Nella cella di Gramsci

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Carcere di Turi

Chi arriva a Turi proveniente da Bari, appena entra nella cittadina pugliese che ha ospitato Antonio Gramsci dal 19 luglio dal 1928 fino al 19 novembre del 1933, si trova, quasi subito, sulla destra, l’imponente e burocratica mole ottocentesca della Casa di reclusione. Si tratta di un ex convento delle Clarisse adibito a carcere dopo l’unità d’Italia. Sulla facciata, in alto, a sinistra del grande portone d’ingresso c’è una lapide qui posta il 27 aprile del 1945 che recita: “In questo carcere visse in prigionia Antonio Gramsci. Maestro liberatore martire, che ai carnefici stolti annunciò la rovina, alla nazione morente la salvazione, al popolo lavoratore la vittoria”.

Visitare la cella e i cortili dove Gramsci era “Ristretto”, così si legge in un’altra targa posta a fianco dell’ingresso della cella dove trovò dimora, non è impresa facile. Ancora oggi l’istituto di pena ospita un centinaio di reclusi, quasi tutti ergastolani. Le misure di sicurezza impongono il massimo riserbo. Una guardia solerte ci invita gentilmente a riporre nella custodia la macchina fotografica, che non può essere usata neanche per fotografare l’esterno. Devo ringraziare per questa opportunità Michele e Vito, i due gentili accompagnatori che qualche giorno prima della partenza mi hanno messo in contatto, in qualità di rappresentante dell’Associazione Casa natale Antonio Gramsci di Ales, con la nuova amministrazione del comune di Turi che già si stava attivando presso la direzione del carcere per favorire la visita alla cella di Gramsci dello scultore Pinuccio Sciola. Una delle ultime sculture dell’artista di San Sperate è infatti dedicata a Gramsci e alla sua prigionia (La porta della cella di Gramsci). Il supplemento letterario del Corriere della sera, il 03 agosto 2014, ne pubblicava, a tutta pagina sulla copertina, la magnifica immagine.

La visita si avvera il 26 agosto, giorno di Sant’Oronzo, martire e patrono di Turi. L’appuntamento è per le nove in Piazzale Aldo Moro, l’ampio spazio che mette in contatto la struttura penale con il resto del paese e che fa quasi da cerniera tra il centro storico e la parte nuova della cittadina. Quando arriviamo, Sciola ed io, ad attenderci c’è il nuovo vice-Sindaco della cittadina Lavinia Orlando in compagnia dell’assessore Piero Camposeo. Subito dopo ci raggiunge, per un breve saluto, il sindaco Menino (Domenico) Coppi, un amministratore gentile ed efficiente. Si rammarica di non poterci accompagnare nella visita al carcere: lo attendono quattro ore di processione. Varcato il portone ed espletate le formalità burocratiche, controllo dei documenti, svuotamento delle tasche, consegna dei telefonini e delle altre apparecchiature elettroniche, avviene l’incontro con una giovanissima comandante delle guardie. Insieme ad altre quattro guardie, ci accompagna fino al primo piano dove si trova la cella di Gramsci, la matricola 7047. Le guardie seguono un rigido protocollo carcerario fatto di inferriate che si aprono e si chiudono in continuazione. Man mano che ci avviciniamo monta l’emozione, anche perché è la prima volta che varco il portone di una galera.

Una cella ampia. Quando la porta della cella si apre la prima cosa che noto è l’ampiezza. E’ grandissima e molto alta, troppo per un singolo carcerato. Penso subito al grande freddo che lì vi ha patito Antonio Gramsci. Le pareti sono tutte bianche e il pavimento è di un misto tra terra e ghiaia, calce e cemento. Sulla parete di destra, rispetto all’ingresso, sono appesi, con un certo ordine, le corone di fiori, i gagliardetti, le medaglie e i nastri, lasciati dai numerosi visitatori che nel corso del tempo hanno svolto mesti pellegrinaggi in questo luogo di dolore. E di rabbia. C’è il ricordo del passaggio di due Presidenti della repubblica: Sandro Pertini e Giorgio Napolitano. Tanti sono stati anche i visitatori delle sezioni, dei comitati federali e regionali, delle direzioni e segreterie del Partito Comunista Italiano. E quelli dei comuni antifascisti d’Italia. Al centro della parete di fronte c’è il piccolo letto dove per quasi cinque anni ha dormito e sognato “il più grande dono che la campagna ha fatto alla città”, come il grande storico inglese Eric Hobsbawm ha definito il pensatore sardo. Sulla destra del letto una sedia e un piccolo tavolo che fungeva da scrivania. Lì il pennino grattava sui fogli dei Quaderni e delle Lettere per mettere nero su bianco i tanti pensieri che prendevano forma nella testa leonina di Antonio Gramsci. Accanto, impolverati dal tempo, stanno le prime edizioni Einaudi delle Lettere dal carcere (1947) e dei Quaderni tematici, quelli famosi con le copertine verdi. Alla sinistra un catafalco di legno e stoffa, che fungeva da servizio igienico, conserva al suo interno un pitale e altro materiale…

Edizione anastatica dei Quaderni del carcere

Edizione anastatica dei Quaderni del carcere

Il muro di fronte alla porta è per buona parte interessato da una grande finestra con doppia inferriata. Ferro grosso, massiccio e arrugginito. Osservo con attenzione la porta della cella e penso ai dolori fisici e mentali patiti da Gramsci, alla sadica crudeltà di un regime che ne metteva a seria prova la stabilità fisica e mentale con quei secondini che avevano precise istruzioni di battere forte il portello della sua cella per svegliarlo ad ogni ora della notte. E non posso fare a meno di pensare alle difficili e dolorose condizioni in cui lavorava. Mi sovviene la testimonianza di Gustavo Trombetti (riportata da Gianni Francioni nell’introduzione all’edizione anastatica dei Quaderni del carcere) che dal 1932, come compagno di cella, ne condivise la quotidianità sino alla sera prima della partenza da Turi. Trombetti ricordava, a distanza di più di quarant’anni, che Gramsci era solito andare su e giù per la cella «concentrato nei suoi pensieri. Poi, all’improvviso, si fermava, scriveva ancora poche righe sul quaderno e riprendeva a camminare». Una testimonianza, questa di Gustavo Trombetti, che si fa ancora più preziosa quando racconta la vicenda del recupero dei Quaderni dopo il trasferimento di Gramsci. «Gramsci temeva molto – spiega Trombetti – che gli fossero sequestrati, anche se per un semplice controllo; sapeva che sarebbero andati a finire al ministero e che in seguito sarebbe stato molto difficile recuperarli». Sarebbe stato molto rischioso includerli nel poco bagaglio che egli avrebbe potuto portare con sé. Per sottrarli alla vigilanza dei carcerieri, i due compagni escogitano allora un espediente: «Gramsci, in attesa che ci portassero al magazzino – continua Trombetti -, mi espresse la preoccupazione per la sorte dei suoi quaderni, nel caso che la guardia che assisteva con il compito di controllare ogni cosa che si metteva nel bagaglio non avesse lasciato passare quegli scritti. Certamente questi si sarebbero perduti per sempre. Così ci accordammo, facendo un piccolo piano. Lui a un certo punto avrebbe iniziato una conversazione con il guardiano, che era come Gramsci un sardo, in lingua sarda e, nel momento convenuto, proprio mentre Gramsci a bella posta si mise tra me e la guardia, io in quell’attimo presi dallo scaffale il pacco dei quaderni e li ficcai nel baule, avendo cura di coprirli subito con altre cose. Così l’operazione riuscì, e Gramsci fu più tranquillo. Riempito il baule, fu legato e piombato in presenza di Gramsci».

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Antonio Gramsci

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Sandro Pertini

Dalla cella al cortile. Chiediamo se è possibile visitare il cortile dove Gramsci passeggiava insieme agli altri reclusi. Gentilmente la giovane comandante delle guardie ci spiega che per motivi di sicurezza ciò non è possibile. Peccato. Sarebbe stato bello condividere i suoi passi e soprattutto vedere il luogo dove coltivava le rose. Quelle rose amorevolmente coltivate nel cortile del carcere di Turi che – scrive Giorgio Baratta nel suo fondamentale libro Le rose e i quaderni – “risvegliano nel prigioniero il senso dei fenomeni cosmici, del ciclo delle stagioni, diventano carne della sua carne… rappresentano una metafora della storia drammatica degli umani, che egli vive come natura, come corpo, come parte di sé e di cui egli stesso è parte”. Sarebbe stato interessante misurare con i propri passi il tempo trascorso da Gramsci nel cortile a dialogare e talvolta discutere animatamente con i suoi interlocutori, prigionieri politici come lui, con l’amarezza che gli procurava l’ostilità del gruppo dei detenuti comunisti. Tra questi vi era il giovane romano Angelo Schucchia che nel 1934 aderì al regime fascista e divenne l’informatore n° 670 dell’OVRA. Poteva però contare sulla solidarietà e aiuto di altri come Giovanni Lai e Bruno Tosin e soprattutto sull’amicizia di Sandro Pertini, unico detenuto socialista di Turi, che poi diventerà il settimo Presidente della Repubblica, in carica dal 1978 al 1985, e cittadino onorario di Turi. Questa la sua testimonianza, scritta nel volume Il Gramsci di Turi a cura di Ferdinando Dubla e Massimo Giusto: «A Turi di Bari, oltre che con me, strinse amicizia con due ex anarchici che erano stati condannati dalla corte d’assise di Milano; ma dopo un periodo di tempo di conversazioni con Gramsci, essi diventarono comunisti e gli furono sempre fedeli. (…) Un giorno mi disse: “Noi due dobbiamo iniziare una conversazione che durerà due mesi”. Capii subito che voleva persuadermi a passare al Partito Comunista; non riusciva a comprendere che un uomo come me, con la visione che avevo della lotta, col mio temperamento, potesse rimanere coi socialisti».

Usciamo dal carcere lasciandoci alle spalle un grumo di storia livida. Siamo molto emozionati. Pinuccio Sciola immagina di portare proprio qui la sua scultura in granito. Sarebbe davvero una singolare coincidenza trasferire il granito sardo in Puglia, nella terra da dove proviene il Sole produttore-Comune raccolto in pietra di Trani, la scultura che Gio Pomodoro nel 1977 ha donato ad Ales per la realizzazione del Piano d’uso collettivo dedicato a Gramsci. Io invece sono curioso di conoscere i percorsi fatti da chi veniva a Turi per colloquiare con la matricola 7047, la cognata Tania Schucht, i fratelli Gennaro e Carlo Gramsci. I nostri accompagnatori, sempre gentili e solerti, chiamano allora Giovanni Lerede, giornalista e storico di Turi. Negli anni trenta – ci spiega Lerede – a Turi c’erano solo due locande che affittavano camere, ma una sola aveva una finestrella da dove si poteva vedere la lingua di mare di cui parla Tania in una delle sue lettere. Ripercorro con lui le strade che dal carcere conducono all’edificio un tempo adibito a locanda. Si trova appena fuori il centro storico, dirimpetto all’imponente e barocco Palazzo marchesale che sovrasta tutta la cittadina, ma è diventata una casa anonima con un bar al pianterreno. La stazione dei treni dove arrivavano si trova invece nella parte opposta di Turi. E’ agevole immaginare la triangolazione dei percorsi da loro fatti tra stazione, carcere e locanda. A passi lenti camminiamo sulle stesse vie, mentre attorno impazza la festa di Sant’Oronzo. Facciamo a noi stessi una promessa laica: torneremmo presto a Turi per rendere omaggio alla prigionia di Antonio Gramsci e alla libertà delle sue idee.

Pier Giorgio Serra

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Le pietre di Sciola a Cagliari

Sciola 2014_3E’ un pomeriggio ridente e luminoso a Cagliari. “Mamma,vieni a vedere, c’è una città che nasce dall’acqua !!!” dopo aver strillato queste parole la bambina corre via e saltella tra il ciottolato bianco come il latte e le aiuole dai mille colori che si rincorrono nel nuovo spazio aperto ai cittadini di Cagliari e non, sotto le rocce, le mura e le case del Castello che buttano a oriente affacciate al mare del tirreno, il mare color del vino. Lo stupore allegro della bambina di fronte a una delle sette opere di Pinuccio Sciola che accompagnano il visitatore alla scoperta di quest’angolo di città riconsegnato ai cittadini, dopo anni di sequestro e incuria, è contagioso e la mamma risponde che il gruppo scultoreo sistemato da Sciola ai lati della passeggiata si è bello, anzi è veramente bello, bellissimo.

Sciola 2014_2Pinuccio Sciola viene in città, a Cagliari, anzi ci torna dopo che in modo abbastanza inusuale due sue opere muralistiche vennero cancellate dal paesaggio urbano cagliaritano l’anno scorso, nei pressi di Piazza Repubblica. E lo fa in punta di piedi, piedi scalzi, per fare, se è possibile ancora meno rumore. Ma lo fa con il delicato ricamo delle sue pietre, con l’ordito e la trama con cui tesse le forme riconoscibili delle sue sculture bianche di calcare e brunite dal calore del fuoco che ha fatto eruttare il basalto dal ventre della terra in un’altra era “Quando non ero e non era il tempo/quando il caos dominava l’universo/quando il magma incandescente colava il mistero/della mia formazione/da allora il mio tempo è rinchiuso da una crosta durissima/ho vissuto ere geologiche interminabili/immani cataclismi hanno scosso la mia memoria litica/porto con emozione i primi segni della civiltà dell’uomo/ il mio tempo non ha tempo”, ci dice lo scultore che con i suoi gesti ripetuti sulla superficie litica ci ricorda che la  cultura può, anzi deve, fecondare la natura.

Sciola_6Pinuccio Sciola dona quindi alla città le sue pietre che recentemente hanno brillato nel sagrato della Basilica del Santo ad Assisi e nella Cappella michelangiolesca di Santa Croce a Firenze. Nelle strade e nelle piazze della Città del Lussemburgo, nell’Istituto italiano di cultura a Madrid. E in molte altre esposizioni in giro per il mondo. Pietre che hanno suonato di fronte alla tomba del sommo Michelangelo Buonarroti. Sette sono le sue pietre, gruppi di sculture, adagiate nello spazio sotto le mura del Castel di Castro. Tre vasche bianche di calcare lattiginoso dove al pelo del acqua ha sistemato le sue tre città. Nella prima cristalli limpidi di pietra bianca che crescono dal pelo dell’acqua ci ricordano Cagliari è una delle città del sale, e che sorge dall’acqua, sull’acqua del suo mare e dei suoi stagni, acqua che ne chiude il perimetro per tre lati. La seconda è una città germinale che cresce nelle sue forme semplici fino a formare uno skyline in miniatura dei centri nevralgici delle metropoli moderne. La terza è la città sommersa dall’acqua: piccole case torri medioevali costituite da parallelepipedi di calcare bianco affondate in un mare di pietre nere.  Di fronte, quasi sotto lo strapiombo delle rocce bastionate che salgono verticali verso il Castello, lo scultore ha sistemato una stele di basalto nero.

Sciola 2014_4L’usanza di alzare steli di pietra nei profili orizzontali dei luoghi pubblici si perde nella notte dei tempi. Quella che Sciola ha piazzato sotto le mura è un raro esempio in cui la funzione e la forma creano analogie immediate e si fondono nelle trame e negli orditi che lo scultore ha ricamato nella superficie porosa del basalto. Appena discosti, adagiati sui prati ecco apparire, dirimpettai, due gruppi di pietre. Pietre di basalto. Si tratta dei Semi della pace e le Pietre legate. Semi che Sciola aveva già esposto in numero di centocinquanta ai piedi della basilica francescana di Assisi. Nei Semi, la pietra di basalto, incisa profondamente, diventa simbolo di vita e speranza, connubio ideale fra arte e spiritualità. Nei Semi Sciola ha tagliato la materia viva, fino a mostrarne la vena grigia che vi scorre all’interno. Semi che aprono il processo creativo e richiamano l’evento sacro della fecondazione. Nella parte finale, o iniziale del nuovo spazio pubblico, dipende dai punti di vista, appare una grande pietra monumentale. La forma ricorda una grande foglia sulla quale l’artista ha inciso geometriche venature  attraverso le quali estrae la voce della pietra, la sua dolcezza e il suo incanto. La bellezza delle sculture di Sciola ha la sacralità dei santuari di arte semplice dove il futuro ha il cuore antico.

Sciola 2014_5Davanti a tutto ciò viene da chiedersi quale sia la funzione oggi dell’arte? Quale funzione spetti alla scultura? Che di tutte le forme artistiche è la più civile, quella che per sua forma e simbologia predilige il luogo pubblico, lo spazio pubblico. Ebbene  non da oggi Sciola è impegnato a dare risposte a queste domande. E lo fa in modo positivo, confrontandosi sempre con il reale. Per lui la scultura non è produrre piccoli sopramobili, opere fatte e pensate per un museo, per la collezione amatoriale. Per lui la scultura ha una funzione ben precisa: deve essere radicata nello spazio concreto in cui viene a trovarsi, dovendosi radicare in un posto preciso la scultura ha bisogno di andare oltre il suo mero progetto, bisogna fare, costruire, realizzare spazi nuovi. Ma poiché il fare presuppone sempre una tecnica attraverso cui si costruisce, è nel fare che si riconosce l’eticità di un comportamento. E’ quel fare che si lega indissolubilmente al momento storico della realizzazione di un’opera di un intervento artistico nello spazio urbano. Ciò significa che nella scultura teoria e pratica devono strettamente unirsi, per necessità, per amore.

Sciola 2014Il luogo deputato dove queste nozze avvengono è lo spazio aperto, lo spazio pubblico, collettivo, sotto uno stesso cielo. Può essere un crocicchio, un prato o una piazza cittadina, un sagrato o l’interno di un tempio, un intrico di strade, orizzonte di montagne, susseguirsi di colline, una spiaggia bagnata dal mare,  la curva di una strada remota o la cima di un colle, il molo di un porto, l’angolo di un palazzo, l’alto di una solenne gradinata o allineati paracarri di granito. Tutti luoghi dove i concetti di cultura alta e bassa non hanno più senso. Abbellire un posto pubblico è un’operazione semplice foriera di novità e benessere per i cittadini. Quest’apertura a Cagliari può essere un tassello importante per orientarsi verso un punto di svolta, il punto di svolta,da cui una città può ripartire, per crearsi un suo progetto,  il progetto di un’idea della città di Cagliari.

Pier Giorgio Serra