San Gemiliano non è Emilio (o Emiliano) martirizzato sotto Nerone. Ma allora chi è?

Al termine “agiografia” è comunemente associato un significato con valenza negativa. Esso sta infatti ad indicare un racconto biografico falsato al fine di esaltare un personaggio. Ciò è legato al fatto che in passato sono proliferate vite di santi infarcite di elementi fantasiosi e improbabili e in definitiva prive di ogni verosimiglianza storica.  L’agiografia è però anche una disciplina che si insegna all’Università. Il suo oggetto di studio è la santità e il culto dei santi considerati in tutta la loro varietà e complessità. In interazione con altre discipline l’agiografia ha aperto nuove e interessanti prospettive storiografiche, dando vita ad esempio a un capolavoro come “I Re taumaturghi” di Marc Bloch. Questa seconda accezione del termine è la conseguenza di un lungo processo di rivisitazione operato dalla Chiesa su molte biografie di santi.

Allo scopo di difendere la legittimità del culto dei santi dagli attacchi mossi dalla Riforma protestante nel XVI secolo, e porre un argine alle forme di superstizione ad esso connesse, i testi delle vite dei santi furono passati al vaglio dell’analisi filologica e storico-critica. L’antichità di certi culti e l’esistenza stessa di santi pur molto venerati venne messa in dubbio. Per iniziativa di Jean Bolland, da questo lungo e scrupoloso lavoro di revisione è scaturita una monumentale opera nota come Acta Sanctorum, la cui pubblicazione ha avuto inizio nel 1643. Le vite dei santi che quest’opera accoglie (contenenti gli elementi essenziali sulla loro vita, morte, luogo di sepoltura, autenticità delle loro reliquie, culto) sono accompagnate da un commentario storico-critico e informativo sulle fonti.

Ho voluto recuperare questi concetti, appresi dallo studio dell’agiografia, per introdurre la seconda parte della riflessione di Pinotto Mura intorno al santo venerato a Sestu, san Gemiliano (vedi San Gemiliano è stato davvero martirizzato in occasione della persecuzione di Nerone?). Come i bollandisti del seicento Pinotto Mura valuta i vari elementi che compongono la tradizione fissata nei goccius, e la giudica nel suo complesso inattendibile. Parallelamente mostra di non credere che il santo Emilio o Emiliano di cui parlano i componimenti poetici sia il santo “Gemiliano” venerato a Sestu. Alla luce di quanto riportato sopra mi sono chiesta: dove vuole arrivare Pinotto con tutti questi dubbi sull’identità di san Gemiliano? Incuriosita ho svolto qualche ricerca al riguardo e inaspettatamente ho capito che ad accoglierli, quei dubbi, san Gemiliano potrebbe persino guadagnarci. Leggiamo intanto il seguito del suo ragionamento. (Sandra Mereu)

San Gemiliano_goccius

San Gemiliano non può essere stato martirizzato sotto Nerone.

Secondo la tradizione tramandata dai goccius, san Gemiliano sarebbe stato messo a morte durante la persecuzione dei cristiani perpetrata dall’imperatore Nerone. Per dimostrare l’infondatezza di tale credenza, è molto utile la testimonianza dello storico romano Tacito.

Tacito riferisce che l’imperatore Nerone, per placare l’orrendo sospetto che l’incendio di Roma fosse stato comandato da lui (“volle soffocare questa orrenda diceria”) accusò i cristiani (“cercò gente da accusare e con pene severissime colpì coloro che il volgo chiamava cristiani”) e li condannò a morte. Alcuni vennero mandati a morte mediante la crocefissione, altri furono bruciati vivi come torce, così da servire al calar del giorno da illuminazione notturna, altri ancora furono ricoperti da pelli di fiere e sbranati dai cani. Riferisce sempre Tacito che prima di tutto furono arrestati coloro che si professavano tali, cioè che si autodenunciavano; poi, su denuncia di questi, un’enorme massa di persone. La testimonianza relativa alle pene inflitte è una conferma che quelle pene siano state applicate ai cristiani non in quanto tali, e per ciò meritevoli di persecuzione, ma in quanto giudicati e ritenuti – a ragione o torto – responsabili del grave reato di “incendiari” della città di Roma. Si trattava infatti di forme di esecuzione capitale molto antiche, già previste dalle Leggi delle XII Tavole. In base ad esse gli incendiari venivano puniti con la pena dell’ignis, cioè della vivicombustione o cremazione, per omologia, dopo aver subito la flagellazione.

La teoria che quei condannati siano stati vittime di una persecuzione in quanto “cristiani” è dunque priva di ogni fondamento. Del resto, Nerone non aveva alcun motivo per prendersela con i cristiani eventualmente presenti nella città di Roma. Inoltre difficilmente questi potevano essere distinti dai loro turbolenti connazionali ebrei, rientrati nella capitale dopo essere stati cacciati nel 49 d.Cr. dall’imperatore Claudio. I pochissimi componenti della comunità cristiana presenti allora a Roma, peraltro, conoscevano il monito contenuto nella lettera che Paolo aveva loro inviato in attesa di poterli ammonire di persona: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio”.

Questi dati storici ci portano dunque a concludere che all’epoca di Nerone non esistesse alcuna persecuzione nei confronti dei cristiani per motivi religiosi.

I cristiani non scappavano davanti alla morte.

Sempre secondo la tradizione, san Gemiliano sarebbe stato mandato a morte mediante lapidazione dai pagani nelle campagne di Sestu, mentre si allontanava da Cagliari da dove era riuscito a scappare. Al riguardo penso di poter tranquillamente obiettare: che i primi cristiani non scappavano davanti al carnefice; che un condannato – soprattutto se condannato a morte – difficilmente poteva sfuggire all’esecuzione della condanna, anche perché essa veniva eseguita immediatamente dopo la sua pronuncia.

La lapidazione non poteva essere inflitta a un cittadino romano.

Riguardo poi al tipo di esecuzione capitale, mi riesce difficile credere che san Gemiliano sia stato lapidato. Ciò per la semplice ragione che la lapidazione non era una pena applicabile nei confronti di un cittadino romano. Infatti Gemiliano, secondo la stessa tradizione orale, era cagliaritano di nascita. Cagliari, fin dal 46 a. Cr., aveva ottenuto da Giulio Cesare, in occasione del suo passaggio in città e come premio per la fedeltà dimostrata durante la guerra civile con Pompeo Magno, il titolo di “municipio” romano. In conseguenza di questo riconoscimento tutti i suoi cittadini avevano ottenuto il privilegio dell’applicazione nei loro confronti dello jus quiritium, cioè lo stesso diritto oggettivo proprio dei cittadini di Roma.

Nel mondo romano i magistrati dotati di ius imperii e i loro funzionari stavano ben attenti a non violare il sistema giuridico proprio dei cittadini romani. A tale riguardo si potrebbero citare numerosi esempi. Citerò qui il caso di san Paolo, come è riportato dagli Atti degli Apostoli. Mentre si trovava a Gerusalemme, i giudei aizzarono la folla contro di lui e tentarono di ucciderlo. Intervenne prontamente il tribuno militare romano il quale, per sapere da lui perché mai lo accusassero e gli usassero violenza, diede ordine al centurione di accompagnare Paolo alla fortezza Antonia e di interrogarlo a colpi di flagello. Mentre veniva legato con catene per procedere all’interrogatorio, Paolo rivolto al centurione gli disse testualmente: “Potete voi flagellare un cittadino romano, non ancora giudicato?”. Il centurione spaventato a seguito di questa domanda corse trafelato dal tribuno per metterlo in guardia: “Che cosa stai per fare?”, gli disse, “quell’uomo è un romano!”. Il tribuno chiese conferma a Paolo circa la sua cittadinanza romana. Avutane conferma, ebbe molta paura per il solo fatto di aver dato ordine di metterlo in catene e dispose che coloro che dovevano interrogarlo si allontanassero immediatamente dal Paolo. Quando giunse il nuovo governatore Festo, che doveva sostituire Felice, Paolo, alla domanda se volesse andare con lui a Gerusalemme per essere interrogato in quella città, davanti a lui, sulle accuse che gli venivano mosse, rispose con decisione: “Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, e qui mi si deve giudicare… Io mi appello a Cesare” (Caesarem appello). E Festo, per tutta risposta: “Ti sei appellato a Cesare, e a Cesare andrai” (Caesarem appellasti; ad Caesarem ibis). Paolo fu inviato sotto scorta a Roma, dove comparve davanti al tribunale del prefetto del pretorio Burro, dal quale fu giudicato e assolto.

Paolo, in sostanza, come era suo diritto di cittadino romano aveva esercitato la provocatio ad populum, un antico istituto giuridico risalente alle origini della Repubblica che verrà soppresso con la concessione della cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell’impero (212 d.C.). Appellandosi all’imperatore, l’accusato o il condannato si sottraeva alla giurisdizione del governatore o procuratore delle province. La condizione di Gemiliano era identica a quella di Paolo: avrebbe potuto esercitare la provocatio ad populum e in tal modo sottrarsi alla giurisdizione del presidente Felice, e magari uscire assolto come Paolo, che doveva rispondere dell’accusa di aver provocato disordini a Gerusalemme per la sua conversione al cristianesimo e per conseguente predicazione. Alla peggio, avrebbe evitato la lapidazione.

La Sardegna era una provincia senatoria.

Un’altra e non ultima ragione per cui non credo che san Gemiliano abbia subito il martirio durante la persecuzione di Nerone dipende dal fatto che all’epoca – precisamente dal 66 d.Cr. – la provincia di Sardegna e Corsica da provincia imperiale era diventata provincia senatoria. Infatti Nerone durante il suo viaggio in Grecia (la provincia d’Acaia), in occasione della sua visita a Corinto e durante il discorso tenuto in quella città aveva deciso di esonerare i greci dal pagamento di ogni imposta e tassa (“Io oggi vi rendo la libertà”). Quella provincia era amministrata dal Senato, che aveva perciò lamentato la riduzione dei proventi derivanti dai tributi provinciali. Nerone, per tacitare le lamentele, cedette in cambio al Senato la provincia di Sardegna e Corsica. Non è pertanto verosimile che il Senato, e quindi il proconsole o propretore che amministrava la provincia – stanti i rapporti non proprio idilliaci esistenti tra l’imperatore Nerone e gli esponenti della classe senatoria ed equestre – avrebbero assecondato e attuato una eventuale politica persecutoria nei confronti dei cristiani dell’isola imposta dall’imperatore.

Altre osservazioni si potrebbero fare, in aggiunta a quelle sopra esposte, per dimostrare che quell’Emilio o Emiliano o Gemiliano di cui parla la tradizione orale trasfusa nei goccius non possa essere stato vittima della persecuzione di Nerone. O quanto meno che quel preteso martire della tradizione orale possa identificarsi con quell’Emilio martirizzato in Sardegna il 28 maggio di un anno imprecisato, in una località sconosciuta e della cui condizione personale e sociale nulla si sa.

Pinotto Mura

San Gemiliano è stato davvero martirizzato in occasione della persecuzione di Nerone?

Nel mese di maggio a Sestu ricorre una delle festività dedicate a san Gemiliano. Nello stile di questo blog, ci piace rimarcare la ricorrenza pubblicando una interessante riflessione di Pinotto Mura sull’agiografia di questo santo, un argomento su cui in tanti – a dire il vero più gli eruditi che i fedeli – si sono cimentati. Trattandosi di un personaggio avvolto nella leggenda, sul quale cioè non esistono fonti storiche attendibili, finora nessuno ha sciolto i tanti dubbi che circondano la sua biografia, tanto che c’è persino chi ne mette in dubbio l’esistenza. Consapevole del fatto che ogni valutazione critica sull’argomento rischia di offendere la sensibilità dei devoti al santo, Pinotto, nella nota con cui ha accompagnato il suo scritto, precisa: «E’ possibile che certe difficoltà appartengano solo a me. Pertanto, se mi accingo a scriverne, lo faccio innanzitutto nel tentativo di chiarire a me stesso i dubbi che mi sono sorti al riguardo. Al contrario, non è mia intenzione trasferire ad altri i miei dubbi; e chi pertanto avrà occasione di leggere le mie considerazioni, si senta pure libero di condividerle oppure rigettarle, anche sdegnosamente. E di conservare intatte le sue credenze su san Gemiliano Protomartire». Forte di una solida cultura classica e di aggiornate letture, Pinotto tratta l’argomento con serietà e rigore. Non si limita a collazionare fonti e cronache d’epoca ma le sottopone al vaglio della critica storica per trarne poi una sua personale e coraggiosa valutazione in merito. (S. M.)

***

San Gemiliano_SestuNel più antico Martirologio della Chiesa occidentale, concordemente datato al 354 d. Cr., noto anche come Martirologio Romano o Martirologio Geronimiano (identico documento nelle Chiese orientali o ortodosse è chiamato Menologio o Sinassario), si legge che il 28 del mese di Maggio «In Sardegna (hanno subito il martirio) Emilio, Felice, Priamo, e Luciano». Si tratta di una notizia assai scarna, che ci informa esclusivamente sulla Regione (la Sardegna) in cui questi cristiani hanno subito il martirio. Niente è detto sul luogo e sulla data di nascita, sulla città e sull’anno (o il periodo) in cui hanno subito il martirio; sulle loro condizioni personali, familiari e sociali; su eventuali incarichi ricoperti e funzioni svolte all’interno della rispettiva comunità cristiana. Tuttavia è proprio questa essenzialità del dato a garantire sulla veridicità e autenticità delle informazioni fornite. Pertanto può ritenersi vero che in Sardegna – non si sa dove, non si sa in quale anno – hanno confessato la loro fede in Gesù Cristo quattro cristiani dei quali conosciamo soltanto i nomi: Emilio, Felice, Priamo e Luciano. Di contro è lecito pensare che tutte le altre notizie che ci sono pervenute su questi santi martiri – se si fa eccezione per il luogo del martirio – in quanto non sorrette da valido e credibile testimonio, siano invece da attribuire alla pietà popolare. Un sentimento, questo, che quasi mai è spontaneo ma più spesso qualcuno alimenta, animato forse dalle migliori intenzioni, dando così origine a una tradizione. Dapprima orale (is goccius) poi scritta. Ma può anche capitare che da una molto tardiva ed interessata tradizione scritta si fondi una successiva tradizione orale. In questa tradizione si inserisce anche l’agiografia del santo venerato a Sestu, intorno alle cui origini sono fioriti molti interrogativi tra cui quello che riguarda la datazione del martirio e quindi la sua natura di protomartire. Si tratta a mio parere di un problema che, a volerlo affrontare, non può essere disgiunto da quello dell’esatta identificazione di questo santo. Ma procediamo con ordine.

San Gemiliano protomartire.

La fonte. Il Martirologio Romano è il più antico martirologio occidentale; tutti gli altri, per quanto compilati in epoca antica, non sono altro che copie dello stesso. E per di più sono copie che contengono svariati errori di copiatura e/o trascrizione. E benché sulla questione in esame non presentino differenze tra loro, e in tutti Sant’Emilio è nominato per primo, ciò non autorizza a considerarlo “Protomartire”. In assenza di precise specificazioni, non solo non possiamo considerarlo primo martire della Sardegna, insieme agli altri cristiani insieme a lui nominati, ma nemmeno possiamo attribuirgli altri titoli o prerogative. E’ credenza diffusa che quell’Emilio martirizzato il 28 Maggio sia da identificare con il san Gemiliano che veneriamo qui in Sestu. Di lui la sopra citata tradizione (is Goccius) dice: «In su tempus de Neroni, nascis de babbu paganu, de patria cagliaritanu, gentili de professioni…», «Santu Pedru ti ha battiau e ordinau sacerdoti», «Felis impiu Presidenti impresonat a Millanu …», «Ti fulminat a s’istanti una sentenzia de morti…». L’empio preside o presidente Felice sarebbe il funzionario imperiale mandato in Sardegna da Nerone con il preciso incarico di estirpare sul nascere la nuova religione cristiana. Questo stralcio della più ampia tradizione su san Gemiliano è sufficiente a far sorgere i primi interrogativi. In esso, infatti, sono contenute diverse notizie che, ad un esame anche superficiale, appaiono inconciliabili non solo con la storia – diremo – civile, ma anche con la storia della Chiesa dei primi secoli.

L’epoca del martirio. Secondo la notizia tramandata dalla tradizione (In su tempus de Neroni, nascis de babbu paganu…), san Gemiliano (identificato con quell’Emilio del Martirologio) sarebbe stato martirizzato in occasione della persecuzione scatenata da Nerone contro i Cristiani, accusati di aver causato l’incendio di Roma del 64 d. Cr. A ritenerla corretta si dovrebbe pertanto concludere che san Gemiliano è stato martirizzato quando era ancora un bambino, cioè all’età di dieci anni o poco più. Nerone infatti è stato acclamato imperatore l’anno 54 d.Cr., mentre l’incendio di Roma viene datato al 64 d.Cr. Dieci anni esatti separano dunque i due avvenimenti. Ritengo la deduzione non opinabile perché si tratta di dati storici che nessuno contesta ma neppure discute.

La professione gentile. Altro aspetto della medesima tradizione contrastante con gli usi e i costumi dell’epoca neroniana riguarda il passaggio che vuole san Gemiliano “gentili de professioni”. All’età di dieci anni, per incompatibilità di carattere giuridico, i cittadini romani non potevano esercitare alcuna professione, tanto meno una non meglio specificata professione “gentile” o liberale. Si riconosceva infatti che un bambino di dieci anni non è in grado di obbligarsi validamente nei confronti dei possibili clienti, come pure non è capace di esercitare validamente i suoi diritti nei confronti dei medesimi.

Il battesimo ai fanciulli. La Chiesa insegna che il sacramento del battesimo può essere ricevuto in tre forme: battesimo di acqua e spirito (che è quello amministrato normalmente), battesimo di sangue, battesimo di desiderio. Il battesimo è il primo dei sacramenti cosiddetti della iniziazione cristiana. Perciò, se san Gemiliano è stato martirizzato in quanto divenuto cristiano deve aver necessariamente ricevuto il battesimo, così come tramandato dalla tradizione dei goccius (Santu Pedru ti ha battiau e ordinau sacerdoti). Se si vuole credere che san Gemiliano sia quello riportato dalla tradizione allora sorge un problema. In epoca apostolica, infatti, ordinariamente non si amministrava il battesimo ai bambini di dieci anni o intorno ai dieci anni. Al quel tempo infatti il battesimo ai fanciulli veniva amministrato solo in situazioni particolari, cioè quando tutti i componenti di una casa – intendendo il termine come intero aggregato familiare – si convertivano al cristianesimo e chiedevano per questo di venire battezzati. Di questa pratica si trova ampia traccia nell’epistolario paolino e negli Atti degli Apostoli. Sulla base della tradizione rilevabile dagli scritti neotestamentari, si può dunque escludere che Gemiliano abbia ricevuto il battesimo durante la sua fanciullezza, anche perché la tradizione ci informa che suo padre non era cristiano (nascis de babbu paganu).

Il battesimo amministrato da san Pietro. Ugualmente inverosimile è da considerarsi la notizia che il battesimo gli sarebbe stato amministrato dallo stesso san Pietro, giacché di solito gli apostoli non amministravano personalmente il battesimo. Gli Apostoli, quali erano appunto Pietro e Paolo, come risulta dagli Atti degli Apostoli, proprio per volontà di Pietro si dedicavano esclusivamente “alla preghiera e al ministero della parola”. A comprova di ciò si potrebbe citare Paolo che nella prima lettera ai Corinzi scrive: «Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio…».

Le informazioni agiografiche tramandate dalla tradizione, per le ragioni sopra esposte, non sono dunque compatibili con gli usi e i costumi dell’epoca in cui si vorrebbe collocare la nascita e il martirio di san Gemiliano. Un fatto questo sufficiente di per sé a farci dubitare sulla loro attendibilità.

L’alternanza dei nomi: San Gemiliano, ovvero san Emilio o Emiliano.

Un dubbio che è una certezza. Personalmente non credo che Emilio, passando per il nome Emiliano, sia il San Gemiliano che noi veneriamo in Sestu! La leggerezza con cui si ricorre all’uso alternativo di questi nomi per indicare il nostro Patrono non mi pare accettabile. E per questa stessa ragione non condivido la tesi sostenuta in uno scritto, di cui non ricordo l’autore, intitolato appunto “In Sardegna S. Gemiliano è conosciuto sotto il nome di Emilio, Emiliano, Memilianu, Gemilianu, Millanu, Meliu”. A mio avviso non è verosimile che i Sardi abbiano potuto, in piena coscienza, impiegare nomi diversi tra loro – come lo sono appunto Emilio, Emiliano e ancor di più Gemiliano e tutti gli atri nomi che sono stati sopra riportati – per pregare ed invocare lo stesso Santo Protettore.

l giorno del martirio. Se infatti – come s’è detto – l’Emilio del Martirologio è stato martirizzato il 28 di maggio, come si può spiegare il fatto che a Sestu la ricorrenza festiva di questo santo si faccia cadere la terza domenica di maggio? Si tratta forse di personaggi diversi? E se si esclude questa che sembra l’ipotesi più plausibile, quale altra spiegazione può essere data? Capire il perché di questa discrasia è anch’esso un problema. I martirologi, infatti, che nel tempo sostituirono i Calendari, avevano proprio lo scopo di ricordare alle comunità cristiane il giorno in cui i loro santi avevano subito il martirio (dies natali) e in quel preciso giorno dovevano essere ricordati ed onorati. Per quale ragione, nel caso di san Gemiliano, la sua Comunità avrebbe dovuto disconoscere la funzione del Martirologio?

Emilio ed Emiliano sono nomi diversi. A sostegno della mia convinzione posso portare due notizie storiche. Nel III secolo a. Cr. è vissuto un imperatore romano che aveva come nome Marco Emilio Emiliano, in latino Marcus Aemilius Aemilianus (Gerba, 207 circa – Spoleto, settembre 253). Nella seconda parte del IV secolo a. Cr. è vissuto invece uno scrittore il cui nome era Claudio Claudiano, in latino Claudius Claudianus (Alessandria, 370 circa – Roma, 404). Considero queste testimonianze più che sufficienti a dimostrare l’assoluta inconsistenza dell’alternatività dei nomi. E dunque ritengo assai poco probabile che il san Gemiliano venerato a Sestu sia lo stesso tramandato dalla tradizione.

Pinotto Mura