“Sestu: noi e gli altri”, letture pubbliche

Il CIF, Centro Italiano Femminile di Sestu, presieduto da Anna Maria Pintus, alla fine dello scorso anno ha bandito un concorso letterario intitolato “Sestu: noi e gli altri”. L’idea era nata dalla constatazione che nel nostro comune “sono tanti coloro che amano esprimere le proprie emozioni e raccontarsi attraverso la scrittura”. Non essendo però pervenuto un numero sufficiente di elaborati il CIF non ha ritenuto opportuno stabilire meriti di valore e assegnare i premi previsti dal bando.

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Le donne del CIF Sestu

Gli organizzatori del concorso hanno comunque letto con attenzione i testi ricevuti  e hanno valutato che gli autori avessero risposto appieno al tema del concorso, interpretando ciascuno a suo modo il luogo dove sono nati o dove sono arrivati per caso o per scelta e rappresentandolo come lo ricordano, come lo vivono e come lo vorrebbero.

Ritenendo che i testi fossero tutti degni di essere conosciuti e apprezzati da un pubblico più vasto, giovedì 26 marzo, nella sala consiliare il CIF  ha organizzato la lettura pubblica delle poesie e dei racconti pervenuti. Un folto pubblico ha seguito con attenzione i brani letti da Carla Caboni e commentati da Carla Cristofoli.

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Gli autori. Da sx: Marinella Fois, Ramona Oliviero, Aldo Loru, Aldo Lai, Giorgio Valdes

Per l’occasione è stato distribuito un libretto contenente tutte le poesie e i racconti, con l’introduzione curata da Carla Cristofoli, che potete leggere scaricando il pdf allegato: Sestu, noi e gli altri_CIF

Sandra Mereu

Un tempo c’era una corte chiusa

vino-uvaUn tempo c’era una corte chiusa da una lista di stanze a sinistra e di fronte un porticato che proteggeva le stanze buone, a destra un muro con la legna e le fascine per il fuoco e uno stanzino buio di paura dove non entravo perché avevo paura. Un tempo c’era la casa di mia nonna e tutto il resto non conta. Tutto il resto è vita adulta, ragionata, pensata ed organizzata. Prima era il sogno. Il sogno era la corte al centro della casa. la vita era al centro della corte e sotto il barrali che distillava grigniola, fatto di acini oblunghi dolci e polposi, che avevano lo scopo di filtrare il sole, catturarlo e mitigarlo, per poi restituircelo fresco e odoroso.

In quel cubo di vita c’eravamo noi, tutte, e tutti i pomeriggi eravamo chiamate alla riunione. C’era gioco di bambine grandi che disprezzavano il gioco delle bambine piccole, c’era la preghiera delle bambine piccole ad entrare nel gioco delle grandi ed il gridato rifiuto, gridato era anche il rimprovero, sdegnoso il rifiuto, rassegnata l’accettazione che sempre ne conseguiva.

Una volta c’erano tutte e due le mie nonne, una dal nord l’altra dal sud e tutte si sforzavano di parlare l’italiano della buona educazione, quello che si deve agli stranieri, che sono quelli che parlano altre lingue e possono fraintendere i suoni bruschi del sardo e fraintendere inviti per insulti. La nonna del nord aveva comunque vissuto diversi anni nell’isola, ma aveva imparato pochissime parole. Non riusciva a pronunciare i nomi delle famiglie, non ne veniva a capo di quelle consonanti incastrate, di quei suoni scivolati. Il mio nome non è difficile dice una delle zie ‘cemûd al è?’ chiede la nonna dal nord, nella sua lingua, che fa chick, perché somiglia al francese.

‘Vacca’ risponde la zia. ‘La vache! Que s’est brut!’ esclama quell’altra lasciando la zia in silenzio e tutte nell’imbarazzo.

‘Leggiu est leggiu’ chiosa mia nonna dal sud. Bello non era di sicuro. Ma del bello e del brutto nessuno si cura e la conversazione riprende sotto il sole carico di grigniola.

Carla Cristofoli

Donna ieri come oggi. Rosa Podda

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Madre, figura femminile, Costantino Nivola

In occasione dell’8 marzo proponiamo un racconto di Tonino Sitzia pubblicato sul sito di Equilibri. La storia è liberamente tratta da un fatto realmente accaduto a Elmas tra il 1853 e il 1854. Ma fatti del genere succedevano a quei tempi in molti paesi della Sardegna. E accadono ancora oggi in tante aree del mondo dove le donne sono private della dignità di persone e considerate alla stregua di oggetti.

Rosa Podda

Appena il tempo, nel dormiveglia dell’agonia, di riconoscere a stento, come tra le brume dell’alba, il visino pallido nel fagottino bianco, e di sentire, in un lontano bisbiglìo, il commento delle donne affannate – Ta bella pipia, parit drommia – Sciadada Rosa, pobirittedda…E poi un’ultima domanda rivolta a Greca: – E sa pipia est istetia battiada?
“Al 31 luglio 1854 è nata una bambina figlia naturale della nubile Rosa Podda, figlia del fu Antonio e della fu Antonia Mua che per l’imminente pericolo di morte in casa, secondo il rito di Santa Romana Chiesa, ha battezzato Greca Casula ostetrica (1) approvata dal sottoscritto; fu poi portata in chiesa e sono state esercitate le sacre cerimonie e imposto il nome di Maria Teresa Sebastiana.” Così nei registri parrocchiali. (2)
Un anno prima della sua morte Rosa ha la felicità dei suoi ventitré anni. Chissà cosa avrebbero pensato i suoi genitori dei suoi progetti, specchiandosi nei suoi occhi ridenti, e del buon Francesco Cabras, suo cognato che la adottò in quanto orfana e quindi priva di affetti e di sostanze. Avrebbero certo dato il loro assenso e la loro benedizione alla promessa di “sponsorio” che il giovane Antonio Cossu, innamorato di Rosa, aveva fatto a Francesco, con tutti i crismi in uso nel tempo: “sa domanda” da parte del padre del futuro sposo “Est unu bravu piccioccu e tenit intentionis serias…”, la presenza de is testimongius “Est unu grandu traballadori…”, il dono dell’anello o un altro pegno d’amore.
Era il settembre 1853.
Rosa è timorata di Dio, ma più di una volta il diavolo ne veste i panni.
Il parroco, don Giovanni Pilloni, va predicando in pubblico, e a volte dal pulpito, di “quella puttana e concubina che infanga la chiesa e la comunità”. Non fa nomi, ma è chiaro a chi è rivolto il suo disprezzo.
Rosa, ancora più bella di prima per la maternità che non può nascondere, percorre Su Stradoni a passo svelto, è conosciuta dalle 500 anime che fanno il paese, cammina a testa alta a ridosso delle povere case di ladiri, lungo i cortili e gli orti, non si cura delle chiacchiere sul suo conto.
E’ una donna forte, Rosa. come tutte le donne. Mentre i maschi di Elmas “paiono amar l’ozio, e molto si dilettano nel giuoco delle carte” (3), “la donna campidanese, più intelligente del compagno, quando è sposata, spesso attende all’economia domestica e ai lavori campestri. Le giovinette sogliono prendervi parte, dedicandosi alla raccolta dell’uva, delle mandorle, delle olive, più di rado a lavori di coltivazione, come la semina dei cereali, il legamento delle tralci della vite, o qualche zappatura”. (4)
Con l’avanzare della gravidanza, Rosa dialoga con la piccola creatura che ha in grembo, tessendo quel filo misterioso di affetti che lega ogni madre al proprio figlio; intuisce che il bambino, pur protetto nel bagno amniotico, percepisce quanto succede nel mondo esterno, e ha paura che “sa scuminiga de su predi” possa fargli del male.
S’ arràbiu de su predi pare sia dovuto al fatto che in paese si vocifera delle sue frequentazioni di giorno, ma “anche di notte”, della casa di Maddalena Mascia, sa vìuda. Egli pretende che il giovane Cossu sposi una delle sue figlie, con la quale si sarebbe speso con una promessa di futuro matrimonio.
“Quella puttana incinta non si sposerà mai” continua a predicare il prete, e quando il padre di Antonio chiede il permesso per le pubblicazioni di nozze si vide rispondere con “un rimbrotto ingiurioso: dicendogli che dopo avere desso fatto bordello con l’attuale di lui moglie, ora permetteva che altrettanto eseguisse il di lui figlio”. (5)
Rosa si sente pesante, ha l’affanno della gravidanza che avanza, le sue uscite si fanno più rade. Le vecchiette mormorano de cantu Rosa est grai, e quando la incontrano “Inzandus, Rosa, a candu su sgravamentu?”
I maschi la incrociano e abbassano gli occhi, più per un oscuro senso di colpa che per pietà.
Col trascorrere dei mesi Rosa si sente più sola, si chiude in casa, deve proteggere la sua creatura dalle malelingue, dal prete sempre più violento, da qualche fattura che qualcuno può aver fatto ai suoi danni.
Ora che la nascita è imminente non c’è più nessuno tra lei e il suo bambino. Ce la devono fare.
Il parto, doloroso quanto solo le madri sanno, è drammatico per Rosa. Alle richieste pressanti della moribonda e della comunità il prete “invece di avvicinarsi all’ammalata, proferirle parole di sollievo e conforto religioso, si tenne in disparte, e non ostante la moribonda facesse segni di volersi confessare ed esprimesse il desiderio di ricevere gli ultimi conforti di Santa Religione, il Pilloni, duro ed immobile a nulla si prestò, così che con grave scandalo degli astanti, se ne morì senza i sacramenti”. (6)
I registri parrocchiali annotano: “Addì primo di agosto dell’anno milleottocentocinquantaquattro in questo villaggio di Elmas morì Rosa Podda figlia del fu Antonio e fu Antonia Mua di questo villaggio di Elmas in età di anni ventiquattro senza sacramenti, e nel seguente giorno venne seppellita nel piazzale di questa Parrocchiale Chiesa”(7). Nello stesso giorno era morta la piccola, battezzata col nome di Maria Teresa Sebastiana.
Il dramma di Rosa non è finito.
La bambina viene seppellita nel piccolo cimitero attiguo alla chiesa, lei nel piazzale della chiesa, in luogo sconsacrato, “in un piccolo fosso non alto due palmi”. (8)
La comunità e il Consiglio comunale riuscirono solo a imporre che “rifatta la fossa, la fecero seppellire in modo che non potesse essere il cadavere pascolo alle belve e non restasse l’aria infetta con detrimento dell’igiene e della salute pubblica”.
Bai cun Deus, Rosa.

Il ricorso presentato da Francesco Cabras contro i comportamenti del parroco venne respinto dal Tribunale Penale di Cagliari con decisione del 26 settembre 1854.

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(1) S’opera sa prus preziosa, chi podit fai una Llevadora est finalmenti su salvai s’anima de un’innozzenti, cun amministraiddi su battisimu, candu conosciat chi s’esistenzia sua est in perigulu, e non si pozzat salvai sa vida temporali…narendu po ex Deu ti battiu in nomini de su Babbu, e de su Su Fillu, e de su Spiritu Santu. E’ quanto si legge nel prezioso manualetto, stampato a Cagliari nel 1827 “Brevis Lezionis de Ostetricia po usu de Is Llevadoras de su Regnu de su dottori chirurgu collegiali Efis Nonnis, supplidori de sa Cattedra de Chirurgia”. La singolarità del libretto è data dall’uso del Sardo in argomento scientifico e dal suo intento didattico e divulgativo ad uso de is Levadoras, che a quei tempi avevano un ruolo importantissimo nelle fasi decisive del parto. Il “Manuale di Ostetricia” è stato ristampato a Cagliari nel 1981 a cura del grande linguista Antonio Sanna, ordinario di Linguistica sarda all’Università di Cagliari.
(2) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(3) Dizionario Angius – Casalis, Cagliari 1833, pag.344, alla voce El mas
(4) “Le condizioni economico- sociali di una zona rurale della Provincia di Cagliari”. Tesi di laurea di Don Filippo Asquer, Cagliari 1909
(5) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(6) Frammento della denuncia presentata da Francesco Cabras all’autorità giudiziaria contro il Parroco (A.S.C Archivio di Stato di Cagliari, processi decisi. Busta 118, fascicolo 99)
(7) A.C.A Archivio Curia Arcivescovile. Quinque Libri 15/16
(8) Nel 1777 il canonico Francesco Maria Corongiu, facente dell’Arcivescovo di Cagliari, avviò un’inchiesta in forma di questionario (preguntas e respuestas) a tutti i parroci della diocesi, da cui si ricavano notizie “di prima mano” della vita delle comunità locali. Per quanto riguarda le sepolture a Elmas si legge “La maggior parte delle sepolture sono collocate nel corpo della chiesa in linea diritta cominciando presso l’altare maggiore fino alla porta della chiesa, nella forma usata in altre parrocchie; i sepolcri sono ben chiusi e sigillati e non traspira nessun olezzo perché si sono poste nuove lastre nelle sepolture secondo le disposizioni precise del molto reverendo Monsignor Canonico Prebendato” .
In “Elmas paese di Sardegna” di Antonio Asunis, pag 148.
Prima della costruzione dell’attuale cimitero, dunque, le sepolture avvenivano in chiesa, in un piccolo camposanto attiguo, e, a volte, per le famiglie benestanti a Santa Caterina.

Tonino Sitzia

San Sperate: un modello di sviluppo locale

San Sperate

“Si bollu contai una storia chi apu biviu deu a intre de is annus ‘60 e su cumenzu de su ’70…”

Comincia così il racconto che Cenzo Porcu affida al nuovo ciclo delle Ted Conference sarde (TedxViaTirso). In quegli anni – prosegue in un elegante sardo campidanese – alcuni giovani di San Sperate, lui era fra questi, si incontravano di frequente per discutere dei problemi del comune. Si interrogavano sulla loro condizione, sul loro paese e sul futuro. Si domandavano in che modo avrebbero potuto migliorare e far progredire il luogo dove vivevano e a cui si sentivano legati. Volevano renderlo un posto dove valesse ancora la pena vivere. Tra loro c’era Pinuccio Sciola, oggi affermato artista di fama internazionale. E’ Il racconto di una stagione irripetibile, con la nascita del movimento Paese Museo e la lenta ma incessante trasformazione di San Sperate in punto di riferimento artistico, economico e civile per tutta la Sardegna.

Questa esperienza rappresenta un modello di sviluppo locale, basato sull’architettura tradizionale e i prodotti della terra. Un modello che ha avuto nella cultura il suo lievito naturale e dove la cultura è intesa prima di tutto come apprendimento sociale. Dove cioè la conoscenza prima che un’acquisizione dei singoli individui, è un’acquisizione delle comunità. In quest’esperienza si apprende e si lavora insieme e insieme si decide in cosa credere e su cosa concentrarsi. E in forza di ciò si produce innovazione. Questa storia ci dice che gli spazi pubblici vissuti come palestre di vita civile formano alla cittadinanza. Che la cultura è cittadinanza. Oggi di fronte al fallimento di un modello di sfrenato individualismo, di privatizzazione della sfera economica; in una realtà dove le comunità locali sono state progressivamente private del loro potere di decidere cosa produrre e dove la cultura è vista per lo più come intrattenimento a pagamento, la vicenda di San Sperate è lì a dirci che un altro modo è possibile.

Concorso letterario “Sestu: noi e gli altri”

   Pedalata de mes'e argiolas - Foto di R. Bullita  Pedalata de mes'e argiolas - Foto di R. Bullita  Sant'Isidoro 2012 - Foto di R. Bullita
Il CIF, Centro Italiano Femminile di Sestu, col patrocinio del comune di Sestu, ha indetto il Concorso letterario “Sestu: noi e gli altri”. Si dovrà narrare la città come luogo degli affetti o come memoria, come desiderio, come luogo della realtà o dell’immaginazione. Il tema è volutamente generico – si legge nel bando – al fine di lasciare ai partecipanti ampi margini per dare sfogo alla creatività e alla fantasia. Ai partecipanti viene data anche la massima libertà di espressione linguistica. Possono scegliere tra poesia e prosa, tra lingua italiana e lingua sarda campidanese (possibilmente nella variante sestese).
volantino concorsoIl concorso è aperto a tutti, uomini e donne di tutte le età, con un occhio di riguardo agli under 30 a cui è riservato un premio specifico. Unico divieto sembra essere l’eccesso di provincialismo e la chiusura identitaria. Nel bando si specifica che “possono concorrere donne e uomini con un equilibrato senso di appartenenza alla realtà sestese, per nascita e /o per residenza, seppur limitata nel tempo”.
Il bando è pubblicato nel sito del comune di Sestu:
Gli elaborati devono pervenire entro e non oltre il 30 gennaio 2015.

“Memorias de contus, cantus, resas”

MemoriasVenerdì 31 ottobre, nella sala del consiglio comunale si è svolta una interessante conferenza dal titolo “Memorias de contus, cantus, resas”. La organizzava l’Associazione folkloristica e culturale San Gemiliano, impegnata quest’anno in una serie di iniziative culturali per festeggiare il cinquantesimo anniversario della sua fondazione. Sighendi is festas de is cinquantannus, iniziate nella tarda primavera, e perseverando nell’impegno di coltivare e divulgare la cultura e le tradizioni della Sardegna, l’Associazione San Gemiliano ha dunque organizzato, nell’ultimo giorno di ottobre, un incontro dedicato alla poesia e al teatro popolare. Ne hanno parlato Gavino Maieli, Ottavio Congiu e Carlo Pillai.

Gavino Maieli

Gavino Maieli

Gavino Maieli, poeta di Siligo e medico di professione, già direttore di importanti riviste culturali sarde, ripercorrendo la storia del teatro ha ricordato che in Sardegna esiste una lunga e nutrita tradizione teatrale che si fa risalire al Seicento. Si contano circa 240 testi per lo più misconosciuti, sepolti nelle biblioteche e solo in parte studiati. Si tratta per lo più di opere riconducibili ad ambito ecclesiastico, scritte da religiosi per evangelizzare ed educare il popolo. Caratteristica di questa produzione letteraria è la varietà linguistica, specchio del plurilinguismo esistente in Sardegna nei secoli passati, talvolta utilizzata in funzione dei diversi registri stilistici. In sardo parlava il popolo, in castigliano e latino i maggiorenti.

Ottavio Congiu

Ottavio Congiu

In Sardegna, accanto a questo genere di rappresentazioni teatrali, esisteva e preesisteva anche una forma di teatro improprio, fatto esclusivamente di gesti, maschere e suoni primitivi ed elementari. Questo tipo di teatro, secondo Gavino Maieli, risalirebbe all’epoca nuragica ed è ancora oggi riconoscibile nelle rappresentazioni carnevalesche dei mamuthones di Mamoiada, nei thurpos di Orotelli, dei boes e merdules  di Ottana , nel giolzi di Bosa. Il teatro – ha precisato Maieli – è una forma d’arte che ha il compito di raccontare ciò che esplode dentro l’anima dell’autore o di una comunità. In questo senso le maschere arcaiche interpretano e rappresentano riti propiziatori e liberatori che valgono a cacciare il male, la carestia e le malattie. Queste antiche forme di teatro condividono con le sacre rappresentazioni di età moderna il carattere comunitario e lo spazio scenico della piazza. A conclusione dell’intervento di Gavino Maieli, l’attore e regista teatrale Ottavio Congiu, ha recitato un brano tratto da Sa passioni de nostru signori Gesu Cristu di Frate Antonio Maria da Esterzili, un testo in sardo campidanese del Seicento.

Carlo Pillai

Carlo Pillai

Carlo Pillai, riprendendo in un limpido sardo campidanese il discorso sull’origine del teatro sardo, ha confermato la sua fama di profondo conoscitore di storia e tradizioni locali. Già docente della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica dell’Archivio di Stato di Cagliari, quindi Sovrintendente archivistico della Sardegna, ha portato a sostegno di ogni sua considerazione documenti e fonti attendibili che ha interpretato con rigore alla luce di una personale e vastissima cultura storica e letteraria. Facendo sua la tesi esposta da Stanis Manca nell’articolo “Le gare poetiche in Sardegna” apparso nel 1909 sulla rivista La lettura, ha sostenuto che in Sardegna non è mai esistito un vero teatro popolare autoctono. Ciò in quanto la sua funzione era svolta dalle gare poetiche. In questo genere di poesia popolare si ritrovano tutti gli elementi tipici del teatro: parola, gesto e canto. I cantadores – ha fatto notare Pillai – si esibivano in formazioni composte anche da 7 elementi, interpretavano ruoli definiti, simili a quelli della commedia dell’arte, e si esprimevano attraverso un’accentuata gestualità che non di rado era sostenuta da una voce potente e armoniosa. Il tratto caratteristico e qualificante delle gare poetiche stava però nell’uso della parola. I versi elaborati, il linguaggio controllato, l’uso di allegorie e metafore lasciano intendere non solo la capacità dei poeti improvvisatori di adattarsi ai regimi politici di tutte le epoche ma l’origine stessa del genere. Secondo Carlo Pillai, nelle gare poetiche la difficoltà del verso, articolato in sterrina e cubertanza che si richiamanono attraverso un complesso sistema di rime, rimanda alla poesia trobadorica medievale. Con la poesia trobadorica condividono peraltro anche il carattere moraleggiante. La presenza di giullari e trombettieri alla corte dei giudici d’Arborea – ha concluso Pillai – lascia credere che, come accadeva in tutte le corti europee, essi fossero il veicolo attraverso i quali anche in Sardegna si diffondeva, si apprezzava e si formava il gusto per la poesia dei trovatori. Nondimeno sono noti i rapporti dei trovatori con le altre corti sarde e i loro rispettivi signori.

Non so se la scelta di far cadere questo appuntamento proprio nella sera in cui nelle vie del paese si aggiravano i fantasmini di Halloween fosse voluta. Certo questa coincidenza ha dato alla conferenza un significato particolare. Contraporsi a una festa importata dall’America che si è sovrapposta alla non meno antica e suggestiva tradizione nostrana legata alla memoria dei morti, con un incontro pubblico di approfondimento che riconosceva e restituiva dignità alla nostra cultura letteraria (scritta e orale), a me è apparso un modo adeguato per resistere all’accettazione acritica di modelli culturali esterni e alla contestuale perdita della nostra memoria culturale.

Il prossimo appuntamento della serie Sighendi is festas de is cinquantannus è previsto per venerdì 14 novembre. Ottavio Congiu reciterà la famosa Scomuniga de predi Antiogu arrettori de Masuddas, un testo satirico scritto da un autore anonimo intorno alla metà dell’Ottocento.

Sandra Mereu

Sighendi is festas de is cinquantannus…

L’Associazione Folkloristica e Culturale “San Gemiliano” per festeggiare il cinquantennale della sua attività (1964-2014), ha organizzato una serie di iniziative di spettacolo e culturali incentrate sulle tradizioni e la lingua sarda. I prossimi appuntamenti sono previsti per venerdì 31 ottobre e venerdì 14 novembre.

Il primo dei due incontri (31 ottobre) è dedicato al tema della memoria. A tottus cussus chi olint arrègordai Carlo Pillai, Gavino Manca, Ottavio Congiu, introdotti da Camillo Pili, parleranno di contus e cantus.

Nel secondo incontro (14 novembre) tottus cussus chi si olint ispssiai potranno assistere a “Sa scomuniga de predi Antiogu“, la famosa predica del rettore di Masullas, recitata da Ottavio Congiu.

Gli incontri si svolgeranno nella sala consiliare del comune di Sestu:

Memorias sa scomuniga

Sul dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso in merito alla “cobertantza”, ovvero al rapporto tra verità e poesia nella Cantada svoltasi a Sestu nell’aprile del 1930.

Nel mese di aprile a Sestu abbiamo festeggiato il santo Patrono, San Giorgio Martire e Cavaliere. Ma quest’anno non c’è stata la Cantada, ossia la Gara Poetica che una volta non poteva mancare nella celebrazione delle feste paesane. Come si può spiegare questa assenza? Forse la Cantada non è più di moda? La risposta, che ordinariamente viene data, a mio avviso un po’ banale, è che si tratta di “cosa incomprensibile, d’altri tempi!”. Con questa mentalità, che è in gran parte frutto dell’ignoranza, è caduto ogni interesse per questa forma di cultura. Che era popolare e che rappresentava una bella tradizione, nonché un inestimabile patrimonio. Le cose sono andate così, ed è inutile ora domandarsi su chi debba ricadere la colpa del decadimento, o meglio della scomparsa di questa manifestazione della cultura popolare tradizionale. Personalmente lo considero uno dei più gravi errori – purtroppo non il solo – commessi dalla nostra società. Un errore che si continua a commettere anche per altri aspetti del passato, senza comprendere quanto grande ed irreparabile sia la perdita per la nostra cultura.

gara_poetica_8In compenso è arrivata puntuale la pubblicazione del terzo articolo dell’amico Vittoriano Pili, dedicato alla Gara poetica svoltasi a Sestu nel 1930 per la festa del Patrono San Giorgio. In questo articolo l’autore si sofferma a trattare il rapporto fra “POESIA E VERITA’ – IN COBERTANTZA”. Lo fa ricorrendo a un espediente molto simpatico e al tempo stesso intelligente: quello di trattare l’argomento discutendo con il suo vecchio amico e poeta Tomaso. Il dialogo riportato da Vittoriano ha suscitato in me una serie di riflessioni. In un articolo che è stato pubblicata in questo blog (“E alla fine “is cantadoris” vennero portati In caserma…”) ho ragionato intorno ad alcuni fatti che sarebbero seguiti all’esecuzione della celebre cantada. In particolare ho dato credito alla tesi della veridicità di quei fatti – di cui a Sestu esiste solo una tradizione orale – a partire dalla considerazione del contesto politico-sociale dell’epoca. Alle stesse conclusioni sono arrivato seguendo il filo dell’analisi poetica e filosofica, a partire dagli spunti offerti dal dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso. Con quest’ultimo sostanzialmente concordo. Nel pdf allegato, che vi invito a leggere, spiego perché. Clicca sul link: Sul dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso“.

Pinotto Mura

“Dialogo tra un poeta e un volontario” di Tonino Sitzia

Pubblichiamo di seguito uno dei tre racconti con cui Equilibri, il Circolo dei lettori di Elmas, ha partecipato al Concorso “Racconta la tua Associazione”, promosso dal CSV Sardegna Solidale nel 2013, Anno Europeo della Cittadinanza attiva. Il Concorso ha registrato la partecipazione di 132 Associazioni con lavori di diverse tipologie (65 Racconti e Narrazioni, 28 Fotostorie, 33 Filmati e Video, 6 Manifesti). “Il racconto di Equilibri” (clicca QUI per leggere il testo completo dell’elaborato), scritto dal suo presidente Tonino Sitzia, si è classificato primo nella sezione Narrativa. Come si evince chiaramente dal nome, “EquiLIBRI” è un’associazione che da diversi anni si occupa di promozione del libro e della lettura. In un comune con meno di diecimila abitanti, alle porte di Cagliari, dove già operano tante associazioni impegnate nei servizi alla persona, il Circolo dei Lettori di Elmas “si è voluto creare uno spazio di iniziativa, anche a supporto delle istituzioni (biblioteca comunale), con una forte valenza sociale ma anche come piacere personale ed educazione permanente per il gruppo dirigente e per i soci”. Il Circolo vanta oggi circa ottanta iscritti. Ne fanno parte, in qualità di soci onorari, anche importanti scrittori sardi come Giulio Angioni, Maria Giacobbe, Alberto Capitta, Mariangela Sedda, Nino Onnis. Le sue iniziative sono sempre molto partecipate e non solo dai cittadini di Elmas. In un momento in cui i dati sulla lettura e l’istruzione riflettono una situazione molto preoccupante, Equilibri rappresenta dunque un importante presidio per il territorio. Un modello di iniziativa sociale e culturale da imitare.

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Dialogo tra un poeta e un volontario

L’ambulanza sfrecciava veloce zigzagando tra le auto nella città frenetica. Dall’interno non si distingueva l’intermittente luce bluastra che segnalava l’urgenza, né si sentiva l’assordante winwon…winwon della sirena. Il poeta giaceva nel lettino, era ancora dolorante e intontito dall’urto, e il volontario al suo fianco, seguendo un protocollo collaudato, gli parlava continuamente per evitare il sopraggiungere del coma.
“E fustei…ita fait de traballu?…mi parit unu barboni de cumenti est atrossau…immoi arribbaus a s’uspidali e du sistemant… ”. L’uomo, barba lunga e vestiti dimessi, si agitava invano perché lo avevano legato alla lettiga – Dov’è la mia borsa? Lì c’è tutto il poco che ho…
– Inzandus no si seus cumprendius…non mi ha capito, signore…le ho chiesto che lavoro fa…e poi mi deve dare i documenti perché dobbiamo registrare l’intervento e compilare il modulo… – È tutto nella borsa…
– Bene, intanto che cerco…poita non sighit a chistionai…deu seu muradori e nel tempo libero faccio il volontario con la Misericordia…
– Anch’io faccio il volontario…ma dei libri però…
– Ah! Nci funti puru is volontarius de is librus…poi cussu est aici mali pigau…ma kandu mai est sanzeru perdi su propriu tempus po librus… mica si salvano le persone con i libri…ascurtidi a mei …ascolti a me… kandu sanat, dopo che lo guariscono bene all’ospedale, venga da noi alla Misericordia e, dopo un breve corso, lo facciamo volontario…
– Lei dice che con i libri non si salvano le persone…allora io le dico che i libri vanno salvati perché dentro di loro c’è la memoria dell’uomo, quello che siamo stati e quello che saremo…e poi attraverso i libri si possono salvare anche le persone…
“Custu ziu est ancora stronau de s’incidenti…ma sigumenti du depu tenni scidu du lassu chistionai…” pensava il volontario mentre il poeta farfugliava le sue teorie…
– E bravu su ziu…immoi as’ a biri che all’ospedale du troganta beni beni cun is librus e vedrà che le fratture saranno sanate…
– Vede lei non capisce…quei medici che forse mi salveranno, anche se io non ho molta voglia di vivere…, hanno studiato sui libri…qualcuno ne scrive di nuovi perché c’è sempre da imparare dallo studio e dalla pratica…lei si fiderebbe di un medico cialtrone e ignorante?
– Tenit arrexioni…ma cussu de su dottori est unu traballu…e fustei non m’hat ancora nau ita fait de traballu…
– Io faccio il poeta…
– Poi cussu est aicci cumbinau…ma si podit bivi de poesia?…E ita pappat oi?
Maccarronis cu poesia?…Segundu mei fustei hat tentu s’incidenti poita esti sbeliau… con la testa tra le nuvole…come dicono gli italiani…
– In effetti sono molto distratto…stavo camminando e riflettevo su tutto questo correre degli uomini dentro le auto…. questa frenesia della gente tra i negozi…questo intrupparsi dentro i supermercati… questi ragazzi a testa bassa sui loro smart… questo incrociarsi veloci e mai fermarsi a parlare…
– Appu cumprendiu…su mundu currit e fustei non ci da fait a du sighiri…mi parit ca fustei est unu pagheddu mandroni…
– Abbiamo bisogno di fermarci, di riflettere, di immaginare, di parlare, di comunicare…
Una brusca frenata aveva interrotto il dialogo tra il ferito e il volontario…la portiera dell’ambulanza si aprì e alcune persone cominciarono ad armeggiare concitati con la lettiga per tirarla giù…il poeta reclamò la sua borsa…
– O su poeta, lo sa che chiacchiera chiacchiera siamo arrivati all’ospedale? Ora stia calmo… lei è in codice rosso…è quasi in pericolo di vita…continui a rimanere sveglio…
– Ma ita ci funti blocchettus in custa bussa? – disse un infermiere che già prendeva in consegna il ferito…
– No, no è piena di libri… faccia la cortesia…apra la borsa…io non posso muovermi…troverà il borsellino con i miei documenti…me l’avvicini la prego…
Quasi senza guardare il poeta infilò la mano nella borsa, prese il borsellino consunto e lo consegnò all’infermiere…poi prese un libro che egli riconobbe al tatto…
– Tenga – disse rivolgendosi al muratore volontario della Misericordia – questo è per lei…spero di rivederla per sapere cosa ne pensa…
Il muratore prese il vecchio libro dal titolo per lui strano…
– Grazie…ma guardi che io giai non nci da fazzu a liggi in italiano…chi poi est inglesu…
– Non si preoccupi…è tradotto in italiano, come in molte altre lingue…la saluto…
Il libro, con una immagine rosso fuoco in copertina che richiamava le fiamme dell’inferno, aveva per titolo “Fahreneith 451”, l’autore un certo Ray Bradbury.

Tonino Sitzia

E alla fine “is cantadoris” vennero portati in caserma…

Chiesa di San Giorgio - SestuHo letto con vero interesse gli articoli a firma del dottor Vittoriano Pili, apparsi in questo blog, relativi al libretto che riproduce la famosa Cantada tenuta a Sestu il 23 aprile 1930, in occasione della festa del santo Patrono san Giorgio Martire e Cavaliere. Vittoriano Pili, nel trattare l’argomento, dimostra di essere, oltreché profondo conoscitore e appassionato cultore della materia, persona dotta perché possiede la capacità di porgere le sue conoscenze con competenza e allo stesso tempo con semplicità e immediatezza anche a chi, come me, ne è completamente digiuno. Cun scannus e cadiras o banghitus, il primo articolo della serie, che ha evidentemente una funzione di introduzione, è particolarmente suggestivo. Qui Vittoriano Pili riesce a ricreare l’atmosfera che era propria e tipica di queste manifestazioni paesane, in cui l’allegria e la felicità si potevano cogliere nei volti di tutti i partecipanti, non foss’altro che per la straordinarietà e novità degli avvenimenti che erano sul punto di accadere. Era una giornata di festa e in quanto tale doveva presentarsi come diversa da tutte le altre, vissute nel grigiore e nella noia della vita quotidiana.

Altro aspetto che si può cogliere è dato dalla descrizione della partecipazione degli spettatori per seguire e godere dei pezzi di bravura di questo o di quel poeta estemporaneo, del quale già si conoscono le notevoli capacità per averne in passato avuto modo di apprezzarne personalmente il valore, o perché arrivava preceduto da una fama meritata. Ma ciò che emerge con vivezza dall’articolo è soprattutto quel senso di ansia e l’impegno degli organizzatori e di quanti in qualche modo si considerano “addetti ai lavori”, che si affaticano e prodigano per far si che niente e nessuno possano creare difficoltà od ostacoli, e perché la manifestazione abbia il maggior successo possibile. gara_poetica_6Credo che anche in quel famoso 23 aprile 1930 si respirasse un’atmosfera identica, o quantomeno simile, a quella che viene dipinta come in quadretto nel racconto di Vittoriano Pili. Molto interessanti appaiono anche gli altri due articoli sulla Gara Poetica, nei quali l’autore si dilunga in una serie di puntuali osservazioni e di pregevoli rilievi di carattere linguistico-formali; ed espone in modo piano ed accessibile le regole tecniche alle quali devono far riferimento quanti ambiscano a salire nei palchi e cimentarsi in questa forma di poesia estemporanea.

Dopo aver letto questi articoli, non ho potuto fare a meno di pormi una domanda. Questa gara poetica, mi sono detto, tutto sommato non è né migliore né peggiore di tante altre. E, allora, se questo giudizio è corretto, per quale motivo è rimasta famosa? Vittoriano Pili non ha precisato; o forse non ha deliberatamente voluto o ritenuto di precisare i motivi per cui essa è rimasta famosa. Ma non mi sento neppure di escludere che si debba addebitare a me l’incapacità di cogliere questi motivi. gara poeticaMentre facevo queste considerazioni tra me e me, dicevo, mi sono ricordato di averne sentito accennare dall’amico dottor Gianni Mereu, persona particolarmente versata in questa materia, oltreché ugualmente colta e dotta. E, alla prima occasione in cui mi è capitato di rincontrarlo, gli ho raccontato degli articoli di Vittoriano Pili e del loro contenuto. Da persona gentile e disponibile quale è, Gianni Mereu è stato allora prodigo di notizie e di informazioni. Concludendo la chiacchierata mi ha riferito di aver illustrato i motivi che avevano reso famosa quella Gara in un articolo scritto tempo addietro per il giornale Il Caffé Sestese, dove era stato puntualmente pubblicato col titolo “Sa Cantada de su 1930 po sa Festa de Santu Giorgi”. E, facendo seguire alle parole immediatamente i fatti, mi ha dato in prestito un esemplare del famoso libretto, perché potessi leggerlo con tutto comodo, e una copia del suo scritto.

Nell’articolo pubblicato su Il Caffé sestese, Gianni Mereu senza por tempo in mezzo, affronta l’argomento utilizzando registri di natura politico-sociale. La gara poetica – afferma – “esti passada a sa storia po su significau politicu de certas sterrinas e de medas rimas”. Subito dopo fa una succinta ma precisa analisi circa la cattiva considerazione che queste manifestazioni popolari avevano presso le Autorità sia civili che religiose, attribuendone i motivi al contesto politico-sociale: “seus in prena era fascista”. Una puntualizzazione, quest’ultima, quanto mai opportuna e condivisibile. E’ infatti il caso di ricordare che l’anno prima, cioè nel 1929 – appunto “in prena era fascista” –, era stato firmato il “Concordato”, che lo Stato Italiano aveva stipulato con la Santa Sede. Perciò, proprio in forza di questa intervenuta riconciliazione fra i due poteri – quello civile e quello religioso – era più che naturale che i medesimi, quando sollecitati da motivi e da interessi diversi ma non confligenti, si presentassero uniti a sanzionare comportamenti o atteggiamenti considerati non idonei.

Le gare poetiche dialettali – spiega Gianni Mereu nell’articolo – erano avversate dalle autorità civili, che consentivano unicamente l’uso della lingua italiana vietando quello delle lingue straniere. Gli insegnanti, a cominciare da quelli delle scuole elementari, punivano severamente i trasgressori. Io stesso, che pure sono nato quando il regime fascista era caduto, ho fatto personale esperienza di questa severità. Specularmente, le medesime autorità civili avversavano le autonomie linguistiche – i dialetti – e il dialetto sardo non andava esente da questa valutazione negativa. La Cantada, oltre ad essere una gara poetica in lingua sarda, scontava il fatto di essere giudicata aprioristicamente di scarso valore artistico: “is Autoridadis civilis – precisa Gianni Mereu – consideranta is cantadoris genti ignoranti, incolta, de basciu livellu artisticu”. Un giudizio, quest’ultimo, evidentemente falso, dettato solo da preconcetto, cattiveria e malanimo, come può verificare chiunque vuol prendersi la briga di leggere le risultanze trascritte dagli affezionati cultori del genere. Di riconosciuta bravura erano certamente is cantadoris che presero parte alla gara poetica svoltasi a Sestu il 23/04/1930. Alcuni di loro eseguirono anche un’altra celebre esibizione, svoltasi a Monserrato qualche anno prima (1926), conosciuta appunto come “sa cantada de is dottus” (vedi foto).

Nella foto sono ritratti alcuni dei cantadores che presero parte alla cantada svoltasi a Sestu il 23/04/1930. Da sinistra: Pasquale Loddo, Efisio Loni, Francesco Farci, Luigi Maxia, Antioco Marras (Monserrato 1926). Fonte: Giovannino Piseddu, Poeti e Cantadores della Sardegna, Edes 2008.

Monserrato 1926 –  Da sinistra: Pasquale Loddo, Efisio Loni, Francesco Farci, Luigi Maxia, Antioco Marras – Fonte: Giovannino Piseddu, Poeti e Cantadores della Sardegna, Edes 2008.

Quanto poi alle Autorità religiose, esse non vedevano di buon occhio le gare poetiche – si legge ancora nell’articolo de Il Caffè sestese – perché “medas sterrinas fadiant riferimentu a argumentus de sa Bibbia, de su Vangelu e a is precettus e regulas de sa Cresia no sempiri in manera rigorosa”. Accadeva cioè che is cantadoris assai di frequente si richiamavano a episodi biblici, sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, per comprovare e dar forza alle loro idee, con interpretazioni non sempre conformi a quelle ordinariamente proposte dalla gerarchia ecclesiastica. Se poi capitava che mettessero in discussione gli insegnamenti e i precetti impartiti dai pulpiti, allora venivano tacciati di falsità o accusati di riproporli alterati o in modo non fedele.

A comprovare quanto detto sopra, si potrebbero citare numerosi casi. Ma ritengo sia sufficiente quello, che si può considerare emblematico, citato da Gianni Mereu, riguardante la pubblicazione de Sa Mundana Cumedia di Bore Poddighe. E’ noto che quando questa composizione poetica apparve, nel 1924, scatenò un putiferio, creando non pochi fastidi al suo autore che per ciò cadde in depressione e fini per suicidarsi. Sa Mundana Cumedia contiene infatti una denuncia sociale, in generale dello sfruttamento del lavoro, e in particolare dei poveri che prestavano la loro opera nelle miniere del Sulcis-Iglesiante. Non mancavano in quest’opera anche forti tratti anticlericali. Per queste ragioni il componimento e il suo autore furono oggetto di aspre critiche ma anche di appassionata difesa. Fra coloro che non risparmiarono strali si può ricordare Salvatorangelo Vidili di Aidomaggiore, il quale accusò Poddighe di aver usato “toni troppo aspri e diffamatori nei confronti della Chiesa (Critica a sa Mundana Cummedia). Tra i più sinceri difensori va invece senz’altro ricordato Pitane Morette (Difesa a sa Mundana Cumedia).

All’epoca della famosa Gara poetica di Sestu, accadde dunque qualcosa di simile a ciò che successe con la Mundana Commedia di Bore Poddighe. Spacciada sa cantada – prosegue Gianni Mereu -, is applausus no teniant studa, ma su maresciallu invitat is cantadoris in caserma po fai craresa a riguardu de certas sterrinas. Ita si siant naus in caserma, nisciunus ddu scit cun siguresa. Si scit però ca funti abarraus discutendi cun su maresciallu prus de tres oras; e candu funti bessius de caserma, is cantadoris no potànta cara bella. E quindi conclude: “Nanta ca is tres amigus, a Pasquali Loddu, ndi dd’hanti nau de donnia colori; e dd’hanti puru minacciau de no arziai prus in palcu cun issu”. Il che non è strano, considerando che le due manifestazioni artistiche si collocano a breve distanza temporale l’una dall’altra e quindi risentono dello stesso clima politico. Era quello un periodo di grande confusione e particolare sconcerto fra i diversi ceti della popolazione nazionale. Era dunque più che naturale che singoli avvenimenti ed espressioni artistico-letterarie venissero variamente interpretati e valutati.

Pinotto Mura

Gara poetica svoltasi a Sestu il 23.4.1930 – Commento al 3° giro e dialogo sulla “COBERTANTZA” di Vittoriano Pili

Il ritrovamento di un libretto nel fondo Sardegna della Biblioteca regionale, contenente il testo di una celebre cantada campidanesa svoltasi a Sestu nell’aprile di 84 anni fa, in piena epoca fascista, ha offerto a Vittoriano Pili l’occasione per scrivere una serie di interessanti e dotti articoli sull’argomento (Cun scannus e cadiras o banghittusIl libretto ritrovato, Analisi del testo, 1° giro, Analisi del testo, 2 e 3° giro). Seguendo il filo della memoria storica e personale ci ha spiegato la complessa struttura dei componimenti, il repertorio di temi e motivi da cui attingevano i cantadores, e quindi il valore letterario di una delle più antiche espressioni della poesia popolare sarda, erroneamente ritenuta rozza e priva di valenza poetica. Con il commento al terzo giro poetico e con la successiva rievocazione di un dialogo con il compianto poeta sestese Tomaso Cara, si conclude il discorso sviluppato sul tema da Vittoriano Pili. Su questo blog ve lo abbiamo presentato in capitoli separati ma esso era stato pensato dal suo autore come un corpo di scritti unitario intitolato Cantadas a Sestu, lingua, politica e religione”. 

3° GIRO POETICO: AMORI – SANTIDADI – GHERRA – PAXI.

Pasquale Loddo porge all’attento popolo sestese un delicato canto d’amore. Lei si chiama Speranza ed ha gli occhi e la grazia di un angelo mandato dal cielo per far sospirare il suo cuore. Il poeta non è del tutto convincente, ma piace questo mutetu a 8 peis, specie ai giovani che stanno preparando la “domanda” per la loro “Speranza”. Nella Rima invita gli altri poeti in gara ad ampliare il volo sui quattro punti cardinali.

Francesco Farci ricorda invece la santità di Gregorio I detto anche Magno. Un Papa famoso per aver edificato ben 7 conventi. Poiché il “dotto” Farci ci ricorda anche l’anno della sua morte, il 604 (esatto), siamo disposti a credere anche al resto, Preidi Sanna presente consentendo. Nella torrada de su mutetu a 8 peis l’andirivieni delle rondinelle è paragonato al volo dei pensieri dei poeti.

Efisio Loni interviene con un mutetu sèmpiri a 8 peis, ma con la sterrina che descrive abbastanza fedelmente una scena di guerra. Ricorda l’ultima battaglia contro s’Austriàcu che, sconfitto, è costretto ad arrendersi. Motivo ancora caro ai poeti ed al popolo (specie quello d’Eroi). Nella torrada, invece, chiede a se stesso ed ai suoi compagni che cosa possano mai fare, se non restare in attesa del ritorno delle colombe mandate in volo.

Luigi Taccori, il poeta di Sestu emigrato a Dolianova, chiude il 3° giro, a sorpresa, con un mutetu a 10 peis (ma ne ho trovato persino di 20), che riporta – udite, udite – una notizia che da un anno a questa a parte suscita (ancora) un gran clamore: il Concordato tra Stato (fascista) e Chiesa (cattolica) firmato (l’11 Febbraio 1929) dal Ministro Mussolini (per il Re Vittorio Emanuele III) e dal Cardinale Gasparri (per il Papa Pio XI). I due “non si camorrano” e il fatto resti “memorando” per una pace duratura (“infinita”). È una parola grossa. Comunque, sia pure con qualche ritocchino di craxiana memoria, ancor dura. Nella torrada il nostro Taccori considera già un trionfo il ritorno delle colombe al punto di partenza. Concordiamo. Quasi.

***

POESIA E VERITÀ – IN COBERTANTZA

gara_poetica_8

Venne a trovarmi Tomaso, una sera di tanti anni fa. Sereno, come sempre. Pochi convenevoli, come s’usa tra vecchi amici. Era d’estate. Si alzò e si sfilò dal colletto della maglia leggera, frugando con la mano nel petto, una busta azzurrina che posò sul tavolo, prima di sedersi: «Ti piace ancora la poesia? – apriva la busta – Quella sarda, dico». Aveva sparso sul tavolo tre o quattro libretti sgualciti ed un quaderno a righe (per la Va elementare) con la copertina nera lucida. «Certo – risposi –, ma è un po’ che non viene a trovarmi». Mi guardò severo: «Siamo noi che dobbiamo cercarla, se la vogliamo incontrare. Vedi, in questi libretti ci sono dei versi di vari uomini che amavano così tanto la poesia da volerla come professione. Loro aspiravano ad essere poeti. C’è chi vende musica e chi vende parole, chi vende erba e chi vende carne. In questo quaderno invece non c’è scritto niente. Facciamo così, come loro, scegliamo un argomento, un titolo, “un fine” ben accetto a noi due e lo cantiamo, cioè lo scriviamo, prima tu o prima io, in un sonetto, sul quaderno. Lo conosci il Padre nostro in Sardo? Ti va di metterlo in poesia?». L’idea mi piaceva: «Su Babbu nostu? Benissimo, però inizia tu, Tomaso». Fu così che accettai la sfida, chiedendogli: «E chi è che perde?». Allargò le mani grandi: «Perde chi si ritira». Disse. E fu così che mi permise di sporcargli qualche pagina di quel suo prezioso quaderno a righe. E vinse, anche. Quindi aprì un libretto dalla copertina grigia con la scritta GARA POETICA, gemello, credo, di questo appena “ritrovato” dalla più che attenta e gentile, abilla e donosa, Sandra Mereu«Leggi Loddo al n. 21 (sesto giro) e spiegami questo mutetu». Conoscevo questa cantada, famosa ed esemplare, benché grondante di “licenze” linguistiche, ortografiche e tipografiche, ma sapevo che con Tomaso c’era sempre da imparare sulla poesia sarda. Non era mai salito sul palco, ma era un cantadori di rispetto. Per me un maestro. Lessi:

21 – Loddo

A dirigibili e Areoplanu

Oi si viagiat in America

Po su Sud e de su Brasili

Si girat sa terra rotonda

Armau de paracaduttu

Comenti fiat Depinedu po fortuna

Girai Asia America e Oceania

E girai tottu su globu terresti

Continuamenti esplorendi

Senza à terra tenni addobu.

Rima

 Su Crobu est ind’una sponda teverica

Picchiendi su Graniu bruttu a Vili Diocresianu.

Espressi quindi il mio parere su questo mutetu a dexi peis: «Per me Loni nella sterrina ha voluto comporre un breve inno al progresso, che specialmente in campo aeronautico effettivamente in quegli anni c’è stato. Era l’orgoglio dell’Italia e del Fascismo. È nominato Depinedo, ma non si può dimenticare Italo Balbo, audacissimo trasvolatore atlantico (nonché volontario del ‘15-‘18, irredentista repubblicano, squadrista, Quadrumviro Marcia su Roma, capo della MVSN nel ‘24, Ministro Aeronautica ‘29-‘33, Crociera Roma-New York-Roma 1934, Maresciallo dell’Aria e Governatore della Libia, più fascista di Mussolini ma contrario alla politica filo-tedesca ed alle leggi razziali, morì per un tragico errore della nostra contraerea sul cielo di Tobruch, nel 1940). Nella Rima, o meglio Torrada, ritorna su fini, argomento o tema proposto nella gara poetica. Il Corvo su una sponda del Tevere becca l’orrido cranio del vile Diocleziano (l’imperatore romano)». Tomaso ascolta, ma dissente: «Queste sono le parole, cantate e scritte, in poesia, in figura e in rima. Io voglio sapere quello che intende dire veramente il poeta, come si dice, fuor di metafora». Ho capito. Tomaso vuole l’interpretazione del sogno, la verità implicita nella profezia. Resto pensieroso. In Sardo molti usano la parola cobertantza come sinonimo di Torrada, cioè la Rima, la parte che chiude il mutetu dopo sa Sterrina. Se questa è la “stesura”, la cobertantza è la “copertura” o “chiusura”. Significa però anche “metafora” e “allegoria”, che sono la veste usuale del poetare sardo, come delle sentenze e dei proverbi. Si dice in cobertantza per “velatamente”. Tomaso mi viene incontro: «Tra gli appassionati delle gare poetiche sta girando questa interpretazione: il Corvo (che ha fama e fame di morte) si trova oltre Tevere, a Roma, dove becca insistentemente il cranio orribile del vile imperatore Diocleziano del tempo (1930), cioè Benito Mussolini. Si dice anche che Loddo, sceso dal palco, sia stato convocato in caserma per spiegazioni. Tu che ne dici?». Abbiamo discusso di molte cose, Tomaso ed io. Di religione e di politica, di pace e di guerra, di povertà e di ricchezza, di vita e di morte. Cercavamo la verità, assieme, senza inganni e senza paure. Ora mi sentivo più tranquillo: «Sinceramente questa interpretazione mi pare più un artificio di matrice politica tardiva di qualche decennio, piuttosto che una cobertantza finalmente svelata. La sterrina di Loddo, come tante altre di Taccori, di Loni e di Farci, si può considerare almeno in buona sintonia con lo spirito del regime fascista, se non anche di plauso. Che la Torrada o Rima uscisse in contraddizione fuori dal seminato sarebbe strano. E, fatto più grave, contro ogni regola della poesia sarda nelle “gare”, che perdesse di vista il tema preposto, su fini, affidato dal comitato dei festeggiamenti proprio a Loddo. Fini che riguardava la figura di san Giorgio Martire, come sarà rivelato al pubblico da tutti i quattro poeti nell’ultimo giro. Che c’entra Mussolini e a che proposito una tale cobertantza di carattere politico su un palco di poesia popolare allestito per la festa del santo patrono? L’interpretazione data non sta in piedi, come la convocazione in caserma… O no?». Tomaso sorride : «La poesia è fatta di parole e di pensieri che volano e a volte ti sfuggono, convieni?». Il ferro è caldo: «Si, ma la verità c’è, anche nella poesia» e «Quale sarebbe?». Riprendo il libretto e leggo: «Su Crobu a vili Diocresianu. Il carnivoro nero demoniaco affamato che ossessiona il crudele imperatore romano per mettere a morte i tanti martiri cristiani, come il nostro S. Giorgio». Tomaso consente: «Può sfuggire anche la verità, alle volte». Parlammo ancora di poesia, con rima e senza rima. E dissentimmo ancora: «Hai ragione tu», «No, hai ragione tu». Basciu e contra. È stato bello cantare insieme, Tomaso.

Vittoriano Pili

“Lingue d’Italia 2014”, stasera a Sestu

Limbas de ItaliaSabato 22 MARZO 2014, con inizio alle ore 18:00 presso i locali Faccin (Pro Loco) a Sestu, si svolgerà una conferenza dedicata alla valorizzazione delle lingue minoritarie in tutte le sue possibili declinazioni, con particolare attenzione al loro uso come forma espressiva nella poesia e nella musica tradizionale e popolare. Interverranno: l’assessore alla cultura Roberto Bullita, l’etnomusicologo Ignazio Murru, il poeta improvvisatore Antonio Pani, l’operatore culturale del gruppo Folk i Nuraghi Pierpaolo Angioni, il poeta Ettore Sanna, il cantautore-etnomusicologo Battista Dagnino. Modera Ottavio Nieddu. Seguirà un concerto a tema in cui si esibiranno Battista Dagnino, Antonio Pani e il coro del gruppo folk “I Nuraghi” di Sestu.

La manifestazione è organizzata dal gruppo folk “I Nuraghi” di Sestu in collaborazione con la Fondazione ANDREA PARODI e il patrocinio dell’Amministrazione del Comune di Sestu.

Gara poetica svoltasi a Sestu il 23.4.1930 – Analisi del testo (2° e 3°giro) di Vittoriano Pili

Proseguiamo con la pubblicazione dell’analisi del testo (2° e 3° giro) della celebre Cantada eseguita a Sestu nel 1930 (vedi anche analisi del testo, 1° giro), curata da Vittoriano Pili in seguito al ritrovamento nella Biblioteca regionale di un esemplare coevo dell’edizione a stampa (Il libretto ritrovato). Come lo stesso Vittoriano ci ha spiegato, la cantada è un componimento poetico “cui partecipano di solito tre o quattro cantadoris, è composta da una sequenza di composizioni spontanee, cantate alternamente da ogni singolo poeta chiamate mutetus, con un saltuario e breve intervento di un coro a due voci, bàsciu e contra o semplicemente contra, alla fine di ogni strofa.” Generalmente – scrive Vittoriano Pili – per l’esecuzione di questi componimenti estemporanei i cantadores prediligevano tipologie di mutetus complessi e difficili, detti appunto “de cantadas” o “longus a praxeri”,de ses, otu o dexi peis o prus”. Questi ultimi si caratterizzano per  lo schema a “skina de pisci” nella costruzione della sterrina, cioè della strofa stesa nei più versi d’apertura. In pratica: l’ultima parola del 1° verso della sterrina deve far rima con l’ultima parola del 2° verso della torrada (rima); l’ultima parola del 2° verso della sterrina deve far rima con l’ultima parola del 1° verso della torrada (rima); l’ultima parola del 3° verso della sterrina deve far rima con la penultima parola del 2° verso della torrada (rima); l’ultima parola del 4° verso della sterrina deve far rima con la penultima parola del 1° verso della torrada (rima), e così via. (S. M.)

gara_poetica_3Su contra, il coro a due voci che esplode improvviso ad ogni mutetu, ha sempre un fascino particolare, perché, oltre alla sua funzione tecnica, richiama un sentire ancora primordiale, primitivo, ancestrale. Quasi un’eco vibra anche tra le viscere e il cuore. Accompagna a tratti il poeta, lo precede, lo segue. E, così come è iniziato, cessa d’un colpo: “Bo-o-oh!

Pascali Loddo, che un attimo prima sedeva pensoso, è già in piedi, proteso verso il pubblico sestese (ma non mancano gli ospiti, is istranjus), che si è appena concesso un brevissimo scambio di pareri sulla bravura dei quattro cantori, sulla sestesità dell’ultimo di questi e sulle difficoltà del tema segreto, a fini serrau. Il silenzio è immobile, assoluto. Inizia il 2° giro dei cantadoris e dei loro mutetus, a otu, noi o dexi peis.

5 – LODDO (sterrina)
Note linguistiche
Ligendi sa Gerusalemi gosu
1
– il poema “Gerusalemme Liberata”
De su famosu Tarquatu
2
– possibile pronuncia, intendi Torquato Tasso
Poema de is imortalaus
3
Chi ha ddu ligi’ è consolu
4
– errore dello scrivano o tipografico, a; inoltre meglio est
Poita parit intendi’ rispundi’
5
– meglio respundi’/arrespundi’
Su Sepulclu Santu librau
6
– errori dello scrivano o tipografici, spec. liberai
Cun amori e Santa paxi
7
Sonendi de argentu is trumbas
8
Rima
– meglio Torrada
          8         6            4          2
Columbas pigai su bolu in atu
– come da pronuncia per la rima, ma artu
       7        5            3         1
E baxi aundi pensaus nosu
6 – FARCI (sterrina)
Note linguistiche
A Giorgiu Santu mi invocu
1
– brutta forma italianizzante per Jorgi; meglio m’intregu
E andu e is peis ddi basu
2
Po cristianu doveri miu
3
– meglio lei, dépiu o simili
Preghendi chi spargiat su mantu
4
Genuflessu m’aturu però
5
– agg. italiano per injenugau
E cun su corpus digiunu
6
– sost. italiano per jaunu
Pregu a su Deus venerandu
7
– per la rima, ma de alabai o de alabança
ltretantu fei o bona genti
8
– per àtturu e tantu, ma meglio sìmbili etc.
Osservendi is Santas dotrinas
9
– meglio sighendi
Fei comenti fazzu deu
10
– meglio fatzu
Rima
– meglio Torrada
   10         8          6        4          2
Seu comenti a unu Santu Tomasu
 
      9            7    5     3        1
Finas a candu no biu e tocu
7 – LONI (sterrina)
Note linguistiche
A cassa manna a chini est gràcili
1
– per la rima, meglio débili
No dd’affidant importantis scalas
2
– meglio donant a castiu o intregant
Po sparai pegus aresti
3
Prus a prestu fazzat truba
4
– meglio fatzat
Si bolit tenni’ prus pro
5
E pongadinci dogna impegnu
6
– meglio inci pongat, dónnia e ismeru/coidau
Po papai sirboni moddi
7
Lessit a s’àteru sparai
8
Cussu chi prezzit una lenza
9
– meglio partzit e lentza
Rima
– meglio Torrada
      8            6           4               2
A fai’ assegnu a suba de is alas
– meglio a donai fidi o cunfiai
      9         7        5      3      1
Penza Loddi ca no est fàcili.
– meglio pensa (pron. pentsa); Loddi/Loddo; esti in rima
8 – TACCORI (sterrina)
Note linguistiche
Dante fiat su Poeta…
1
– in Sardo Danti
De precisa classica rima
2
– meglio primori o justa, preçisu significa “urgente”
Divina dd’hant dèpiu aggiungi’
3
– meglio acciunji’
Poesias suas ‘nd’hapu lìgiu
4
Senza de difetu trumba
5
– meglio sena/kena e farta
Anzis cosa meda de cumentai
6
– meglio intàmini/intamu e de nai a pitzus o a suba
Cun classica poesia giusta
7
De is Poetas su capu
8
– per la rima, ma ghia
Rima
– meglio Torrada
             8       6             4        2
 
 
Mi dd’hapu giai predígiu prima
– dall’italiano “predetto”, in Sardo nau in antis
       7            5                3            1
 
 
Custa columba raggiungi sa meta
– dall’Italiano, in Sardo lompit a su fini/cabidu

Fine del 2° giro di mutetus della cantada

gara_poetica_5Commento. Pascali Loddo è un cantadori di una certa cultura, quindi può permettersi di citare il famoso Torquato (Tasso) e tra i poemi immortali la Gerusalemme (Liberata), godimento e consolazione nella sua lettura, perché sembra di sentirsi rispondere: «liberate il Santo Sepolcro, suonando le trombe d’argento con amore e santa pace». Nella rima o torrada ribadisce la metafora biblica delle colombe, invitandole a volare alto verso la sospirata meta.

Cicitu Farci nel suo mutetu a dexi peis tenta la sua carta giocando d’astuzia. Infatti nella sterrina, strofe di dieci versi, cambas, mostra tutta la sua devozione verso S. Giorgio, restando però genuflesso e digiuno a pregare il vero Dio ed invitando il buon popolo a fare altrettanto, osservando i santi insegnamenti, «fate – dice – come faccio io», lasciando ipotizzare di aver scoperto su fini, il tema assegnato. Ma subito fa un passo indietro, dichiarandosi incredulo, fino a prova contraria, come San Tommaso.

Efisinu Loni propone una sterrina sulla caccia, in competizione con quella di Loddo al primo giro. Nella torrada del mutetu a noi peis ricorda a questo le difficoltà di affidarsi alle sole ali della poesia.

Luisu Taccori, in concorrenza con Loddo, che godeva e si consolava leggendo Torquato, fa suo il capo dei poeti, il sommo Dante, per l’opera perfetta, chiamata poi Divina. Nella torrada confida di aver già predetto a se stesso che la sua colomba avrebbe raggiunto la meta, cioè su fini.

Ora il terzo giro, a otu o dexi peis.

gara_poetica_6

9 – LODDO (sterrina)
 Note linguistiche
Candu ti biu Speranza
1
– meglio Sperantza
Cun cussus angelicus ogus
2
– meglio de anjelu o simili
Paris mandada de Gesus
3
Deu gei non pensu àtturu
4
Ca ses serafica aggiunti
5
– meglio santesa o simili e acciunti
E de prus ancora ti miru
6
Po sa grazia tua infinita
7
– meglio gratzia e istremada/stremada
A su coru narendi suspirus
8
– errore dello scrivano o tipografico per suspireus
Rima
– meglio Torrada
     8          6              4         2
Feus su giru a quàturu logus
       7      5      3                     1
Poita sunti prus de importanza
– meglio bàlida o pesu
10 – FARCI (sterrina)
 Note linguistiche
Po edificai chiostrus
1
– meglio fraigai (o pesai) moristenis
A Gregoriu Magnu nomenint
2
– meglio Gregori Mannu
Chi edificau hat seti guventus
3
– meglio fraigau o pesau
Custu santu chi venerant
4
– meglio alabant
Is credentis si ‘ndi consolant
5
– meglio creentis
Chi est de is Santas figuras bellas
6
– meglio ca
In su sexentus quàturu morinti
7
– errore dello scrivano o tipografico, leggi morenti
Partiat a su Regnu Celesti
8
– per la rima, ma rennu de su Celu o Santa Groria
Rima
– meglio Torrada
         8              6                    4             2
‘nc’esti rondinellas chi andant e benint
– per la rima, meglio (ar)rundileddas; andant è assonante
         5                                    3             1
Comenti bolant is pensamentus nostrus
11 – LONI (sterrina)
 Note linguistiche
A su signali de is trumbas
1
– meglio sinnali
Is ballas sighiant a proi’
2
A is direzionis giustas
3
– meglio bias o deretas
Is nostrus sparaant ansiosus
4
– meglio speddiosus o simili
E a furia de bombardai
5
– meglio a fortza
A s’Austriacu beniat sa peus
6
Finalmenti s’est dèpiu arrendi’
7
– meglio a sa fini
E tentu hat sa grandu sconfitta
8
– per la rima, meglio sderruta
Rima
– meglio Torrada
         8     6        4         2
Ma ita feus nosus innoi?
per la rima, ma nosu
            7             5          3              1
Aspetendi a torrai custas columbas
meglio abetendi
12 – TACCORI (sterrina)
Note linguistiche
Is chistionis si sunti risolvias
1
Tra Guvernu e Stadu Papali
2
– meglio Pabali
Mussolini hat dèpiu aggiunti
3
– per la rima, ma il verbo è acciuntai/acciunji
E benni’ a unu Concordau
4
– per la rima avrà cantato Concordatu
Senza de si cunfundi
5
– meglio sena o kena
Cun Gasparri tra issus dusu
6
– meglio duus, anche per la rima
Is duas partis no si camorrant
7
– neologismo, verbo derivato dal sost. it. “camorra”
Ca sunti cun sinceru zelu
8
– per la rima pronunciando zellu, meglio còidu sintzillu
E custu fatu memorandu
9
– per la rima, meglio de tennì’ a nodu
Siat po paxi infinita
10
– per la rima, meglio estremada o sena fini/acabu
Rima
– meglio Torrada
10     6      8       4          2
Ita prus bellu atu trionfali
– meglio triunfali. La regola 10-8-6 non è rispettata
    9         7            5        3          1
Candu torrant aundi sunti mòvias

Fine del 3° giro di mutetus della cantada

(continua)

Vittoriano Pili