“Nel tempo di mezzo” di Marcello Fois (Einaudi 2012)

Il romanzo di Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, parla della grande trasformazione che la Sardegnaha subito dal 1943 al 1978. Dall’anno della fame e della malaria all’anno dal cancro. Il romanzo, come tanti altri di Fois, ha come location Nuoro, ma termina a Cagliari all’Ospedale Oncologico, dove c’è una cameretta, linda e pulita con la TV a colori “che io non l’avevo mai vista”. Aggiungi 5, 10 anni e arrivi a quel mezzo secolo della seconda metà del Novecento che, secondo storici e antropologi, ha fatto fare alla Sardegna, alla storia della Sardegna, un salto come non si era mai visto nei millenni precedenti.

Ma andiamo con ordine. Vincenzo Chironi, il protagonista, figlio di nessuno e della prima guerra mondiale, arriva in Sardegna nel 1943 con il traghetto che sbarca a Olbia o Terranova che sia. Guidato da un cieco che cammina aggrappato alla coda di una capra e da un prete, prete Virdis, che spara alle lepri e per  poco non lo impallina, Vincenzo inizia il suo itinerario per diventare sardo, sardo-friulano. Il viaggio continua poi con una donna, Giovanna Podda, che guida un camion, un modello del 1924, un Fiat 505 con una potenza di trenta cavalli, e vive sola in una casa vuota in mezzo alla campagna: una vigna incolta, venti arnie e un autocarro sono tutto ciò che possiede. Suo marito era partito nell’estate  del ’41 con destinazione ignota, da qualche parte in Russia. Con lei Vincenzo percorrerà i sentieri e le strade polverose fino a  San Francesco di Lula. A Nuoro invece ci arriverà con Guiso Giovannimaria, che per presentarsi gli allunga una mano e gli dice: “Puoi chiamarmi Mimmìu”. I due diventeranno amici e  sodali.

Erano tempi terribili. I luoghi erano solo nomi di luoghi, l’umanità era carne da macello. A Nuoro, Mimmiu lo porta a casa di suo nonno, Michele Angelo Chironi, sopravissuto alle tragedie della sua famiglia insieme alla figlia Marianna che con il padre condivide la condizione di pluri-tragediata: oltre ai fratelli ha perso marito e figlia. Nel cortile della loro casa spiccano quattro enormi vasi sui quali crescono quattro alberi di limoni a chiudere il cancello, l’enorme cancello della fucina. Quella di Stirpe, il precedente romanzo di Fois.

Torniamo a Nel tempo di mezzo. Nel libro ci sono le  piaghe bibliche che da sempre affliggono la Sardegna. O almeno all’inizio ci sono le prima due: cavallette e zanzare, che è come dire cavallette e DDT. “Le zanzare a milioni di milioni hanno infettato  le zone costiere attraverso febbri malariche che dilagano ormai da anni raggiungendo livelli di cronicità; ma non basta: spinte dal vento africano caldissimo sono arrivate, a cumulonembi talmente compatti da oscurare il sole, le cavallette”. E sempre a proposito delle cavallette Fois ci avverte che “Ormai anche il profano riesce a distinguere tra il grillastro crociato che divora i cereale e il dociostaurus maroccanus che non disdegna i frutteti e le vigne… bestia levantina che non ha avuto bisogno di arrivare in volo perché i bastimenti di ritorno dall’immensa campagna d’Africa l’hanno trasportata gravida in giro per il Mediterraneo”.

Ma c’è anche la storia buona, o almeno meno tragica dell’altra. “Al Bar nuovo si parlava solo del referendum imminente.  In fondo anche i Savoia avevano dovuto ammettere qualche errore di troppo e questo Re, giovane e prestante, al contrario del padre nano e pusillanime, aveva persino accettato di sottostare al volere popolare.  Come vissero il referendum i Chironi? I Chironi si misero a nuovo. Pinti e linti. Esercitare quel diritto corrispondeva a partecipare al ricevimento della nazione che rinasceva. Perciò azzimati, pulitissimi, alle sei e mezzo del mattino  i Chironi si recarono a votare.  Non per niente  mentre si recano al seggio  “Era come ritrovarsi in un tempo sospeso a metà, nel tempo di mezzo, non moderni, non antichi, ma sensibili, esposti al contagio”.

L’amore arriva all’alba della repubblica. Buon auspicio e ottimo viatico per la felicità o per l’espiazione, come Dante nella Divina Commedia che inizia il suo viaggio con il favore delle stelle, nel primo giorno di primavera. E osservate che amore. Lei è Cecilia Devoto, a Nuoro con la sua famiglia di sfollati dalle bombe di Cagliari, “un’iride che rivela quanto sia impossibile per noi, semplicemente umani, concepire la meraviglia della natura”.

Soffermarsi su questi aspetti del libro non è un vezzo fine a se stesso, significa entrare in sintonia con quanto è successo in Sardegna in quel mezzo secolo di cui si parlava all’inizio, e permette di apprezzare con quanta perizia Marcello Fois ci conduce all’interno di quelle vicissitudini. Non con commenti ai fatti, ma attraverso i fatti nudi e crudi, descritti così come si sono susseguiti e svolti, ci rendiamo conto delle mutazioni nella mentalità delle persone che agiscono nel tempo. Anche in quel Tempo di mezzo.

Pier Giorgio Serra

“Viaggio letterario nell’isola di Sardegna” (Cuec 2010)

La biblioteca comunale, MARTEDI’ 21 GIUGNO alle ore 18.00, ha presentato una recente pubblicazione della CUEC dal titolo “Viaggio letterario nell’isola di Sardegna”, curata da Giuseppe Pusceddu e Gianni Stocchino.

Si tratta di un’originale lavoro che annoda lungo il filo di un viaggio ideale racconti, aneddoti, suggestioni, impressioni, storie di viaggiatori e di grandi scrittori che hanno attraversato la Sardegna nel tempo e nello spazio. Sono 150 testimonianze che ci raccontano la nostra isola, le sue regioni storiche, i tanti paesi, tutti diversi e tutti uguali, con la varietà dei suoi linguaggi resi in prosa o in rima. C’è l’occhio straniero che ci osserva selvaggi e primitivi: siamo i Lestrigoni antropofagi di Omero, “gli uomini e le donne che vanno nudi con un brandello di tela, uno straccio bucato per coprire il sesso” (Honoré de Balzac). C’è un prima e un dopo Lawrence: sulla scorta di Sea and Sardinia gli scrittori scopriranno un altro mondo e un altro modo di intendere il viaggio nell’isola. C’è lo sguardo dei suoi figli che la scoprono provinciale: “Vi faccio osservare che lo stagno di Cabras è denominato mari…” (Michela Murgia), ma che ne sanno anche scorgere i tratti romantici nell’acqua che scorre nella fonte di Galusè a Tonara (Gianluca Floris). C’è la Sardegna dei segreti e dei veleni, quella del poligono militare di Perdas de Fogu, la Quirra di Carlotto e dei Mama Sabot. E poi ci sono i macondi, termine coniato da Marcello Fois con chiaro riferimento al paese teatro delle vicende di Cent’anni di solitudine narrato da Garcia Marquez. I macondi sono quei luoghi immaginari, inventati nella toponomastica ma facilmente individuabili nella realtà, dove gli scrittori sardi hanno ambientato i loro romanzi: Aar, il paese de “La Madre” (Grazia Deledda), Arasolè, il piccolo villaggio che ci parla del mondo di “Quelli dalle labbra bianche” (Francesco Masala), Fraus, il villaggio sconvolto da una modernità da troppi accolta acriticamente (Giulio Angioni), Norbio, il paese d’ombre di Dessì, Piracherfa di Niffoi, Nurajò di Soriga…

L’incontro con gli autori di questo accattivante racconto dei racconti è stata l’occasione per continuare il viaggio e scoprire quel tanto che ancora restava da scoprire.

La locandina viaggio_letterario

Sandra Mereu