Nella cella di Gramsci

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Carcere di Turi

Chi arriva a Turi proveniente da Bari, appena entra nella cittadina pugliese che ha ospitato Antonio Gramsci dal 19 luglio dal 1928 fino al 19 novembre del 1933, si trova, quasi subito, sulla destra, l’imponente e burocratica mole ottocentesca della Casa di reclusione. Si tratta di un ex convento delle Clarisse adibito a carcere dopo l’unità d’Italia. Sulla facciata, in alto, a sinistra del grande portone d’ingresso c’è una lapide qui posta il 27 aprile del 1945 che recita: “In questo carcere visse in prigionia Antonio Gramsci. Maestro liberatore martire, che ai carnefici stolti annunciò la rovina, alla nazione morente la salvazione, al popolo lavoratore la vittoria”.

Visitare la cella e i cortili dove Gramsci era “Ristretto”, così si legge in un’altra targa posta a fianco dell’ingresso della cella dove trovò dimora, non è impresa facile. Ancora oggi l’istituto di pena ospita un centinaio di reclusi, quasi tutti ergastolani. Le misure di sicurezza impongono il massimo riserbo. Una guardia solerte ci invita gentilmente a riporre nella custodia la macchina fotografica, che non può essere usata neanche per fotografare l’esterno. Devo ringraziare per questa opportunità Michele e Vito, i due gentili accompagnatori che qualche giorno prima della partenza mi hanno messo in contatto, in qualità di rappresentante dell’Associazione Casa natale Antonio Gramsci di Ales, con la nuova amministrazione del comune di Turi che già si stava attivando presso la direzione del carcere per favorire la visita alla cella di Gramsci dello scultore Pinuccio Sciola. Una delle ultime sculture dell’artista di San Sperate è infatti dedicata a Gramsci e alla sua prigionia (La porta della cella di Gramsci). Il supplemento letterario del Corriere della sera, il 03 agosto 2014, ne pubblicava, a tutta pagina sulla copertina, la magnifica immagine.

La visita si avvera il 26 agosto, giorno di Sant’Oronzo, martire e patrono di Turi. L’appuntamento è per le nove in Piazzale Aldo Moro, l’ampio spazio che mette in contatto la struttura penale con il resto del paese e che fa quasi da cerniera tra il centro storico e la parte nuova della cittadina. Quando arriviamo, Sciola ed io, ad attenderci c’è il nuovo vice-Sindaco della cittadina Lavinia Orlando in compagnia dell’assessore Piero Camposeo. Subito dopo ci raggiunge, per un breve saluto, il sindaco Menino (Domenico) Coppi, un amministratore gentile ed efficiente. Si rammarica di non poterci accompagnare nella visita al carcere: lo attendono quattro ore di processione. Varcato il portone ed espletate le formalità burocratiche, controllo dei documenti, svuotamento delle tasche, consegna dei telefonini e delle altre apparecchiature elettroniche, avviene l’incontro con una giovanissima comandante delle guardie. Insieme ad altre quattro guardie, ci accompagna fino al primo piano dove si trova la cella di Gramsci, la matricola 7047. Le guardie seguono un rigido protocollo carcerario fatto di inferriate che si aprono e si chiudono in continuazione. Man mano che ci avviciniamo monta l’emozione, anche perché è la prima volta che varco il portone di una galera.

Una cella ampia. Quando la porta della cella si apre la prima cosa che noto è l’ampiezza. E’ grandissima e molto alta, troppo per un singolo carcerato. Penso subito al grande freddo che lì vi ha patito Antonio Gramsci. Le pareti sono tutte bianche e il pavimento è di un misto tra terra e ghiaia, calce e cemento. Sulla parete di destra, rispetto all’ingresso, sono appesi, con un certo ordine, le corone di fiori, i gagliardetti, le medaglie e i nastri, lasciati dai numerosi visitatori che nel corso del tempo hanno svolto mesti pellegrinaggi in questo luogo di dolore. E di rabbia. C’è il ricordo del passaggio di due Presidenti della repubblica: Sandro Pertini e Giorgio Napolitano. Tanti sono stati anche i visitatori delle sezioni, dei comitati federali e regionali, delle direzioni e segreterie del Partito Comunista Italiano. E quelli dei comuni antifascisti d’Italia. Al centro della parete di fronte c’è il piccolo letto dove per quasi cinque anni ha dormito e sognato “il più grande dono che la campagna ha fatto alla città”, come il grande storico inglese Eric Hobsbawm ha definito il pensatore sardo. Sulla destra del letto una sedia e un piccolo tavolo che fungeva da scrivania. Lì il pennino grattava sui fogli dei Quaderni e delle Lettere per mettere nero su bianco i tanti pensieri che prendevano forma nella testa leonina di Antonio Gramsci. Accanto, impolverati dal tempo, stanno le prime edizioni Einaudi delle Lettere dal carcere (1947) e dei Quaderni tematici, quelli famosi con le copertine verdi. Alla sinistra un catafalco di legno e stoffa, che fungeva da servizio igienico, conserva al suo interno un pitale e altro materiale…

Edizione anastatica dei Quaderni del carcere

Edizione anastatica dei Quaderni del carcere

Il muro di fronte alla porta è per buona parte interessato da una grande finestra con doppia inferriata. Ferro grosso, massiccio e arrugginito. Osservo con attenzione la porta della cella e penso ai dolori fisici e mentali patiti da Gramsci, alla sadica crudeltà di un regime che ne metteva a seria prova la stabilità fisica e mentale con quei secondini che avevano precise istruzioni di battere forte il portello della sua cella per svegliarlo ad ogni ora della notte. E non posso fare a meno di pensare alle difficili e dolorose condizioni in cui lavorava. Mi sovviene la testimonianza di Gustavo Trombetti (riportata da Gianni Francioni nell’introduzione all’edizione anastatica dei Quaderni del carcere) che dal 1932, come compagno di cella, ne condivise la quotidianità sino alla sera prima della partenza da Turi. Trombetti ricordava, a distanza di più di quarant’anni, che Gramsci era solito andare su e giù per la cella «concentrato nei suoi pensieri. Poi, all’improvviso, si fermava, scriveva ancora poche righe sul quaderno e riprendeva a camminare». Una testimonianza, questa di Gustavo Trombetti, che si fa ancora più preziosa quando racconta la vicenda del recupero dei Quaderni dopo il trasferimento di Gramsci. «Gramsci temeva molto – spiega Trombetti – che gli fossero sequestrati, anche se per un semplice controllo; sapeva che sarebbero andati a finire al ministero e che in seguito sarebbe stato molto difficile recuperarli». Sarebbe stato molto rischioso includerli nel poco bagaglio che egli avrebbe potuto portare con sé. Per sottrarli alla vigilanza dei carcerieri, i due compagni escogitano allora un espediente: «Gramsci, in attesa che ci portassero al magazzino – continua Trombetti -, mi espresse la preoccupazione per la sorte dei suoi quaderni, nel caso che la guardia che assisteva con il compito di controllare ogni cosa che si metteva nel bagaglio non avesse lasciato passare quegli scritti. Certamente questi si sarebbero perduti per sempre. Così ci accordammo, facendo un piccolo piano. Lui a un certo punto avrebbe iniziato una conversazione con il guardiano, che era come Gramsci un sardo, in lingua sarda e, nel momento convenuto, proprio mentre Gramsci a bella posta si mise tra me e la guardia, io in quell’attimo presi dallo scaffale il pacco dei quaderni e li ficcai nel baule, avendo cura di coprirli subito con altre cose. Così l’operazione riuscì, e Gramsci fu più tranquillo. Riempito il baule, fu legato e piombato in presenza di Gramsci».

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Antonio Gramsci

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Sandro Pertini

Dalla cella al cortile. Chiediamo se è possibile visitare il cortile dove Gramsci passeggiava insieme agli altri reclusi. Gentilmente la giovane comandante delle guardie ci spiega che per motivi di sicurezza ciò non è possibile. Peccato. Sarebbe stato bello condividere i suoi passi e soprattutto vedere il luogo dove coltivava le rose. Quelle rose amorevolmente coltivate nel cortile del carcere di Turi che – scrive Giorgio Baratta nel suo fondamentale libro Le rose e i quaderni – “risvegliano nel prigioniero il senso dei fenomeni cosmici, del ciclo delle stagioni, diventano carne della sua carne… rappresentano una metafora della storia drammatica degli umani, che egli vive come natura, come corpo, come parte di sé e di cui egli stesso è parte”. Sarebbe stato interessante misurare con i propri passi il tempo trascorso da Gramsci nel cortile a dialogare e talvolta discutere animatamente con i suoi interlocutori, prigionieri politici come lui, con l’amarezza che gli procurava l’ostilità del gruppo dei detenuti comunisti. Tra questi vi era il giovane romano Angelo Schucchia che nel 1934 aderì al regime fascista e divenne l’informatore n° 670 dell’OVRA. Poteva però contare sulla solidarietà e aiuto di altri come Giovanni Lai e Bruno Tosin e soprattutto sull’amicizia di Sandro Pertini, unico detenuto socialista di Turi, che poi diventerà il settimo Presidente della Repubblica, in carica dal 1978 al 1985, e cittadino onorario di Turi. Questa la sua testimonianza, scritta nel volume Il Gramsci di Turi a cura di Ferdinando Dubla e Massimo Giusto: «A Turi di Bari, oltre che con me, strinse amicizia con due ex anarchici che erano stati condannati dalla corte d’assise di Milano; ma dopo un periodo di tempo di conversazioni con Gramsci, essi diventarono comunisti e gli furono sempre fedeli. (…) Un giorno mi disse: “Noi due dobbiamo iniziare una conversazione che durerà due mesi”. Capii subito che voleva persuadermi a passare al Partito Comunista; non riusciva a comprendere che un uomo come me, con la visione che avevo della lotta, col mio temperamento, potesse rimanere coi socialisti».

Usciamo dal carcere lasciandoci alle spalle un grumo di storia livida. Siamo molto emozionati. Pinuccio Sciola immagina di portare proprio qui la sua scultura in granito. Sarebbe davvero una singolare coincidenza trasferire il granito sardo in Puglia, nella terra da dove proviene il Sole produttore-Comune raccolto in pietra di Trani, la scultura che Gio Pomodoro nel 1977 ha donato ad Ales per la realizzazione del Piano d’uso collettivo dedicato a Gramsci. Io invece sono curioso di conoscere i percorsi fatti da chi veniva a Turi per colloquiare con la matricola 7047, la cognata Tania Schucht, i fratelli Gennaro e Carlo Gramsci. I nostri accompagnatori, sempre gentili e solerti, chiamano allora Giovanni Lerede, giornalista e storico di Turi. Negli anni trenta – ci spiega Lerede – a Turi c’erano solo due locande che affittavano camere, ma una sola aveva una finestrella da dove si poteva vedere la lingua di mare di cui parla Tania in una delle sue lettere. Ripercorro con lui le strade che dal carcere conducono all’edificio un tempo adibito a locanda. Si trova appena fuori il centro storico, dirimpetto all’imponente e barocco Palazzo marchesale che sovrasta tutta la cittadina, ma è diventata una casa anonima con un bar al pianterreno. La stazione dei treni dove arrivavano si trova invece nella parte opposta di Turi. E’ agevole immaginare la triangolazione dei percorsi da loro fatti tra stazione, carcere e locanda. A passi lenti camminiamo sulle stesse vie, mentre attorno impazza la festa di Sant’Oronzo. Facciamo a noi stessi una promessa laica: torneremmo presto a Turi per rendere omaggio alla prigionia di Antonio Gramsci e alla libertà delle sue idee.

Pier Giorgio Serra

Le pietre di Sciola a Cagliari

Sciola 2014_3E’ un pomeriggio ridente e luminoso a Cagliari. “Mamma,vieni a vedere, c’è una città che nasce dall’acqua !!!” dopo aver strillato queste parole la bambina corre via e saltella tra il ciottolato bianco come il latte e le aiuole dai mille colori che si rincorrono nel nuovo spazio aperto ai cittadini di Cagliari e non, sotto le rocce, le mura e le case del Castello che buttano a oriente affacciate al mare del tirreno, il mare color del vino. Lo stupore allegro della bambina di fronte a una delle sette opere di Pinuccio Sciola che accompagnano il visitatore alla scoperta di quest’angolo di città riconsegnato ai cittadini, dopo anni di sequestro e incuria, è contagioso e la mamma risponde che il gruppo scultoreo sistemato da Sciola ai lati della passeggiata si è bello, anzi è veramente bello, bellissimo.

Sciola 2014_2Pinuccio Sciola viene in città, a Cagliari, anzi ci torna dopo che in modo abbastanza inusuale due sue opere muralistiche vennero cancellate dal paesaggio urbano cagliaritano l’anno scorso, nei pressi di Piazza Repubblica. E lo fa in punta di piedi, piedi scalzi, per fare, se è possibile ancora meno rumore. Ma lo fa con il delicato ricamo delle sue pietre, con l’ordito e la trama con cui tesse le forme riconoscibili delle sue sculture bianche di calcare e brunite dal calore del fuoco che ha fatto eruttare il basalto dal ventre della terra in un’altra era “Quando non ero e non era il tempo/quando il caos dominava l’universo/quando il magma incandescente colava il mistero/della mia formazione/da allora il mio tempo è rinchiuso da una crosta durissima/ho vissuto ere geologiche interminabili/immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica/porto con emozione i primi segni della civiltà dell’uomo/ il mio tempo non ha tempo”, ci dice lo scultore che con i suoi gesti ripetuti sulla superficie litica ci ricorda che la  cultura può, anzi deve, fecondare la natura.

Sciola_6Pinuccio Sciola dona quindi alla città le sue pietre che recentemente hanno brillato nel sagrato della Basilica del Santo ad Assisi e nella Cappella michelangiolesca di Santa Croce a Firenze. Nelle strade e nelle piazze della Città del Lussemburgo, nell’Istituto italiano di cultura a Madrid. E in molte altre esposizioni in giro per il mondo. Pietre che hanno suonato di fronte alla tomba del sommo Michelangelo Buonarroti. Sette sono le sue pietre, gruppi di sculture, adagiate nello spazio sotto le mura del Castel di Castro. Tre vasche bianche di calcare lattiginoso dove al pelo del acqua ha sistemato le sue tre città. Nella prima cristalli limpidi di pietra bianca che crescono dal pelo dell’acqua ci ricordano Cagliari è una delle città del sale, e che sorge dall’acqua, sull’acqua del suo mare e dei suoi stagni, acqua che ne chiude il perimetro per tre lati. La seconda è una città germinale che cresce nelle sue forme semplici fino a formare uno skyline in miniatura dei centri nevralgici delle metropoli moderne. La terza è la città sommersa dall’acqua: piccole case torri medioevali costituite da parallelepipedi di calcare bianco affondate in un mare di pietre nere.  Di fronte, quasi sotto lo strapiombo delle rocce bastionate che salgono verticali verso il Castello, lo scultore ha sistemato una stele di basalto nero.

Sciola 2014_4L’usanza di alzare steli di pietra nei profili orizzontali dei luoghi pubblici si perde nella notte dei tempi. Quella che Sciola ha piazzato sotto le mura è un raro esempio in cui la funzione e la forma creano analogie immediate e si fondono nelle trame e negli orditi che lo scultore ha ricamato nella superficie porosa del basalto. Appena discosti, adagiati sui prati ecco apparire, dirimpettai, due gruppi di pietre. Pietre di basalto. Si tratta dei Semi della pace e le Pietre legate. Semi che Sciola aveva già esposto in numero di centocinquanta ai piedi della basilica francescana di Assisi. Nei Semi, la pietra di basalto, incisa profondamente, diventa simbolo di vita e speranza, connubio ideale fra arte e spiritualità. Nei Semi Sciola ha tagliato la materia viva, fino a mostrarne la vena grigia che vi scorre all’interno. Semi che aprono il processo creativo e richiamano l’evento sacro della fecondazione. Nella parte finale, o iniziale del nuovo spazio pubblico, dipende dai punti di vista, appare una grande pietra monumentale. La forma ricorda una grande foglia sulla quale l’artista ha inciso geometriche venature  attraverso le quali estrae la voce della pietra, la sua dolcezza e il suo incanto. La bellezza delle sculture di Sciola ha la sacralità dei santuari di arte semplice dove il futuro ha il cuore antico.

Sciola 2014_5Davanti a tutto ciò viene da chiedersi quale sia la funzione oggi dell’arte? Quale funzione spetti alla scultura? Che di tutte le forme artistiche è la più civile, quella che per sua forma e simbologia predilige il luogo pubblico, lo spazio pubblico. Ebbene  non da oggi Sciola è impegnato a dare risposte a queste domande. E lo fa in modo positivo, confrontandosi sempre con il reale. Per lui la scultura non è produrre piccoli sopramobili, opere fatte e pensate per un museo, per la collezione amatoriale. Per lui la scultura ha una funzione ben precisa: deve essere radicata nello spazio concreto in cui viene a trovarsi, dovendosi radicare in un posto preciso la scultura ha bisogno di andare oltre il suo mero progetto, bisogna fare, costruire, realizzare spazi nuovi. Ma poiché il fare presuppone sempre una tecnica attraverso cui si costruisce, è nel fare che si riconosce l’eticità di un comportamento. E’ quel fare che si lega indissolubilmente al momento storico della realizzazione di un’opera di un intervento artistico nello spazio urbano. Ciò significa che nella scultura teoria e pratica devono strettamente unirsi, per necessità, per amore.

Sciola 2014Il luogo deputato dove queste nozze avvengono è lo spazio aperto, lo spazio pubblico, collettivo, sotto uno stesso cielo. Può essere un crocicchio, un prato o una piazza cittadina, un sagrato o l’interno di un tempio, un intrico di strade, orizzonte di montagne, susseguirsi di colline, una spiaggia bagnata dal mare,  la curva di una strada remota o la cima di un colle, il molo di un porto, l’angolo di un palazzo, l’alto di una solenne gradinata o allineati paracarri di granito. Tutti luoghi dove i concetti di cultura alta e bassa non hanno più senso. Abbellire un posto pubblico è un’operazione semplice foriera di novità e benessere per i cittadini. Quest’apertura a Cagliari può essere un tassello importante per orientarsi verso un punto di svolta, il punto di svolta,da cui una città può ripartire, per crearsi un suo progetto,  il progetto di un’idea della città di Cagliari.

Pier Giorgio Serra

A San Sperate un laboratorio d’arte nelle strade del centro storico

San Sperate 1San Sperate, palcoscenico dell’arte mondiale. Una muraglia realizzata con vecchie porte e finestre. Una barriera che, con un colpo d’occhio, potrebbe sembrare insuperabile. Così non è stato, sulla via Sant’Elena – nel cuore del centro storico di San Sperate – dove si possono oltrepassare anche le divisioni. E’ l’opera che simboleggia l’evento che si è tenuto gli scorsi giorni nel paese museo con il laboratorio d’arte “Il muro d’Europa”. Un meeting che ha radunato un universo di ventidue giovani provenienti da ogni angolo del mondo. Per dieci giorni (dal 17 al 26 giugno) il centro campidanese è diventato la capitale dell’arte grazie al workshop promosso dall’associazione “NoArte Paese museo” con il patrocinio dell’Unione Europea e dell’amministrazione comunale. Una rassegna che si è svolta sotto l’egida del maestro Pinuccio Sciola, vera icona dell’arte isolana. Le strade dei diversi quartieri speratini si sono trasformate in un ininterrotto palcoscenico per i talenti mondiali.

San Sperate 3Un itinerario che è iniziato dal Museo del Crudo, sulla via Roma, con due video-installazioni: la prima  eseguita dalle polacche Anna Pichura e Jolanta Nowaczyk con una linea gialla disegnata nelle strade del centro a segnare i confini da abbattere, la seconda realizzata dall’iraniana Farniyaz Zaker che ha raffrontato un’arcata chiusa da una tenda ed una finestra aperta con il desiderio di libertà. Il percorso si è allungato sulla via Roma con l’intreccio dei colori tratteggiato nel murale di Zsofia Vari (Ungheria) e l’esplosione policromatica disegnata dal maltese Joseph Barbara sulla via Vittorio Emanuele. Eppoi i ritratti dell’ungherese Attila Kleb – uno dei maestri della fotografia contemporanea – che ha raffigurato i mondi di San Sperate, con personaggi di tutte le nazionalità a lanciare un messaggio con un saluto su un muro bianco.

E’ quasi un volo nella fantasia degli artisti, un oltrepassare gli spazi. Eccola allora, l’opera sulla via Sant’Elena con porte e finestre incastrate tra loro da Lasha Makharadze (Georgia) che ha scatenato la sua creatività anche attraverso le opere geniali della spagnola Alba Escayo e della serba Ana Zdravkovic impegnate nelle sperimentazioni cromatiche di oggetti e colori sui muri in ladiri della via strettissima incastonata nella borgata storica. Senza poi dimenticare le pietre colorate di Sandra Strele giunta dalla Lettonia.

San Sperate 2Un universo davvero indimenticabile. Lo statunitense Justin Tate è riuscito nell’impresa di innalzare una torre con sessanta pedane in legno sulla via San Sebastiano, per rappresentare San Sperate come il regno della scultura in una roccia da scalare. Nella via Eleonora D’Arborea si racchiude il sogno disegnato da Magdalena Mellin (Polonia) ed in via XI Febbraio resteranno affacciati sulle vecchie finestre di una casa campidanese dei piccoli folletti a proteggere il paese. In piazza Croce Santa l’ucraina Tetiana Shuliak ha sbrigliato la fantasia con l’opera “Tè con limone”. Dal Regno Unito Harry Van De Bospoort ha parlato con diverse lingue colorate in un muro di via Monastir.

San Sperate 4Eppoi il Cristo crocifisso senza veli del pakistano Mohammad Ahsan che tanto scalpore  ha sollevato nel centro campidanese, al punto che le parti intime sono state coperte con una cassetta nera in segno di censura. Un coniglio sulle onde del rio Concias e le colonne disegnate nella copertura del torrente con strani personaggi della polacca Anna Pichura. Immancabile l’ingegno tedesco di Christian Sievers con un enorme masso nero raffigurato su un muro della via Risorgimento e le pietre che cadono. Sulla via Concordia un piccolo bastione che viene pian piano mangiato da creature fantasiose di Zofia Mackiewics (Polonia).

Il viaggio artistico si conclude sulla via Decimo con la violenza sull’Europa riprodotta su una muraglia con il vecchio continente che abbraccia il mitologico minotauro. Un quadro che lascia poco spazio all’immaginazione con le idee infauste sul futuro dell’Europa. Ana Gutierrez si è cimentata su un muro di via Santa Lucia con una capra – animale molto diffuso in Messico – che passa nell’aldilà, quasi un modo per rompere la separazione della barriera in cemento. Il tempo sembra essersi fermato in quest’angolo di Sardegna.

SciolaUn viaggio iniziato 45 anni fa. «Abbiamo iniziato dal ’68 a disegnare sui muri bianchi – evidenzia Sciola – Da qui è passata la storia politica e sociale di San Sperate, che resta indelebilmente scritta nelle case. Oggi è un’altra tappa di questo lunghissimo viaggio che è fatto di scambi e incontri con altri ragazzi provenienti da diverse realtà del mondo». Sulla stessa lunghezza d’onda Manuela Serra (presidente di NoArte). «E’ stata un’opportunità unica per condividere un sogno. Questi giovani diventano così ambasciatori della Sardegna e di San Sperate». Per gli artisti Mauro Cabboi, Giacomo Zucca, Raffaele Muscas e Mauro Corda: «E’ stata un’esperienza davvero indimenticabile che arricchisce il patrimonio artistico del paese museo».

Luciano Pirroni

L’intuizione di una donna e il paese modello

amalia-schirru2Esiste a poca distanza da Sestu un paese che per tanti secoli non è stato molto diverso dal nostro, nella sua struttura urbana e nell’architettura delle sue abitazioni, perché plasmato dalla comune economia agricola prevalente nel territorio. Poi a partire dagli anni settanta il volto dei due paesi ha iniziato ad assumere fisionomie molto diverse. Sestu oggi è una anonima cittadina di periferia, San Sperate un paese con ben definite caratteristiche identitarie.
Amalia Schirru
agli inizi degli anni ’80 come giovane sindaco del suo paese è stata una delle protagoniste di quel processo che doveva portare San Sperate a diventare un felice esempio di integrazione tra cultura urbana e cultura rurale, studiato in tutto il mondo. Nella chiacchierata che riportiamo di seguito ci racconta come tutto è nato e si è poi evoluto.

Amalia Schirru, tanti abitanti di Sestu hanno vissuto come un trauma il convulso sviluppo urbano che li ha privati dei tradizionali spazi abitativi fatti di continuità tra dentro e fuori, di cortili e giardini interni (microcosmo di socialità, detti non a caso sa pratza) costringendoli e isolandoli in angusti appartamenti. Per loro San Sperate è lì a dire che un’altra scelta era possibile. Che cosa l’ha resa possibile?

Quello che è successo a San Sperate ha all’origine un movimento artistico-culturale nato negli anni ’70 intorno a un artista di fama internazionale, Pinuccio Sciola, che si è saldato al disagio sociale legato alla forte crisi economica che attraversava il paese in quel periodo. La riconversione del settore agricolo trainante, dalle tradizionali colture cerealicole a quelle più specializzate come la coltura del pesco, non aveva dato nell’immediato i risultati sperati. Il mercato non riusciva a dare il giusto valore alle nuove produzioni e al lavoro che c’era dietro. Così i giovani figli degli agricoltori decisero di portare a Cagliari i loro prodotti agricoli per la vendita diretta. Le pesche venivano esposte nelle varie piazze della città per essere conosciute e apprezzate. Parallelamente i giovani artisti del movimento interpretavano il disagio della loro comunità, costituita prevalentemente da famiglie contadine, rappresentandolo in murales che venivano dipinti sui muri delle vecchie case tradizionali del centro storico. La stampa cominciò a parlarne e incuriositi dal movimento dei giovani sansperatini, i cagliaritani, perlopiù giovani e intellettuali, cominciarono a venire a San Sperate per conoscere più da vicino il paese e i suoi abitanti.

Che legame c’è tra i murales e il recupero delle case tradizionali?

san_sperate_muralesC’è un legame molto stretto. Il movimento di artisti muralisti aveva scelto come supporto dei dipinti i muri delle case campidanesi del centro storico, che i proprietari non avevano avuto troppi problemi a concedere. In quegli anni infatti le case tradizionali in terra cruda erano in via di abbandono a San Sperate, così come in molti altri paesi del campidano, anche per effetto di una legge regionale che le considerava malsane e invitava alla loro demolizione e ricostruzione con i moderni materiali. Nascevano allora tutto intorno, in assenza di regole, nuove case poco rispettose delle dovute distanze e altezze. Questo fatto, unito al miraggio di una nuova casa da sopraelevare per i propri figli, iniziava a compromettere seriamente la sopravvivenza dell’antico patrimonio abitativo e quindi dell’opera artistica del movimento, divenuta nel frattempo oggetto di interesse e studio ben oltre i confini del territorio comunale. Diventa allora naturale per gli artisti muralisti assumere come nuovo tema la salvaguardia delle tradizionali case in mattoni crudi. E per questo entrano in conflitto con l’amministrazione comunale che, così come si era rivelata incapace di valorizzare i prodotti agricoli del proprio territorio, si mostrava ora incapace di difendere il patrimonio edilizio tradizionale che più di tutti rappresentava l’identità del paese.

Come avete fatto a salvaguardare il centro storico e le case tradizionali resistendo alle sirene della modernità sostenuta dal profitto di immediata realizzazione?

Quando negli anni ’80 sono diventata sindaco, eletta tra le fila del PCI, la scelta fu quella di sanare il conflitto che si era aperto tra l’amministrazione e il movimento degli artisti assumendo a base del metodo il principio di condivisione su cui si reggeva il legame tra movimento e cittadini. Si aprì allora una stagione di dibattiti e assemblee pubbliche tese a sensibilizzare la popolazione sulla  valorizzazione del patrimonio identitario del paese, rappresentato dall’intreccio divenuto ormai inestricabile tra case in mattoni crudi e murales.

Ci fu una sua particolare iniziativa, un’atto di rottura dell’amministrazione, che cambiò il clima dapprima contrario all’edilizia tradizionale e lo trasformò in favorevole? Intendo fra i cittadini di San Sperate, non di Cagliari, e in particolare dei ceti più poveri legati all’identità economica e sociale del paese?

Determinante in questo senso fu senz’altro l’idea di recuperare il vecchio edificio comunale costruito in mattoni crudi, preservandone le caratteristiche e i materiali. Più di ogni teoria quella scelta valse a dimostrare che la terra cruda poteva essere riutilizzata e avrebbe anche potuto rappresentare la ricchezza del nostro paese.

La casa campidanese con struttura a corte è una tipologia abitativa che è stata selezionata dalla tradizione perché funzionale all’economia agraria del centro-sud della Sardegna (“casa fattoria” l’ha definita Giulio Angioni) e a un tipo di insediamento concentrato in grossi villaggi. Oggi che l’agricoltura non è più il settore dominante dell’economia di San Sperate, difendere queste case non rischia di apparire come un’operazione nostalgica fine a se stessa?

san_sperate_murales_2Le case tradizionali costruite in terra cruda (làdiri) non erano solo funzionali all’economia ma la loro struttura architettonica permetteva di difendersi dagli eccessi del clima. Il loggiato (sa lolla) favoriva la refrigerazione delle stanze interne che vi si affacciavano. Inoltre, come è ormai scientificamente dimostrato, i mattoni in terra cruda sono isolanti. Pertanto oggi le case tradizionali continuano a conservare un valore funzionale perché rappresentano una valida risposta alle moderne esigenze di risparmio energetico e di sviluppo compatibile con la difesa dell’ambiente.

Come si è coniugato tutto ciò con il movimento degli artisti e i suoi sviluppi negli anni successivi?

Adesso le case tradizionali ristrutturate nel rispetto dell’antica tradizione, accostate all’arte che ospitano nelle loro pareti esterne, sono quelle che più hanno visto aumentare il loro valore commerciale, ma non hanno cambiato proprietà, come è capitato spesso altrove. Oggi in esse vivono i figli e i nipoti degli antichi contadini, spesso contadini essi stessi, e non i cittadini/intellettuali di Cagliari che pure amano il nostro paese. Questi e altri, attirati dalla suggestione del modello San Sperate, conosciuto e studiato in tutto il mondo, hanno acquistato per lo più nella zona residenziale della nostra periferia.

Quanto di questa bella esperienza che ci ha raccontato è stata riversata poi nella sua attività politica e parlamentare?

Quell’esperienza è stata per me molto formativa e negli anni seguenti ho continuato a seguire e approfondire il tema. L’iniziativa più recente a cui ho lavorato al riguardo è la proposta di legge per la promozione delle costruzioni in terra cruda, presentata in Parlamento nel corso dell’ultima legislatura. Ho inoltre collaborato alla nascita dell’Associazione Nazionale città della terra cruda impegnata appunto nel recupero e rilancio della cultura della terra cruda e a diffondere i valori del modello di vita e di organizzazione sociale ed economica proprio dei territori che a questa cultura appartengono.

Sandra Mereu

Nella bottega dello scultore – chiacchierata con Pinuccio Sciola a margine dell’omaggio a Gaudì

P. Sciola, “No Stone” – Le guglie – vista verso la cupola

“Quando non ero e non era il tempo.
Quando il caos dominava l’universo.
Quando il magma incandescente celava il mistero della mia formazione.
Da allora il mio tempo rinchiuso da una crosta durissima.
Ho vissuto ere geologiche interminabili.
Immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica.
Porto con emozione i primi segni della civiltà dell’uomo.
Il mio tempo non ha tempo”. (P. Sciola) 

Quando Pinuccio Sciola ha accettato di fare quattro chiacchiere sulle curiosità che mi erano rimaste dopo aver visto la sua mostra, non immaginavo che l’incontro avrebbe riservato tante sorprese, tanta poesia e la condivisione, da parte sua, anche di aspetti che, sebbene apparentemente di contorno al suo lavoro, contribuiscono a conoscere e quindi capire meglio lo scultore e le sue opere. Basterebbe concentrarsi sulla poesia che introduce, per trovare già molte delle risposte, ma mi fa piacere condividere alcune delle tante cose che mi ha raccontato in un tardo pomeriggio piacevole e istruttivo.
Dopo avermi accompagnato nel porticato del cortile dove custodisce alcune delle sue pietre sonore, non ho potuto fare a meno di ascoltare le sue parole, certo, ma anche di riconoscere una ritualità “sacra” nel modo in cui si prepara e poi accarezza le pietre per trarne dei suoni, con una ferma e concentrata delicatezza che rivela la conoscenza profonda di questo materiale. Perciò è stato difficile, dopo aver sentito vibrare quei suoni, tornare con la mente alle domande che avevo pensato: meno male che le avevo abbozzate sul notes!

Perchè un omaggio ad Antoni Gaudì, cosa la lega a questo grande architetto?
Il legame con Gaudì è molto più intenso di quanto possa sembrare. E per molte ragioni. Sono, infatti, quasi certo di averlo conosciuto, tale è l’affinità che percepisco tra il mio e il suo modo di sentire la materia e l’arte. E questo perché mi affascina, prima di tutto, la fantasia che tutti possono riconoscere nella sua opera e che esce da qualunque canone conosciuto nel tempo in cui lui operava. Anni fa Paolo Fresu mi chiese cosa pensassi del rapporto tra Gaudì e il Jazz e io risposi citando e raccontando una mia visita al cantiere della Sagrada Familia, oggetto dell’omaggio della mostra di Piazza San Cosimo. All’atto di inoltrarmi sotto le volte, nel cuore del cantiere, dall’apparente rumore dei macchinari e del lavoro degli operai scaturiva una grande armonia: mi pareva sempre più chiaro distinguere un ritmo, acceso dal massimo della libertà espressiva, di gruppi sonori diversi, come in un’orchestra che distingue strumenti e partiture. Gli operai suonavano una musica che li accomunava, in un modo che ricorda molto da vicino il primo jazz che arrivava in Europa negli anni in cui Gaudì moriva.
E naturalmente un altro legame è dovuto alla fonte di ispirazione: la Natura.

A questo proposito, questo legame con la Natura, che sia nella sua opera che in quella di Gaudì è tanto potente, forte, ha ancora un senso oggi, che l’uomo sembra così distante dalla sua naturalità?
Dal punto di vista artistico, sono profondamente legato alla Natura, provengo da lì, la storia della mia famiglia lo dimostra: nasco contadino e la terra era fonte di sussistenza per noi. Non può esserci futuro se non si ritorna alla Natura e alla Terra. Faccio parte dell’Associazione Internazionale Arte Natura che raggruppa artisti, intellettuali e personalità di diversa provenienza e formazione. Tra gli obbiettivi dell’Associazione, si discuteva di definire quali dovessero essere le linee dell’arte del terzo millennio e si arrivò proprio al punto fermo che senza un recupero del rapporto con la natura nulla ha più significato.

P. Sciola, “Seme di pietra”

Ecco, in questo senso il mio punto di vista deriva dalla mia cultura “litica”, e propongo di ridare alla natura (e alla terra) i propri elementi, quelli che le abbiamo sottratto, in modo che essa stessa possa rigenerarsi. È questo il senso dei miei “semi di pietra”: mi piacerebbe che un giorno, insieme alle altre opere, tornassero alla terra, perché la mia scuola è stata l’Università della Natura. La mia arte vuole suscitare nuovo amore e ritorno alla natura.

Nel suo percorso non è una novità l’uso di materiali diversi dalla pietra. In questo caso il ferro. Quali sono le ragioni di questa scelta?
Premetto che nella scelta del ferro non vi è una vera discontinuità concettuale rispetto al mio lavoro consueto, quello con la pietra, perché la mia ricerca degli aspetti sonori di questo materiale rimane valida insieme all’indagine delle sue potenzialità. Le ragioni sono altre: ci sono momenti in cui sento la necessità di staccare da quell’interesse prevalente, e il modo in cui meglio riesco è quello di dedicarmi ad altri materiali. In questo caso, poi, tubi innocenti e altri elementi che hai visto assemblati, erano particolarmente funzionali a rappresentare la verticalità e lo slancio delle guglie della “Sagrada Familia”.

La scelta di installare l’opera nella chiesa di San Saturnino ha una valenza anche simbolica molto importante, sicuramente di forte impatto, anche per il significato di questa architettura nella storia cagliaritana e sarda. C’è una ragione precisa per questa scelta?
Sono convinto che l’arte non abbia tempo e la collocazione di quest’opera in uno spazio pensato e realizzato in un tempo così lontano non costituisca un ostacolo alla percezione né dell’una né dell’altra. Quindi la scelta di San Saturnino, dell’area di Piazza San Cosimo, anche perché sono convinto che attraverso l’arte contemporanea sia possibile appropriarsi del proprio passato: effettivamente è la prima volta che realizzo un’opera così, con attenzione meticolosa per tanti aspetti come la disposizione simmetrica nello spazio prescelto eccetera. In questo senso gli specchi hanno proprio la funzione di ampliare lo spazio in modo illusorio, per quanto riguarda il piano fisico dell’opera, ma anche di dichiarare che si deve andare oltre a ciò che i sensi colgono nel guardare l’opera, oltre l’ovvio. L’arte contemporanea e l’antichità dialogano.

È purtroppo un fatto consueto che tante persone non studiose di arte abbiano qualche difficoltà ad accostarsi all’arte contemporanea. Se dovesse rivolgersi a chi la conosce per la prima volta attraverso quest’opera cosa vorrebbe dire?
A dire la verità non direi nulla: la mia opera sta li a parlare per me. Piuttosto mi piacerebbe stuzzicare le persone perché siano loro a dirmi quello che pensano! Non credo possa importare quello che pensavo o penso io della mia opera, mentre credo sia più importante che così come è susciti delle reazioni in chi la guarda, delle emozioni in chiunque la vede e che sono, per definizione, soggettive.

E con questa ultima domanda, mi rendo conto di aver “meritato” una risposta così: ma, a dire il vero, è piacevole “subire” queste lezioni da un artista generoso di sé e disponibile ad incontrare chi abbia interesse, curiosità e desiderio di condividere esperienze come questa.
A questo punto l’invito spassionato è quello di andare in Piazza San Cosimo a visitare la mostra, che, ricordiamo, si chiuderà il prossimo 25 settembre. Buona visita!

Anna Pistuddi

Sciola “No stone” – il piacere della sorpresa

Cagliari, San Saturnino

Non più di qualche settimana fa, in una delle mie giornate di ferie, in una mattina assolata e molto calda come quasi tutta questa lunga estate, ho deciso di lasciare la macchina in parcheggio e ho preso la metropolitana per una destinazione precisa: Piazza San Cosimo a Cagliari. Esposto nella Chiesa di San Saturnino dal giorno dell’inaugurazione della mostra (aperta il 6 luglio e che si concluderà il 25 settembre 2012), l’omaggio reso all’architetto catalano Antoni Gaudì da Pinuccio Sciola, nativo di San Sperate e artista-cittadino del mondo.

Locandina della mostra

Il piacere della sorpresa, preannunciata dal titolo, consiste nell’uso di un materiale diverso dalla pietra, da lui prediletta: ed è già un modo per apprezzare un tratto dell’artista, che cambia la materia ma non tradisce il suo percorso né lo spirito con cui la “ascolta” e la traduce in arte. Ma non è questo il luogo per delineare la personalità artistica dell’architetto Gaudì, né il percorso formativo ed espressivo di Sciola: ci vorrebbero troppo tempo e troppo spazio.
Vorrei solo raccontare le impressioni che ho avuto nel visitare la mostra e nel raccogliere i tanti spunti di riflessione che mi ha suscitato.

Già prima di varcare l’ingresso una locandina sulla sinistra e un gruppo di colonne “infinite” sulla destra, mi hanno introdotto a quanto avrei visto dentro. Ma questo apparente anticipo, che avrebbe potuto farmi impigrire, non mi ha tolto il gusto nell’immersione totale in ciò che stavo per incontrare.
Una volta all’interno del corpo cupolato della chiesa dedicata al patrono cagliaritano, girare intorno alla scultura, passarci attraverso e osservarne le tante particolarità, mi ha spinto a cercare di immaginarne anche la fase progettuale, perché è evidente quanto nulla sia lasciato al caso: con l’uso sapiente e preciso di tubi innocenti, ingranaggi, parti meccaniche di diverse tipologie di macchinari legati al lavoro della campagna e dei cantieri, l’opera esprime in una cornice peculiare tutto il riconoscimento all’artista Catalano per il suo genio.

P. Sciola – “No stone”

Sciola costruisce un “tempio nel tempio” precisamente al di sotto della cupola (nucleo più antico della chiesa cagliaritana) una “sintesi” monumentale di un ambiente sacro. Un deambulatorio delimitato da una foresta di tubi e giunti, ampliata dagli specchi che la costeggiano dando la sensazione di trovarsi immersi in una sorta di bosco post-moderno, protegge il nucleo centrale dell’opera: un piccolo ulivo contenuto in una sorta di scala a chiocciola in ferro, magia di vita tra materiali solo apparentemente inanimati e ostili. Una nota di colore e di vitalità che solo per questo induce a fermarsi e a rendersi conto che non ci si trova per caso in un posto qualunque.

E mi pare che il richiamo all’ulivo, pianta mediterranea e sarda, sia non solo il segno alla radice della cultura di cui Sciola è depositario e testimone, ma rafforzi il legame con Gaudì stesso, che proprio dalla natura traeva un’ispirazione tanto potente da trasfigurarla col genio e tuttavia mantenere con essa un richiamo evidente e mai mascherato.

Le guglie del tempio barcellonese della Sagrada Familia, non ancora completato del tutto, sono richiamate con sobrietà ed equilibrio nella composizione sempre varia degli strumenti apposti al culmine di ogni elemento verticale: parti di un vomere, gli ingranaggi di un cambio e altri elementi parlano di ciò che sono stati, costringendo gli spettatori a interrogarsi e a mirare alto (e non solo perché è necessario alzare gli occhi per goderne la vista) e comunicano un’inaspettata poesia nell’esprimere ciò che la mano dell’artista li ha posti a rappresentare. Non annientamento delle forme (non c’è fusione in altri oggetti) per generare nuovi significati, ma differente assemblaggio di quelle stesse forme per estrapolare ciò che esse racchiudono da sempre in potenza: oggetti nati per dare all’uomo la possibilità di condizionare la natura nel dare i suoi frutti, ad un tratto si “piegano” a cantare la natura stessa.

P. Sciola, “No stone”, particolare degli specchi

Non nascondo che ho trascorso parecchio tempo a inoltrarmi in questa accogliente foresta ferrosa, lasciandomi guidare dalle mille sfaccettature di visione moltiplicate dagli specchi e sebbene possa sembrare difficile orientarsi da dentro, si ha sempre la sensazione che sia impossibile perdersi – ci si sente “a casa” – così come a guardar dal di fuori (da qualunque punto della chiesa) si percepisce lo schema generale, si apprezza la simmetria compositiva e la scelta di centrare la scultura rispetto all’edificio che la ospita.
E’ sorprendente come il bruno rossastro della ruggine richiami il colore bruno dei tronchi, che appaiono rugosi e nodosi come quelli veri e che, apparentemente privi di vita, delegano al solo ulivo il celebrare la potenza vitale della natura, che qui si propone al visitatore nella semplicità e nella bellezza dell’ulivo stesso, comune “amico” dei nostri luoghi, assurto a simbolo di pace e condivisione che nessuno ha bisogno di interpretare e perciò parla a tutti allo stesso modo: silenziosamente e concretamente.

Anna Pistuddi

Dal web:
Pinuccio Sciola
Antoni Gaudì
Chiesa di San Saturnino