“Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro” di Luigi Luca Cavalli-Sforza e Daniela Padoan (Einaudi 2013) – Recensione di Gabriele Soro

Razzizmo e noismo_EinaudiOtto milioni di anni fa comincia la separazione evolutiva dagli scimpanzé e dai bonobo Dell’Homo sapiens; e circa 2,5 milioni di anni fa compare l’Homo abilis, così chiamato, per la sua capacità di costruire utensili. L’abitazione umana del pianeta terra conta circa 200.000 anni. Ogni essere umano oggi presente sulla terra deriva dalla stessa famiglia nata in Africa circa 100.000 anni fa. (Dunque parlare di razze umane come fatto naturale è un falso, un inganno tutt’ora corrente. Le razze sono la costruzione ideologico-culturale funzionale al potere di dominio su altri). Di ‘soli’ 10.000 anni è l’invenzione dell’agricoltura e dell’allevamento da cui conseguono, però, la proprietà privata, l’accumulo di beni, lo schiavismo, le guerre. Per quasi 200.000 anni l’uomo ha vissuto, senza guerre, in società pacifiche di cacciatori-raccoglitori. Si tratta di società dove non esiste la proprietà privata con tutto ciò che ne consegue. Ancora oggi, benché in aree sempre più ristrette, le comunità di pigmei in Africa vivono cacciando e raccogliendo i frutti che crescono spontanei nella selva. Non concepiscono l’accumulo, l’appropriazione, il possesso di beni: una società di uguali, senza gerarchie, né capi. I numeri di cui sopra e le datazioni che sintetizzano l'”avventura” del genere umano sul nostro pianeta, si leggono in Razzismo e noismo. Le declinazioni del noi e l’esclusione dell’altro, di Luigi Luca Cavalli-Sforza¹ e Daniela Padoan² (edizioni Einaudi).

Un libro nel quale dialogano un grande scienziato e una studiosa della Shoah, sulle radici culturali del razzismo. La scienza impassibile e beffarda ci mette di fronte allo specchio delle nostre origini e l’immagine che ci ritorna è quella dello scimpanzé e del bonobo nostri progenitori. L’Homo sapiens animale pure lui, ma speciale, trasforma l’ambiente che lo circonda con utensili e protesi sempre più sofisticati; ha capacità di parola; possiede il linguaggio con il quale comunica e che fissa anche in segni lasciando testimonianza scritta di sé. Crea narrazioni e miti per cercare di dimenticare e cancellare la sua origine animal-scimmiesca; inventa le religioni che raccontano di lui esser creato da un Dio. Non digerisce il caso dal quale ha preso avvio la sua esistenza; si sgomenta a pensare che la vita sulla terra abbia avuto origine da insondabili probabilità; si spaura di fronte all’immensità del cosmo: deve esserci una missione, un senso; la sua origine non può che essere divina, dentro un disegno eterno, oltre la morte. “Sciocchi che vogliamo/ dare un senso al caos/ dalle cui schiume/ per un caso/ d’inspiegabili probabilità/ siamo affiorati…”. Non è possibile in poche pagine parlare di un libro come “Razzismo e noismo”, così denso e articolato com’è. Mi limiterò solo ad alcune considerazioni, riportando anche frammenti del dialogo tra Daniela Padoan e Luigi Luca Cavalli-Sforza. Il lettore legga il libro dalla prima all’ultima pagina, senza fretta, si soffermi e sottolinei i passi che gli paiono più significativi o sorprendenti.

Il “noismo” dei greci

Tutti i non elleni erano considerati barbari (ossia balbettanti, incapaci di parola, incolti) dunque un po’ meno uomini e più assimilabili agli animali. Ma anche le stesse donne greche così intime nella casa e, ancor di più, nel letto, genitrici della continuità pura del “noi” greco, erano fuori dal “noi”, escluse dalla democrazia. Nella Grecia culla della democrazia e del pensiero occidentale, proprio lì si elabora la teorizzazione, la giustificazione filosofica, dunque l’accettazione dello schiavismo come cosa buona, razionale e necessaria. Daniela Padoan ci ricorda che all’apice della potenza di Roma, in Italia si stima che ci fossero tra i 2 e i 3 milioni di schiavi (35-40% degli abitanti).

Il volto oscuro dell’umanesimo moderno

“Nella modernità, il processo di disumanizzazione dell’altro – che ha alimentato l’ideologia del razzismo e il suo volgersi in pratiche di sterminio – si è compiuto attraverso la creazione politico scientifica di categorie di quasi-bestie, o di sotto uomini” [Daniela Padoan]. “Nel momento in cui si afferma che un essere umano non ha anima, dunque è solo un animale [in quanto animato, ma senza intelligenza e morale], lo si può sottoporre al medesimo trattamento che si ritiene lecito applicare agli animali, cui, secondo Aristotele, non è dovuta giustizia né compassione. Con questa giustificazione, ripresa da san Tommaso, i conquistadores avrebbero sterminato gli abitanti delle Americhe” [Daniela Padoan]. Ecco la costruzione ideologica, la ‘copertura’ per giustificare – pacificando la coscienza – l’asservimento di esseri umani da parte di altri esseri umani: i “noi” che schiavizzano altri da loro. E ritorna il discorso dell’identità dentro un “noi” che diventato “noismo” può chiudersi, contrapporsi, aggredire. Il “noi”, come ci ricorda Cavalli-Sforza, può assumere forme aggressive di elusione, di discriminazione; o forme positive e benefiche (la famiglia, la tribù di caccia, la comunità, solidarietà, comunicazione).

Il confronto tra gli autori affronta la complessità dell’uomo che interagisce con la natura e con i suoi simili: “Da un lato si guarda al corpo biologico-animale e alle sue leggi, e dall’altro si produce pensiero astratto e speculativo secondo le gerarchie di alto e basso, terragno e sublime” [Daniela Padoan]. In merito ecco la mirabile e sintetica interlocuzione di Cavalli-Sforza: “Gerarchie che peraltro sono perfettamente funzionali alla impari distribuzione di ricchezza, risorse e potere che contrassegnano la nostra vita sociale da quando è stata introdotta la proprietà privata, ovvero da 10.000 anni, su un arco di abitazione umana del pianeta di 200.000 anni”.

Schiavitù, buco nero generato dalla nostra civiltà

“La schiavitù non nacque dal razzismo: al contrario, il razzismo fu conseguenza della schiavitù” […]. “Se davvero vogliamo guardare alle origini culturali dello sterminio, credo non si possa prescindere dalla naturalizzazione della figura dello schiavo che alligna nelle fondamenta della nostra cultura, come copertura ideologica della possibilità di sfruttamento” [Daniela Padoan].

Così cadono tutte le considerazioni che tendono a vedere la Shoah come follia o barbarie estranee all’occidente, alla nostra civiltà. “Anch’io credo che non fu la schiavitù a nascere dal razzismo, ma avvenne esattamente il contrario: la necessità di mantenere l’impianto schiavistico poneva delle questioni morali, così che fu necessario convincersi che fosse giusto, morale, richiesto da un dio o dalla ragione” [Luca Cavalli-Sforza]. “L’istinto non è mai cattivo” dice Cavalli-Sforza “Il peggio di cui l’uomo ha dimostrato di essere capace è costruzione culturale”. Fulminante!

L’infanticidio costante storica

L’infanticidio non è fenomeno che si perde nei millenni, è invece una costante nella storia umana. Non è fenomeno relegabile (come siamo portati a pensare noi occidentali ‘civilizzati’) a società barbare o selvagge. Un milione e mezzo di bambini sono stati sterminati nel cuore dell’Europa nella prima metà del Novecento. L’antropologo Marvin Harris ci ricorda che nel XVIII secolo in Inghilterra, l’infanticidio, diretto e indiretto, continuò ad essere praticato su scala forse altrettanto grande che nell’epoca medievale. “Non era spettacolo raro vedere i cadaveri di neonati lungo le strade o nei letamai di Londra”. Furono istituiti i brefotrofi, ma il governo non ne sosteneva i costi: divennero luoghi di morte legalizzata per i bambini. Fra il 1756 e il 1760 furono ammessi al primo brefotrofio di Londra 15.000 bambini dei quali solo 4400 sopravvissero fino all’adolescenza.

“A Roma l’infanticidio era prassi, e Seneca scrive: «sopprimiamo i cani rabbiosi e uccidiamo il bove ombroso e indomito, e procediamo col ferro sul bestiame malato, perché non contaggi il gregge; eliminiamo i neonati mostruosi; persino i nostri figli se vengono alla luce deboli e deformi, li affoghiamo; e non è ira, ma scelta razionale, separare ciò che è inutile da ciò che è sano» [Daniela Padoan]. E Luca Cavalli-Sforza chiosa incisivo: “L’immagine spaventosa che la civiltà attribuisce come crimine all’uomo non ancora civilizzato, sarebbe al contempo non solo praticata, ma nominata come ragionevolezza. E’ un paradosso che potrebbe aprire parecchi ragionamenti”. Paradossi, temi spiazzanti e ragionamenti che anche nel sito di Equilibri, con modestia, si tenta di sviluppare.

Gabriele Soro

Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas

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(1) LUIGI CAVALLI-SFORZA è riconosciuto come uno tra gli studiosi più autorevoli nel campo della genetica delle popolazioni e delle migrazioni umane. E’ professore emerito alla Stanford University. E’ membro dell’Accademia dei Lincei e della Pontificia Accademia delle Scienze. Tra i suoi libri: Geni, popoli e lingue (Adelphi 1996) e L’evoluzione della cultura (codice Edizioni 2006).
(2) DANIELA PADOAN, scrittrice e saggista, da anni si occupa di testimonianza della Shoah e di resistenza femminile alle dittature. Tra i suoi libri: Come una rana d’inverno. Conversazione con tre donne sopravvissute ad Auschwitz (Bompiani 2004) e Le Pazze. Un incontro con le madri di Plaza de Mayo (Bompiani 2005). Ha collaborato con le pagine culturali de il manifesto e il “Fatto quotidiano”.

 

Le leggi razziste del 1938: il semita Emilio Lussu, e la Sardegna ariana di Lino Businco.

Approfondimento a seguito della presentazione di “Di Pura razza italiana” di M. Avagliano e M. Palmieri presentato da Equilibri, Circolo dei Lettori in occasione del Giorno della Memoria.

Giustizia e Libertà anno V - n. 41 ottobre 1938

Giustizia e Libertà anno V – n. 41 ottobre 1938

Chissà cosa avrebbero pensato Emilio Lussu e Lino Businco delle ultime scoperte scientifiche in merito alle razze e alla loro presunta purezza.

Il 14 febbraio 2014 nella prestigiosa rivista “Science” viene pubblicato un articolo, a firma di diversi ricercatori dell’University College di Londra, del Max Planck Institut per l’antropologia evoluzionistica di Lipsia, dell’Università di Oxford, dal significativo titolo “A Genetic Atlas of Human Admixture History”. Alla ricerca, per conto dell’Università di Oxford, dove lavora nel Dipartimento di Zoologia, ha collaborato Cristian Capelli, a testimonianza delle tante eccellenze italiane che operano all’estero.

Si legge, nell’edizione italiana della rivista, che gli scienziati, partendo dai dati genetici di esseri umani contemporanei, hanno “rintracciato e confrontato i più piccoli frammenti di DNA caratteristici di diverse popolazioni, per poi costruire una mappa degli incroci che hanno portato al corredo genetico attuale. La mappa genetica interattiva descrive le mescolanze genetiche avvenute negli ultimi 4000 anni tra ciascuna delle 95 popolazioni d’Europa, Africa, Asia e Sud America. I risultati ottenuti collimano in gran parte, dal punto di vista sia geografico sia temporale, con eventi storici ben documentati, ma hanno anche portato alla luce alcuni risvolti inaspettati. Il genoma dell’etnia mongolica Tu, delle province cinesi di Qinghai e di Gansu, per esempio, mostra chiari segni di una commistione, avvenuta fra il 1080 e il 1330 d.C., con un gruppo di origine europea, probabilmente dovuta ai commercianti che frequentavano la Via della Seta… ”

Gli scienziati affermano che queste ricerche sarebbero uno strumento assai interessante nelle mani degli storici, utili per studiare, con ulteriori supporti scientifici, le interrelazioni tra gruppi umani e le loro culture. Un ulteriore conferma di quanto la genetica, se interagisce con l’antropologia, la linguistica e la geografia, possa dare una grossa mano alla storia e smantellare pregiudizi e false teorie razziali, come si è sforzato di fare il grande genetista Luigi Luca Cavalli Sforza in oltre quarant’anni di attività universitaria e nei diversi libri pubblicati (segnalo “Geni, popoli e lingue” Adelphi, 1996, il recentissimo “Razzismo e noismo” in collaborazione con Daniela Padoan.)

Non sempre ciò è accaduto. È accaduto viceversa che la scienza e taluni scienziati, nel corso della storia, abbiano talvolta supportato la politica nello sterminio di minoranze quali gli ebrei, i sinti e i rom, gli indiani d’America, gli Indios dell’America Latina, ecc… dando un avallo pseudo scientifico alla nefasta teoria del razzismo biologico.Tra questi è da annoverarsi il sardo Lino Businco, assistente di patologia Generale presso l’Università di Roma, uno dei dieci scienziati firmatari del Manifesto della Razza, reso pubblico nel luglio del 1938 e da cui derivarono “una serie di norme che portarono gli ebrei italiani alla morte civile e alla privazione di tutti i diritti civili, alla stregua di paria della società italiana.” (*)

Nel manifesto, redatto in forma di decalogo si legge, tra l’altro, che (al punto 6) “Esiste ormai una pura “razza italiana”. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di nazione ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli Italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.”

(Al punto 7) “È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti”…

(Al punto 8) “È necessario fare una netta distinzione fra i Mediterranei d’Europa (Occidentali) da una parte gli Orientali e gli Africani dall’altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.”

Il manifesto è frutto letale dei dieci scienziati firmatari, ma nel punto 8 si ritrova facilmente l’impronta di Businco, che fu anche tra i più attivi redattori della rivista “La difesa della razza”, quindicinale di affiancamento e supporto teorico alla politica razziale del fascismo, il cui primo numero uscì il 5 agosto 1938 e che finì le pubblicazioni nel giugno del 1943. Businco in un articolo dal titolo “A un anno dal manifesto razzista”  (pubblicato nella Rassegna Sociale dell’Africa Italiana, anno II, n.7, luglio 1939) riafferma che “la razza resta sempre nel suo substrato fondamentale ed essenziale, un fatto biologico”. Egli conduce una sua “scientifica” battaglia contro il meticciato, a salvaguardia della purezza della razza ariana italica, il cui prestigio è minacciato dai nativi dell’Africa orientale, la cui razza è chiaramente “inferiore” e destinata a piegarsi alla “superiore” razza occidentale.

In un articolo pubblicato ne “La difesa della razza” nel 1938 (I, 3, 5 settembre 1938-XVI, p.26) dal titolo “Sardegna ariana” Businco spende tutta la sua autorità scientifica a difesa dei sardi, i quali sottoposti “ai più cocenti insulti sotto un’etichetta pseudo scientifica” (si riferiva, forse, alle teorie razziali del positivismo antropologico di Lombroso e del suo discepolo Niceforo…) non meritano di essere “Accomunati alla razza pigmea, ai Boscimani del Kalahari, ai Ba-Binga delle rive del Sangha, ai Ba-Tua del Congo…”, poiché “quegli uomini che avevano dato origine alla luminosa civiltà dei Nuraghi, non potevano appartenere a opachi aggruppamenti razziali africani…” ma “per una mirabile conservazione del sangue attraverso i millenni…i Sardi vanno considerati come un gruppo purissimo di quegli ariani mediterranei che trovano la migliore espressione entro la razza italiana ”. (**)

Emilio Lussu in un articolo del 21 ottobre 1938 apparso su “Giustizia e Libertà” dal titolo “Sardegna, Ebrei e «razza italiana»” commenta con sarcasmo le maldestre teorie razziali di Businco e le voci che davano il Duce in persona deciso a relegare in Sardegna  tutti gli ebrei italiani. Rifacendosi al punto n° 9  del decalogo del Manifesto della razza, laddove si dice “Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto”, Lussu reagisce ironicamente:

“Come sarebbe a dire? E la Sardegna che è? E i sardi che sono? Una volta posta la questione della razza, noi sardi vogliamo andare fino in fondo. Noi non l’avremmo posta per primi, ma tant’è: poiché ci siamo, ci vogliamo stare. È tempo che anche noi sardi ci proclamiamo francamente razzisti. Dei semiti, in Sardegna è rimasto parecchio, e in generale e in particolare. Noi ci teniamo e non molliamo d’un millimetro, dovessimo tutti farci misurare l’indice cefalico da una commissione speciale della Società delle Nazioni. Noi abbiamo il diritto di chiamarci semitici, allo stesso modo con cui gli italiani della Penisola si dichiarano ariani. Che fa il prof. Taramelli, diventato senatore del regno per meriti scientifici e fascisti? Non parla? E che ha egli mai fatto, in quarant’anni, se non rigirarci, noi sardi, da tutte le parti e ritrovarci tutti semitici? E che eravamo noi fino alla seconda guerra punica? L’eroe nazionale sardo della resistenza a Roma, Amsicora, era un sardo-cartaginese, semitico al cento per cento….Così stando le cose, è troppo giusto che gli ebrei italiani vengano a finire in Sardegna: essi sono i nostri più prossimi congiunti. Per conto nostro, noi non sentiamo che pura gioia. Essi saranno accolti da fratelli”…

Tornando alla domanda iniziale. Rispetto alle ultime scoperte forse Emilio Lussu, pur non essendo uno scienziato, avrebbe avuto conferma delle sue idee di fratellanza e libertà dalla parola inglese Admixture, che ricorda quasi alla lettera il sardo “ammesturai”. Lino Businco forse si sarebbe vergognato.

Tonino Sitzia

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(*) Si veda in “Di pura razza italiana. L’Italia «ariana» di fronte alle leggi razziali” di Mario Avagliano e Marco Palmieri, presentato da  Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas il 30 gennaio scorso, nonché i contributi sull’argomento di Gabriele Soro e Sandra Mereu nel sito dell’associazione (www.equilibrielmas.it) e sul blog Sestu Reloaded.

(**) Sui risvolti in campo archeologico dell’articolo di Businco si veda “XENOI, Immagine e parola tra razzismi antichi e moderni” Atti del convegno internazionale di studi pubblicati dall’Università di Cagliari e tenutosi a Cagliari dal 3 al 6 febbraio 2010, in particolare la relazione dell’archeologo Alfonso Stiglitz dal titolo Sardegna ariana.