Letture nella crisi

Capita a volte in certi periodi della vita di coltivare e privilegiare letture di un unico genere. Capita di questi tempi che i libri scelti siano esclusivamente di argomento economico. Letture dunque non proprio d’evasione, che anzi producono sull’umore effetti tutt’altro che positivi. Ma in certi momenti la tentazione di provare a capire qualcosa sulle cause e sulle possibili conseguenze di questa crisi, sul nostro futuro e su quello dei nostri figli, può finire per prevalere su ogni istinto di autoconservazione. Capita anche di scoprire che quella che si credeva una personale e forse un pò insana passione si inquadri invece in una tendenza generalizzata, accompagnata da un forte incremento della produzione e vendita di saggi e romanzi che analizzano e narrano la crisi economica che stiamo vivendo. Una tendenza in atto dal 2008, cioè da quando – spiega lo storico Miguel Gotor  in un articolo pubblicato su la Repubblica del 7 ottobre 2012  – la Lehman Brothers “chiuse i battenti e gli impiegati che uscivano furtivamente con gli scatoloni in mano, pieni dei resti della loro precedente vita da yuppie, portarono con sé anche un lacerto delle nostre infantili illusioni, il sogno di un capitalismo vincente, solido e generoso, capace finalmente di assicurare benessere e sviluppo a tutti”. Questo fatto avrebbe causato un trauma globale con conseguenze sul piano psicologico, storico e sociale che in vario modo gli scrittori, in America, Europa e ora anche in Italia, analizzano e raccontano. Gli scrittori tentano cioè di riaffermare attraverso il linguaggio il controllo culturale sulla realtà, sfuggita di mano a quegli economisti che non solo non hanno saputo prevedere la crisi ma hanno invece contribuito a generarla, fomentando una irresponsabile deregolamentazione senza freni della globalizzazione.

Non tutti gli economisti però, a onor del vero, hanno seguito le teorie dominanti, fino a pochi anni fa presentate universalmente come verità indiscutibili ma che non sono altro che  vecchie idee, inequivocabilmente riconducibili all’ideologia neoliberista. E di fronte all’evidente fallimento di quei modelli economici, oggi le loro ricette per uscire dalla crisi cominciano a penetrare anche in ambienti e istituzioni sin qui riconoscibili come strenui sostenitori delle politiche di rigore, attuate con particolare osservanza in Europa. Per questa ragione non ci sorprende leggere negli scritti divulgativi dell’economista keynesiano Paul Krugman (premio nobel 2008), in particolare in un suo recente articolo (L’austerità folle dell’Europa in Internazionale, n. 969, 5/11 ottobre), che “i tagli indiscriminati ai servizi pubblici essenziali, all’assistenza ai poveri fanno solo male alle prospettive di ripresa del paese e che ciò avviene perché in Europa, come negli Stati Uniti, troppe persone molto serie sono state plagiate dal culto dell’austerità, dall’idea che l’attuale pericolo sia il deficit di bilancio e non la disoccupazione di massa, e che la riduzione del deficit possa risolvere in qualche modo un problema nato dagli eccessi del settore privato”. Né ci sorprendono le sue severe critiche alle autorità tedesche le quali, a suo dire, danno “una falsa lettura della situazione descrivendo la crisi dell’euro come una sorta di operetta morale, dove ci sono paesi che hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità e adesso ne pagano inevitabilmente il conto”. Krugman evidentemente nega che tutto ciò sia mai successo (mentre è vero che “le banche tedesche sono state in prima fila nel gonfiare la bolla immobiliare spagnola” all’origine della crisi) e sarebbe solo per paura di essere puniti dal proprio elettorato, convinto da quella errata rappresentazione della realtà di dover pagare le conseguenza dell’irresponsabilità dell’Europa meridionale, che i politici tedeschi “non vogliono approvare i prestiti di emergenza vitali per la Spagna e altri paesi in difficoltà, se non in cambio di sacrifici punitivi“. Per Krugman dunque “è arrivato il momento di mettere fine a questo accanimento senza senso, e se davvero la Germania vuole salvare l’euro deve lasciare che la Banca Centrale europea aiuti i paesi debitori senza pretendere altri sacrifici inutili”.

Dunque, tutte queste considerazioni fatte da Krugman non ci sorprendono. Più straniante è stato invece ritrovarle nella sostanza in un articolo comparso domenica 14 ottobre su Il sole 24 ore  dall’eloquente titolo L’austerity fa crescere il debito e apprendere subito dopo da un recente studio della stessa BCE che, contrariamente a quanto praticato dalla stessa, le austerità fanno male all’economia, mentre le espansioni fiscali fanno bene. Che il vento stia finalmente cambiando?

Sandra Mereu

Dietro l’iPhone 5…l’economia reale

Paul Krugman, economista statunitense, premio Nobel per l’economia 2008

Intorno al lancio sul mercato della nuova versione del telefonino della Apple (è troppo riduttivo chiamarlo cosi?) sui giornali e sulla rete si è letto di tutto. Dai commenti entusiasti di chi esalta le mirabolanti potenzialità tecnologiche dello strumento, a quelli scettici di chi dietro la spasmodica aspettativa creatasi intorno all’evento ci vede la riprova della stupidità delle masse, passando attraverso i commenti demolitori di chi lo considera l’oggetto simbolo del moderno sfruttamento del lavoro e dei lavoratori. A margine dell’evento ha scritto anche l’economista, premio Nobel, Paul Krugman, evidenziandone un aspetto molto istruttivo. Krugman, in un articolo dal titolo Il telefonino di Keynes, ripreso dal settimanale Internazionale (n. 967, 21-27 settembre 2012) analizza le considerazioni fatte al riguardo da un’importante banca americana, la JPMorgan – ovvero uno di quei soggetti ben definiti e portatori di precisi interessi ma che ci stiamo abituando a definire impersonalmente “mercati” – secondo cui l’iPhone 5 potrebbe contribuire sensibilmente alla crescita economica degli Stati Uniti nei prossimi due trimestri. Affermazioni che – secondo Krugman – valgono la conferma delle teorie economiche keynesiane, per le quali quando l’economia è in depressione lo stato deve spendere di più (e non di meno). Krugman sottolinea in modo particolare che nella convinzione della JPMorgan i benefici attesi sull’economia non deriverebbero tanto dalle qualità intrinseche del telefonino, quelle cioè ritenute capaci di migliorare la vita o la produttività di chi lo compra (“questi effetti se se ci saranno, si vedranno solo sul lungo periodo”) ma più semplicemente dal fatto che l’iPhone 5 spinge la gente a spendere di più. Quindi implicitamente – osserva Krugman – la JPMorgan sta ammettendo che l’aumento della spesa stimola l’economia, e produce “benefici a breve termine”.

Se le cose stanno veramente così (e per Krugman stanno così), allora ciò che sta frenando l’economia non è l’offerta ma l’insufficienza della domanda. “Il tasso di disoccupazione è alto non perché gli americani non vogliono lavorare e neanche perché la manodopera non è qualificata” – specifica Krugman  – ma perché “le imprese non vendono abbastanza da giustificare nuove assunzioni”. Quanto detto per l’America vale a maggior ragione per l’Italia dove gli ultimi dati (studio IRES – CER) confermano che i consumi delle famiglie di operai e lavoratori dipendenti sono letteralmente crollati e continueranno ancora a ridursi per tutto il triennio in corso, sino al 2014: un periodo “lunghissimo” per le persone. E se è vero che prima o poi le crisi finiscono anche quando i governi non intervengono, è anche vero che – scrive Krugman citando Keynes – “nel lungo periodo saremo tutti morti”. Pertanto, se si crede che l’iPhone possa stimolare l’economia – si domanda Krugman – perché invece di “sobbarcarci anni di produzione industriale depressa e disoccupazione alta” non si interviene ora?. E siccome non è scritto da nessuna parte che la spesa debba essere necessariamente privata, “perché non far intervenire lo stato e fargli spendere di più, per esempio nell’istruzione e nelle infrastrutture?” E’ già successo, negli anni ‘20-30 del secolo scorso, quando si verificò una delle più drammatiche crisi economico-finanziarie della storia. Una crisi che con quella attuale ha molti tratti in comune, a partire dal livello di distribuzione del reddito caratterizzato da forti diseguaglianze. Allora fu proprio Keynes a indicare la strada per uscirne.

Sandra Mereu