Lavoro decente, lavoro dignitoso: il ruolo dei governi nazionali.

Quello del “lavoro dignitoso”, decent work, è un tema che sta entrando prepotentemente nel dibattito pubblico internazionale. E c’è da credere che con l’attuazione del jobs act diventerà questione di cogente attualità anche in Italia. L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), la più antica agenzia specializzata dell’ONU, ne ha dato una definizione che riunisce in sé il diritto al lavoro e i diritti sul lavoro. Decent work significa svolgere un lavoro produttivo e che garantisca un equo compenso, sicurezza sul posto di lavoro e protezione sociale per le famiglie, migliori prospettive di crescita personale e integrazione sociale, libertà di esprimersi, organizzare, partecipare a discussioni che riguardano la propria vita, pari opportunità per donne e uomini. Per rendere concreti questi principi l’OIL è impegnata perché il lavoro sia in cima all’Agenda internazionale per lo sviluppo. Al suo fianco la Chiesa, che ha posto il tema del lavoro dignitoso alla base della sua dottrina sociale, oggi rilanciata con forza da Papa Francesco.

In questa Ted Conference sarda (TedxViaTirso), Giovanni Pinna spiega quale ruolo possono giocare i governi nazionali nella difesa e attuazione del decent work.

La crisi economica vista dal consiglio comunale di Sestu

fornaci scanu

Sestu, Fornaci Scanu

Sestu, come tutti i comuni della Sardegna, in questi ultimi anni sta fortemente risentendo della crisi economica. Hanno chiuso i battenti molti esercizi commerciali e altrettante aziende hanno cessato l’attività e mandato a casa i lavoratori. Nel nostro territorio la crisi sta investendo in modo particolare il settore dell’edilizia che negli ultimi decenni, trainato dalla convulsa espansione dell’abitato, aveva registrato un notevole sviluppo. Ultima in ordine di tempo, ora anche Fornaci Scanu, storica azienda produttrice di laterizi e altri materiali da costruzione, ha messo in mobilità i suoi operai (circa 60) e si teme che presto la stessa sorte toccherà anche agli impiegati.

L’ordine del giorno e la vertenza Fornaci Scanu. Su sollecitazione delle parti sindacali il consiglio comunale di Sestu, nella seduta di martedì 21 ottobre, ha discusso un ordine del giorno finalizzato a impegnare il Comune in iniziative concrete e azioni di stimolo nei confronti di tutti i soggetti istituzionali, Regione in testa, che più del comune, imbrigliato dai vincoli del patto di stabilità, possono svolgere un ruolo nell’individuazione di adeguate soluzioni tese a scongiurare la chiusura definitiva degli stabilimenti dell’azienda. Un fatto, questo, che avrebbe gravi ripercussioni economiche e sociali nel nostro territorio e non solo.

Il dibattito. Presentando l’ordine del giorno, il sindaco Aldo Pili ha illustrato il ruolo che le Fornaci Scanu da circa cinquant’anni svolgono nell’economia di Sestu e dell’intera Sardegna. Molte infrastrutture dell’isola sono state realizzate con i materiali forniti dalle Fornaci Scanu. Si tratta dunque di un’azienda che ha maturato una notevole capacità di pensare e progettare. La sua chiusura comporterebbe quindi, insieme alla perdita di posti di lavoro, la dissipazione di conoscenza e professionalità. Il comune di Sestu – ha sostenuto il vicesindaco Sergio Cardia – non se ne può disinteressare, anche perché in passato ha favorito in vario modo l’insediamento di questa azienda nel suo territorio. E a questo proposito ha ricordato quanto sofferta e tormentata fu la vicenda degli espropri. Nel seguire il dibattito che si è sviluppato intorno a questo argomento ho annotato gli interventi che mi sono sembrati più utili a ricostruire la vicenda ed esemplificativi delle posizioni (e contraddizioni) politiche presenti nell’attuale consiglio comunale di Sestu:

Massimiliano Bullita (Forza Italia): la politica nulla può contro i soggetti finanziari che detengono il controllo dell’economia. L’esponente di Forza Italia ha individuato la causa immediata delle difficoltà in cui si dibattono le Fornaci Scanu nella crisi dell’edilizia e nella concorrenza rappresentata da nuovi materiali da costruzione presenti oggi sul mercato, più isolanti ed economici. La causa remota della crisi sarebbe invece da individuare nell’impossibilità della politica di incidere sulle scelte economiche. L’economia – secondo il consigliere Bullita – è in mano a pochi soggetti finanziari (banche, agenzie di rating) che agiscono su dimensioni planetaria e vanificano ogni possibilità di pianificare lo sviluppo dei territori da parte dei governi nazionali e locali. E’ certamente un’analisi condivisibile. Dire però, come fa Massimiliano Bullita, che all’origine della crisi ci sono in definitiva le pratiche speculative irresponsabili adottate dagli agenti della finanza, significa anche riconoscere, come fanno i più autorevoli economisti, che la crisi che ha investito le economie occidentali (a partire da quella americana) è la conseguenza dell’aumento della diseguaglianza e quindi dell’intensificazione dello sfruttamento e della perdita di valore del lavoro; dell’introduzione di contratti all’insegna della precarietà giovanile che costituisce ormai di fatto la variante moderna della servitù delle società del passato. Significa in ultima analisi riconoscere che all’origine della crisi c’è l’ideologia neoliberista a cui, come è noto, il pensiero politico di Forza Italia si rifà.

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Sestu, consiglio comunale del 21 ottobre 2014

Elio Farris (Sinistra Ecologia e Libertà): una strategia aziendale poco lineare. Fermo restando il contesto di forte crisi economica in cui si trovano ad operare tutte le aziende, in particolare quelle del settore dell’edilizia, SEL per tramite del capogruppo Elio Farris ha espresso alcune perplessità sul comportamento poco coerente tenuto dalla direzione delle Fornaci Scanu. Recentemente l’azienda aveva fatto consistenti investimenti (anche utilizzando contributi pubblici) per adeguare le fabbriche di Sestu e Guspini a nuove lavorazioni e rendere i prodotti tradizionali più competitivi sul mercato. Tutto faceva presagire il rilancio della produzione e il mantenimento in organico delle maestranze. La scelta di mettere in mobilità gli operai è stata pertanto, oltreché inaspettata, rivelatrice di una strategia industriale che va in una direzione opposta a quella della produzione di beni. Nonostante le numerose sollecitazioni dei lavoratori attraverso le organizzazioni sindacali, l’azienda non ha mai presentato un piano industriale e non ha mai chiarito quale sia il suo vero obiettivo. Utile e indispensabile è dunque che l’amministrazione e il consiglio comunale di Sestu stiano affianco ai lavoratori dell’azienda e ne seguano la vertenza, promuovendo nel contempo tutte le azioni che si riterranno utili per scongiurare il loro licenziamento.

Michela Mura (dissidente PD): come ti strumentalizzo il dramma. Sulla stessa lunghezza d’onda dell’opposizione di destra rappresentata da Antonio Mura, la consigliera comunale di quella parte del PD che si è collocata fuori dalla maggioranza ha ritenuto esercizio inutile discutere sulla vertenza Fornaci Scanu e più proficuo evidenziare invece quanto l’amministrazione non avrebbe, a suo dire, fatto a sostegno delle attività produttive del Comune. Incapace di cogliere i principi che ispiravano il documento e il ruolo politico che può effettivamente svolgere il consiglio comunale rispetto a una questione di simile portata, ne ha minimizzato l’efficacia riducendo il tutto a semplice attestazione di solidarietà ai lavoratori dell’azienda. Dopo aver di fatto dichiarato la sua stessa impotenza, ha però pensato di sfruttare l’occasione per l’ennesimo affondo nei confronti dell’amministrazione comunale. Lo ha fatto con i modi e i metodi che la contraddistinguono, cioè mettendo insieme una serie di accuse prive di fondamento o palesemente false. La più eclatante è stata quella per cui il comune starebbe utilizzando i cantieri di lavoro per fini elettorali. Accusa grave di per sé che qualunque amministratore responsabile dovrebbe oltreché pronunciare anche provare. La verità è che i cantieri di lavoro che danno sollievo alla disoccupazione sono interamente finanziati dalla Regione, sia quelli ordinari, che si rinnovano annualmente, che quelli straordinari che sono stati avviati in quest’ultimo periodo in seguito a un bando che risale a settembre 2013 (quindi alla precedente amministrazione regionale di centro-destra). Con questa misura straordinaria l’assessorato regionale al lavoro ha selezionato migliaia di disoccupati di tutta la Sardegna, tra cui 32 cittadini di Sestu. In tutta questa partita il Comune ha svolto un semplice ruolo di smistamento dei curriculum per destinare i lavoratori ai vari cantieri (manutenzione strade, verde pubblico, assistenza amministrativa negli uffici, etc.) in ragione delle loro caratteristiche e capacità. Su ogni considerazione di correttezza e buon senso in Michela Mura prevale evidentemente l’ansia di gettare discredito sull’amministrazione, nella speranza che almeno le persone disinformate la seguano.

Alla fine della seduta tutti i consiglieri hanno votato e approvato il documento discusso.

 Sandra Mereu

“E…state a Casa Ofelia” si conclude con lo spettacolo teatrale “Unghie e Crisi”

Unghie e crisiDomenica 21 settembre si conclude “E…state a Casa Ofelia” il programma di spettacoli estivi organizzat0 dal comune di Sestu in collaborazione con la Pro Loco. A chiudere la stagione 2014 sarà la rappresentazione teatrale della compagnia “L’Aquilione di Viviana” (ore 21).

Lo spettacolo. Sonia, mamma single ed estetista, durante una seduta di nail art le clienti esorta “a tirare fuori le unghie”. Almeno per farsele ricostruire. Un modo diretto, tragico e ironico, per riflettere insieme sulla condizione lavorativa della donna e sulla sua “traversata” in solitario, nella società contemporanea. Scritto e diretto dalla drammaturga Ilaria Nina Zedda, “Unghie&Crisi” è frutto di una ricerca sul campo nella periferia cagliaritana e vede anche l’uso delle nuove tecnologie: il video-mapping è una tecnica che prevede la proiezione su zone specifiche della ribalta, che vengono animate da immagini funzionali alla vicenda teatrale. Lo spettacolo ha vinto il Primo premio di drammaturgia al Concorso indetto dalla Provincia di Cagliari, Assessorato alle Pari Opportunità e dall’Associazione Culturale L’Eccezione, avente come tema “Donne e lavoro, donne a lavoro” ed è stato scelto dal sito nazionale FEMMINILE AL PLURALE: http://www.femminilealplurale.it/category/diritti.

Energia a basso costo e sostenibile per l’ambiente? Basta ribellarsi e cooperare.

SchonauUno dei freni diretti e indiretti della ripresa economica in Italia – come è universalmente riconosciuto – è rappresentato dall’alto costo dell’energia, peraltro aumentato nell’ultimo anno del 30%. La ragione, come è noto, è legata al fatto che nel territorio nazionale non si produce energia in quantità sufficiente al fabbisogno e di conseguenza siamo costretti a importarla dagli altri paesi. Un po’ dappertutto soffrono per l’alto costo dell’energia moltissime imprese di piccole dimensioni e in Sardegna spengono gli impianti grosse industrie dell’alluminio come l’Alcoa. Quando chiudono le imprese e le industrie, migliaia di persone restano senza lavoro, i giovani devono emigrare e chi non può più farlo rischia di andare incontro alla disperazione…

In Sardegna troppo spesso sentiamo parlare di energia in relazione a casi di difficoltà come questi o al più quando si accende la protesta ambientalista, che si oppone ieri al metano del Galsi oggi al metano di Arborea. Raramente però il tema dell’energia alimenta il dibattito pubblico in relazione a proposte e soluzioni praticabili e concrete. Da semplice cittadina per niente esperta di questi temi ma molto preoccupata per gli effetti che hanno sull’economia reale, mi domando spesso perché qui da noi non si riesca mai ad andare oltre la rassegnazione o la protesta. E mi viene allora in mente un’inchiesta di Report di qualche anno fa in cui si presentava il caso dei “ribelli dell’energia”, epiteto con cui sono stati ribattezzati gli abitanti di Schonau, centro agricolo nel sud ovest della Germania.

Convinti dalla catastrofe di Chernobyl del 1986 che fosse necessario fare a meno dell’energia nucleare, questi contadini tedeschi della Selva Nera oltre dieci anni fa si sono di fatto ribellati al modello di sviluppo della nostra economia, basata sullo sfruttamento illimitato dell’energia fossile. I cittadini di Schonau non si sono però limitati a contestare le politiche energetiche nazionali che non condividevano più, ma hanno deciso di farne a meno e quindi hanno adottato un sistema alternativo di produzione e uso dell’energia. Il modello pensato dai cittadini di Schonau si basa sull’utilizzo integrato e razionale (che non ammette sprechi) delle risorse presenti nel territorio e non comporta la rinunciare al benessere: tutti continuano ad usare le auto a benzina e a riscaldare le proprie case e piscine.

Cioè che hanno fatto i contadini tedeschi, la Gabanelli lo ha definito “un esempio di liberalizzazione dal basso”. Una definizione che però, a mio avviso, non spiega fino in fondo il valore di questa operazione e per certi versi ne distorce il significato. All’origine del successo di questo modello energetico si intravede chiaramente una mentalità di tipo cooperativistico, che mal si concilia con i principi del liberismo economico richiamati dalla definizione della Gabanelli. Qui infatti gli abitanti di una cittadina hanno avuto la capacità di mettersi insieme, non in nome del profitto dei singoli ma al contrario per ottenere vantaggi per tutta la comunità.

Noi sardi dunque, che ci diciamo molto interessati alla nostra autonomia, dovremo studiare con particolare attenzione la soluzione messa a punto dai “ribelli dell’energia”. Dovremo cioè avere la forza di pensare e pianificare soluzioni alternative che mirino all’autosufficienza energetica. E ciò nel quadro di un modello che si caratterizzi per essere inclusivo delle esigenze delle comunità – e in forza di ciò possa esigere che anche i “no” siano adeguatamente motivati –, sia compatibile con l’esigenza di uno sviluppo economico che ci consenta di vivere dignitosamente e allo stesso tempo sostenibile per l’ambiente e per la salute. Ma è evidente che per riuscirci dovremmo prima di tutto smentire quella fama che ci vuole pocos, locos y mal unidos e capire che, cooperando, non sono fuori dalla nostra portata soluzioni ragionevoli a problemi che ci appaiono grandi e insormontabili.

Sandra Mereu

Incontro con i candidati del centrosinistra: Ignazio Angioni (PD)

Le elezioni sono ormai alle porte, dopo l’intervista a Lello Di Gioia (PSI) e a Lilli Pruna (SEL) concludiamo la serie di conversazioni con i candidati del centrosinistra che ci rappresenteranno in Parlamento nella prossima legislatura con Ignazio Angioni. Arrivato secondo alle primarie del Partito Democratico nella provincia di Cagliari, Ignazio Angioni è tra i candidati che verranno sicuramente eletti al Senato. A lui Sandra Mereu ha rivolto alcune domande sulle vere emergenze del Paese: il lavoro e la cultura.

Ignaio Angioni

“Se non lavoro non ho dignità”: sono le parole che Giuseppe Burgarella ha annotato su un foglietto lasciato tra le pagine della Costituzione italiana, prima di togliersi la vita, ultimo tra i tanti, perché aveva perso il lavoro. La mancanza del lavoro oggi in Italia, e in Sardegna in particolare, è una vera emergenza. Tutto il resto appare secondario e marginale quando manca il lavoro. Sei d’accordo?

Sono più che d’accordo. Il lavoro è lo strumento che dà dignità alle persone e non soltanto perché lo dice la nostra Costituzione. Lo sperimentiamo tutti i giorni nella realtà: con il lavoro ciascuno può sforzarsi di realizzare ciò che sa fare. Per questo è inconcepibile che la più grande industria italiana dopo essere stata costretta a riammettere 18 lavoratori li paghi poi per non lavorare. Questo rappresenta uno degli  attacchi più subdoli al diritto al lavoro e alla dignità della persona.

Affrontare concretamente il tema del lavoro è la sfida più importante per chiunque oggi si candida a governare il Paese. Ma come si passa dai proclami ai fatti?

Entrare nel merito del lavoro significa prima di tutto porsi il problema di quale tipo di sviluppo l’Italia si vuole dare. Noi a differenza di gran parte dei paesi europei più avanzati (Francia, Germania, Inghilterra), soprattutto negli ultimi decenni, non abbiamo avuto la benché minima capacità di progettare il nostro futuro. Mentre gli altri facevano investimenti in energia alternativa, in un tipo di industria diversa da quella altamente inquinante, noi siamo stati a guardare. Bisogna fare autocritica e ripartire dagli errori commessi in passato se vogliamo davvero dare all’Italia un destino diverso. Parlare di lavoro e di produzione oggi significa parlare di ricerca e innovazione, di formazione scolastica ed extrascolastica di qualità. Questi concetti nelle “agende” di Berlusconi e di Monti figurano nelle ultime righe. Noi abbiamo invece un ordine di priorità che li mette in testa a tutti gli altri punti, perché riteniamo che siano la chiave per cambiare realmente regime e aprire una fase nuova.

Si può creare lavoro senza comprimere i diritti che i lavoratori italiani si sono conquistati con decenni di battaglie? Voglio dire, era davvero necessario correggere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori?

Nella discussione sulla riforma del lavoro il ministro Fornero ha posto la questione della modifica dell’articolo 18 come nodo centrale da sciogliere per favorire gli investimenti stranieri in Italia e dunque la nascita di nuovo lavoro. Tre mesi di discussione intorno a una questione che nessuno, neanche Confindustria, considerava utile allo scopo. Avremmo potuto utilizzare quel tempo per entrare davvero nel merito dei reali motivi che impediscono al nostro sistema economico di funzionare meglio e produrre di più e cioè: burocrazia; leggi che inanellano percorsi dall’esito mai certo; amministrazioni che non aiutano i cittadini ad affermare la propria idea imprenditoriale; sistema di credito primitivo che ha della finanza un bieco concetto di rendita, non strumentale all’investimento in attività produttive; diffusa corruzione; infiltrazione della criminalità organizzata. Dunque i diritti dei lavoratori non c’entrano assolutamente niente.

Hai fatto un’analisi puntuale della situazione e dei mali del sistema. Ci dici ora quali azioni si possono mettere subito in campo per invertire la rotta e risollevare l’economia ovvero creare lavoro e migliorare oggi le condizioni di vita delle persone giacché, come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti?

Colgo il riferimento a Keynes, prima di parlare di specifiche  ricette di sviluppo, per dire che se toccherà a noi governare Bersani si attiverà da subito con l’Europa per ristabilire gli “aiuti di Stato”, superando tutti quei pregiudizi ideologici di stampo liberista che li frenano. In Europa, e quindi in Italia, non sarebbe possibile fare come si è fatto negli Stati Uniti (i campioni del capitalismo!) per rilanciare l’economia. Qui l’amministrazione Obama –  applicando quei principi keynesiani che negli anni trenta permisero all’America di superare la grande depressione – ha accordato alle imprese ingenti prestiti di denaro pubblico permettendo a importanti settori produttivi in crisi, come il settore dell’auto, di risollevarsi e rilanciare l’occupazione.

Ti riporto alle ricette. Cosa si può fare in attesa che il quadro internazionale di riferimento cambi?

Possiamo agire sulle leve fiscali rimodulando il carico di tasse a favore del lavoro – includendo in questo concetto sia i lavoratori che le imprese –  chiedendo a chi ha di più di contribuire di più. Possiamo reintrodurre il credito d’imposta, già adottato dal centrosinistra e cancellato da Berlusconi: uno strumento che piaceva molto alle imprese e che aveva dato buona prova anche in campo occupazionale. Possiamo restituire alle imprese, nei prossimi 5 anni, almeno il 50% dei crediti nei confronti  delle pubbliche amministrazioni con l’emissione di buoni ordinari del tesoro. Una modalità non traumatica per le finanze statali che permetterebbe di immettere nel sistema quella liquidità la cui assenza oggi sta strangolando le imprese. Si può allentare il patto di stabilità, strumento in sé serio e positivo perché obbliga le amministrazioni a non ricorrere in maniera indiscriminata all’indebitamento, ma che oggi sta mortificando ogni ipotesi di investimento delle amministrazioni pubbliche nel proprio territorio, anche di quelle virtuose. Si può rilanciare l’edilizia con un connubio pubblico-privato per realizzare opere di ristrutturazione urbana compatibili con l’ambiente…

Dopo il lavoro c’è in Italia un’altra grande emergenza: la Cultura. Il patrimonio culturale italiano è stato abbandonato al degrado, gli istituti culturali (musei, archivi e biblioteche) sono al collasso per i progressivi tagli ai finanziamenti, e per di più il decreto sulla spending review ha cancellato la cultura dalle funzioni fondamentali dei comuni da finanziare obbligatoriamente. Per questo le più importanti associazioni italiane del settore, consapevoli che cancellare la “Cultura” significa rinunciare al futuro e alla propria identità, hanno lanciato un appello per chiedere a chi si candida a governare l’Italia di “Ripartire dalla Cultura”. Lo sottoscriveresti?

Senza alcun dubbio. Ne condivido i principi ispiratori e gran parte delle proposte. Sono pienamente convinto che occorra superare quella perversa idea che è prevalsa nel dibattito degli ultimi vent’anni secondo cui la “Cultura è il nostro petrolio”. Un’idea fuorviante che ha prodotto una serie di conseguenze pratiche negative per la tutela e la salvaguardia dei beni culturali. Questa idea in generale porta a considerare la cultura in funzione di un immediato ritorno economico. Diffusa è ad esempio l’opinione che la cultura debba servire allo sviluppo del turismo. Va da sé che si finisce per trascurare tutti quei beni poco visibili o spendibili in questo senso. La cultura costituisce in sé un fattore di sviluppo e innovazione, deve essere considerata un diritto fondamentale dei cittadini e da ciò deve discendere la responsabilità pubblica di sostenerne lo sviluppo e la diffusione e di garantire a tutti i cittadini l’accesso.

Quello che dici porta a pensare che un governo di centrosinistra riprenderà a finanziare la Cultura. In che misura?

Lo sforzo dovrà essere necessariamente quello di avvicinare progressivamente la spesa pubblica ai livelli europei, partendo dall’assunto che quello in cultura è un investimento. La natura di investimento pubblico è peraltro la condizione che garantisce l’autonomia del mondo della cultura.

Sandra Mereu

Assemblea pubblica con i candidati del PD: lavoro e moralità nella politica

Sestu pluraleMartedì 19 febbraio alle ore 18:30 si svolgerà il secondo appuntamento elettorale organizzato dal Circolo tematico PD “Sestu plurale”. L’incontro verterà sui temi del lavoro e della moralità nella politica. Interverranno i candidati Paolo Fadda e Maria Grazia Dessì. Modera Aldo Pili, sindaco di Sestu. 

L’appuntamento è in via Gramsci 7, I piano, Sestu.

(Guarda la locandina L’Italia Giusta_Lavoro per la Sardegna e Moralità nella politica)

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Circolo tematico PD “Sestu Plurale”

Il lavoro prima di tutto

«Mettere al centro dell’identità culturale e politica di una forza progressista a vocazione maggioritaria la persona che lavora non è ritorno indietro, è sguardo al futuro»

(Da “Il lavoro prima di tutto” di Stefano Fassina, Donzelli editore 2012)

Intervenendo qualche giorno fa alla presentazione del libro di Stefano Fassina, responsabile del dipartimento Economia e Lavoro del Partito Democratico, Giampaolo Diana, presidente del gruppo PD in consiglio regionale, ha dichiarato che pur di mandare a casa Cappellacci è lecito “fare patti anche con il diavolo”. L’amministrazione di centrodestra in Sardegna detiene infatti una serie di primati negativi tra cui spicca il tasso di disoccupazione giovanile, stimato attualmente al 44,7%: praticamente in Sardegna un giovane su due non lavora. Come si concretizzerà in termini di alleanze future la battuta del capogruppo del PD Diana è forse ancora presto per dirlo. Ma dopo le critiche ferme e convinte da lui rivolte alla politica dell’attuale governo nazionale, ovvero dopo un severo giudizio sull’operato di un governo nato per fronteggiare una situazione di emergenza e per questa ragione sostenuto da una coalizione eterogenea, quel ricorso alla logica del male minore come unico rimedio per affrontare la situazione sarda è suonato davvero un po’ paradossale. Tanto più che il contesto invitava a immaginare scenari nuovi, prospettive a cui tendere, battaglie culturali intorno alle quali concepire soluzioni diverse rispetto a quelle propugnate dal pensiero unico e praticate dal governo.

Dire – come fa Fassina – che il “lavoro – viene – prima di tutto” significa ritrovare la perduta autonomia culturale necessaria a immaginare risposte coerenti con questo assunto. Nel generale smarrimento seguito alla “morte delle ideologie” incentrate sui valori collettivi e sociali, infatti, solo la Chiesa, forte di un pensiero secolare, ha lucidamente individuato le cause dell’attuale crisi nell’individualismo utilitaristico e nel primato dell’economia sulla politica e dunque sul bene comune. Mentre – secondo Fassina – le forze di centrosinistra sono corse dietro alle mode del tempo, finendo di fatto per puntellare gli interessi dei gruppi conservatori: “ritiro della politica per lasciar fare alle forze auto regolative dell’economia”, “archiviazione del partito intellettuale collettivo per il vuoto leaderismo mediatico”, sono solo alcuni dei motivi più ricorrenti. Il momento che stiamo vivendo, contrariamente a quanto si continua a credere anche a sinistra, non è, per Fassina, una crisi generata da una finanza avida e irresponsabile, non è il debito pubblico degli stati ad averla provocata, né ci troviamo nella fase di aggiustamento dopo quella degli eccessi.

La situazione è molto più complessa di quanto si voglia far credere ed ha le sue radici nell’affermazione di un preciso ordine economico e sociale. Quello in cui ci troviamo è dunque un ordinario ciclo economico caratterizzato da regressione economica e sociale che non ha colpito tutti allo stesso modo. Se davvero si crede – come ritiene Fassina – che la tendenza in atto si può invertire solo se si pone al centro dei programmi la valorizzazione della persona che lavora, allora, a me sembra che prima di stringere alleanze con chiunque pur di interrompere l’esperienza politica guidata da Capellacci, bisognerebbe definire obiettivi chiari e strategie conseguenti.

La storia politica di Giampaolo Diana, che è stato segretario regionale della CGIL, permette ancora oggi di riconoscerlo, all’interno di un partito pluralista in cui convivono posizioni anche molto distanti, come un esponente della sinistra classica. La sua collocazione ci dice che attribuisce al lavoro un valore strategico, non solo come fatto etico ma anche come motore di sviluppo, a partire da una redistribuzione del reddito tale da rilanciare la domanda e modificare i dati economici attuali.

Mi piace dunque credere che solo l’ansia di rimarcare la drammatica situazione dell’isola, aggravatasi in questi ultimi anni per le politiche del centrodestra, gli hanno forse impedito in questo contesto di esplicitare chiaramente il discrimine programmatico nella scelta degli alleati, angeli o diavoli che siano.

Sandra Mereu

La mozione sul gasdotto e le praterie di poseidonia

Stasera in consiglio comunale si discute la mozione sul gasdotto Italia – Algeria via Sardegna, sottoscritta all’unanimità nella seduta dello scorso 20 dicembre 2011, dietro sollecitazione dei consiglieri Perra e Zanda che già precedentemente avevano presentato un’interpellanza in merito. L’intero consiglio, in quel contesto aveva aderito all’iniziativa dei due consiglieri dell’opposizione ma poi qualcosa è andato storto.

La mozione presentata da Cino Perra e da Eliseo Zanda è finalizzata a impegnare il comune di Sestu a rappresentare presso il Governo nazionale e la Regione Sarda “l’urgenza di definire in tempi brevi l’iter amministrativo relativo all’autorizzazione finale per la realizzazione del metanodotto sollecitando una trattativa con la società Galsi e le società delegate alla realizzazione affinchè le imprese sarde siano coinvolte a pieno titolo nella realizzazione dell’opera” (dal sito Sestu libera http://www.sestulibera.org/wordpress/). Il consiglio nella sua interezza, condividendo pienamente la valutazione secondo cui “la realizzazione del metanodotto ha un importanza strategica per tutti i comuni della Sardegna in quanto la concretizzazione di tale opera porterebbe alla comunità sarda notevoli benefici”, si impegnava nella seduta successiva a discutere e arricchire di contenuti quelle valutazioni. Martedì scorso però, giorno stabilito per la discussione, per effetto di quello strano fenomeno di opposizione interna messo sistematicamente in atto dal capo-gruppo del PD e dai suoi due fedelissimi consiglieri Pisu e Ledda, il testo della mozione non è stato votato. La motivazione addotta per respingere il documento (lo riferiscono i consiglieri e gli assessori presenti alla seduta del 31 gennaio scorso) chiama in causa l’impatto ambientale dell’infrastruttura sul territorio e ne subordina l’approvazione alla richiesta di modifiche al tracciato del gasdotto. E così mentre il progetto galsi, dopo una lunga gestazione e innumerevoli pareri di impatto ambientale, è ormai in via di definitiva approvazione, e mentre dal mondo del lavoro e da parte di tutti i partiti politici responsabilmente preoccupati per le sorti dell’isola si leva alta la richiesta di portare al più presto a conclusione l’opera, qui da noi si sollevano discutibili e tardive obiezioni in difesa della poseidonia. Di più, si pretende che il comune di Sestu dia indicazioni per modificare il progetto. Sulla base di quali competenze tecnico-scientifiche non è dato sapere. Dando per scontato che mai nessuna infrastruttura industriale si realizza senza un minimo di impatto ambientale (d’altra parte neanche il turismo di massa, su cui alcuni puntano per risollevare l’economia dell’isola, è privo di effetti negativi sull’ambiente), Legambiente al riguardo sostiene che “nel complesso, la realizzazione del progetto GALSI è senz’altro auspicabile dal momento che i vantaggi ambientali appaiono prevalenti rispetto agli inevitabili impatti”. Il vero problema, per dirla ora con il sindacato, è semmai il rischio che il metanodotto venga bloccato, per ragioni economiche o di interessi diversi e più forti di quelli della Sardegna, prendendo magari a pretesto queste proteste. Ed è preoccupante il ritardo con cui tutti i soggetti coinvolti stanno portando avanti la realizzazione di un’opera utile ai cittadini e alle imprese. Pertanto, chi oggi si oppone all’individuazione dei siti, non ritenendo più giusto ciò che già si decise di concerto con i comuni interessati (come a Olbia), si deve assumere la responsabilità di indicare soluzioni alternative, realisticamente percorribili. Le argomentazioni ambientaliste – sostiene la CGIL per voce  del segretario responsabile all’Industria, Michele Carrus – appaiono infondate a maggior ragione in una realtà come Olbia, che ha ben altri motivi di preoccupazione per la tutela dell’ambiente e del territorio, a partire dall’eccessiva cementificazione costiera sino ai problemi dello smaltimento e trattamento dei rifiuti e delle discariche abusive. Se invece il tema, tanto per Olbia così come per il Sulcis Iglesiente, è quello di interventi compensativi nel territorio, allora lo si espliciti chiaramente. Quale sia invece il motivo che spinge alcuni amministratori di Sestu – i cui partiti di riferimento ad altri livelli di governo e nelle dichiarazioni ufficiali dei legittimi rappresentanti si dichiarano favorevoli alla costruzione del gasdotto in Sardegna – a sostenere ora le più radicali tesi ambientaliste, appare un mistero imperscrutabile. Ormai solo agli ingenui.

Sandra Mereu

Sardegna 24 chiude, ma non per sempre

Ha chiuso ieri Sardegna 24, uno dei due giornali lanciati quasi contestualmente sul mercato locale nel giugno dello scorso anno. A prescindere dalle preferenze per la linea editoriale dell’uno o dell’altro quotidiano, non può che dispiacere l’impoverimento del pluralismo dell’informazione in Sardegna che quest’esito comporta e soprattutto il danno provocato ai lavoratori (giornalisti, tecnici e amministrativi). Peraltro questa iniziativa editoriale, da tutti associata a Renato Soru, veniva vantata dai suoi sostenitori, in contrapposizione all’altra, come una vera iniziativa basata sul rischio d’impresa e finalizzata esclusivamente a creare una voce alternativa in un mercato dell’informazione dominato dall’Unione Sarda, quotidiano vicino alla destra berlusconiana che governa attualmente la Regione. Di contro l’altro giornale, Sardegna Quotidiano, veniva additato al pubblico ludibrio come testata al servizio di alcuni politici perché potenzialmente ammesso ad usufruire dei contributi pubblici regionali (a questo proposito su questo stesso blog https://unaltrasestu.com/2011/08/12/liberta-di-stampa/). E inevitabilmente ci si interroga oggi sulle cause che hanno portato, appena sette mesi dopo, gli editori di Sardegna 24 ad abbandonare l’impresa: non avevano valutato bene le potenzialità del mercato? O sono sopraggiunti motivi extra imprenditoriali che hanno fatto venire meno le ragioni per tenere in piedi il giornale? In attesa di capire meglio come è andata, è interessante notare che in un’intervista rilasciata ieri al tg regionale, il direttore di Sardegna 24, Giovanni Maria Bellu – nel frattempo divenuto anche editore dello stesso giornale che dirigeva per tentare di salvarlo – ha sostenuto che cercherà di far rinascere Sardegna 24 in una nuova forma, magari una cooperativa. Cioè in quella forma societaria ammessa a fruire dei contributi pubblici per l’editoria, in forza del provvedimento regionale voluto dal consigliere Uras di Sel. Che dire? Che è sconcertante assistere alla disinvoltura con cui certi imprenditori giocano a fare gli editori sulla pelle dei lavoratori e nello stesso tempo sconfortante ricordare che 7 mesi fa alcuni “puri” di sinistra (perché corrotti sono sempre gli altri) ma stranamente favorevoli al libero gioco del mercato per quanto riguarda la circolazione delle idee e dell’informazione, bollarono quel provvedimento di legge a favore di cooperative costituite da giornalisti lasciati per strada da editori-avventurieri, come un favore a Sardegna Quotidiano. Auguri ai lavoratori di Sardegna 24!

Sandra Mereu

Intervista a Giovanni Maria Bellu:

http://www.youtube.com/watch?v=Olt9mxKKbwg

Intorno a su fogaroni

La festa di San Sebastiano celebrata giovedì scorso a Sestu ha raccolto intorno al gigantesco falò, che dalla notte dei tempi continua a esercitare intatto il suo ipnotico fascino carico di mistero, moltissime persone, forse migliaia. L’ubicazione scelta ha sicuramente favorito la partecipazione della popolazione. Dopo due anni, conclusi i lavori di allargamento della strada, è stato nuovamente possibile sistemare su fogaroni nell’alveo adiacente la via Piave. La gente ha iniziato ad arrivare fin dopo il tramonto e accompagnata dalla musica delle launeddas, sulittu e organetto, si è intrattenuta sino a tarda notte intorno al magico fuoco. Molti (sempre di più) si sono uniti in un grande cerchio per ballare su ballu tundu, altri hanno cenato in compagnia all’aperto con pane, formaggio e la squisita salsiccia sapientemente arrostita dagli organizzatori della festa, Is Mustaionis e s’Orku foresu. Appena il falò ha iniziato a divampare, all’improvviso sono comparse le terrificanti maschere, a rendere ancora più suggestiva l’atmosfera con l’arcaica pantomima di morte e rinascita. Mentre all’apice della festa, per aggiungere fuoco al fuoco, uno spettacolo pirotecnico davvero incantevole ha salutato coloro che l’indomani mattina dovevano andare a scuola o a lavoro. La riscoperta di questo genere di festa, realizzata con pochi mezzi e interamente finanziata con i proventi della questua, assume un significato che va al di là del folklore. A me piace pensare che oggi, in tempo di crisi e di sfaldamento dei valori collettivi, il riferimento a un passato in cui il lavoro e la fatica degli uomini erano un valore al centro della società e la comunità era capace di stringersi in cerchio significa guardare alle radici per attingere linfa e forza per costruire un nuovo futuro a dimensione umana. (S. M.)

I protagonisti della festa:

Il fuoco - Foto di R. Bullita

I musicisti - Foto di R. Bullita

La comunità - Foto di R. Bullita

Le maschere - Foto di R. Bullita

“Doppio cielo” di Giulio Angioni (Il Maestrale 2010)

Doppio cielo, l’ultimo romanzo di Giulio Angioni, edito dalla Casa Editrice il Maestrale di Nuoro, è un libro che parla del lavoro e racconta dei lavoratori, delle loro vite, delle loro passioni. Non è una novità per chi conosce l’opera dello scrittore e antropologo guasilese ormai tradotto in molte lingue del mondo. In doppio cielo, il contadino Luisu (Luigi Melas) diventa minatore, insieme a Baieddu il suo puledro baio. Da Fraus direttamente a Carbonia, dopo un viaggio enorme.  Il tempo del romanzo è quello della guerra, la seconda mondiale, ma è anche il tempo del fascismo agonizzante, per cui ora si può criticarlo, come fa il compagno e maestro di lavoro di Luisu, Ferriero Dondi, toscano, anarchico e rivoluzionario. Gli parla della santa anarchia Dondi, che è solo un’idea, un desiderio, ma “è un’idea che serve. Eccome se serve, l’anarchia. Col desiderio si può molto di più che con la sola volontà”. Ferriero Dondi si presenta così: “Sono pacifista io e antimilitarista, renitente alla leva. Ma sono figlio di papà, se no ero a Gaeta in fortezza, non a Carbonia in miniera. E chi mi ci ha mandato? La mia fede anarchica, la polizia dell’OVRA, il federale di Pisa, la milizia, il duce, la malasorte, le inique sanzioni, questi tempi schifosi di fascismo che manda a Carbonia i nemici interni da tenere a bada”. E farà conosce a Luisu cos’è la miniera, con i suoi argani e le sue pompe, le volate, le mine, i gas di miniera, il grisù. E gli parlerà dell’anarchico Schirru, ucciso per aver pensato di attentare alla vita del duce.

In miniera a Carbonia, nella grande miniera di Serbariu, scenderà anche Baieddu, “legato appeso sotto il pavimento della gabbia (…) sospeso a pancia in giù nel buio vuoto”. E sempre la miniera sarà il luogo in cui Luisu incontrerà minatori venuti lì da altri luoghi per portare i loro saperi, saperi di mani esperte. Incontrerà anche il Polacco, figura di capo sorvegliante crucco che ha militarizzato la miniera e deve farla funzionare per sconfiggere, con il carbone autarchico, le democrazie plutogiudaiche. Ma il Polacco è anche il fedele alleato e, come altri crucchi, cane da guardia del fascismo. Con tutti questi personaggi in Doppio cielo Angioni crea un mimetismo linguistico, costruito con le loro battute. Come negli altri romanzi i vari personaggi, a seconda della loro origine, parlano con cadenze e stilemi del sardo del toscano e del siciliano. Una scelta stilistica  che non può dirsi fine a sé stessa: nel tipico linguaggio retorico e militaresco e in fondo vuoto di emozioni del polacco, direttore di miniera e gerarca, si intravede l’agonia di un regime agonizzante. Il lavoro è centrale in questo romanzo, il lavoro con le sue fatiche e i suoi saperi. C’è quasi un filo continuo nell’opera di Angioni che dal mito arcadico del “Sale sulla ferita”, passa per la scienza biologica e genetica di “Alba dei giorni bui”, e arriva alla tecnica del minatore di “Doppio cielo”, con i suoi argani, le berlinette, il banco di miniera, il pozzo di miniera, la volata, la mina, la lampada, l’acetilene, il palo di puntello, eccetera.

Insieme al lavoro, al vento della rivolta che monta, nella miniera Luisu conoscerà anche la solidarietà e l’amore che lo porterà ad assumere un atteggiamento sempre più sprezzante nei confronti delle ingiustizie, ma anche del pericolo e degli imprevisti che il lavoro sotto terra ha insiti nella sua natura. Ma è il lavoro il vero protagonista di questo romanzo,  il lavoro della mano, della mente e del corpo: “Dunque c’è che ha un corpo musicale, un corpo ballerino, un corpo bello come Marialuisa Macis, un corpo contadino come Luisu Melas ma qui si deve fare un corpo minatore, specie perché ha un corpo bovaro, l’ultimo gradino dei corpi di campagna” (pag. 49).  E ancora  Luisu: “L’ha capita per  davvero questa storia del corpo minatore: integro o mutilato, sveglio  o addormentato, attento o distratto, persino vivo  o morto, un corpo minatore è fatto e poi rifatto nel lavoro in galleria, è soprattutto un corpo riadattato al sottosuolo, che sa già tutto per conto suo” (pag. 51). Bene, io mi fermo qui a voi il piacere di continuare nella lettura.

Pier Giorgio Serra

Il provvedimento del governo sul commercio non piace, neanche a Sestu

Le liberalizzazioni proposte dal governo, come era prevedibile, stanno incontrando l’ostilità delle categorie professionali e dei settori (farmacie, carburanti ed energie, banche e assicurazioni, trasporti, poste, commercio) che dalla situazione vigente sinora hanno tratto privilegi e  vantaggi a danno dei consumatori e in generale della maggioranza dei cittadini. Nella prospettiva di chi le sostiene, le liberalizzazioni avrebbero invece l’effetto di abbassare i prezzi, sbloccare gli investimenti, creare lavoro e quindi di aiutare i consumatori e le imprese. Su una specifica proposta però, anche chi in generale è favorevole alle liberalizzazioni ha sollevato non poche perplessità: la deregolamentazione degli orari di apertura dei negozi. Il commercio al dettaglio è infatti un settore in cui, ben prima d’ora, sono stati attuati incisivi interventi di liberalizzazione e sburocratizzazione che hanno interessato circa 800.000 imprese. Con la riforma Bersani già nel 1998 furono eliminati i vincoli numerici, i requisiti di abilitazione e le licenze per l’apertura dei negozi e successivamente furono trasferite alle Regioni le competenze legislative. Di fronte alle sfide  imposte oggi a questo settore dal mercato globalizzato e dall’urgenza di conferirgli una connotazione locale e integrata con altri fattori di sviluppo, che lo qualifichino come strumento di servizio ad alto valore aggiunto per le comunità di riferimento, la semplice liberalizzazione degli orari e delle aperture domenicali e festive rischia di rivelarsi un rimedio peggiore del male. Sul fronte dei contrari ci sono ad esempio i sindacati che ci vedono il rischio di un peggioramento generale delle condizioni di lavoro, sia per i dipendenti che per gli stessi commercianti (con particolare riferimento ai piccoli esercenti). Mentre le più importanti associazioni di categoria (Confcommercio, Confesercenti) sostengono che a trarre vantaggio da questa legge saranno solo le reti della grande distribuzione, e i piccoli esercizi pian piano si vedranno costretti a chiudere. Gli enti locali, in relazione alla considerazione della realtà economica del proprio territorio di riferimento, stanno invece assumendo in merito posizioni diversificate.

Il comune di Sestu, dove l’amministrazione è impegnata su più fronti per favorire il rilancio del commercio locale nel centro storico (compreso quello urbanistico, come abbiamo avuto modo di leggere nel precedente post), riconoscendone anche l’importante valenza di carattere sociale, è tra quelli che non vede di buon occhio il provvedimento del governo. A questo proposito l’assessore al commercio e alle attività produttive, Maria Fedela Meloni, ha tenuto a farci sapere, attraverso un comunicato, che a suo avviso la liberalizzazione degli orari e l’apertura domenicale è assolutamente inopportuna. In una fase così delicata come quella che stiamo attraversando – spiega nella nota – un provvedimento del genere non favorisce di certo il rilancio dell’ economia, dei consumi e men che meno la libera concorrenza. Anche per il nostro assessore, infatti, questa scelta comporterà la chiusura di molte piccole aziende e imprese, con conseguenze negative sull’occupazione, già fortemente precaria e instabile, e rischi di inasprimento dei conflitti sociali. In linea con quanto dichiarano i sindacati, l’assessore Meloni è inoltre convinta che risulterà insostenibile per gli operatori e i lavoratori del settore coniugare il lavoro con i ritmi  quotidiani, a tutto danno della qualità della vita. “La crisi che stiamo attraversando non si supera così! – è il suo giudizio conclusivo – Quello che manca ai nostri cittadini sono le risorse, ovvero i soldi, e non certo i momenti e le occasioni per poterli spendere. Così rischiamo seriamente il paradosso: vedere i negozi costretti a stare aperti no stop ma sempre più deserti!”

Sandra Mereu

Adesso Basta!


“VENERDI’ 11 NOVEMBRE E’ INDETTA A CAGLIARI UNA MANIFESTAZIONE DEL POPOLO SARDO, CON IL COINVOLGIMENTO E LA PARTECIPAZIONE ATTIVA DI TUTTE LE RAPPRESENTANZE SOCIALI ED ECONOMICHE E DELL’ASSOCIAZIONISMO – 
CONCENTRAMENTO ORE 9.00, PIAZZA GIOVANNI XXIII E CONCLUSIONE IN PIAZZA JENNE”


Contro:

– L’iniquità della Politica economica e finanziaria del Governo Nazionale;

– L’inadeguatezza della Giunta Regionale a fronteggiare la gravita della situazione Sarda e del Territorio di Cagliari;

– La distanza sempre più marcata tra costi della politica e bisogni reali del Paese;

 Per:

– Il rispetto degli impegni sottoscritti;

– Un vero Piano per il Lavoro, sopratutto dei giovani e delle donne;

– La difesa dei settori produttivi, artigianato e agricoltura e l’ammodernamento infrastrutturale;

– Per la valorizzazione dell’ambiente e del territorio e il rilancio delle zone interne;

– Più risorse per l’istruzione e la cultura;

– La difesa delle pensioni, dello stato sociale e dei servizi sociosanitari;

– La salvaguardia delle piccole comunità locali e dei servisi diffusi in tutti i territori;

– La riforma della Regione e un nuovo patto costituzionale.

CGIL – CISL – UIL

“Ai confini dell’impero” di Giuseppe Ciulla (Jaca Book 2011)

Cosa succede ai confini dell’impero Europa, ai margini dell’asse Francoforte – Milano – Parigi? Qual’è la situazione di interi paesi o aree appartenenti alle ex repubbliche socialiste dell’Est Europa, laddove ora sventolano le bandiere dell’Unione Europea? Quali problemi o risvolti economici, politici e sociali sono derivati dalle caotiche e contraddittorie trasformazioni del dopo ’89? Per rispondere a queste domande il giornalista free lance Giuseppe Ciulla, collaboratore RAI e impegnato in diversi quotidiani e riviste, già autore del reportage sul Kosovo “Lupi nella nebbia”, ha intrapreso, nel 2010, un viaggio di 5000 km in compagnia del fotografo Damiano Meo, e con il supporto della Camera del Lavoro di Milano, attraverso Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria. Il libro è il resoconto di un viaggio che si è svolto prevalentemente con i mezzi pubblici, pullman e treni soprattutto, a diretto contatto con storie e situazioni geografiche altrimenti non percepibili in modo così netto e diretto. La partenza è avvenuta nella stazione Lampugnano di Milano da dove, al terminal C2, parte l’autobus per la Polonia, una sorta di astronave di varia umanità: vi viaggiano badanti polacche, rumene e ucraine che tornano temporaneamente nei loro paesi d’origine, ma anche africani del Maghreb e dell’Africa nera; è poi proseguito negli sgangherati treni rumeni e bulgari fino alla foce del grande Danubio. Gli incontri i più diversi, con operai, sindacalisti, prostitute, bambini e bambine negli orfanotrofi, uomini e donne impegnate nel sociale, furbi e famelici imprenditori italiani, francesi e tedeschi, vecchi esponenti della securitade di Ceausescu, riciclati nei nuovi apparati delle forze dell’ordine rumene, danno forza letteraria a quella che doveva essere una seria e documentata inchiesta giornalistica.

È la fotografia di una catastrofe che coinvolge parte di questi paesi e che assume la forma del neocolonialismo, tanto più odioso se mascherato dalle parole d’ordine di “maggiore libertà alle persone e alle imprese, maggiori diritti  e sicurezza sociale”, che l’adesione all’Unione avrebbe dovuto garantire, ma che nella pratica si traduce nell’esatto contrario. Prima tappa a Katowice in Polonia, negli stabilimenti di Tychi e Bielsko Biala: la FIAT produce la Panda e la nuova 500: Wanda, vecchia sindacalista di Solidarnosc,  non accetta la linea Marchionne, ma la sua, come quella di altri sindacalisti impegnati a difendere la dignità del lavoro, è una battaglia difficile: se gli operai polacchi scioperassero come quelli della CGIL di Pomigliano, perderebbero i loro 3.200 sloty, che, tolte le tasse e i contributi pensione, diventano 2.240 sloty, 560 euro al mese. La gran parte degli operai sono convinti che la nuova Panda sarà costruita in Polonia, perché l’economia è dalla loro parte e i loro standard di produzione sono molto più elevati di quelli napoletani, i  quali vengono giudicati degli scansafatiche, con buona pace del vecchio internazionalismo proletario e dell’unità dei lavoratori. Le aziende e le imprese occidentali, singoli investitori, approfittando delle agevolazioni fiscali e di un liberismo sfrenato, o collusi con i governi locali inetti e spesso corrotti, traggono enormi profitti in questa nuova frontiera del business, e i confini tra legalità e illegalità, tra diritti e soprusi, sembrano del tutto aleatori.

Nella Praga “bella di giorno e porca di notte”, dove migliaia di giovani europei carichi di ormoni vengono qui “a deporre le uova come i salmoni”, gli albergatori sono italiani francesi, tedeschi, austriaci, a gestire il turismo sessuale. Diritti per i lavoratori negli hotel, o tutela sanitaria per le prostitute ceche, ucraine, vietnamite, africane che affollano i bordelli di Praga? Meglio non parlarne. Basta la battuta del proprietario, veneto, di una delle più prestigiose catene alberghiere di Praga: “Dighe che el sindacato se lo ganno da ficcar ndove ca non ghe piove”…  Spesso le linee di confine, con la caduta delle vecchie frontiere, sono dei buchi neri della legalità, come i 200 km che separano la Repubblica ceca dalla Germania: qui, nella terra di nessuno di Cheb, i bambini rom esercitano la prostituzione minorile, vigilati dai loro genitori. Tedeschi annoiati e repressi, ma pieni di euro, arrivano in pullman, in cerca di emozioni, che a volte si traducono in pestaggi e furti, perché i bambini fanno anche da esca per gli adulti pronti al saccheggio. Timisoara, Romania: “l’ottava provincia veneta, da vent’anni l’America dei paron”. Nel 2008 nella provincia di Timisoara c’erano 2400 imprese italiane, 60.000 in tutta la Romania, con 600.000 dipendenti, ora, dopo la crisi del 2009, si sono spostati nella vicina Moldavia; a Timisoara il nuovo eldorado sono i terreni agricoli: dopo la caduta del regime quel minimo di protezione per i piccoli contadini  è saltato, e la gran parte di loro ha venduto la terra per pochi  spiccioli  agli  speculatori  occidentali.  Intanto nei  mega supermercati vendono prodotti non locali e il 75 % del fabbisogno agricolo romeno viene importato.

Le storie sono tante: che fine faranno i bambini dell’orfanotrofio di Popesti (Iasi, Romania), abbandonati dal regime di Ceausescu, quando l’aborto era illegale e venivano lasciati negli istituti dell’orrore, ma anche dalle “nuove” democrazie e dall’Unione Europea che fa finta di non sapere? E chi conosce il calvario dei bengalesi e delle operaie cinesi, venute a lavorare a Bacau, reclutate da imprenditori italiani del tessile, e tenuti in condizione di servitù, che nel 2009 sono scappati dai loro capannoni superaffollati e che ora vagano  per l’Europa senza documenti e senza identità? Questo e altro ancora in questo libro, che racconta come i metodi del peggior capitalismo occidentale si sono amalgamati al cinismo e alla peggior burocrazia dei vecchi regimi, e come l’esercizio del diritto e della legalità, da parte di sindacalisti, operatori sociali, giornalisti, spesso avviene a rischio della propria vita.

Antonio Sitzia  

(da EquiLibri, Circolo dei lettori di Elmas)

Cambiare si può, si deve: se non ora, quando?

“La mega macchina del finanzcapitalismo è giunta ad asservire ai propri scopi di estrazione del valore ogni aspetto come ogni angolo del mondo contemporaneo. Un simile successo non è dovuto a un’economia che con le sue innovazioni ha travolto la politica, bensì a una politica cha ha identificato i propri fini con quelli dell’economia finanziaria, adoperandosi con ogni mezzo per favorire la sua ascesa. In tal modo la politica ha abdicato al proprio compito storico di incivilire, governando l’economia, la convivenza umana” (Luciano Gallino, Finanzcapitalismo : la civiltà del denaro in crisi, Einaudi 2011).

La drammatica crisi causata dal perverso intreccio tra economia e politica, efficacemente descritto da Luciano Gallino nel suo ultimo libro, continua a produrre i suoi devastanti effetti sulla crescita, sul reddito, sull’occupazione, sull’inflazione e sulle borse finanziarie di tutto il mondo. In questo scenario la politica europea risponde con misure che si limitano a tenere sotto controllo il debito pubblico senza un programma della regolazione della finanza privata e senza misure per la crescita. Di contro in Italia dopo tre anni di mancato riconoscimento della crisi, di conti sbagliati, di nessuna lotta all’evasione e di assenza di stimoli all’economia, improvvisamente il governo drammatizza la situazione e si affretta a varare, una di seguito all’altra, manovre correttive da molti giudicate inique e inadeguate. Riceviamo e volentieri pubblichiamo la nota di Guido Lai sulle ragioni dello sciopero indetto dalla CGIL contro la manovra del governo per domani, 6 Settembre. (S.M.)

Il ritiro delle norme che abolivano le feste civili, tra cui il Primo Maggio e il 25 aprile, un vero affronto alla storia e alla cultura del nostro Paese, e di quella che mirava a cancellare le tredicesime dei dipendenti pubblici, appaiono come il primo risultato della mobilitazione del mondo del lavoro, e della CGIL in particolare. Ma è indubbio che, nonostante i ritocchi intervenuti in corso d’opera, la manovra finanziaria che il governo si sta affrettando a varare conserva intatto il suo carattere di provvedimento iniquo, classista e depressivo. “La manovra rimane ingiusta – ha detto Susanna Camusso – e le ultime decisioni sul contribuito di solidarietà ne accentuano il carattere di provocazione sociale”. Questa manovra discrimina i lavoratori pubblici facendo ricadere solo su questa parte del Paese la maggior parte del peso da sostenere, mentre le misure sulle pensioni e il riscatto della laurea e del militare lanciano ai giovani un messaggio devastante: delle istituzioni e dello Stato non ci si può fidare.

E’ importante che tutti i lavoratori mantengano alta la guardia e prendano pienamente consapevolezza delle ragioni che stanno alla base dello sciopero generale indetto dalla CGIL per domani, martedì 6 settembre. Tutti i provvedimenti adottati in questa manovra, che si vanno a sommare a quelli della precedente di luglio, mirano a non toccare gli interessi espressi dalla base elettorale di riferimento del governo. Si tratta in generale di scelte economiche che non aiutano la coesione sociale, non liberano risorse per imprese e lavoro, non stimolano la crescita nel breve e medio termine, non pongono le basi per la crescita nel medio e lungo periodo, non indirizzano lo sviluppo e non ricercano la sostenibilità.

Visti nel dettaglio i provvedimenti del governo si traducono in interventi di taglio della spesa e di incremento delle entrate che penalizzano direttamente e indirettamente le fasce di cittadini meno abbienti, senza offrire in cambio alcuna garanzia che i loro sacrifici saranno compensati da una ripresa dell’economia, dell’occupazione e quindi da un miglioramento futuro delle condizioni di vita generali. Le uniche misure che dovrebbero aiutare l’economia appaiono inefficaci, inutili, demagogiche e sbagliate. Di contro i nuovi tagli agli enti locali andranno a scapito dei servizi pubblici, delle economie locali, del welfare, del capitale sociale e dunque dei redditi medio bassi e delle persone in condizione di povertà. Per compensare i tagli si prevede che le Regioni e i comuni possano aumentare l’aliquota dell’addizionale IRPEF e dunque, ancora una volta, come un cane che si morde la coda, al finanziamento degli enti locali contribuiranno innanzitutto i lavoratori dipendenti e i pensionati.  I tanto declamati tagli ai costi della politica rischiano invece di tradursi in misure di contenimento della rappresentanza politica. Non ci sarà snellimento e semplificazione e decentramento delle amministrazioni in coerenza con i principi del federalismo ma solo “tagli alle poltrone locali”. Nessun accenno alla riduzione del numero dei parlamentari e ai loro privilegi.

Oltre ad essere di corto respiro, questa manovra risulta odiosa per l’inserimento di alcune misure che hanno il carattere di vendetta sociale. Approfittando del momento di emergenza e delle pressioni della UE questo governo ha pensato bene di introdurre qui misure punitive che non è riuscito a far approvare per le vie amministrative e legislative normali. Prima tra tutte quella che dà la possibilità anche alle aziende con più di 15 dipendenti di poter ricorrere più facilmente ai licenziamenti senza giusta causa (aggirando il divieto sancito dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori), continuando poi con le norme sulla riduzione degli organici dei dirigenti e del personale non dirigenziale di tutte le amministrazioni centrali, che però non si applicano ai dirigenti nominati direttamente dalla politica. O i provvedimenti sulle rinnovabili e sulle agevolazioni fiscali per le società cooperative: gli unici due settori in crescita nel Paese ma che forse hanno il torto, agli occhi del governo, di aver espresso opinioni diverse rispetto alla sua politica economica.

Risanare i conti dello Stato si può e si deve, ma la strada può e deve essere un’altra. L’equilibrio dei conti si deve ottenere coinvolgendo tutti i cittadini in ragione della loro capacità contributiva. Si possono e si devono tassare le Grandi Ricchezze e i Grandi Immobili. Si deve perseguire una vera lotta all’evasione fiscale (oggi pari a 130MLD), con il coinvolgimento delle istituzioni locali opportunamente dotate di adeguati poteri di accertamento su tutto il reddito effettivo, senza trascurare il tenore di vita dei contribuenti, in previsione di una compartecipazione del gettito recuperato. Ma questo ancora non basta. Le risorse recuperate dai tagli e derivate dalle maggiori entrate devono essere destinate in maniera mirata alla crescita economica e agli investimenti.

Le organizzazioni sindacali, le forze sociali, le istituzioni più vicine alle comunità, al mondo dell’associazionismo e del volontariato e della cooperazione sociale, i singoli cittadini che subiranno questa manovra o semplicemente credono che nessuno può vivere bene in una società dove tanti vivono male hanno l’occasione martedì 6 settembre (alle 9:00 in Piazza Garibaldi a Cagliari) di contrastare con la CGIL una manovra iniqua e inefficace.

Guido Lai