi antichi frauensi, da indossare ed esporre nella mostra e la sfilata. Non ce n’erano più, neanche a cercarli nelle fosse… Però almeno uno lo dovevano trovare, anche senza coralli e senza ori, autentico, non riconfezionato tutto nuovo, come qualcuno proponeva, disonesto.”

(Il mare intorno, Giulio Angioni 2003)

Sebbene non risulti che anche a Sestu si sia arrivati, come nella Fraus del racconto di Giulio Angioni, ad aprire le tombe degli avi per recuperarne gli abiti originali, è indubbio che anche qui da noi da diversi anni sono in corso appassionate ricerche per ricostruire l’autentico abbigliamento tradizionale. L’interesse per i costumi e le tradizioni locali trova conferma nel gran numero di mostre, conferenze e dibattiti che viene proposto su questi argomenti. A questo genere di iniziative è riconducibile anche il prossimo seminario che si terrà giovedì 26 settembre a margine della mostra sull’abbigliamento tradizionale curata dalla Pro LocoArrejonada sarà appunto un incontro dedicato al “portamento da tenere nell’indossare gli abiti tradizionali” e alle “modalità di ricostruzione degli stessi” (vedi Evento nel sito del comune di Sestu).

E’ interessante inoltre osservare che il movimento per la ricostruzione filologica degli abiti tradizionali non si limita a una discussione erudita tra appassionati dell’argomento, ma si sta traducendo in un’aperta contestazione ai gruppi folkloristici, rei di indossare abiti che per materiali, lavorazione e qualità delle decorazioni si discosterebbero in misura significativa da quelli del passato. I più seri studiosi di tradizioni popolari tuttavia riconoscono ai gruppi folk il grande merito di aver contribuito a salvare – in anni in cui (gli anni ’60) il disinteresse per l’abbigliamento tradizionale era l’atteggiamento prevalente – gran parte delle conoscenze tecniche, della terminologia e del ricamo tradizionali¹.

E’ apprezzabile che si faccia conoscere ciò che di vero appartiene al passato e di questo non si nasconda la complessità. Ma proprio per questo, in generale, occorre guardare con occhio critico anche a quelle operazioni di costruzione della tradizione che si realizzano attraverso la selezione di ciò che del passato più piace. Gli studi sociologici hanno messo in evidenza che esse tendono a rappresentare un passato mai esistito, inventato in funzione del presente, per lo più ad uso di specifici progetti politico-culturali.

Allo stesso tempo a me sembra che sia anche arrivato il momento di interrogarsi e riflettere seriamente su quale senso dare al rapporto con la tradizione, considerando che noi stessi siamo l’esito di quel passato che oggi si tende a contemplare. La semplice ricerca di un passato perduto e il recupero nostalgico di memorie non sono di per sé destinati a produrre effetti culturali positivi. Resto infatti convinta che il passato debba essere letto criticamente nel suo divenire storico e che il ruolo fondamentale della Cultura sia quello di interpretare e cambiare la realtà. E di cambiarla, questa realtà, se ne sente davvero un gran bisogno.

Sandra Mereu

___________________________

¹ Paolo Piquereddu, Note di storia dell’abbigliamento in Sardegna in Costumi. Storia, linguaggio e prospettive del vestire in Sardegna, 2003.

Eros in Sardegna. Sesso e amore nella letteratura e nelle arti (Cuec 2013)

Eros in Sardegna_2

E’ uscito, alla fine dello scorso giugno, il 5° numero della rivista curata dall’Associazione “Miele Amaro” edita da Cuec, questa volta dedicata all’Eros in Sardegna. Il piano dell’opera prevede la creazione di un’antologia articolata per temi. I brani che la compongono sono attinti da un vastissimo repertorio letterario che tiene insieme autori sardi, italiani e stranieri, di epoche diverse, accomunati dall’interesse verso la Sardegna. I precedenti numeri del periodico avevano trattato dapprima della città di Cagliari (Cagliari città leggibile. La città raccontata dagli scrittori, 2008), quindi lo sguardo si era allargato al resto della Sardegna (Viaggio letterario nell’Isola di Sardegna, 2010), per poi concentrarsi sul cibo, usi e luoghi del mangiare (Il gusto della letteratura in Sardegna. I cibi, gli usi e i luoghi del mangiare raccontati nei libri, 2011).

Per compilare quest’ultimo numero, dedicato appunto al tema dell’eros, i curatori Giuseppe Pusceddu e Gianni Stocchino – forse valutando la scarsità delle fonti letterarie dedicate all’argomento – hanno fatto ricorso anche al repertorio artistico. Con i materiali selezionati, i due autori di Miele Amaro hanno costruito una serie di percorsi da cui emerge, in tutti i suoi aspetti, il rapporto dei sardi con l’eros, quello reale e quello immaginato dagli osservatori esterni. Nel complesso l’antologia si compone di 12 capitoli, ciascuno dedicato a un sotto-tema, in cui accanto a brani editi compaiono anche contributi inediti di autori sardi contemporanei, scritti appositamente per questa pubblicazione.

suonatore itifallicoSeguendo il filone artistico si capisce che “sentimento amoroso, sessualità ed eccitazione sessuale”  erano ben presenti e rappresentati in Sardegna fin dall’età prenuragica. Ne sono testimonianza le statuine femminili in pietra dell’arte prenuragica e quelle che rappresentano la Dea Madre mediterranea. Nelle prime – spiega Giovanni Lilliu (pg. 3) – il “sex appeal è sottolineato dal rendimento delle parti femminee più eccitanti: l’unica soda mammella … il lieve turgore del ventre: la mossa delle cosce e specie il parossismo carnoso delle natiche, scolpite con diligenza sin nel dettaglio del solco che si prolunga nella schiena segnata da rapidi grezzi tocchi”; nella Madre mediterranea dai soli seni. L’eros maschile è invece ben rappresentato nei bronzetti nuragici, il più famoso dei quali, l’aulete nudo e itifallico seduto, mostra un personaggio nudo con un enorme membro eretto. Questo bronzetto  scrive Vincenzo Soddu (pg. 54) – esprime “un erotismo non banale e contingente ma di carattere sacro, sollecitato dal suono stesso del flauto e dal ritmo delle danze che si svolgevano intorno”.

E’ stato interessante scoprire, dalla lettura di questa antologia, che le rappresentazioni simboliche degli organi sessuali, spesso associate al culto della fertilità, non si interrompono con la scomparsa della civiltà nuragica ma in qualche modo si conservano sottotraccia e riaffiorano nel medioevo. Una di queste raffigurazioni – secondo Vincenzo Soddu – sarebbe presente proprio a Sestu, nella chiesa di San Gemiliano (pg. 57). Qui, su un riquadro calcareo di una lesena del fianco meridionale, sarebbe scolpita una rozza figuretta in cui “un uomo con gli arti ben distesi mostra la lunghezza de suo membro”.

Passando al filone letterario si spazia dalla letteratura in sardo alla letteratura in italiano. Dalla letteratura colta (poesia e prosa) alla letteratura popolare (essenzialmente poesia orale). Del genere colto fa parte l’ironico quanto amaro componimento del vate di Tonara, Peppino Mereu, che riecheggiando un motivo caro al poeta latino Ovidio, si rivolge direttamente al suo membro personificato e come vivesse di vita propria lo accusa di essere la fonte di tutte le sue disgrazie (“tui est chi m’has giuttu a su casinu, tue est chi m’has trazadu a s’ispidale”, pg. 49).

Il linguaggio popolare, specie quello cagliaritano – indagato da Francesco Alziator (pg. 10) – rivela alcune bizzarre contraddizioni (già presenti nel latino), per cui il membro virile è indicato con un nome femminile (sa pillona) e l’organo genitale femminile con un nome maschile (su cunnu). Ma soprattutto le espressioni popolari sono indicative di due diversi approcci psicologici dei sardi nei confronti del sesso, strettamente legati alla condizione sociale. Così se per gli abitanti della campagna – spiega Michelangelo Pira (pg. 9) – gli organi sessuali sono sa natura, per chi vive nei centri attraversati da elementi di cultura urbana questi diventano sa irgontsa, sa miseria, “la vergogna”, dunque qualcosa da nascondere. Per lo stesso meccanismo di occultamento dell’eros non si nomina l’atto sessuale, ad esso al massimo si allude (“cudda cosa”).

Vergogna e imbarazzo caratterizzavano nella realtà il rapporto dei sardi con la sessualità. Come tanti altri luoghi d’Europa – spiega Giulio Angioni (pg. 14) – neanche la Sardegna è stata risparmiata dall’egemonia della sensibilità borghese e dalla squalificazione cristiana della sessualità. Ma ancora agli inizi del novecento c’era chi, come Lawrence, viaggiava alla ricerca di un’originaria razza di uomo vero, libero sessualmente, immune da condizionamenti repressivi nei confronti dei comportamenti naturali. Immaginò di trovarla in Sardegna, e si convinse che i sardi fossero “ancora capaci di quel sesso in festa suggerita dalla statuetta dell’aulete itifallico in orgia rituale di fertilità e fecondazione”.

I percorsi alla scoperta della sessualità dei sardi, suggeriti da questa antologia, sono diversi e tutti interessanti. Ancora una volta dobbiamo ringraziare Giuseppe Pusceddu e Gianni Stocchino per averci fornito uno strumento dai molteplici livelli di interesse: godibile di per sé ma anche utile guida bibliografica. Attraverso la scelta di argomenti intriganti e suggestivi (come già lo erano stati i precedenti), Miele Amaro ci aiuta a conoscerci meglio come sardi e allo stesso tempo ci introduce alla scoperta di libri e autori, invitandoci a spaziare in lungo e in largo nella letteratura di tutti i tempi. Insomma una intelligente operazione di promozione alla lettura.

Sandra Mereu

Fare, dire, sentire. L’identico e il diverso nelle culture, Giulio Angioni (Il Maestrale 2011)

Fare, dire, sentireFare, dire, sentire. L’identico e il diverso nelle culture di Giulio Angioni è un libro plurale, sia nel titolo che per ricchezza di argomenti trattati. I tre verbi del titolo vengono coniugati  al presente e più precisamente vengono coniugati nel mondo presente o, meglio ancora, nei mondi  del presente. Il primo lavoro che fa Angioni  è quello di fornirci strumenti per  riprendere il bandolo di una realtà sempre più ingarbugliata e confusa dalla babele di linguaggi che tentano di descriverla. Perché, a ben guardare e meglio osservare,  se ci diamo strumenti seri di lettura e guardiamo la realtà con gli occhi della modernità, questa ci appare si interconnessa negli spazi geopolitici, ma sconnessa e sfilacciata nei paesaggi umani.

Da buon antropologo, che a lungo ha frequentato il sapere delle èlites  e il sapere dei subalterni, Angioni sa bene  che il “Fare“, primo verbo del titolo, è un’esigenza  che appartiene all’umanità, la quale la esplica nei più svariati modi,  che per comodità facciamo rientrare nella categoria del lavoro, del lavoro umano.  Ecco quindi che nella prima parte del libro viene vivisezionato il concetto stesso di lavoro che ha bisogno del sapere  e del gesto tecnico, della materia e dello spirito; ha a che fare con la natura e la cultura, che non sono in antitesi bensì rappresentano, nella nostra società dominata dalla tecnica, le vie maestre per un futuro armonico dell’umanità. Scrive l’antropologo Angioni, a pag. 90 del libro “Nulla di umano è estraneo al lavoro” , concetto che possiamo usare per capire a fondo anche la sua opera letteraria. In fondo, cosa ci sta raccontando con i suoi romanzi se non un mondo abitato da massai, minatori,  giornalisti, biologhe, operatori turistici, tagliatori di intimo femminile ecc.

La seconda parte del libro, quella dedicata al “Dire“, ha un incipit biblico e si chiede “In principio era la parola?” e dopo aver analizzato il potere della parola, continua con un altro interrogativo: “Di chi è il potere?” per chiudere l’assioma verrebbe voglia di dire che il potere è di chi ha la parola e tramite questa comunica se stesso dominando.  Attenzione  suggerisce Angioni, questo era pur vero nelle società pre moderne oggi le cose sono un po cambiate e ce lo ha spiegato Antonio Gramsci e lo ha ribadito Michel Foucault. Il primo quando introduce nella lotta politica il concetto di egemonia e nella storia culturale del nostro paese fa irrompere la cultura subalterna, il secondo coniando il termine biopotere: potere più blando ma più pervasivo, più capace di modellare il corpo, la prassi, i pensieri, i desideri, le paure e le speranze che animano la vita dei singoli e della società.  Insomma alla concezione del mondo delle classi dominanti, che riuscivano a plasmare la società con le loro teorie culturali, giuridiche e politiche, Gramsci ha suggerito che bisogna contrapporre una nuova cultura egemonica che attraverso un nuovo senso comune faccia sentire la voce dei subordinati, subalterni e strumentali e della loro sete di giustizia per sperimentare e praticare una diuturna microfisica del dissenso verso una omnipervasiva microfisica del potere. Se osserviamo la realtà odierna con le lenti di Gramsci, suggerisce Angioni, ci accorgiamo che oggi abbiamo a che fare con nuove forma di subalternità , quindi con nuovi aspetti del senso comune, con nuove filosofie spontanee e con nuove estetiche popolari effimere nel tempo più soggette a mode passeggere e all’egemonia mediatica dei ceti dirigenti.

La terza parte quella dedicata al “Sentire” ci porta subito dentro la modernità. Nella parte centrale si parla di “mondi meticci” che per essere capiti devono essere pensati da una “Logica meticcia”. L’antropologia e oggi anche gli studi culturali, postcoloniali e subalterni e non solo, ci informano che tutti i modi di vita ci appaiono risultato non solo di un’evoluzione bio-culturale più o meno rapida, ma anche di una commistione per contatti culturali di vario genere.  Ecco un filone interessante da seguire, se è vero come è vero che oggi il mondo globalizzato, interdipendente e interconnesso, permette di accedere al sapere in modi nuovi, meno passivi del passato,  che spesso sono forieri di una produzione culturale nuova e meno legata al potere e agli schematismi del passato.

Pier Giorgio Serra   

L’intuizione di una donna e il paese modello

amalia-schirru2Esiste a poca distanza da Sestu un paese che per tanti secoli non è stato molto diverso dal nostro, nella sua struttura urbana e nell’architettura delle sue abitazioni, perché plasmato dalla comune economia agricola prevalente nel territorio. Poi a partire dagli anni settanta il volto dei due paesi ha iniziato ad assumere fisionomie molto diverse. Sestu oggi è una anonima cittadina di periferia, San Sperate un paese con ben definite caratteristiche identitarie.
Amalia Schirru
agli inizi degli anni ’80 come giovane sindaco del suo paese è stata una delle protagoniste di quel processo che doveva portare San Sperate a diventare un felice esempio di integrazione tra cultura urbana e cultura rurale, studiato in tutto il mondo. Nella chiacchierata che riportiamo di seguito ci racconta come tutto è nato e si è poi evoluto.

Amalia Schirru, tanti abitanti di Sestu hanno vissuto come un trauma il convulso sviluppo urbano che li ha privati dei tradizionali spazi abitativi fatti di continuità tra dentro e fuori, di cortili e giardini interni (microcosmo di socialità, detti non a caso sa pratza) costringendoli e isolandoli in angusti appartamenti. Per loro San Sperate è lì a dire che un’altra scelta era possibile. Che cosa l’ha resa possibile?

Quello che è successo a San Sperate ha all’origine un movimento artistico-culturale nato negli anni ’70 intorno a un artista di fama internazionale, Pinuccio Sciola, che si è saldato al disagio sociale legato alla forte crisi economica che attraversava il paese in quel periodo. La riconversione del settore agricolo trainante, dalle tradizionali colture cerealicole a quelle più specializzate come la coltura del pesco, non aveva dato nell’immediato i risultati sperati. Il mercato non riusciva a dare il giusto valore alle nuove produzioni e al lavoro che c’era dietro. Così i giovani figli degli agricoltori decisero di portare a Cagliari i loro prodotti agricoli per la vendita diretta. Le pesche venivano esposte nelle varie piazze della città per essere conosciute e apprezzate. Parallelamente i giovani artisti del movimento interpretavano il disagio della loro comunità, costituita prevalentemente da famiglie contadine, rappresentandolo in murales che venivano dipinti sui muri delle vecchie case tradizionali del centro storico. La stampa cominciò a parlarne e incuriositi dal movimento dei giovani sansperatini, i cagliaritani, perlopiù giovani e intellettuali, cominciarono a venire a San Sperate per conoscere più da vicino il paese e i suoi abitanti.

Che legame c’è tra i murales e il recupero delle case tradizionali?

san_sperate_muralesC’è un legame molto stretto. Il movimento di artisti muralisti aveva scelto come supporto dei dipinti i muri delle case campidanesi del centro storico, che i proprietari non avevano avuto troppi problemi a concedere. In quegli anni infatti le case tradizionali in terra cruda erano in via di abbandono a San Sperate, così come in molti altri paesi del campidano, anche per effetto di una legge regionale che le considerava malsane e invitava alla loro demolizione e ricostruzione con i moderni materiali. Nascevano allora tutto intorno, in assenza di regole, nuove case poco rispettose delle dovute distanze e altezze. Questo fatto, unito al miraggio di una nuova casa da sopraelevare per i propri figli, iniziava a compromettere seriamente la sopravvivenza dell’antico patrimonio abitativo e quindi dell’opera artistica del movimento, divenuta nel frattempo oggetto di interesse e studio ben oltre i confini del territorio comunale. Diventa allora naturale per gli artisti muralisti assumere come nuovo tema la salvaguardia delle tradizionali case in mattoni crudi. E per questo entrano in conflitto con l’amministrazione comunale che, così come si era rivelata incapace di valorizzare i prodotti agricoli del proprio territorio, si mostrava ora incapace di difendere il patrimonio edilizio tradizionale che più di tutti rappresentava l’identità del paese.

Come avete fatto a salvaguardare il centro storico e le case tradizionali resistendo alle sirene della modernità sostenuta dal profitto di immediata realizzazione?

Quando negli anni ’80 sono diventata sindaco, eletta tra le fila del PCI, la scelta fu quella di sanare il conflitto che si era aperto tra l’amministrazione e il movimento degli artisti assumendo a base del metodo il principio di condivisione su cui si reggeva il legame tra movimento e cittadini. Si aprì allora una stagione di dibattiti e assemblee pubbliche tese a sensibilizzare la popolazione sulla  valorizzazione del patrimonio identitario del paese, rappresentato dall’intreccio divenuto ormai inestricabile tra case in mattoni crudi e murales.

Ci fu una sua particolare iniziativa, un’atto di rottura dell’amministrazione, che cambiò il clima dapprima contrario all’edilizia tradizionale e lo trasformò in favorevole? Intendo fra i cittadini di San Sperate, non di Cagliari, e in particolare dei ceti più poveri legati all’identità economica e sociale del paese?

Determinante in questo senso fu senz’altro l’idea di recuperare il vecchio edificio comunale costruito in mattoni crudi, preservandone le caratteristiche e i materiali. Più di ogni teoria quella scelta valse a dimostrare che la terra cruda poteva essere riutilizzata e avrebbe anche potuto rappresentare la ricchezza del nostro paese.

La casa campidanese con struttura a corte è una tipologia abitativa che è stata selezionata dalla tradizione perché funzionale all’economia agraria del centro-sud della Sardegna (“casa fattoria” l’ha definita Giulio Angioni) e a un tipo di insediamento concentrato in grossi villaggi. Oggi che l’agricoltura non è più il settore dominante dell’economia di San Sperate, difendere queste case non rischia di apparire come un’operazione nostalgica fine a se stessa?

san_sperate_murales_2Le case tradizionali costruite in terra cruda (làdiri) non erano solo funzionali all’economia ma la loro struttura architettonica permetteva di difendersi dagli eccessi del clima. Il loggiato (sa lolla) favoriva la refrigerazione delle stanze interne che vi si affacciavano. Inoltre, come è ormai scientificamente dimostrato, i mattoni in terra cruda sono isolanti. Pertanto oggi le case tradizionali continuano a conservare un valore funzionale perché rappresentano una valida risposta alle moderne esigenze di risparmio energetico e di sviluppo compatibile con la difesa dell’ambiente.

Come si è coniugato tutto ciò con il movimento degli artisti e i suoi sviluppi negli anni successivi?

Adesso le case tradizionali ristrutturate nel rispetto dell’antica tradizione, accostate all’arte che ospitano nelle loro pareti esterne, sono quelle che più hanno visto aumentare il loro valore commerciale, ma non hanno cambiato proprietà, come è capitato spesso altrove. Oggi in esse vivono i figli e i nipoti degli antichi contadini, spesso contadini essi stessi, e non i cittadini/intellettuali di Cagliari che pure amano il nostro paese. Questi e altri, attirati dalla suggestione del modello San Sperate, conosciuto e studiato in tutto il mondo, hanno acquistato per lo più nella zona residenziale della nostra periferia.

Quanto di questa bella esperienza che ci ha raccontato è stata riversata poi nella sua attività politica e parlamentare?

Quell’esperienza è stata per me molto formativa e negli anni seguenti ho continuato a seguire e approfondire il tema. L’iniziativa più recente a cui ho lavorato al riguardo è la proposta di legge per la promozione delle costruzioni in terra cruda, presentata in Parlamento nel corso dell’ultima legislatura. Ho inoltre collaborato alla nascita dell’Associazione Nazionale città della terra cruda impegnata appunto nel recupero e rilancio della cultura della terra cruda e a diffondere i valori del modello di vita e di organizzazione sociale ed economica proprio dei territori che a questa cultura appartengono.

Sandra Mereu

Giulio Angioni a Elmas con il suo ultimo libro “Il dito alzato”

Giovedì 13 dicembre 2012 Giulio Angioni presenterà a Elmas il suo ultimo libro “Il dito alzato”, recentemente pubblicato dalle edizioni Sellerio. L’autore sarà introdotto da Gabriele Soro del direttivo di Equilibri, il circolo dei lettori di Elmas che ha organizzato l’incontro e di cui lo scrittore sardo è anche socio onorario. Per tutti i lettori di Giulio Angioni sarà un’occasione importante per conversare e discutere in presenza dell’autore sulle tematiche di grande attualità trattate nel libro, rivisitate con lo sguardo dell’antropologo: il razzismo e la munnezza, gli immigrati, la guerra in Irak e l’eutanasia. L’incontro si terrà alle ore 18:00 nella Sala Riunioni della Biblioteca Comunale, Piazza Chiesa San Sebastiano, 3 – 1° piano.

Il dito alzato_ G. AngioniIl Libro – Il dito alzato, come fa chi chiede la parola, per dire la sua. In questo libro Giulio Angioni dice la sua su cose piccole, grandi e grandissime del mondo e della vita. Come tutti, sempre, potendo. Prende la parola su ciò che ci sta accadendo, nel vasto mondo quanto in Italia, in particolare nella sua Sardegna. Anche a rischio di fare il guastafeste, dice la sua sui nuovi modi di morire, su Obama, su migranti, leghisti, razzisti, la munnezza Napoli, su libri, autori, editori e altro ancora. Anche a rischio di mettersi dalla parte del torto. Perché pure questo serve, a volte, quando è difficile scegliere da che parte stare e come starci. Se dire la propria può essere normale atto di vita in comune, farlo con un libro è forse la maniera più discreta di alzare il dito per urgenza di dire e di capire.

Giulio Angioni, antropologo e scrittore, è considerato un maestro della narrativa sarda contemporanea. Ha scritto su diversi temi d’interesse antropologico e ha condotto ricerche soprattutto in Sardegna. Tra le sue pubblicazioni: Tre saggi sull’antropologia dell’età coloniale (1973); Sa laurera. Il lavoro contadino in Sardegna (1976 e 2005); Fare, dire, sentire. L’identico e il diverso nelle culture (2011). Con Sellerio: Il sapere della mano (1986) e Il dito alzato(2012). Tra i suoi libri di narrativa: L’oro di Fraus (1988 e 2000); Il sale sulla ferita (1990 e 2010);Una ignota compagnia (1992 e 2007), Doppio cielo (2010). Con questa casa editrice: Il mare intorno (2003); Assandira (2004); Le fiamme di Toledo (2006, Premio Corrado Alvaro, Premio Internazionale Mondello); Afa (2008); Gabbiani sul Carso (2010).

“Dove finisce Roma”…la staffetta della coscienza del mondo continua

Nel libro Dopo l’ultimo testimone (Einaudi 2009) di David Bidussa viene riportato un commento di Furio Colombo su Schindler’s List “Steven Spielberg, uomo giovane nato molto tempo dopo la guerra, viene avanti e dice: datemi il pacco dei documenti, tocca a me portarlo un po’ più avanti. L’operazione, come sempre è avvenuto nella storia della cultura, è questa: io mi impossesso di tutto quello che sappiamo di questa storia, e la racconto come so raccontarla io, con l’impronta, lo stile, i modi del mio tempo. Ma la staffetta della coscienza del mondo continua.”

E poco importa che Colombo (che ha vissuto quegli anni) trovi improbabile che, in tempi terribili come quelli, una bambina conservi i suoi occhiali a cerchietto per tutta la durata del film, e Giulio Angioni rilevi quanto sia ininfluente che la Soriga, nel suo libro Dove finisce Roma, usi la parola borsa e non sporta. Ciò che conta, ed è qui il valore del libro, è che “la staffetta della coscienza del mondo continua”, perché si è creato un legame generazionale tra l’allora e l’oggi. Una giovane scrittrice si è occupata di Resistenza e di guerra, in tempi di appiattimento sul presente e di memoria breve. Non a caso nell’esergo ad inizio del libro Paola Soriga cita un frammento della poesia Un’altra guerra di Wislawa Szymborska “Chi sapeva di che si trattava/deve far posto a quelli/che ne sanno poco./ E infine assolutamente nulla”.

La Soriga racconta di quel tempo ormai lontano dal suo, con la sua impronta di donna di oggi, con la sua formazione e con il suo stile. Si nota la sua imponta di donna d’oggi nel suo tratteggiare la figura del personaggio principale: Ida, che nel 1938, appena dodicenne, viene mandata a Roma per aiutare la sorella maggiore Agnese e suo marito Francesco, fresco vincitore di un concorso al ministero. Nei giorni terribili della “Roma città aperta”, tra il 30 maggio e il 2 giugno del 1944, ormai diciottenne, nella grotta di pozzolana dove si è rifugiata per sfuggire ai fascisti e ai tedeschi “canta a voce bassa”: è Ida, ma è anche Paola o qualsiasi ragazza che si affaccia al mondo, e cantano per esorcizzare la paura della violenza, sempre presente allora come oggi.

E’ un romanzo di donne, e di sentimenti: Rita, l’amica prediletta, Micol, la partigiana Lucia, che Ida aveva visto accompagnarsi a Giame (Pintor) nei pressi del caffè Giolitti, i gesti, i sapori, i giochi di una Sardegna ancora viva nei ricordi; è un romanzo d’amore, quello di Ida per Antonio; è un romanzo di formazione perché Ida fa la staffetta partigiana quando “le sembrava non ci fosse altro da fare”, per una sorta di antifascismo preideologico, più che altro “civile”, imparato sulla strada, nella borgata di Centocelle, quella dove la cavalleria romana portava i suoi cavalli al ricovero (da qui il nome) nelle celle di tufo e ora rifugio dei GAP romani.

Questa sensibilità moderna non rende il libro “campato in aria”. Il verosimile ha bisogno del vero storico, e la Soriga riconosce le sue fonti, storiche, che le hanno consentito di ricostruire il contesto, e letterarie. Per le prime si è servita del libro Città di parole. Storia orale di una periferia romana di A. Portelli, B. Bonomo, A. Sotgia, U. Viccaro (pubblicato da Donzelli nel 2007). Quelle letterarie sono palesi nei nomi: Ida, è lo stesso della protagonista de La Storia di Elsa Morante; Agnese ricorda L’Agnese va a morire di Renata Viganò; Micol, l’amica ebrea dai capelli d’oro, con la sua casa di ricchi “piena di libri” ricorda una delle protagoniste de Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani; don Pietro, il prete, anche lui antifascista sui generis, potrebbe avere la faccia di Aldo Fabrizi, protagonista di Roma città aperta di Rossellini.

Lo stile, per scelta dell’autrice, è quello dell’oralità, tecnicamente è l’anacoluto: si passa (non senza qualche difficoltà iniziale per il lettore) dalla prima alla terza persona, saltano i nessi sintattici, a rendere fluide le concatenazioni tra le idee, con un intercalare di romanesco e sardo, a volte di abruzzese o di avellinese, o emiliano. Manierismo? Forse, ma era quella la lingua in una realtà di emigrazione nella Roma delle borgate di allora, così come è, oggi, quella dei nostri giovani, e quella contaminata delle nostre periferie urbane ad alta presenza di extracomunitari.

Tonino Sitzia

EquiLibri, Circolo dei lettori di Elmas

Presentazione del libro “Dove finisce Roma” di Paola Soriga

Venerdì 15 giugno 2012, ore 18, sarà presentato a Elmas il libro di Paola Soriga “Dove finisce Roma”. L’iniziativa è organizzata da Equilibri – Circolo dei lettori e Presidio del Libro di Elmas in collaborazione con la Biblioteca e Mediateca comunale. L’incontro si svolgerà nella sala riunioni della Biblioteca comunale di Elmas, piazza chiesa San Sebastiano, 3 (primo piano). Parteciperanno l’autrice Paola Soriga, Giulio Angioni, Franco Carlini e l’artista Francesco Bachis.

Il libro

È il 30 maggio del 1944, e Roma aspetta l’ingresso degli americani che stanno arrivando a liberarla. Ida ha quasi diciott’anni e deve scappare, correre fino alle porte della città per sfuggire ai fascisti: è una staffetta partigiana, anche se ogni volta che qualcuno le ha chiesto perché è entrata nella Resistenza non ha saputo spiegarlo a parole. Nascosta dentro una grotta umida, senza sapere quando ne uscirà (e neppure se ne uscirà viva), Ida ricorda e racconta. A Roma è arrivata nel 1938, aveva appena dodici anni ed era già in fuga. Scappava dalla Sardegna, allora, da un paese piccolo piccolo che si ostinava a costringere e intrappolare chiunque dentro un ruolo, se ne andava insieme alla sorella grande, Agnese: alla fine erano tutti d’accordo, anche la madre, che Ida era meglio mandarla in continente, tanto era già ribelle e sfrontata e non c’era verso di metterla in riga.

Luigi Pusceddu e le sue storie di vita

La zingara non aveva azzeccato la previsione sulla durata della sua vita. E così per sorte o più probabilmente per effetto del codice genetico, unito alla fortuna di vivere in un’epoca che ha permesso a quelli della sua generazione di migliorare progressivamente la propria condizione di vita e quella dei figli, ha travalicato i confini del secolo in cui era nato. Luigi Pusceddu si è spento agli inizi di quest’anno all’età di 91 anni, non senza essersi prima premurato di lasciare ai suoi nipoti e alla sua comunità d’origine (Villanovaforru) e a quella d’adozione (Sestu) due veri gioiellini di scrittura.

Non l’ho mai conosciuto personalmente ma ho letto le sue storie di vita e in qualche modo posso dire anch’io di averlo incontrato. Tra il 2003 e il 2005 Luigi Pusceddu pubblicò due libri in seguito alle sollecitazioni della figlia Anna che, come lui stesso racconta, qualche anno prima gli aveva regalato  un “grosso quaderno a quadretti con rilegatura rigida”, per annotare le sue memorie. Un dettaglio descrittivo, questo, in cui rivela quell’attenzione ai piccoli particolari che caratterizza lo stile dei suoi racconti.

Il primo dei due libri, “Le tappe di una vita”, rientra pienamente nel filone della scrittura autobiografica spontanea e popolare. Un genere che si è andato progressivamente estendendo man mano che la scrittura è diventata un’abilità in possesso di fasce sempre più larghe di popolazione. E forse perché, come si legge nel recente saggio dell’antropologo Giulio Angioni Fare, dire, sentire (Il Maestrale 2011), “la si vive tutti per raccontarla la vita, a dispetto dei critici e dei canoni letterari e più in generale delle estetiche elitarie”, in Europa sono sorti dappertutto contenitori fisici e virtuali per la raccolta di questi prodotti di scrittura memorialistica. In Italia ne è un esempio l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve di Santo Stefano, fondato nel 1984 da Severino Tutino, che oggi raccoglie circa seimila diari, memorie ed epistolari, fruibili anche on-line (http://www.archiviodiari.it/archivio.html). I racconti di vita, del vissuto in prima persona, sono senz’altro importanti testimonianze della microstoria, ma prima di tutto rispondono al bisogno individuale di far risaltare la dignità della persona. Nel contempo, mettere in forma di racconto le vicende della propria vita, è un modo efficace per dare loro senso e valore. Nondimeno questo genere di scritti risponde pienamente all’esigenza tipicamente moderna di non rassegnarsi a passare su questa terra senza lasciare una piccola impronta di sé.

Anche in “Piccole storie” Luigi Pusceddu utilizza la scrittura per fissare e trasmettere ai lettori (forse nelle intenzioni originarie ai soli figli e nipoti) il suo essere profondo. Ma questa volta inquadra la sua storia personale all’interno di un’identità collettiva fatta di modi di vivere, pensare e lavorare ormai scomparsi e sconosciuti alle nuove generazioni. Lo fa senza alcuna nostalgia per quel passato, consapevole come è del benessere raggiunto dalla nostra società, ma senza rinunciare a stimolare nei lettori il senso critico nei confronti dei non pochi aspetti negativi che il progresso ha comportato. Per raccontare le sue storie si inserisce programmaticamente nel solco di una tradizione culturale orale. Fin dalla struttura narrativa, articolata in racconti brevi e autonomi, si rifà ai contus de forredda, quelle storielle sempre diverse, un pò vere e un pò fantastiche, che nelle sere fredde d’inverno, “quando ancora non c’era la radio e la televisione e c’era voglia di stare insieme”, una zia Efisia o una zia Arrosa si divertivano a raccontare ai membri della famiglia o del vicinato radunati intorno al fuoco. Racconti “alla buona” li definisce Luigi Pusceddu. Non privi di valore documentario e allo stesso tempo letterario, li consideriamo noi. I suoi nipoti collettivi.

Sandra Mereu

“Doppio cielo” di Giulio Angioni (Il Maestrale 2010)

Doppio cielo, l’ultimo romanzo di Giulio Angioni, edito dalla Casa Editrice il Maestrale di Nuoro, è un libro che parla del lavoro e racconta dei lavoratori, delle loro vite, delle loro passioni. Non è una novità per chi conosce l’opera dello scrittore e antropologo guasilese ormai tradotto in molte lingue del mondo. In doppio cielo, il contadino Luisu (Luigi Melas) diventa minatore, insieme a Baieddu il suo puledro baio. Da Fraus direttamente a Carbonia, dopo un viaggio enorme.  Il tempo del romanzo è quello della guerra, la seconda mondiale, ma è anche il tempo del fascismo agonizzante, per cui ora si può criticarlo, come fa il compagno e maestro di lavoro di Luisu, Ferriero Dondi, toscano, anarchico e rivoluzionario. Gli parla della santa anarchia Dondi, che è solo un’idea, un desiderio, ma “è un’idea che serve. Eccome se serve, l’anarchia. Col desiderio si può molto di più che con la sola volontà”. Ferriero Dondi si presenta così: “Sono pacifista io e antimilitarista, renitente alla leva. Ma sono figlio di papà, se no ero a Gaeta in fortezza, non a Carbonia in miniera. E chi mi ci ha mandato? La mia fede anarchica, la polizia dell’OVRA, il federale di Pisa, la milizia, il duce, la malasorte, le inique sanzioni, questi tempi schifosi di fascismo che manda a Carbonia i nemici interni da tenere a bada”. E farà conosce a Luisu cos’è la miniera, con i suoi argani e le sue pompe, le volate, le mine, i gas di miniera, il grisù. E gli parlerà dell’anarchico Schirru, ucciso per aver pensato di attentare alla vita del duce.

In miniera a Carbonia, nella grande miniera di Serbariu, scenderà anche Baieddu, “legato appeso sotto il pavimento della gabbia (…) sospeso a pancia in giù nel buio vuoto”. E sempre la miniera sarà il luogo in cui Luisu incontrerà minatori venuti lì da altri luoghi per portare i loro saperi, saperi di mani esperte. Incontrerà anche il Polacco, figura di capo sorvegliante crucco che ha militarizzato la miniera e deve farla funzionare per sconfiggere, con il carbone autarchico, le democrazie plutogiudaiche. Ma il Polacco è anche il fedele alleato e, come altri crucchi, cane da guardia del fascismo. Con tutti questi personaggi in Doppio cielo Angioni crea un mimetismo linguistico, costruito con le loro battute. Come negli altri romanzi i vari personaggi, a seconda della loro origine, parlano con cadenze e stilemi del sardo del toscano e del siciliano. Una scelta stilistica  che non può dirsi fine a sé stessa: nel tipico linguaggio retorico e militaresco e in fondo vuoto di emozioni del polacco, direttore di miniera e gerarca, si intravede l’agonia di un regime agonizzante. Il lavoro è centrale in questo romanzo, il lavoro con le sue fatiche e i suoi saperi. C’è quasi un filo continuo nell’opera di Angioni che dal mito arcadico del “Sale sulla ferita”, passa per la scienza biologica e genetica di “Alba dei giorni bui”, e arriva alla tecnica del minatore di “Doppio cielo”, con i suoi argani, le berlinette, il banco di miniera, il pozzo di miniera, la volata, la mina, la lampada, l’acetilene, il palo di puntello, eccetera.

Insieme al lavoro, al vento della rivolta che monta, nella miniera Luisu conoscerà anche la solidarietà e l’amore che lo porterà ad assumere un atteggiamento sempre più sprezzante nei confronti delle ingiustizie, ma anche del pericolo e degli imprevisti che il lavoro sotto terra ha insiti nella sua natura. Ma è il lavoro il vero protagonista di questo romanzo,  il lavoro della mano, della mente e del corpo: “Dunque c’è che ha un corpo musicale, un corpo ballerino, un corpo bello come Marialuisa Macis, un corpo contadino come Luisu Melas ma qui si deve fare un corpo minatore, specie perché ha un corpo bovaro, l’ultimo gradino dei corpi di campagna” (pag. 49).  E ancora  Luisu: “L’ha capita per  davvero questa storia del corpo minatore: integro o mutilato, sveglio  o addormentato, attento o distratto, persino vivo  o morto, un corpo minatore è fatto e poi rifatto nel lavoro in galleria, è soprattutto un corpo riadattato al sottosuolo, che sa già tutto per conto suo” (pag. 51). Bene, io mi fermo qui a voi il piacere di continuare nella lettura.

Pier Giorgio Serra

“Viaggio letterario nell’isola di Sardegna” (Cuec 2010)

La biblioteca comunale, MARTEDI’ 21 GIUGNO alle ore 18.00, ha presentato una recente pubblicazione della CUEC dal titolo “Viaggio letterario nell’isola di Sardegna”, curata da Giuseppe Pusceddu e Gianni Stocchino.

Si tratta di un’originale lavoro che annoda lungo il filo di un viaggio ideale racconti, aneddoti, suggestioni, impressioni, storie di viaggiatori e di grandi scrittori che hanno attraversato la Sardegna nel tempo e nello spazio. Sono 150 testimonianze che ci raccontano la nostra isola, le sue regioni storiche, i tanti paesi, tutti diversi e tutti uguali, con la varietà dei suoi linguaggi resi in prosa o in rima. C’è l’occhio straniero che ci osserva selvaggi e primitivi: siamo i Lestrigoni antropofagi di Omero, “gli uomini e le donne che vanno nudi con un brandello di tela, uno straccio bucato per coprire il sesso” (Honoré de Balzac). C’è un prima e un dopo Lawrence: sulla scorta di Sea and Sardinia gli scrittori scopriranno un altro mondo e un altro modo di intendere il viaggio nell’isola. C’è lo sguardo dei suoi figli che la scoprono provinciale: “Vi faccio osservare che lo stagno di Cabras è denominato mari…” (Michela Murgia), ma che ne sanno anche scorgere i tratti romantici nell’acqua che scorre nella fonte di Galusè a Tonara (Gianluca Floris). C’è la Sardegna dei segreti e dei veleni, quella del poligono militare di Perdas de Fogu, la Quirra di Carlotto e dei Mama Sabot. E poi ci sono i macondi, termine coniato da Marcello Fois con chiaro riferimento al paese teatro delle vicende di Cent’anni di solitudine narrato da Garcia Marquez. I macondi sono quei luoghi immaginari, inventati nella toponomastica ma facilmente individuabili nella realtà, dove gli scrittori sardi hanno ambientato i loro romanzi: Aar, il paese de “La Madre” (Grazia Deledda), Arasolè, il piccolo villaggio che ci parla del mondo di “Quelli dalle labbra bianche” (Francesco Masala), Fraus, il villaggio sconvolto da una modernità da troppi accolta acriticamente (Giulio Angioni), Norbio, il paese d’ombre di Dessì, Piracherfa di Niffoi, Nurajò di Soriga…

L’incontro con gli autori di questo accattivante racconto dei racconti è stata l’occasione per continuare il viaggio e scoprire quel tanto che ancora restava da scoprire.

La locandina viaggio_letterario

Sandra Mereu