Eugenio Curiel, un antifascista dimenticato

Eugenio Curiel_Gianni FresuIn una recentissima pubblicazione Gianni Fresu, storico dell’Università di Cagliari, ha ricostruito la figura di Eugenio Curiel, un intellettuale antifascista di origine ebraica, che nonostante il suo impegno nella Resistenza (e forse proprio per questo) è stato ingiustamente dimenticato. Il volume edito da Odradek è preceduto dalla prefazione di Carlo Smuraglia e corredato da diverse immagini d’archivio. Nei tre capitoli che lo compongono l’autore chiarisce trama, specificità e snodi problematici ancora irrisolti nella biografia umana e intellettuale di Curiel, in rapporto agli avvenimenti italiani e internazionali sviluppatisi attorno alla dialettica tra fascismo e antifascismo. Il libro è completato da un’appendice con i contributi di due protagonisti della storia del PCI, che in diverso modo intersecarono la figura di Eugenio Curiel: Gianni Cervetti e Aldo Tortorella. Di seguito vi proponiamo due interviste, curate dal giornalista di Radio Radicale Lanfranco Palazzolo, in cui Gianni Fresu traccia il profilo di Eugenio Curiel e spiega quali furono i suoi rapporti con il regime fascista e attraverso quali percorsi e modalità militò poi tra le fila del partito comunista. (S.M.)

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Prof. Fresu, la figura di Eugenio Curiel, segretario del Fronte della gioventù comunista e direttore de “l’Unità” clandestina è stata colpevolmente dimenticata. Perchè ha deciso di scrivere questo libro sulla figura di questo giovane ebreo impegnato nel Pci?

“Ho deciso di affrontare questo tema perché c’è stato un doloso oblio nei confronti di questo intellettuale. Ci sono molti aspetti da sottolineare sulla figura di Curiel. La sua formazione è piuttosto eterodossa rispetto ai canoni tradizionali del marxismo. Nella sua formazione, Curiel è rimasto attratto dall’antroposofia steineriana e poi c’è il fatto che lui arriva attraverso un processo di progressiva coscienza di cosa era il fascismo. Oltre a questo, lui unisce insieme due interessi culturali prevalenti: quello scientifico, che gli derivava dal padre: Curiel si laurea ad appena 21 anni in fisica nucleare e arriva immediatamente ad avere prospettive di inserimento accademico nelle università. Inoltre, il suo interesse per la filosofia lo porta ad interessarsi all’idealismo per poi passare al materialismo storico”.

Perché questa figura è così importante?

“La sua importanza deriva dal fatto che ci troviamo di fronte ad una delle personalità più rappresentative della generazione degli ‘anni difficili’ e degli ‘anni di mezzo’ del regime fascista. Si tratta di quei giovani cresciuti durante il fascismo, allevati pane e fascismo, che costituirono invece, a sorpresa, l’anello debole del regime. Il fascismo pensava di costruire ‘l’Uomo nuovo’ e la grandezza della nazione attraverso la generazione di cui faceva parte Curiel. Ma quello fu un calcolo sbagliato. Si tratta di una generazione che si rivolta all’interno del fascismo. All’interno dei littoriali della cultura si forma una schiera di giovani di grande spessore come Ingrao e Trombadori. Negli anni ’30 l’antifascismo è sconfitto”, ma questi giovani rappresentano una nuova generazione che si staccherà progressivamente dal fascismo ed entrerà nella Resistenza. Curiel è a capo di questa tendenza”.

Il suo avvicinamento al comunismo è precedente alle leggi razziali e perché questi giovani entrano nelle organizzazioni fasciste?

“In quegli anni si arrivò alla conclusione che l’approccio settario all’antifascismo, basato sull’idea di cospirazione, aveva prodotto solo risultati negativi. Le organizzazioni antifasciste non avevano legami con la realtà italiana. Il Pci era l’unico ad avere qualche legame con questa realtà. Ma molti antifascisti entrano nei GUF e nelle organizzazioni sindacali fascisti. E questa era la chiave di volta di questa nuova strategia”.

(Fonte: sito di Lanfranco Palazzolo)

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Intervista radiofonica a Gianni Fresu  (Radio Radicale, 8 ottobre 2013)

“Dove finisce Roma”…la staffetta della coscienza del mondo continua

Nel libro Dopo l’ultimo testimone (Einaudi 2009) di David Bidussa viene riportato un commento di Furio Colombo su Schindler’s List “Steven Spielberg, uomo giovane nato molto tempo dopo la guerra, viene avanti e dice: datemi il pacco dei documenti, tocca a me portarlo un po’ più avanti. L’operazione, come sempre è avvenuto nella storia della cultura, è questa: io mi impossesso di tutto quello che sappiamo di questa storia, e la racconto come so raccontarla io, con l’impronta, lo stile, i modi del mio tempo. Ma la staffetta della coscienza del mondo continua.”

E poco importa che Colombo (che ha vissuto quegli anni) trovi improbabile che, in tempi terribili come quelli, una bambina conservi i suoi occhiali a cerchietto per tutta la durata del film, e Giulio Angioni rilevi quanto sia ininfluente che la Soriga, nel suo libro Dove finisce Roma, usi la parola borsa e non sporta. Ciò che conta, ed è qui il valore del libro, è che “la staffetta della coscienza del mondo continua”, perché si è creato un legame generazionale tra l’allora e l’oggi. Una giovane scrittrice si è occupata di Resistenza e di guerra, in tempi di appiattimento sul presente e di memoria breve. Non a caso nell’esergo ad inizio del libro Paola Soriga cita un frammento della poesia Un’altra guerra di Wislawa Szymborska “Chi sapeva di che si trattava/deve far posto a quelli/che ne sanno poco./ E infine assolutamente nulla”.

La Soriga racconta di quel tempo ormai lontano dal suo, con la sua impronta di donna di oggi, con la sua formazione e con il suo stile. Si nota la sua imponta di donna d’oggi nel suo tratteggiare la figura del personaggio principale: Ida, che nel 1938, appena dodicenne, viene mandata a Roma per aiutare la sorella maggiore Agnese e suo marito Francesco, fresco vincitore di un concorso al ministero. Nei giorni terribili della “Roma città aperta”, tra il 30 maggio e il 2 giugno del 1944, ormai diciottenne, nella grotta di pozzolana dove si è rifugiata per sfuggire ai fascisti e ai tedeschi “canta a voce bassa”: è Ida, ma è anche Paola o qualsiasi ragazza che si affaccia al mondo, e cantano per esorcizzare la paura della violenza, sempre presente allora come oggi.

E’ un romanzo di donne, e di sentimenti: Rita, l’amica prediletta, Micol, la partigiana Lucia, che Ida aveva visto accompagnarsi a Giame (Pintor) nei pressi del caffè Giolitti, i gesti, i sapori, i giochi di una Sardegna ancora viva nei ricordi; è un romanzo d’amore, quello di Ida per Antonio; è un romanzo di formazione perché Ida fa la staffetta partigiana quando “le sembrava non ci fosse altro da fare”, per una sorta di antifascismo preideologico, più che altro “civile”, imparato sulla strada, nella borgata di Centocelle, quella dove la cavalleria romana portava i suoi cavalli al ricovero (da qui il nome) nelle celle di tufo e ora rifugio dei GAP romani.

Questa sensibilità moderna non rende il libro “campato in aria”. Il verosimile ha bisogno del vero storico, e la Soriga riconosce le sue fonti, storiche, che le hanno consentito di ricostruire il contesto, e letterarie. Per le prime si è servita del libro Città di parole. Storia orale di una periferia romana di A. Portelli, B. Bonomo, A. Sotgia, U. Viccaro (pubblicato da Donzelli nel 2007). Quelle letterarie sono palesi nei nomi: Ida, è lo stesso della protagonista de La Storia di Elsa Morante; Agnese ricorda L’Agnese va a morire di Renata Viganò; Micol, l’amica ebrea dai capelli d’oro, con la sua casa di ricchi “piena di libri” ricorda una delle protagoniste de Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani; don Pietro, il prete, anche lui antifascista sui generis, potrebbe avere la faccia di Aldo Fabrizi, protagonista di Roma città aperta di Rossellini.

Lo stile, per scelta dell’autrice, è quello dell’oralità, tecnicamente è l’anacoluto: si passa (non senza qualche difficoltà iniziale per il lettore) dalla prima alla terza persona, saltano i nessi sintattici, a rendere fluide le concatenazioni tra le idee, con un intercalare di romanesco e sardo, a volte di abruzzese o di avellinese, o emiliano. Manierismo? Forse, ma era quella la lingua in una realtà di emigrazione nella Roma delle borgate di allora, così come è, oggi, quella dei nostri giovani, e quella contaminata delle nostre periferie urbane ad alta presenza di extracomunitari.

Tonino Sitzia

EquiLibri, Circolo dei lettori di Elmas