Pedalata della Liberazione 2015

Anche quest’anno in occasione del 25 aprile, l’amministrazione comunale ha dedicato la pedalata ecologica al ricordo della liberazione dall’occupazione nazifascista, di cui quest’anno ricorreva il settantesimo anniversario. Per rimarcare l’avvenimento, i ciclisti hanno sostato nella piazzetta Andrea Costa dove è apposta una lapide in memoria del partigiano Pietro Meloni, originario di Sestu, medaglia d’oro per la Resistenza. Qui l’assessora Stefania Manunza ha letto un estratto della testimonianza della partigiana Giovanna Hrovatin, “Stanka”, pubblicata in “Io sono l’ultimo. Lettere dei partigiani italiani” curato da S. Faure, A. Liparoto, G. Papi (Einaudi).

“Quel giorno, già vicina al capolinea, a un certo momento alzai gli occhi per attraversare la via Nazionale e vidi Rozalija penzolare da un albero lí appresso, un albero che oggi non c’è più. Ancora oggi ho davanti agli occhi i suoi calzettoni scuri, i piedi infilati in pantofole felpate, una sciarpa al collo, un cappotto o forse una giacca striminzita nascosta da un enorme cartellone appeso al collo, di cui ricordo solo tre parole: «Ich bin Bandit». Era una mattina come molte altre, quella del 7 marzo 1944, non troppo fredda, ma un po’ nebbiosa. Rozalija venne arrestata dai tedeschi sul tram di Opicina, non si saprà mai se per delazione o soltanto per essere caduta in un’imboscata. Il corpo di Rozalija rimase appeso a quell’albero per due giorni, perché tutti potessero vederlo. Anche i piú piccoli, per andare a scuola, dovevano passargli accanto. È stato il parroco, don Zink, a intercedere presso il comando tedesco affinché al povero corpo martoriato venisse data pietosa sepoltura. Fissai solo per un attimo il suo corpo immobile e pensai a mia madre ed ebbi una gran paura. Scappai con il pensiero, perché le mie gambe erano diventate pesanti, ingombranti, come se non appartenessero al mio corpo, non fossero mie. Non so come arrivai a scuola e che cosa feci quel giorno. Una sola domanda mi perseguitava: perché, perché… e una risposta ben chiara: continuare la lotta contro l’invasore, contro l’oppressore, contro il nemico dei diritti umani. Resistere. Giovanna Hrovatin, nome di battaglia “Stanka”

Alla fine, i numerosi partecipanti alla pedalata hanno intonato “Bella Ciao”, inno della Resistenza e simbolo sempre attuale dei più sinceri valori di libertà dei popoli, contro l’oppressione e la barbarie.

Pedalata della Resistenza 2014, in memoria di Pietro Meloni.

Pedalata ecologicaPer la festività civile del 25 aprile, l’Amministrazione comunale ha organizzato una pedalata ecologica. L’iniziativa, come è noto, si inserisce nel programma “Vivere Sestu”, finalizzato a promuovere stili di vita rispettosi dell’ambiente all’insegna della scoperta del territorio e dei luoghi della memoria. Per sottolineare il significato e l’importanza del giorno in cui si ricorda la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, è prevista una sosta presso la lapide apposta in piazzetta Andrea Costa dedicata a Pietro Meloni, medaglia d’oro al valore per la Resistenza.

L’Associazione “Sebastiano Satta” di Verona nel 2002, nell’ambito di una manifestazione per “Sa die de sa Sardigna“, ha ricordato Pietro Meloni, affidando la ricostruzione della sua vicenda umana e politica alla testimonianza di Olga Santoro Solinas, una partigiana che lo aveva conosciuto personalmente. Il suo racconto è riportato in un articolo apparso nel numero di giugno dello stesso anno della rivista Il Messaggero Sardo (vedi il pdf dell’articolo). Informazioni su Pietro Meloni si possono inoltre leggere nella pubblicazione curata da Tonino Mulas, Antifascisti e partigiani sardi (pg. 26). Da questi documenti emerge la figura di un uomo coraggioso e di grandi ideali.

Pietro Meloni nasce a Sestu nel 1899 da una povera famiglia di contadini. E’, per questo motivo, costretto a emigrare giovanissimo nel nord Italia per trovare un lavoro. Successivamente si trasferisce in Francia dove svolge anche una intensa attività politica da antifascista comunista. Qui conosce la veronese Rosa Tosoni che diventerà sua moglie. Rientrato in Italia, dopo l’8 settembre 1943 prende parte alla guerra partigiana come comandante delle formazioni che agivano nella pianura veronese, con nome di copertura “Misero”. Traditi da una spia nazista, loro conoscente, i coniugi Meloni furono arrestati, e a lungo interrogati e torturati, quindi separati per sempre quando Pietro fu trasferito nel campo di concentramento di Mathausen-Gusen. Qui, si legge nella scheda curata da Tonino Mulas, morì nel 1945 “dopo aver organizzato i reclusi in quella che è stata chiamata la resistenza del filo spinato“. Nel decennale della Resistenza il comune di Verona ne ha riconosciuto il valore di combattente al servizio degli ideali della Libertà contro l’oppressione nazifascista, conferendogli la medaglia d’oro.

Per molto tempo la storia dei deportati nei campi di concentramento è rimasta in una zona d’ombra. Complice “il desiderio collettivo di voltare pagina, il rifiuto di editori, storici, mass media di ascoltare e di far conoscere quanto era accaduto”. Era intenzione dell’associazione “Sebastiano Satta” di Verona – si legge nel’articolo del Messaggero sardo – raccogliere ulteriori testimonianze, ricordi e cimeli per ricostruire la vera e coerente storia di questa “straordinaria coppia di eroi”. Sarebbe giusto che anche Sestu, che a Pietro Meloni ha dato i natali, si attivasse in questo senso e ne recuperasse la memoria.

Sandra Mereu

Eugenio Curiel, un antifascista dimenticato

Eugenio Curiel_Gianni FresuIn una recentissima pubblicazione Gianni Fresu, storico dell’Università di Cagliari, ha ricostruito la figura di Eugenio Curiel, un intellettuale antifascista di origine ebraica, che nonostante il suo impegno nella Resistenza (e forse proprio per questo) è stato ingiustamente dimenticato. Il volume edito da Odradek è preceduto dalla prefazione di Carlo Smuraglia e corredato da diverse immagini d’archivio. Nei tre capitoli che lo compongono l’autore chiarisce trama, specificità e snodi problematici ancora irrisolti nella biografia umana e intellettuale di Curiel, in rapporto agli avvenimenti italiani e internazionali sviluppatisi attorno alla dialettica tra fascismo e antifascismo. Il libro è completato da un’appendice con i contributi di due protagonisti della storia del PCI, che in diverso modo intersecarono la figura di Eugenio Curiel: Gianni Cervetti e Aldo Tortorella. Di seguito vi proponiamo due interviste, curate dal giornalista di Radio Radicale Lanfranco Palazzolo, in cui Gianni Fresu traccia il profilo di Eugenio Curiel e spiega quali furono i suoi rapporti con il regime fascista e attraverso quali percorsi e modalità militò poi tra le fila del partito comunista. (S.M.)

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Prof. Fresu, la figura di Eugenio Curiel, segretario del Fronte della gioventù comunista e direttore de “l’Unità” clandestina è stata colpevolmente dimenticata. Perchè ha deciso di scrivere questo libro sulla figura di questo giovane ebreo impegnato nel Pci?

“Ho deciso di affrontare questo tema perché c’è stato un doloso oblio nei confronti di questo intellettuale. Ci sono molti aspetti da sottolineare sulla figura di Curiel. La sua formazione è piuttosto eterodossa rispetto ai canoni tradizionali del marxismo. Nella sua formazione, Curiel è rimasto attratto dall’antroposofia steineriana e poi c’è il fatto che lui arriva attraverso un processo di progressiva coscienza di cosa era il fascismo. Oltre a questo, lui unisce insieme due interessi culturali prevalenti: quello scientifico, che gli derivava dal padre: Curiel si laurea ad appena 21 anni in fisica nucleare e arriva immediatamente ad avere prospettive di inserimento accademico nelle università. Inoltre, il suo interesse per la filosofia lo porta ad interessarsi all’idealismo per poi passare al materialismo storico”.

Perché questa figura è così importante?

“La sua importanza deriva dal fatto che ci troviamo di fronte ad una delle personalità più rappresentative della generazione degli ‘anni difficili’ e degli ‘anni di mezzo’ del regime fascista. Si tratta di quei giovani cresciuti durante il fascismo, allevati pane e fascismo, che costituirono invece, a sorpresa, l’anello debole del regime. Il fascismo pensava di costruire ‘l’Uomo nuovo’ e la grandezza della nazione attraverso la generazione di cui faceva parte Curiel. Ma quello fu un calcolo sbagliato. Si tratta di una generazione che si rivolta all’interno del fascismo. All’interno dei littoriali della cultura si forma una schiera di giovani di grande spessore come Ingrao e Trombadori. Negli anni ’30 l’antifascismo è sconfitto”, ma questi giovani rappresentano una nuova generazione che si staccherà progressivamente dal fascismo ed entrerà nella Resistenza. Curiel è a capo di questa tendenza”.

Il suo avvicinamento al comunismo è precedente alle leggi razziali e perché questi giovani entrano nelle organizzazioni fasciste?

“In quegli anni si arrivò alla conclusione che l’approccio settario all’antifascismo, basato sull’idea di cospirazione, aveva prodotto solo risultati negativi. Le organizzazioni antifasciste non avevano legami con la realtà italiana. Il Pci era l’unico ad avere qualche legame con questa realtà. Ma molti antifascisti entrano nei GUF e nelle organizzazioni sindacali fascisti. E questa era la chiave di volta di questa nuova strategia”.

(Fonte: sito di Lanfranco Palazzolo)

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Intervista radiofonica a Gianni Fresu  (Radio Radicale, 8 ottobre 2013)

“Dove finisce Roma”…la staffetta della coscienza del mondo continua

Nel libro Dopo l’ultimo testimone (Einaudi 2009) di David Bidussa viene riportato un commento di Furio Colombo su Schindler’s List “Steven Spielberg, uomo giovane nato molto tempo dopo la guerra, viene avanti e dice: datemi il pacco dei documenti, tocca a me portarlo un po’ più avanti. L’operazione, come sempre è avvenuto nella storia della cultura, è questa: io mi impossesso di tutto quello che sappiamo di questa storia, e la racconto come so raccontarla io, con l’impronta, lo stile, i modi del mio tempo. Ma la staffetta della coscienza del mondo continua.”

E poco importa che Colombo (che ha vissuto quegli anni) trovi improbabile che, in tempi terribili come quelli, una bambina conservi i suoi occhiali a cerchietto per tutta la durata del film, e Giulio Angioni rilevi quanto sia ininfluente che la Soriga, nel suo libro Dove finisce Roma, usi la parola borsa e non sporta. Ciò che conta, ed è qui il valore del libro, è che “la staffetta della coscienza del mondo continua”, perché si è creato un legame generazionale tra l’allora e l’oggi. Una giovane scrittrice si è occupata di Resistenza e di guerra, in tempi di appiattimento sul presente e di memoria breve. Non a caso nell’esergo ad inizio del libro Paola Soriga cita un frammento della poesia Un’altra guerra di Wislawa Szymborska “Chi sapeva di che si trattava/deve far posto a quelli/che ne sanno poco./ E infine assolutamente nulla”.

La Soriga racconta di quel tempo ormai lontano dal suo, con la sua impronta di donna di oggi, con la sua formazione e con il suo stile. Si nota la sua imponta di donna d’oggi nel suo tratteggiare la figura del personaggio principale: Ida, che nel 1938, appena dodicenne, viene mandata a Roma per aiutare la sorella maggiore Agnese e suo marito Francesco, fresco vincitore di un concorso al ministero. Nei giorni terribili della “Roma città aperta”, tra il 30 maggio e il 2 giugno del 1944, ormai diciottenne, nella grotta di pozzolana dove si è rifugiata per sfuggire ai fascisti e ai tedeschi “canta a voce bassa”: è Ida, ma è anche Paola o qualsiasi ragazza che si affaccia al mondo, e cantano per esorcizzare la paura della violenza, sempre presente allora come oggi.

E’ un romanzo di donne, e di sentimenti: Rita, l’amica prediletta, Micol, la partigiana Lucia, che Ida aveva visto accompagnarsi a Giame (Pintor) nei pressi del caffè Giolitti, i gesti, i sapori, i giochi di una Sardegna ancora viva nei ricordi; è un romanzo d’amore, quello di Ida per Antonio; è un romanzo di formazione perché Ida fa la staffetta partigiana quando “le sembrava non ci fosse altro da fare”, per una sorta di antifascismo preideologico, più che altro “civile”, imparato sulla strada, nella borgata di Centocelle, quella dove la cavalleria romana portava i suoi cavalli al ricovero (da qui il nome) nelle celle di tufo e ora rifugio dei GAP romani.

Questa sensibilità moderna non rende il libro “campato in aria”. Il verosimile ha bisogno del vero storico, e la Soriga riconosce le sue fonti, storiche, che le hanno consentito di ricostruire il contesto, e letterarie. Per le prime si è servita del libro Città di parole. Storia orale di una periferia romana di A. Portelli, B. Bonomo, A. Sotgia, U. Viccaro (pubblicato da Donzelli nel 2007). Quelle letterarie sono palesi nei nomi: Ida, è lo stesso della protagonista de La Storia di Elsa Morante; Agnese ricorda L’Agnese va a morire di Renata Viganò; Micol, l’amica ebrea dai capelli d’oro, con la sua casa di ricchi “piena di libri” ricorda una delle protagoniste de Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani; don Pietro, il prete, anche lui antifascista sui generis, potrebbe avere la faccia di Aldo Fabrizi, protagonista di Roma città aperta di Rossellini.

Lo stile, per scelta dell’autrice, è quello dell’oralità, tecnicamente è l’anacoluto: si passa (non senza qualche difficoltà iniziale per il lettore) dalla prima alla terza persona, saltano i nessi sintattici, a rendere fluide le concatenazioni tra le idee, con un intercalare di romanesco e sardo, a volte di abruzzese o di avellinese, o emiliano. Manierismo? Forse, ma era quella la lingua in una realtà di emigrazione nella Roma delle borgate di allora, così come è, oggi, quella dei nostri giovani, e quella contaminata delle nostre periferie urbane ad alta presenza di extracomunitari.

Tonino Sitzia

EquiLibri, Circolo dei lettori di Elmas

Volevamo un’Italia migliore

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

(Salvatore Quasimodo)

Di  fronte alla barbarie e alla violenza della guerra, le cetre dei poeti oscillano lievi e tristi, mute e impotenti. Non è tempo di poesia quello che i condannati a morte della Resistenza raccontano ai loro cari, attraverso le proprie lettere, in quei seicento giorni che vanno dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile del ’45. É tempo invece di azione, come scrisse Franco Antonicelli nella prefazione alle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza Italiana,  8 settembre 1943-25 aprile 1945” a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi (ultima ristampa con introduzione di Gustavo Zagrebelsky, 2005)  “sono azioni che ne aprono altre, che si trasferiscono dai morenti ai superstiti, con la loro eccezionale elevatezza morale, con il loro complesso significato politico e storico, col peso stesso, grave, delle sofferenze umane.”  Quelle lettere sono scritte da persone di diversa età, uomini e donne di diverso orientamento politico, lavoratori, studenti, operai, intellettuali, casalinghe, chiamati ad una scelta in un momento tra i più drammatici della storia d’Italia. Sono lettere rivolte a genitori, fratelli, sorelle, fidanzate, amici, scritte  da chi sapeva della propria condanna a morte. Una volta che esse da private sono diventate pubbliche, hanno acquisito la forza della testimonianza, e dunque sono rivolte a noi, facendoci superare il ritegno e il pudore che ci ponevano domande quali “perché  entrare nei loro affetti? Con quale  diritto si rendono pubblici i loro sentimenti?” Le lettere, pur nei diversi accenti, e oltre la commozione, ci parlano di libertà, giustizia, uguaglianza, democrazia, fratellanza, amore, beni insopprimibili per i quali si può rischiare tutto, anche la vita; da esse trapela un ansia per un’Italia migliore, che si manifesta sia in quelli che erano animati da forte tempra morale e ideologica, sia in quelli meno preparati politicamente. I valori a cui si richiamano sono alla base della Repubblica e della Costituzione, e, opportunamente richiamati, sono più che mai attuali in un Italia dalla fragile memoria e in stato di profonda crisi morale.

(Da Frammenti dalle lettere di condannati a morte della Resistenza a cura di Tonino Sitzia di EquiLibri )