Il Coyote di Mesita

Voglio raccontare una storia. Questa storia parla di un ragazzo, James Cooley, venuto alla luce 24 anni or sono nella strabiliante Denver, capitale dello Stato del Colorado.Qui il piccolo James, dall’età di 7 anni inizia a trafficare con una chitarra. Non pensate a  scuole, lezioni private, corsi specialistici o a magnanimi guru della musica in vena di fare proselitismo. Niente di tutto questo. James prende e parte da solo. Accompagnato da incontenibile passione e da altrettanta  forza di volontà impara a suonare la chitarra, ad orecchio.  Sì, avete capito bene. Magari a chi ha dimestichezza con gli strumenti musicali il mio entusiasmo sembrerà esagerato, però per me che non sono mai diventata musicista è difficile anche solo immaginare cosa voglia dire imparare a suonare uno strumento, come la chitarra, senza l’aiuto della musica scritta.

Ma non è finita, perché  James, sotto il nome di Mesita,  è un artista che crea, registra, distribuisce e promuove con entusiasmo la propria musica da solo, in più trova anche il tempo per rispondere ad una seccante e curiosa mail proveniente dall’altra parte del mondo, inviatagli da una tizia strana che nonostante studi l’inglese da anni, per elaborare una lettera seria e non troppo invadente decide, probabilmente per rasserenarsi, di affidare le sue parole a quel traduttore geniale, a volte incompreso, di google. Di nuovo Mesita, è meglio.

Nella mail di cui sopra racconta cosa stimola la sua fantasia e continua ad influenzare i suoi sogni mentre esercita con tanta maestria la sua arte. Lui compone pensando alla natura, al paesaggio sconfinato che lo circonda e ascoltando Indie rock a tutto gas. Cito a riguardo: The Walkman (molto interessante The Rat), Destroyer  e gli estrosi  e prolifici Deerhoof. Ma, ed è questo lo ammetto, che ha scatenato in me spudorata curiosità, le sue note hanno iniziato a volare anche grazie anche a Zelda e Megaman NES. Devo dire che scoprire un musicista così talentuoso ed eclettico cogliere da passioni giovanili, come i videogiochi, sfumature tali da spingerlo ad annoverarle tra le fonti di ispirazione che l’hanno aiutano a trasformare in musica ciò che sente, l’ho trovato straordinariamente intimo  e vero.

The Coyote (2012) è un invito. Un invito informale ad un cena tra amici, dove ognuno parla di quello che ama di più, di qualunque cosa si tratti. E la cosa più bella di questa intimità che spontaneamente si crea è la consapevolezza di potersi godere senza fretta né rimorsi tutto l’agio e la serenità scaturiti da questo concerto di eccellenti vibrazioni.  L’album è sorprendente, diverso in ogni pezzo, facile da ascoltare e veramente difficile da dimenticare. La voce di James a tratti guida sicura ed impetuosa le note, ad altri ci plana sopra prendendole per mano. The Coyotes e Out For Blood: ritmo che abbraccia energia.

Spero di poter tornare a scrivere di Mesita, magari in occasione di uno dei prossimi album che gli auguro di scrivere, o di qualche riconoscimento importante che riceverà per la sua musica, o ancora per celebrare uno stratosferico concerto tenuto qui in Italia, in ogni caso non dubito che tra fitti boschi di abeti, accompagnato da virtuali principesse e protetto da robot umanoidi,  riuscirà a fare tanta strada.

Clara Cuccu

Della musica dei Broken Bells e di qualcos’altro

Se ci penso, faccio fatica a ricordare come questo disco mi sia capitato tra le mani. L’iter che ha seguito dall’essere un cd qualunque di un gruppo sconosciuto, almeno per me, al diventare la “primadonna” della mia raccolta personale, con tanto di acquisto in duplice copia (di cui una da regalare ad un carissimo amico dal palato sopraffino), è a dir poco casuale. Un giorno, mentre mi trovavo a spulciare nella rete alla ricerca di qualche artista o gruppo emergente indie rock, mi capita a portata di timpano il brano October dei Broken Bells. Già dal primo ascolto rimango colpita dalle sonorità decisamente raffinate, al secondo sono in fase d’innamoramento, al quinto di seguito decido, lo compro. Ammetto: mi capita spesso. Mi faccio trascinare dall’entusiasmo al punto tale da acquistare l’intero album di un artista appena scoperto, spesso rimango contentissima di questi azzardi, qualche volta mi ritrovo a rimuginare sul perché abbia l’abitudine di buttare via e troppo in fretta gli scontrini. In ogni caso penso che le case discografiche, soprattutto quelle minori, avrebbero il dovere morale di ringraziarmi o anche di omaggiarmi in prodotti, facciano loro. Grazie a questa mia curiosità incalzante, ho scoperto una buona quantità di artisti non radiofonici meritanti di platee sconfinate di fan, e l’elenco sarebbe davvero nutrito. Ma torniamo alle campane rotte.

Due cose, ma giusto due sul gruppo, o meglio sul duo, composto da James Mercer, frontman degli americani Shins, e dal produttore/musicista/autore Brian Burton meglio noto come Danger Mouse. Non so se avete mai sentito parlare di Gnarls Barkley  che nel 2006 musicava “Crazy”,  anche in quel caso di trattava di un duo ed uno dei due era lui, il mouse di cui sopra.  Al nostro (per il momento ancora solo mio) Burton piace duettare e fare tante altre cose. Se siete curiosi, leggete la sua biografia, rimarrete colpiti dalla sua ecletticità, garantito.

Dal punto di vista del genere non saprei bene dove inserirli. Wikipedia, english version (quella italiana è troppo sintetica) li annovera nell’indie rock, nell’alternative rock e nel più specifico, si fa per dire, space rock dentro il quale però si pesca dai Pink Floyd, considerati insieme agli Hawkwind i capostipiti del sottogenere, a David Bowie, passando per i Radiohead, arrivando fino ai 30 Seconds to Mars. Insomma, a noi la scelta di decidere in che genere o sottogenere collocarli. Sempre che la cosa c’interessi, ovviamente.  Il cd Broken Bells (2010), merita. Merita di essere ascoltato, riascoltato, ri-riascoltato, consumato. O perlomeno è quello che ho fatto, e sto ancora facendo, io. In sintesi li ho trovati veramente bravi. La voce di James Mercer è magnetica, limpida ed evocante, sempre. La musica è a tratti morbida e lineare ad altri frizzante e meravigliosamente elettronica: i sintetizzatori sono una grande invenzione. I brani ascoltateli tutti più volte, e se potete andate su youtube e godetevi uno dei live di Citizen.

Ma c’è un altro motivo, più personale, che mi ha spinto verso i Broken Bells.  Poco prima di acquistare il cd ho fatto un po’ di ricerche per saperne di più sul gruppo e su quelli che potevano essere i loro trascorsi, e quando ho visto che Mercer era il leader di un altro gruppo, gli Shins citati all’inizio, mi sono precipitata ad ascoltarli e a cercar informazioni su di loro, così ho scoperto che avevano composto un paio di brani (New Slang, una vera delizia, e Caring Is Creepy) per la colonna sonora di un film, visto lo scorso anno ed assai apprezzato, La mia vita a Garden State,  scritto e diretto dal quel genio irresistibile di Zach Braff, per gli amanti di Scrubs, lui, il dott. Dorian.

Insomma in maniera contorta, dal di fuori forse incomprensibile, mi ritrovo a collegare mio malgrado cose, personaggi, canzoni. Non vi è mai capitato che una mano invisibile guidi la vostra curiosità, trasformandola in scelte decise e apparentemente ponderate, verso un percorso che vi state inconsapevolmente costruendo da soli? Se sì come chiamate questo intuito, questa spinta inspiegabile? Settimo senso? Non vi sembra di essere all’interno di uno di quei giochi dove si uniscono i puntini, ma che in questo caso ogni puntino mostri il numero (nel giusto ordine progressivo!) solo dopo averlo unito a quello precedente?

Non so voi, ma io ho appena comprato una confezione di matite nuove.

Buon ascolto e se vi garba buona visione.

Clara Cuccu