Renzi, la nutella e la cultura.

ArteDue sono i passaggi del primo discorso fatto da Matteo Renzi che hanno attirato la mia attenzione. Il primo riguarda la volontà di impedire che i consiglieri regionali si “comprino la Nutella a spese dei cittadini”.  Una battuta, questa, che in tanti qui in Sardegna hanno letto come il concretizzarsi del piano segreto del PD di cui ha parlato Vito Biolchini. Il giornalista cagliaritano in suo articolo datato 22/10/2013 riferiva che Renzi, assunta la carica di segretario del PD, avrebbe chiesto alla candidata Barracciu, indagata per peculato, di fare un passo indietro. Il vincente Renzi, secondo questa ipotesi, non potrebbe tollerare che le sue prime elezioni, per di più con un candidato di fede renziana, si risolvano in una sonora sconfitta. Io però non sono sicura che questa sia la corretta interpretazione da dare alla battuta di Renzi. Vi sembra, la Barracciu, una che mangia nutella? Lei, con quel fisico da modella?

Sul secondo passaggio del discorso di Renzi che mi sono appuntata, invece, non ho alcun dubbio di interpretazione. Se Renzi dice “Abbiamo la cultura in mano a una struttura ottocentesca. Non può [la cultura, ndr] basarsi sul sistema delle sovrintendenze” vuol dire una sola cosa: la conservazione lasci spazio alla promozione. E’ nota a Firenze l’avversione di Renzi verso le sovrintendenze che ne hanno contestato le tragicomiche campagne promozionali dei beni culturali (dalla ricerca del «Leonardo perduto» alla costruzione della facciata di San Lorenzo). Per il sindaco di Firenze/segretario del PD/ aspirante presidente del consiglio dei ministri le sovrintendenze sono il simbolo di un approccio alla gestione del patrimonio culturale che deve essere senza indugio “rottamato”. Lo storico dell’arte Tomaso Montanari considera Renzi il massimo interprete, oggi, della teoria del patrimonio culturale inteso come «petrolio d’Italia», risorsa «mineraria» disponibile allo sfruttamento quantitativo. Questa teoria, tutt’altro che originale e moderna, vanta ormai una tradizione trentennale che si fa risalire all’età craxiana e in particolare a Gianni De Michelis. Una delle conseguenze più eclatanti e visibili (ma non la sola) di questo tipo di concezione è la trasformazione delle città d’arte italiane in tante Disneyland ad uso e consumo dei turisti. Svuotate dei residenti, città come Firenze e Venezia, si riempiono di boutique mentre piazze, caffè, teatri e altri luoghi di ritrovo cedono il posto a parcheggi e gallerie commerciali. In nome di questa idea della cultura – scrive Montanari – “il valore civico dei monumenti è stato negato a favore della loro rendita economica” (Le pietre e il popolo, 2013).

Il tema sembra stare molto a cuore a Renzi, anche se nel suo documento congressuale non ne faceva il minimo accenno. Ne è una conferma il fatto che all’atto della composizione della segreteria ha deciso di tenere per sé proprio la delega alla cultura. Insomma, ne vedremo delle belle e di sicuro ci “stupirà”! E purtroppo, per come la vedo io, non sarà il solo danno di stampo neoliberista che potrebbe fare a questa Nazione.

Sandra Mereu

Con Cuperlo. Perché attribuisce alla Cultura il giusto valore.

ArteC’è anche un’altra ragione, un po’ trascurata nei dibattiti (ma che non poteva sfuggire a un’archivista-bibliotecaria!), per la quale Cuperlo è di gran lunga preferibile a Renzi. Essa ha a che fare con il peso e soprattutto con il valore che i due candidati attribuiscono alla Cultura. Si può cominciare col dire che nel documento congressuale di Renzi, comunque lo si giri, non c’è traccia del tema. Un fatto, questo, che già di per se rappresenta una grave lacuna. Tanto più grave se si considera che Renzi è fiorentino e della sua città – che è città d’arte per eccellenza, oltreché patria di Dante Alighieri e della lingua italiana – è sindaco (e per brevi periodi è stato anche assessore alla Cultura).

Il fatto che Renzi non parli di Cultura non significa però che sul tema non abbia una sua precisa idea. Questa emerge chiaramente in alcune recenti proposte riguardanti proprio il patrimonio culturale di Firenze. Tra queste meritano una certa attenzione: l’annuncio di voler ripristinare l’antica pavimentazione in cotto di Piazza della Signoria, e quello di voler costruire la facciata della basilica di San Lorenzo secondo il progetto dello stesso Michelangelo. Agli addetti ai lavori, ma anche ad una opinione pubblica appena avvertita, sono apparse come trovate antistoriche e propagandistiche, sprezzanti del fatto che annullerebbero d’un colpo i secoli di storia che hanno storicizzato gli esiti che abbiamo sotto gli occhi, utili al più ad attirare l’attenzione dei media sulla città e quindi sul suo sindaco.

Nondimeno è emblematica della concezione che Renzi ha della Cultura l’ostinata ricerca della perduta Battaglia di Anghiari, dipinta da Leonardo a Palazzo Vecchio. Per riuscire nell’impresa non ha esitato a bucare insistentemente gli affreschi del Vasari, bollando tutti quelli che sollevavano dubbi e perplessità sull’opportunità e correttezza dell’operazione come incapaci di rimanere “stupiti dal mistero”. Stupore e mistero, dunque. Con buona pace di storici e archivisti convinti che la storia serva a educare all’esattezza e che il passato debba essere letto criticamente nel suo divenire. Se non siamo a livello di “Kazzenger”, poco ci manca!

Che dire poi del noleggio di Ponte Vecchio a Montezemolo? Della privatizzazione pro tempore di un bene comune? La scelta di sfruttare il patrimonio culturale della Nazione ad esclusivo vantaggio di pochi ricchi miliardari si pone in evidente controtendenza rispetto al percorso di democratizzazione della Cultura culminato nell’articolo 9 della Costituzione. La rassegnata constatazione della scarsità delle risorse solo apparentemente è una giustificazione accettabile. Il timore che possa diventare un comodo alibi per consolidare, se non addirittura per rinforzare la deriva in atto, appare più che fondato.

Cuperlo al contrario di Renzi non elude nel suo documento il tema della Cultura. E per di più lo affronta in linea con il più avanzato dibattito in materia. La sua impostazione supera la concezione della Cultura come “petrolio della nazione”. Un’idea, questa, che ha condizionato la politica degli ultimi trent’anni con effetti tutt’altro che positivi sulla salvaguardia e tutela del nostro patrimonio culturale. Il petrolio infatti è un bene strumentale che non ha valore in sé ma solo in quanto serve a produrre beni. Crea una ricchezza immediata e fatta di poco lavoro. La Cultura al contrario richiede consistenti investimenti di lungo termine e ha un grande valore intrinseco. Cuperlo la considera appunto “un campo che va arato, curato, irrigato”.

Emerge in definitiva nelle posizioni di Cuperlo il riconoscimento che il vero nesso tra economia, sviluppo e cultura non consiste tanto nello sfruttamento mercantile dei beni culturali o nella logica del grande evento, ma passa piuttosto attraverso la creazione di un ambiente culturale capace di stimolare la creatività, le competenze e i talenti. Una differenza non da poco col sindaco di Firenze, aspirante segretario del PD/primo ministro. In essa ci giochiamo una bella parte del nostro futuro.

Sandra Mereu

(L’articolo è stato pubblicato anche sulla pagina facebook Sardegna per Gianni Cuperlo e Calabroni volanti con Gianni Cuperlo)