“Sestu: noi e gli altri”, letture pubbliche

Il CIF, Centro Italiano Femminile di Sestu, presieduto da Anna Maria Pintus, alla fine dello scorso anno ha bandito un concorso letterario intitolato “Sestu: noi e gli altri”. L’idea era nata dalla constatazione che nel nostro comune “sono tanti coloro che amano esprimere le proprie emozioni e raccontarsi attraverso la scrittura”. Non essendo però pervenuto un numero sufficiente di elaborati il CIF non ha ritenuto opportuno stabilire meriti di valore e assegnare i premi previsti dal bando.

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Le donne del CIF Sestu

Gli organizzatori del concorso hanno comunque letto con attenzione i testi ricevuti  e hanno valutato che gli autori avessero risposto appieno al tema del concorso, interpretando ciascuno a suo modo il luogo dove sono nati o dove sono arrivati per caso o per scelta e rappresentandolo come lo ricordano, come lo vivono e come lo vorrebbero.

Ritenendo che i testi fossero tutti degni di essere conosciuti e apprezzati da un pubblico più vasto, giovedì 26 marzo, nella sala consiliare il CIF  ha organizzato la lettura pubblica delle poesie e dei racconti pervenuti. Un folto pubblico ha seguito con attenzione i brani letti da Carla Caboni e commentati da Carla Cristofoli.

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Gli autori. Da sx: Marinella Fois, Ramona Oliviero, Aldo Loru, Aldo Lai, Giorgio Valdes

Per l’occasione è stato distribuito un libretto contenente tutte le poesie e i racconti, con l’introduzione curata da Carla Cristofoli, che potete leggere scaricando il pdf allegato: Sestu, noi e gli altri_CIF

Sandra Mereu

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Un tempo c’era una corte chiusa

vino-uvaUn tempo c’era una corte chiusa da una lista di stanze a sinistra e di fronte un porticato che proteggeva le stanze buone, a destra un muro con la legna e le fascine per il fuoco e uno stanzino buio di paura dove non entravo perché avevo paura. Un tempo c’era la casa di mia nonna e tutto il resto non conta. Tutto il resto è vita adulta, ragionata, pensata ed organizzata. Prima era il sogno. Il sogno era la corte al centro della casa. la vita era al centro della corte e sotto il barrali che distillava grigniola, fatto di acini oblunghi dolci e polposi, che avevano lo scopo di filtrare il sole, catturarlo e mitigarlo, per poi restituircelo fresco e odoroso.

In quel cubo di vita c’eravamo noi, tutte, e tutti i pomeriggi eravamo chiamate alla riunione. C’era gioco di bambine grandi che disprezzavano il gioco delle bambine piccole, c’era la preghiera delle bambine piccole ad entrare nel gioco delle grandi ed il gridato rifiuto, gridato era anche il rimprovero, sdegnoso il rifiuto, rassegnata l’accettazione che sempre ne conseguiva.

Una volta c’erano tutte e due le mie nonne, una dal nord l’altra dal sud e tutte si sforzavano di parlare l’italiano della buona educazione, quello che si deve agli stranieri, che sono quelli che parlano altre lingue e possono fraintendere i suoni bruschi del sardo e fraintendere inviti per insulti. La nonna del nord aveva comunque vissuto diversi anni nell’isola, ma aveva imparato pochissime parole. Non riusciva a pronunciare i nomi delle famiglie, non ne veniva a capo di quelle consonanti incastrate, di quei suoni scivolati. Il mio nome non è difficile dice una delle zie ‘cemûd al è?’ chiede la nonna dal nord, nella sua lingua, che fa chick, perché somiglia al francese.

‘Vacca’ risponde la zia. ‘La vache! Que s’est brut!’ esclama quell’altra lasciando la zia in silenzio e tutte nell’imbarazzo.

‘Leggiu est leggiu’ chiosa mia nonna dal sud. Bello non era di sicuro. Ma del bello e del brutto nessuno si cura e la conversazione riprende sotto il sole carico di grigniola.

Carla Cristofoli