Primarie PD per l’elezione del segretario regionale: i risultati di Sestu

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Conferenza stampa in via Emilia – Foto di Anna Crisponi

Scarsa partecipazione. A Sestu hanno partecipato alle primarie per l’elezione del segretario regionale del Partito Democratico, vinte da Renato Soru, appena 259 cittadini. Si conferma dunque il trend negativo di partecipazione alle primarie aperte che nel nostro comune sono passate dai 583 votanti del ballottaggio Renzi-Bersani ai 350 delle primarie per la scelta del candidato presidente per le elezioni regionali; quindi dopo la lieve ripresa per l’elezione del segretario nazionale (sfida Renzi, Cuperlo, Civati), segnata da 381 partecipanti, il tonfo di ieri. Appena l’1,2% della popolazione residente si è fatta coinvolgere dunque in queste primarie, ridotte ormai a uno stanco rito di partecipazione che interessa veramente solo una esigua minoranza di militanti. Emblematiche di ciò che sono diventate le primarie del PD, le ingenue parole di due candide signore presentatesi ieri al seggio: “Ma come? Sto facendo un favore a un amico e devo anche pagare due euro?”

I risultati. Anche a Sestu ha vinto Renato Soru con 139 voti. Al secondo posto si è piazzato Thomas Castangia con 62 voti, al terzo Ignazio Angioni con 54 preferenze. Nelle liste a sostegno dei candidati erano presenti anche alcuni militanti sestesi. Patrizia Saba era presente nella lista per Renato Soru; Marina Pisu, Elisa Manunza e Simone Piras sostenevano Thomas Castangia; Michela Mura, consigliera comunale già segretaria del circolo territoriale, figurava invece ai primissimi posti nella lista a sostegno di Ignazio Angioni.

S. M.

EPURAZIONE!

sede_comune_SestuCampeggia sulla cronaca locale del maggiore quotidiano regionale di oggi la notizia della ripresa delle ostilità tra le diverse componenti del PD di Sestu (“Sestu, il Pd contro il Pd”, L’Unione Sarda, 7/3/2014). Anticipata da una nota diffusa su facebook, la scomunica lanciata dalla segretaria cittadina Michela Mura agli amministratori PD di maggioranza, sindaco compreso, è stata poi ufficializzata nella seduta serale del consiglio comunale. Come un fulmine a ciel sereno la segretaria cittadina del PD ha dichiarato coram populo che Aldo Pili, Anna Crisponi, Roberto Bullita, Giovanna Podda, Pierpaolo Meloni e Giancarlo Angioni, non fanno più parte del Partito Democratico.

A tanto ardire si è arrivati facendosi scudo della decisione del comitato dei garanti (che risale a qualche mese fa) con la quale è stata rigettata la richiesta di espulsione dal PD nei confronti della stessa Mura, di Fabio Pisu e Valentina Ledda, avanzata dal sindaco e dai consiglieri della maggioranza del Partito democratico in seguito al voto contrario al bilancio del 2012 espresso appunto dai tre dissidenti. Come si ricorderà quel passaggio mise in serio pericolo la tenuta dell’amministrazione di centrosinistra e comportò di conseguenza la necessità di nuovi equilibri interni alla maggioranza.

Forte di un’arbitraria, se non addirittura fantasiosa, interpretazione delle motivazioni addotte dal comitato dei garanti, che vorrebbe i tre dissidenti assolti da ogni addebito mentre il sindaco e la maggioranza addirittura censurati per aver seguito una procedura scorretta, Michela Mura ha dunque emesso la sua irrevocabile sentenza di espulsione. Ogni commento sull’efficacia che potrebbe avere una simile decisione, presa da un’autorità non competente in materia, è assolutamente superfluo.

Di contro, di fronte all’ennesima crisi interna del PD locale non ci si può non domandare perché i livelli superiori del PD continuano a tollerare che lo stesso partito a Sestu faccia convivere legittimamente sotto la stessa bandiera una cosa e il suo esatto contrario? Perché si continua a scegliere di non scegliere? Non serve essere esperti politologici per capire che un simile paradosso è destinato a danneggiare l’immagine del partito e dunque la sua credibilità agli occhi degli elettori ancor più di quanto già non accada ora.

Ma se è vero che il PD attraverso i suoi organismi ufficiali non decide da chi vuole essere rappresentato a Sestu, l’impressione è che le ragioni degli avversari del sindaco e dei consiglieri PD di maggioranza abbiano finora goduto di un maggiore sostegno, a parole e nei fatti. Vale la pena ricordare a questo proposito quanto è accaduto nel marzo dello scorso anno in occasione di una direzione regionale del PD tenutasi a Oristano. Chi vi ha preso parte e i tanti che, come me, hanno seguito quell’incontro in streaming hanno potuto sentire Michela Mura accusare il sindaco di Sestu e “il suo entourage” di ogni genere di nefandezze.

Grande  impressione fecero in particolare le accuse ai danni di questi ultimi di omissioni nell’esercizio delle funzioni pubbliche (“le cooperative stesse che ricevono degli appalti non vengono poi controllate dall’amministrazione nel loro operato”), di aver compiuto azioni  criminali (“gli atti intimidatori nei confronti di una nostra consigliera di 29 anni”) di aver arbitrariamente e ingiustificatamente allontanato i consiglieri dissidenti dalle commissioni con modalità violente (“sono stati epurati da tutte le commissioni consiliari e continuamente mobbizzati”).

Quelle parole sono suonate obiettivamente come accuse gravi (la trascrizione dell’intervento si può ancora leggere sul sito dell’Associazione Nino Carrus, http://www.ninocarrus.it/new/index.php/blog/257-perche-il-pd-ha-perso). Nessuno in quella circostanza si sognò di contestarle. Né risulta che sia mai stato fatto in altre occasioni pubbliche. Di contro Michela Mura ottenne allora l’esplicito sostegno di un alto dirigente del partito che in quella stessa Direzione si espresse a favore di una sua non espulsione.

Le amicizie con esponenti di spicco del PD sardo di cui gode la segretaria cittadina di Sestu,  secondo alcuni, sarebbero anche all’origine della sortita di ieri in consiglio comunale. Così si esprime al riguardo l’assessore agli affari sociali Anna Crisponi: “con la nomina a sottosegretario di Barracciu, a cui la segretaria del circolo territoriale di Sestu è strettamente legata, dopo un breve periodo di quiete è il momento di riprendere le attività di disturbo: ci si sente di nuovo forti e protetti.”

Michela Mura e il suo gruppo si troverebbero dunque oggi sotto l’ala protettiva del Presidente del consiglio. Poco importa evidentemente a chi qualche anno fa conquistò il circolo di Sestu sventolando la bandiera dell’ortodossia comunista che Renzi incarni le posizioni ultra liberal del Partito democratico. Verrebbe però da dire che sotto altri aspetti la corrente renziana sia invece la loro giusta collocazione. Con “Il Principe” novello condividono l’ansia per il potere, mezzi e discutibili metodi.

Sandra Mereu

Risultati delle Primarie PD per il segretario nazionale a Sestu.

primarie pdSullo sfondo delle ultime vicende giudiziarie che hanno coinvolto il sindaco Pili e il vicesindaco Cardia, per fatti avvenuti nella passata consiliatura, si sono svolte ieri anche a Sestu le primarie del PD. Ha vinto Renzi con 169 voti (44,4%), segue Civati con 136 voti (35,6%) e quindi Cuperlo con 76 voti (20%). Hanno votato 381 persone, circa l’1,86% della popolazione. Rispetto alle medie sarde e nazionali si può dunque parlare di scarsa partecipazione. Difficile dire quanto abbiano influito su questo risultato le notizie apparse alla vigilia delle primarie che chiamavano in causa anche il sindaco PD. Il dato di ieri conferma infatti il crollo di partecipazione dei sestesi al rito delle primarie che già si era registrato a settembre, quando si doveva scegliere il candidato per le regionali. Allora parteciparono 350 persone, ovvero il 40% in meno rispetto alle primarie del ballottagio Renzi-Bersani (583 votanti). Il fatto che questa volta fossero primarie aperte alla partecipazione di tutti, elettori di altri partiti compresi, non ha dunque agito nel senso di favorire una più massiccia partecipazione. Catalizzatore di voti a favore di Civati è stato invece il fatto che Anna Crisponi, assessore alle politiche sociali, figurasse tra i delegati all’assemblea nazionale per questo candidato. Auguri ad Anna per il suo prossimo impegno.

S. M.

Con Cuperlo. Perché attribuisce alla Cultura il giusto valore.

ArteC’è anche un’altra ragione, un po’ trascurata nei dibattiti (ma che non poteva sfuggire a un’archivista-bibliotecaria!), per la quale Cuperlo è di gran lunga preferibile a Renzi. Essa ha a che fare con il peso e soprattutto con il valore che i due candidati attribuiscono alla Cultura. Si può cominciare col dire che nel documento congressuale di Renzi, comunque lo si giri, non c’è traccia del tema. Un fatto, questo, che già di per se rappresenta una grave lacuna. Tanto più grave se si considera che Renzi è fiorentino e della sua città – che è città d’arte per eccellenza, oltreché patria di Dante Alighieri e della lingua italiana – è sindaco (e per brevi periodi è stato anche assessore alla Cultura).

Il fatto che Renzi non parli di Cultura non significa però che sul tema non abbia una sua precisa idea. Questa emerge chiaramente in alcune recenti proposte riguardanti proprio il patrimonio culturale di Firenze. Tra queste meritano una certa attenzione: l’annuncio di voler ripristinare l’antica pavimentazione in cotto di Piazza della Signoria, e quello di voler costruire la facciata della basilica di San Lorenzo secondo il progetto dello stesso Michelangelo. Agli addetti ai lavori, ma anche ad una opinione pubblica appena avvertita, sono apparse come trovate antistoriche e propagandistiche, sprezzanti del fatto che annullerebbero d’un colpo i secoli di storia che hanno storicizzato gli esiti che abbiamo sotto gli occhi, utili al più ad attirare l’attenzione dei media sulla città e quindi sul suo sindaco.

Nondimeno è emblematica della concezione che Renzi ha della Cultura l’ostinata ricerca della perduta Battaglia di Anghiari, dipinta da Leonardo a Palazzo Vecchio. Per riuscire nell’impresa non ha esitato a bucare insistentemente gli affreschi del Vasari, bollando tutti quelli che sollevavano dubbi e perplessità sull’opportunità e correttezza dell’operazione come incapaci di rimanere “stupiti dal mistero”. Stupore e mistero, dunque. Con buona pace di storici e archivisti convinti che la storia serva a educare all’esattezza e che il passato debba essere letto criticamente nel suo divenire. Se non siamo a livello di “Kazzenger”, poco ci manca!

Che dire poi del noleggio di Ponte Vecchio a Montezemolo? Della privatizzazione pro tempore di un bene comune? La scelta di sfruttare il patrimonio culturale della Nazione ad esclusivo vantaggio di pochi ricchi miliardari si pone in evidente controtendenza rispetto al percorso di democratizzazione della Cultura culminato nell’articolo 9 della Costituzione. La rassegnata constatazione della scarsità delle risorse solo apparentemente è una giustificazione accettabile. Il timore che possa diventare un comodo alibi per consolidare, se non addirittura per rinforzare la deriva in atto, appare più che fondato.

Cuperlo al contrario di Renzi non elude nel suo documento il tema della Cultura. E per di più lo affronta in linea con il più avanzato dibattito in materia. La sua impostazione supera la concezione della Cultura come “petrolio della nazione”. Un’idea, questa, che ha condizionato la politica degli ultimi trent’anni con effetti tutt’altro che positivi sulla salvaguardia e tutela del nostro patrimonio culturale. Il petrolio infatti è un bene strumentale che non ha valore in sé ma solo in quanto serve a produrre beni. Crea una ricchezza immediata e fatta di poco lavoro. La Cultura al contrario richiede consistenti investimenti di lungo termine e ha un grande valore intrinseco. Cuperlo la considera appunto “un campo che va arato, curato, irrigato”.

Emerge in definitiva nelle posizioni di Cuperlo il riconoscimento che il vero nesso tra economia, sviluppo e cultura non consiste tanto nello sfruttamento mercantile dei beni culturali o nella logica del grande evento, ma passa piuttosto attraverso la creazione di un ambiente culturale capace di stimolare la creatività, le competenze e i talenti. Una differenza non da poco col sindaco di Firenze, aspirante segretario del PD/primo ministro. In essa ci giochiamo una bella parte del nostro futuro.

Sandra Mereu

(L’articolo è stato pubblicato anche sulla pagina facebook Sardegna per Gianni Cuperlo e Calabroni volanti con Gianni Cuperlo)

Il Datagate per Renzi: una questione di telefonino.

Renzi_ObamaL’emergere in modo clamoroso delle informazioni sullo spionaggio americano (insieme a quello inglese e israeliano) ai danni dei paesi europei della Nato è stato prontamente derubricato dai nostri governanti (tutti) e da una stampa penosamente compiacente a “violazione della privacy”. Non così fortunatamente da Francia e Germania, che hanno colto il drammatico problema politico che si pone, e dalla stampa internazionale. In particolare quella progressista.

Il presidente del Parlamento Europeo, il socialista Martin Schulz, ha proposto l’adozione di gravissime misure politiche, più precisamente la sospensione delle trattative sulla creazione di una zona di libero scambio Europa-USA. Oltreoceano la presidentessa Rousseff ha sollevato il problema dinanzi all’Assemblea delle Nazioni Unite ed ora minaccia di disdire commesse militari agli USA per oltre 6 miliardi di dollari. Si pone insomma in modo eclatante e inaspettato il tema di un mondo divenuto multipolare che mal sopporta l’egemonia di uno solo, cui sia consentito ciò che per gli altri è impensabile. In particolare si pone per l’Europa il tema della propria autonomia in questo contesto globale. E mentre si accende su tutto ciò un interessantissimo confronto politico internazionale, in casa nostra qualche giorno fa la giornalista Lilly Gruber ha posto il problema a Matteo Renzi chiedendogli la sua opinione. L’aspirante segretario del PD/sindaco di Firenze/primo ministro e non so che altro, ha risposto senza esitazioni, come gli impone il suo cliché comunicativo. La risposta – per chi si fosse perso la trasmissione – è sul sito de La 7 (programma otto e mezzo del 25/10/2013). È davvero una perla, tutta da gustare!

Renzi, dopo aver accennato velocemente all’esistenza di un problema di cyber security (sic!), si è poi soffermato sul nodo politico della questione che secondo lui va individuato nella necessità in Italia dello scorporo della rete di comunicazione dalla Telecom. Questa misura, a suo giudizio, potrebbe garantire un efficace controllo pubblico a tutela della riservatezza. Occorrerà spiegare dunque a Holland e Merkel (che stanno preparando una mozione da presentare all’Assemblea delle Nazioni Unite, con il consenso a quanto pare di 26 paesi) e alla Russef (che a quell’Assemblea si è già drammaticamente rivolta) che si sbagliano e devono invece preoccuparsi di cambiare gestore ai loro telefonini. Sul mercato si trovano occasioni vantaggiosissime! Tuttalpiù dovranno rivolgersi non già all’Assemblea delle Nazioni Unite ma, esagerando, alle assemblee delle loro società telefoniche per verificarne il buon funzionamento. Se servirà si potrà magari rottamare qualche dirigente anziano e poco fotogenico. Sono rimasta letteralmente basita. Del turbamento internazionale nessuna traccia. Sulla risposta europea niente. Sul ruolo dell’Italia, segnatamente nelle esplicite parole di Enrico Letta, al traino dell’iniziativa franco-tedesca, meno di nulla.

È dunque questa la nuova politica che stiamo scegliendo? La consegna consiste nel ridurre a dimensioni lillipuziane ogni grande questione che scuote l’Europa e il mondo? Altri decidano. Videant consules. Noi seguiremo. Dopo esserci accuratamente accertati di chi è il più forte, naturalmente. Perché su questo non possiamo sbagliare.

Quanto ho udito l’altra sera mi rafforza nella mia decisione di votare Cuperlo. Non sempre e non su tutto mi trovo a concordare con lui, ma trovo sempre nelle sue parole la volontà di serio approfondimento e una visione ampia dei problemi. Che non riduce tutto alla dimensione angusta del cortile di casa. Per me è già questo un grandissimo passo avanti, sufficiente per sostenerlo.

Sandra Mereu

(L’articolo è stato pubblicato sulla pagina facebook Sardegna per Gianni Cuperlo e Calabroni volanti con Gianni Cuperlo)

Il senso di un congresso per la Sardegna

Porto di Cagliari

Il congresso del partito democratico che si terrà a dicembre, comunque la si pensi, rappresenta un appuntamento cruciale della politica italiana. I candidati alla guida della segreteria incarnano infatti visioni diverse, e ad osservarle attentamente persino antitetiche, della società e del ruolo che il principale partito del centro-sinistra italiano deve svolgere per attivare quel necessario processo di cambiamento imposto da una realtà sempre più diseguale. Tra le proposte in campo, quella di Gianni Cuperlo pone l’accento sulla centralità della persona e sulla dignità dell’essere umano e ne fa il perno dell’identità del nuovo partito democratico che da questo congresso dovrà nascere. Di seguito vi proponiamo la riflessione di Giulio Cherchi che declina le idee di Cuperlo alla luce della realtà sarda*. (S.M.)

In Sardegna viviamo un momento politico complesso. A Marzo eleggeremo il presidente della Regione e il Consiglio. Questo ha portato ad un rinvio della normale procedura congressuale, con lo “stralcio” del rinnovo delle segreterie locali e provinciali al dopo voto. Durante le primarie conclusesi con la scelta di Francesca Barracciu, abbiamo però potuto cogliere un dato, quello della stanchezza e del calo della partecipazione. Mi pare che il vero motivo risieda in alcune domande non formulate e che non sono divenute coscienti all’interno delle forze politiche del centrosinistra. Mi chiedo, ormai da tempo, se abbia ancora senso l’Autonomia della Regione Sardegna. Credo convintamente di sì. Però rilevo che senza interrogarsi su quel senso, decadrà, assieme alle sue ragioni, anche lo strumento istituzionale che i nostri padri ci avevano lasciato.

Non basta certo di fronte alla rivoluzione della globalizzazione del capitalismo finanziario, che incide fortemente anche nelle dinamiche sociali locali, legarsi ad una retorica autonomistica ormai svuotata. Non accorgendosi che l’autonomia e la questione sarda sono sempre state legate a doppio filo, alla questione meridionale. E quando quei fili sono stati slegati, l’autonomia è entrata in crisi. Oggi meridione italiano e Sardegna sembrano avere, non solo un passato simile, ma anche tristi prospettive sul domani. Interrogarsi sull’autonomia significa chiedersi se oggi, nel 2013, esiste ancora un popolo sardo, quali sono le aspirazioni della maggioranza dei suoi componenti. Quale parte di questo popolo, possa essere motore di crescita e di progresso. Significa scrutare il futuro, mettendo in gioco quell’identità problematica che sempre ha avuto la nostra isola, tra le montagne dell’interno e l’apertura del tanto temuto mare. Vuol dire partire dalla Politica per trovare le chiavi dell’economia e dell’organizzazione. Che poteri si possano costruire per bloccare la crisi delle istituzioni pubbliche di fronte alla forza illimitata del mercato. Queste domande non fatte, e quindi, del tutto inevase, rimangono lì come gli scogli, nascosti dall’alta marea, ma pronti a riemergere. Di certo non è solo compito della politica, ma chiama in causa la povera intellettualità sarda, magra rappresentazione di un passato più vivo, e con essa tutta la classe dirigente isolana.

Scontiamo una gravissima lacuna, un nodo non sciolto. Il fallimento del tentativo riformista del precedente centrosinistra bocciato sonoramente dai sardi. Abbiamo avuto una rimozione totale di quel lutto. Da una parte i colpevoli erano i signori delle tessere che remavano contro, dall’altra veniva attribuito alla follia accentratrice dell’imprenditore solo al comando. Il PD chiuse troppo rapidamente la questione e, proprio per questo, non è riuscito a trovare forze ed energie per ripartire. Perdendo cinque anni. Il fatto è che quell’esperienza fu impostata con spirito giacobino ed elitario e non si mise in gioco la questione del senso dell’autonomia collegandolo all’identità di un’isola che la globalizzazione aveva ormai mutato. Smise di chiedersi – e soprattutto di chiedere ai sardi – cos’è la Sardegna e dove voleva andare. Tanto da non visualizzare su quali classi appoggiarsi per costruire un nuovo orizzonte. Nutro profonde preoccupazioni per le prossime regionali, sento un vuoto devastante di elaborazione culturale e politica. E il rischio vero non è tanto di essere sconfitti, ma di perdere il senso della presenza della Sardegna nel mondo.

Ma dove costruire quel percorso, oggi mancante, e quale strumento usare? È mancato il luogo per compiere questa discussione. Il partito politico come agente collettivo dove i subalterni si fanno dirigenti e affrontano il tema della propria indipendenza, ideale ed economica. Dove sia possibile progettare il futuro. Il crollo dei partiti e delle organizzazioni intermedie sarde ha significato il venire meno di ogni prospettiva di rilancio culturale, ideale e – dati i tristi numeri del PIL e della disoccupazione – anche economico sociale. Quindi il Congresso del partito democratico nazionale, non è qualcosa che poco interessi ad una riflessione che riguardi la nostra isola, ma è ancora una volta fondamentale. Con la crisi del partito, sostituito da altri centri di potere, il più delle volte personali, è entrato in crisi anche il ragionamento sul senso della nostra esistenza come popolo. Gli intellettuali e la società civile sono rimasti disorganizzati, e molecolarizzati, liquidi, e infatti rischiano di emergere soluzioni narcisistiche e incapaci di affrontare lo spirito del tempo, rinchiuse in un’identità immaginaria, fatta solo dalla paura dell’esterno, e che, per paradosso, snaturano la vicenda di quel popolo che mai si è fatto nazione, perché crocevia di storie e di uomini, di arrivi e di tante partenze, anche oggi. Non in grado di coinvolgere la parte della società che avrebbe più bisogno di una spinta al rinnovamento: precari, cassintegrati, i neet delle periferie, i lavoratori poveri e così via.

Avere o non avere quel “luogo”, per noi sardi e meridionali, non è cosa di poco conto.  Anzi potremmo dire che in questa battaglia ci giochiamo molto, se non tutto. Nelle proposte che si affrontano per la guida dell’unico partito rimasto solo una si pone questo problema. Quella di rilanciare un radicamento sociale, di evitare che il partito diventi un semplice comitato elettorale fatto da amministratori, o specchio di cortigiani per un leader lanciato solo verso la sua costante autopromozione. Incapace di trasformare quello che resta del PD, in un “intellettuale collettivo”. Gianni Cuperlo e i militanti e i dirigenti che si sono stretti intorno alla sua difficile battaglia hanno disegnato come nuova frontiera della nostra crisi il Sud italiano ed europeo come “luogo simbolico, quasi la sintesi o la biografia di una nazione intera, dove ultimi e penultimi soffrono, e dove giovani di talento non vengono valorizzati”. Come già aveva compreso il nostro Gramsci, il partito è vitale per una riforma morale del Paese, che non può che partire dal Sud.

Un luogo dove sia possibile rilanciare identità e autonoma scrittura del futuro, dove sia possibile dar voce agli ultimi e rendere la Sardegna nuova protagonista nel mondo globalizzato, invertendo il rapporto di forze oggi dominante. Che aveva visto nel Congresso del popolo sardo, nelle parole di Laconi e di Lussu, nelle Giunte autonomistiche, il tentativo di superare una storica subalternità di uomini e di territorio. E l’aveva fatto con la forza dei grandi partiti politici di massa, casa accogliente per contadini, minatori, operai e grandi intellettuali. Sparite quelle forze, non abbiamo avuto una Sardegna nuova e piena di opportunità, aperta alla libertà assoluta, al contrario è tornata la storica indolenza di fronte al “mondo grande e terribile”. Lo rivediamo nei giorni che passano inutilmente, tra primarie e chiacchiericcio mass mediatico, senza idee forti, capaci di risollevare un intero popolo. Abbiamo bisogno di riappropriarci di quello strumento, che come abbiamo visto era anche fine, per la creazione e la crescita di un’intera comunità.

Senza siamo poca cosa. Soli e indifesi. Istupiditi difronte all’attacco dei poteri finanziari, consumistici, tecnonichilistici. Non so, se siamo fuori tempo, ma credo che questa sia una battaglia da fare, quale sia l’esito.

Giulio Cherchi

*Altri contributi alla discussione congressuale intorno alla candidatura di Gianni Cuperlo li potete trovare sulla pagina fb “Sardegna per Gianni Cuperlo“.

Incontro con i candidati del centrosinistra: Ignazio Angioni (PD)

Le elezioni sono ormai alle porte, dopo l’intervista a Lello Di Gioia (PSI) e a Lilli Pruna (SEL) concludiamo la serie di conversazioni con i candidati del centrosinistra che ci rappresenteranno in Parlamento nella prossima legislatura con Ignazio Angioni. Arrivato secondo alle primarie del Partito Democratico nella provincia di Cagliari, Ignazio Angioni è tra i candidati che verranno sicuramente eletti al Senato. A lui Sandra Mereu ha rivolto alcune domande sulle vere emergenze del Paese: il lavoro e la cultura.

Ignaio Angioni

“Se non lavoro non ho dignità”: sono le parole che Giuseppe Burgarella ha annotato su un foglietto lasciato tra le pagine della Costituzione italiana, prima di togliersi la vita, ultimo tra i tanti, perché aveva perso il lavoro. La mancanza del lavoro oggi in Italia, e in Sardegna in particolare, è una vera emergenza. Tutto il resto appare secondario e marginale quando manca il lavoro. Sei d’accordo?

Sono più che d’accordo. Il lavoro è lo strumento che dà dignità alle persone e non soltanto perché lo dice la nostra Costituzione. Lo sperimentiamo tutti i giorni nella realtà: con il lavoro ciascuno può sforzarsi di realizzare ciò che sa fare. Per questo è inconcepibile che la più grande industria italiana dopo essere stata costretta a riammettere 18 lavoratori li paghi poi per non lavorare. Questo rappresenta uno degli  attacchi più subdoli al diritto al lavoro e alla dignità della persona.

Affrontare concretamente il tema del lavoro è la sfida più importante per chiunque oggi si candida a governare il Paese. Ma come si passa dai proclami ai fatti?

Entrare nel merito del lavoro significa prima di tutto porsi il problema di quale tipo di sviluppo l’Italia si vuole dare. Noi a differenza di gran parte dei paesi europei più avanzati (Francia, Germania, Inghilterra), soprattutto negli ultimi decenni, non abbiamo avuto la benché minima capacità di progettare il nostro futuro. Mentre gli altri facevano investimenti in energia alternativa, in un tipo di industria diversa da quella altamente inquinante, noi siamo stati a guardare. Bisogna fare autocritica e ripartire dagli errori commessi in passato se vogliamo davvero dare all’Italia un destino diverso. Parlare di lavoro e di produzione oggi significa parlare di ricerca e innovazione, di formazione scolastica ed extrascolastica di qualità. Questi concetti nelle “agende” di Berlusconi e di Monti figurano nelle ultime righe. Noi abbiamo invece un ordine di priorità che li mette in testa a tutti gli altri punti, perché riteniamo che siano la chiave per cambiare realmente regime e aprire una fase nuova.

Si può creare lavoro senza comprimere i diritti che i lavoratori italiani si sono conquistati con decenni di battaglie? Voglio dire, era davvero necessario correggere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori?

Nella discussione sulla riforma del lavoro il ministro Fornero ha posto la questione della modifica dell’articolo 18 come nodo centrale da sciogliere per favorire gli investimenti stranieri in Italia e dunque la nascita di nuovo lavoro. Tre mesi di discussione intorno a una questione che nessuno, neanche Confindustria, considerava utile allo scopo. Avremmo potuto utilizzare quel tempo per entrare davvero nel merito dei reali motivi che impediscono al nostro sistema economico di funzionare meglio e produrre di più e cioè: burocrazia; leggi che inanellano percorsi dall’esito mai certo; amministrazioni che non aiutano i cittadini ad affermare la propria idea imprenditoriale; sistema di credito primitivo che ha della finanza un bieco concetto di rendita, non strumentale all’investimento in attività produttive; diffusa corruzione; infiltrazione della criminalità organizzata. Dunque i diritti dei lavoratori non c’entrano assolutamente niente.

Hai fatto un’analisi puntuale della situazione e dei mali del sistema. Ci dici ora quali azioni si possono mettere subito in campo per invertire la rotta e risollevare l’economia ovvero creare lavoro e migliorare oggi le condizioni di vita delle persone giacché, come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti?

Colgo il riferimento a Keynes, prima di parlare di specifiche  ricette di sviluppo, per dire che se toccherà a noi governare Bersani si attiverà da subito con l’Europa per ristabilire gli “aiuti di Stato”, superando tutti quei pregiudizi ideologici di stampo liberista che li frenano. In Europa, e quindi in Italia, non sarebbe possibile fare come si è fatto negli Stati Uniti (i campioni del capitalismo!) per rilanciare l’economia. Qui l’amministrazione Obama –  applicando quei principi keynesiani che negli anni trenta permisero all’America di superare la grande depressione – ha accordato alle imprese ingenti prestiti di denaro pubblico permettendo a importanti settori produttivi in crisi, come il settore dell’auto, di risollevarsi e rilanciare l’occupazione.

Ti riporto alle ricette. Cosa si può fare in attesa che il quadro internazionale di riferimento cambi?

Possiamo agire sulle leve fiscali rimodulando il carico di tasse a favore del lavoro – includendo in questo concetto sia i lavoratori che le imprese –  chiedendo a chi ha di più di contribuire di più. Possiamo reintrodurre il credito d’imposta, già adottato dal centrosinistra e cancellato da Berlusconi: uno strumento che piaceva molto alle imprese e che aveva dato buona prova anche in campo occupazionale. Possiamo restituire alle imprese, nei prossimi 5 anni, almeno il 50% dei crediti nei confronti  delle pubbliche amministrazioni con l’emissione di buoni ordinari del tesoro. Una modalità non traumatica per le finanze statali che permetterebbe di immettere nel sistema quella liquidità la cui assenza oggi sta strangolando le imprese. Si può allentare il patto di stabilità, strumento in sé serio e positivo perché obbliga le amministrazioni a non ricorrere in maniera indiscriminata all’indebitamento, ma che oggi sta mortificando ogni ipotesi di investimento delle amministrazioni pubbliche nel proprio territorio, anche di quelle virtuose. Si può rilanciare l’edilizia con un connubio pubblico-privato per realizzare opere di ristrutturazione urbana compatibili con l’ambiente…

Dopo il lavoro c’è in Italia un’altra grande emergenza: la Cultura. Il patrimonio culturale italiano è stato abbandonato al degrado, gli istituti culturali (musei, archivi e biblioteche) sono al collasso per i progressivi tagli ai finanziamenti, e per di più il decreto sulla spending review ha cancellato la cultura dalle funzioni fondamentali dei comuni da finanziare obbligatoriamente. Per questo le più importanti associazioni italiane del settore, consapevoli che cancellare la “Cultura” significa rinunciare al futuro e alla propria identità, hanno lanciato un appello per chiedere a chi si candida a governare l’Italia di “Ripartire dalla Cultura”. Lo sottoscriveresti?

Senza alcun dubbio. Ne condivido i principi ispiratori e gran parte delle proposte. Sono pienamente convinto che occorra superare quella perversa idea che è prevalsa nel dibattito degli ultimi vent’anni secondo cui la “Cultura è il nostro petrolio”. Un’idea fuorviante che ha prodotto una serie di conseguenze pratiche negative per la tutela e la salvaguardia dei beni culturali. Questa idea in generale porta a considerare la cultura in funzione di un immediato ritorno economico. Diffusa è ad esempio l’opinione che la cultura debba servire allo sviluppo del turismo. Va da sé che si finisce per trascurare tutti quei beni poco visibili o spendibili in questo senso. La cultura costituisce in sé un fattore di sviluppo e innovazione, deve essere considerata un diritto fondamentale dei cittadini e da ciò deve discendere la responsabilità pubblica di sostenerne lo sviluppo e la diffusione e di garantire a tutti i cittadini l’accesso.

Quello che dici porta a pensare che un governo di centrosinistra riprenderà a finanziare la Cultura. In che misura?

Lo sforzo dovrà essere necessariamente quello di avvicinare progressivamente la spesa pubblica ai livelli europei, partendo dall’assunto che quello in cultura è un investimento. La natura di investimento pubblico è peraltro la condizione che garantisce l’autonomia del mondo della cultura.

Sandra Mereu