“Sulla faccia della terra”, Giulio Angioni (Il maestrale 2015)

Sulla faccia della terra_AngioniOhiohi la guerra. Ma se ti trovi dentro, odiala con chiarezza. Questa riflessione la fa Mannai Murenu, garzone del vinaio di Seui Nanni Pes. E la fa dopo che è rimasto sepolto per tre giorni sotto una catasta di cadaveri, uomini e donne uccisi dalla furia pisana che nel 1258 si abbatte su Santa Gia, distruggendola. Appena può scappa dalle rovine fumanti ammorbate dalla paura dell’epidemia che può arrivare dopo che i soldati di Pisa e i loro comandanti, ben consigliati da arcivescovi ed episcopi rapaci, hanno catapultato dentro le mura i lebbrosi, alcuni vivi altri già morti.

Scappa e incontra Paulinu da Frauss, servo del convento di Santa Maria di Cluso che gli consiglia la salvezza unica e possibile nel rifugiarsi nell’isola dei lebbrosi che adesso è libera. Questo è l’antefatto  di “Sulla faccia della terra”, ultimo romanzo in ordine di tempo dello scrittore Giulio Angioni. Che è stato ed è anche antropologo. Se il tempo del romanzo è il medioevo giudicale, quando genovesi e pisani si contendevano il controllo dei commerci sardi, il luogo è la laguna, lo stagno, lo spazio non ha la solidità della terra ma la liquidità dell’acqua, acqua di stagno.

Nella ex isola dei lebbrosi si costruisce una piccola comunità in cui convivono cristiani, un ebreo, Baruch, che si fa trasportare da due sedieri, musulmani, bizantini, ex schiave e mercenari tedeschi in fuga, giovani, vecchi, bambini e un cane rabdomante che nello stagno scova polle d’acqua potabile. Nell’isola dei lebbrosi  rinascono, ognuno mette a frutto le proprie abilità  si riscoprono antichi mestieri e la comunità nuova crea un microcosmo armonico alla faccia delle tragedie della storia che attorno a loro continua a mietere vittime e a provocare rovine. Nel libro di Angioni romanzo storico e riflessione morale e civile si integrano in una narrazione rapida e avvincente: nei primi capitoli la parola è usata in forma poetica, la ricerca dei suoni sa più di verso poetico che di prosa distesa. E chi conosce l’ultima produzione letteraria dello scrittore-antrologo-poeta non si stupirà, anzi, vi troverà la conferma della bravura di Angioni nell’inanellare parole in versi. Ancora una volta la sua produzione letteraria ci offre la possibilità di riflettere su alcuni temi di stretta attualità.

Temi universali e senza tempo  come “l’illusione folle di uguaglianza”, “la necessità della tolleranza”, “il bisogno di avere a fianco un fratello, un amico, un compagno o una compagna”, “l’obbligo di essere liberi”. Questi i temi di fondo del libro che scaturiscono da un intreccio abile di rapide descrizioni e squarci illuminanti di pura umanità. Tutti i personaggi che abitano l’isola vengono umanizzati con sapiente ricerca lessicale, quasi fosse la parola la vera protagonista delle centocinquantacinque pagine del romanzo raggruppate in trentasette capitoli brevi, quasi frammenti.  Ma non è frammentaria la grande avventura collettiva che va avanti apparentemente senza scossoni,  quasi che lo scrittore avesse voluto rispecchiare nella pagina scritta la grande bonaccia che aleggia e da sempre accompagna gli ambienti salmastri.

Insomma “Sulla faccia delle terra” è un libro lieve e gentile che, accanto all’ormai consolidata capacità dello scrittore di far emergere con controllato fervore tipi umani dalle caratteristiche più disparate, offre al lettore la possibilità di immergersi in una storia non di maniera, ma in una serie di eventi in cui i protagonisti sono calati con la loro carne e con la loro mente in quella grande matassa di storie che noi chiamiamo umanità.

Pier Giorgio Serra

Il condaghe segreto, Vindice Lecis (Edizioni Condaghes 2013) – Recensione di Pier Giorgio Serra

Il condaghe segretoAnno del signore 1165, nel Giudicato di Torres la situazione non è delle più limpide. Nove galee pisane bloccano il porto turritano impedendo i traffici commerciali del giudicato che così si vede occlusa la sua vena economica più importante. Come  se non bastasse un manipolo di armati pisani sbarca e mette a ferro e a fuoco ville e  curatorie del capo di sopra. Questa scorreria pisana provocherà un sollevazione popolare che farà strage dei soldati terramannesos e costringerà i pochi superstiti alla resa e all’obbedienza, se non vorranno assaggiare sulle loro carni la punta affilata della virga sardisca e il filo delle lame delle leppe dei turritani  e dei logudoresi.  E questo è solo il primo dei tanti episodi che  vengono magistralmente narrati dalla penna di Vindice Lecis, autore de “Il Condaghe segreto”, romanzo storico che è quasi un sequel del suo romanzo precedente “Buiakesos, le guardie del giudice”.

Vi ricompaiono personaggi conosciuti nel libro precedente e altri nuovi, ma ciò che aleggia in controluce nelle righe del libro è la storia sarda. Quella scaturata dalla decisione dell’impero bizantino di lasciare al loro destino le sue periferie più remote e che permette così l’affermarsi nell’isola  della civiltà giudicale. Al fianco dei popolani, delle loro passioni e delle loro miserie sfilano, nelle pagine del libro, una lunga teoria di regnanti e dignitari, prelati e imperatori. Da non perdere, per la sua verosimiglianza, il racconto dell’incontro a Pavia tra l’Imperatore Federico Barbarossa, Ugo, vescovo di Santa Giusta e il giudice Barisone d’Arborea che vuole dall’imperatore il titolo di Rex Sardiniae. Si tratta di un fatto storico accertato che mostra come l’isola dei sardi, al tempo dei giudicati, fosse al centro di una fitta ragnatela di relazioni internazionali che aveva come attori principali la Chiesa, l’Impero, le repubbliche di Pisa e Genova e la Corona d’Aragona.

Come in tutti i romanzi storici di buona fattura nel libro c’è un’accurata descrizione dei luoghi in cui le vicende si svolgono: che si tratti dei palazzi dove si tramano congiure e si consumano tradimenti e  assassinii, sia che si tratti delle campagne messe a ferro e fuoco dalle orde armate o dei boschi che nascondono i fuggiaschi vittime dell’ingiustizia, la scrittura di Lecis ha il dono di rendere tutto reale e riconoscibile agli occhi di noi lettori venuti alla luce parecchi secoli dopo quelle vicende. E’ stupefacente  la descrizione delle corti giudicali di Torres e D’Arborea  e dei numerosi conventi e chiese, ville e curatorie, dove i personaggi del libro vivono passioni, amori, lotte e battaglie. Grazie a questa ricca trama Lecis riesce a  riportare davanti ai nostri occhi il nascere di una nuova lingua, quel volgare sardo usato nella scrittura dei Condaghes,  che precede almeno di un secolo l’affermarsi del volgare toscano.  E’ appunto la scrittura e la sparizione di uno dei Condaghes a dare il titolo al libro ma non ne rappresenta  assolutamente il filo conduttore della trama.

“Il condaghe segreto” di Vindice Lecis, ed. Condaghes 2013, è dunque un romanzo storico che mischia amabilmente la storia giudicale con le esigenze della narrazione.  In esergo porta un brano di una lettera che Antonio Gramsci  scrisse alla sorella Teresina il quattro di maggio del 1931. E’ quella in cui si parla della storia sarda e del maestro che la insegnava pomposamente ai suoi alunni, tra i quali il piccolo Nino Gramsci, che a dir la verità erano più interessati alle storie di Pasquale (o Giovanni?) Tolu e Cicciu Derosas. Noti e cantati banditi dell’ottocento sardo. Il volume si chiude con tre interessanti appendici: una nota storica sui tempi e luoghi in cui è ambientato il romanzo, una scheda storica sui personaggi, divisi tra quelli realmente esistiti e quelli inventati, nonché un breve ma interessante glossario sui termini più in uso nell’amministrazione civile e militare dei giudicati sardi. Tutto questo fa del libro un ottimo sussidio didattico anche per quegli insegnanti, di scuole di ogni ordine e grado, che vogliano avvicinare i propri studenti a una delle pagine più affascinanti della storia dell’Isola di Sardegna.

Pier Giorgio Serra