Divagazioni intorno alla Chiesa del SS. Salvatore di Sestu (I parte)

Quando da bambino venivo a Sestu a trovare i parenti e soprattutto il nonno Antonio, la cui casa in Via Nuova era molto prossima alla Chiesa del SS. Salvatore, provavo grande attrazione per quel monumento. Dai miei ricordi d’infanzia legati a quella chiesa, affiorano soprattutto quelli legati all’altare ligneo, su cui troneggiava la statua del SS. Salvatore. La sua semplicità la rendeva bellissima agli occhi di un bambino e proprio per questo catturava la mia attenzione sopra ogni altro oggetto. (P. M.)

chiesa-ss-salvatore_sestuQualche tempo fa mi sono ritrovato a sostare nella Piazza del SS. Salvatore con un gruppo di persone che abitano o che hanno abitato nel rione conosciuto come “part’ e susu”, cioè la parte del paese situata a nord del Rio Matzeu dove è appunto ubicata la Chiesa del SS. Salvatore.  Ho così approfittato dell’occasione per manifestare il mio dispiacere per il fatto che nella chiesa non fosse più presente l’altare ligneo di cui conservavo un vivido ricordo d’infanzia, insieme al mio disappunto per la sua rimozione senza un plausibile motivo e per il fatto che non fosse noto il luogo della eventuale attuale conservazione.

Mentre mi intrattenevo a discorrere con queste persone, si è avvicinata, per salutarmi, una vecchia amica, anch’ella risiedente nel rione.  La metto a parte delle nostre discussioni e a lei chiedo esplicitamente se per caso fosse al corrente del destino dell’altare ligneo, un tempo conservato nella chiesa. Al che l’amica, seguendo il filo dei suoi personali ricordi, mi dice: “Mi sono sposata in questa chiesa e allora l’altare c’era ancora.  Ho anche un fotografia, scattata proprio davanti all’altare. Se me ne dai il tempo, vado a casa e te la porto”. Detto, fatto. L’ho già fatto personalmente, ma colgo l’occasione per ringraziare anche pubblicamente questa gentile amica, che non ha esitato a soddisfare la mia curiosità mettendomi a disposizione una preziosa testimonianza del passato della chiesa, anche se legata a un momento strettamente personale della sua vita. chiesa-del-ss-salvatore_altare-ligneoDi quell’altare rimane il pannello della parte inferiore che si può ammirare ancora appeso alla parete immediatamente dopo all’ingresso laterale dalla Piazza. Basta osservarlo per intuire quanto fosse bello nel suo complesso il vecchio altare.

Sulla vicenda della rimozione del vecchio altare e della sua eventuale successiva sistemazione, la conversazione con gli amici del rione non ha offerto significativi elementi di conoscenza. Diverse e contraddittorie le versioni al riguardo. Da par mio consideravo che la rimozione dell’altare fosse dipesa dai necessari adeguamenti seguiti alla riforma liturgica prescritta dal Concilio Vaticano II. Come è noto, le trasformazioni più rilevanti hanno riguardato proprio la costruzione di un nuovo altare al fine di permettere al sacerdote, nello spirito della riforma, di celebrare la messa mostrando la faccia ai fedeli.  Ciò ha comportato lo spostamento della sede dell’altare dalla parte destra del presbiterio al centro di esso.

In alcune chiese si è scelto di non demolire l’altare originario e per consentire la celebrazione con la faccia del presidente rivolta verso il popolo, accanto ad esso è stata sistemata una nuova mensa eucaristica, in posizione centrale. Non sempre però i presbitéri presentavano spazi sufficienti per eseguire i prescritti adeguamenti liturgici senza che ne soffrisse la dislocazione dei vari mobili e immobili che obbligatoriamente devono essere presenti in quell’ambiente. Questo fatto mi portava a concludere che proprio le ridotte dimensioni del presbiterio della Chiesa del SS. salvatore potessero aver portato alla rimozione del preesistente altare ligneo. Una grave perdita, a mio parere, ma come sentenzia un antico detto sardo: “cosa fatta est prus forti  de su ferru”.

A questo proposito Franco Secci, nel suo libro “SESTU tra storia, cronaca e immagini”, riferisce che “l’intonaco della volta e l’altare ligneo settecentesco, di nessun  pregio, sono stati rimossi nel 1988, quando si è provveduto al restauro della chiesa”. Notizia interessante ma tutt’altro che convincente ed esaustiva delle mie curiosità. E’ ipotizzabile che il restauro sia stato eseguito sulla base di un progetto della competente Soprintendenza, o da tecnici e operai di provata capacità e di fiducia di quell’Ufficio. Come è stato possibile – mi domando allora – che un altare in legno del Settecento possa essere stato rimosso perché “privo di valore artistico” o meglio perché considerato “di nessun pregio”? Non sono un tecnico dei beni culturali ma  mi permetto di esprimere forti perplessità su simili valutazioni da parte di professionisti del settore della Tutela. E comunque, quand’anche quell’altare fosse stato privo di valori artistici, resta il fatto che si trattava di un manufatto del Settecento e che pertanto possedeva almeno un valore di testimonianza storica.

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Particolare del pannello inferiore che faceva parte dell’altare ligneo del SS. Salvatore

Né gli amici della piazza, né il libro di Franco Secci erano dunque riusciti a chiarire i miei dubbi. Continuavo a domandarmi: quando è stata realizzata la rimozione dell’altare in legno? Chi ha disposto i lavori per la sua esecuzione? E ancora: la rimozione degli ingombri e la ristrutturazione dello spazio ottenuto sono stati eseguiti sulla base di apposito progetto, presentato al giudizio delle competenti Autorità e regolarmente approvato dalle medesime? E soprattutto: dove è stato conservato l’altare rimosso?

Per cercare di trovare le risposte ai miei interrogativi ho allora deciso di portare avanti alcune ricerche iniziate diversi anni fa, quando ho scelto di tornare a vivere nel mio paese natale. Allora, sulla scorta dei ricordi infantili, il bisogno di approfondire la conoscenza della storia del mio paese era emerso con prepotenza. Ho così ripreso a frequentare archivi e biblioteche. La ricerca sulla Chiesa del SS. Salvatore di Sestu è stata lunga e impegnativa ma devo dire che alla fine ha dato i suoi frutti. I documenti raccolti  mi hanno permesso di allargare oltre ogni aspettativa le mie conoscenze sull’argomento. Non vorrei però annoiare troppo i lettori con le mie divagazioni. Per cui, per ora, mi fermo qui.

Pinotto Mura

Un tempo c’era una corte chiusa

vino-uvaUn tempo c’era una corte chiusa da una lista di stanze a sinistra e di fronte un porticato che proteggeva le stanze buone, a destra un muro con la legna e le fascine per il fuoco e uno stanzino buio di paura dove non entravo perché avevo paura. Un tempo c’era la casa di mia nonna e tutto il resto non conta. Tutto il resto è vita adulta, ragionata, pensata ed organizzata. Prima era il sogno. Il sogno era la corte al centro della casa. la vita era al centro della corte e sotto il barrali che distillava grigniola, fatto di acini oblunghi dolci e polposi, che avevano lo scopo di filtrare il sole, catturarlo e mitigarlo, per poi restituircelo fresco e odoroso.

In quel cubo di vita c’eravamo noi, tutte, e tutti i pomeriggi eravamo chiamate alla riunione. C’era gioco di bambine grandi che disprezzavano il gioco delle bambine piccole, c’era la preghiera delle bambine piccole ad entrare nel gioco delle grandi ed il gridato rifiuto, gridato era anche il rimprovero, sdegnoso il rifiuto, rassegnata l’accettazione che sempre ne conseguiva.

Una volta c’erano tutte e due le mie nonne, una dal nord l’altra dal sud e tutte si sforzavano di parlare l’italiano della buona educazione, quello che si deve agli stranieri, che sono quelli che parlano altre lingue e possono fraintendere i suoni bruschi del sardo e fraintendere inviti per insulti. La nonna del nord aveva comunque vissuto diversi anni nell’isola, ma aveva imparato pochissime parole. Non riusciva a pronunciare i nomi delle famiglie, non ne veniva a capo di quelle consonanti incastrate, di quei suoni scivolati. Il mio nome non è difficile dice una delle zie ‘cemûd al è?’ chiede la nonna dal nord, nella sua lingua, che fa chick, perché somiglia al francese.

‘Vacca’ risponde la zia. ‘La vache! Que s’est brut!’ esclama quell’altra lasciando la zia in silenzio e tutte nell’imbarazzo.

‘Leggiu est leggiu’ chiosa mia nonna dal sud. Bello non era di sicuro. Ma del bello e del brutto nessuno si cura e la conversazione riprende sotto il sole carico di grigniola.

Carla Cristofoli

Mia figlia andrà alle medie!!

Pubblichiamo molto volentieri la riflessione di Marina sul ruolo che le insegnanti della scuola pubblica di Sestu hanno nella formazione e nello sviluppo affettivo e psicologico dei nostri figli. Il passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie è spesso un momento in cui questo genere di riflessioni si impone e quasi sempre a muoverlo è un senso di profonda gratitudine.

GaiaPoco tempo fa, “perdendo tempo” come qualche volta mi capita su facebook, mi sono imbattuta nella lettera che Abramo Lincoln scrisse al maestro di suo figlio. Inevitabile è stata la riflessione sul ruolo della scuola e dei maestri e di quanto questi abbiano inciso sulla vita dei miei bambini (su di me i danni son fatti, dunque inutile perdere tempo a rifletterci!!). I miei bambini sono stati scolarizzati dall’età di 6 mesi. Una scelta obbligata, ma forse (anche se non lo ricorderanno!), quella dell’asilo nido, è stata l’esperienza più bella della loro vita. Esperienze di colori, sapori, amicizie, coccole. Bella esperienza anche per noi genitori che, guidati dalle maestre e da una pedagogista, ci siamo evitati mille errori. Poi per Gaia, dopo un’altra esperienza straordinaria alla scuola materna (con Lisa e Dolores), l’arrivo alle elementari. Faticosissimo, inizialmente, il tempo pieno: molto mattiniera, ma già nel primo pomeriggio non capiva più nulla. Mille cose da imparare, tanti compagni nuovi da conoscere. In questi 5 anni Gaia ha viaggiato guidata da Erica e Laura. Assieme ai suoi splendidi compagni ha attraversato lo spazio e il tempo. Ha conosciuto eroi, imperatori e ribelli, percorso oceani e fiumi, scalato montagne e solcato mari. Ha imparato a contare e a giocare con le figure (calcolo della superfici laterali? ma che diavolo era?). Ha scoperto le meraviglie del corpo umano e la magia della scienza. Ma questo viaggio è stato molto più di tutto questo. Sorprendente per lei è stato scoprire se stessa e le sue capacità, realizzare che tutto si affronta e che poi si esce più forti di prima. Perché, anche quando le doppie e le acca sembrano un’incubo, quando i conti non tornano o le parole non escono come dovrebbero, nessuno ha mai dubitato di lei e del suo valore. Mai, da parte delle sue guide, ha sentito una parola fuori luogo che potesse crearle un disagio. Sempre le sono state d’aiuto. Presenti nelle difficoltà con incoraggiamenti continui, ogni giorno, in tutti questi 5 anni. Ma queste due infaticabili guide non si sono fermate qui. Col gioco delle regole e della convivenza hanno fatto scoprire a tutti i compagni di viaggio che pur essendo diversi (alcuni timidi, altri vivaci, dalla battuta facile…) erano allo stesso modo unici e importanti. Grazie a loro i nostri bambini hanno capito quanto sia bello far parte di un gruppo.

Se non avessi avuto, qualche anno dopo, un’esperienza negativa col mio secondogenito, forse non mi sarei mai soffermata a riflettere su quanto prezioso e importante sia stato invece il percorso fatto da Gaia. Ma l’ho avuta, questa esperienza, per cui, maestre Erica e Laura, non posso che dirvi: grazie di cuore!

Marina Pisu

26 dicembre

SentieroLa famiglia è una schiavitù. Questo lo sanno tutti, se non si sa, lo si impara a Natale, il 24 cenone e il 25 a pranzo di nuovo. Il 26 è di norma dedicato al riposo digestivo, agli amici, che a modo loro sono un’altra forma di famiglia e un’altra forma di schiavitù non meno faticosa, a tratti dolorosa. Quest’anno 2011, il 26 è diventato, d’incanto, un altro giorno di famiglia: dei cugini hanno organizzato un grande pranzo con tutti i cugini e gli zii e le zie, rispettivi mogli e mariti e figli: 40 adulti e una manciata di bambini. I numeri fanno sempre un certo effetto e rendono bene la misura dell’evento. Siamo ormai alla terza generazione e non è facile, né per i primi né per gli ultimi, senza dire di certe mogli e certi mariti che non sono vacinati alle battute grossolane dello zio burlone, in particolare i mariti e le mogli che non avendo l’ambigua fortuna d’essere sardi non hanno nessuna confidenza con le grandi famiglie di questo sud sui generis che è la Sardegna. Mio marito, ad esempio, parla poco, pochissimo italiano e ci guarda con sorpresa e la curiosità che di solito si riserva ai vecchi film di Fellini.

Strani amarcord i nostri che a lui risultano del tutto estranei, ma per lui è tutto nuovo e in qualche modo divertente e gentilmente e scherzosamente si è sottoposto al test mirto e filu‘e ferru dello zio burlone. Li ho visti io, e giuro che è vero, mio marito, che non parla italiano, e mio zio, che usa un misto di italiano sardo, in felice conversazione. Che dire di Laura, moglie di mio cugino Marco, romagnola. Cosa ci può essere a questo mondo di più diverso di un sardo da un romagnolo? E sebbene romagnola, l’ho vista io, vacillare all’urto delle battute gonfiate dal vino. Di amarcord si trattava infatti, questo nostro convivio. Dopo tanti anni, ormai adulti, io e i miei cugini siamo profondamente diversi, diversi sono stati i nostri destini e i nostri percorsi, siamo oggi lontani non solo geograficamente ma anche umanamente e questa è cosa buona e giusta. Guardo questo mio mondo a cannocchiale rovesciato.

Eravamo 17, tanti e sempre insieme, le nostre madri si sono sempre riunite in quella che era la casa campidanese di mia nonna, in cucina d’inverno, in Sa Lolla d’estate. Noi eravamo per strada, nessun’auto passava allora, nessun pericolo distraeva i nostri giochi di strada, inventati sul momento, lì per strada. Il più anziano ha oggi 50 anni il più giovane 26 e siamo arrivati a scaglioni, come chiamate al militare, creando piccoli gruppi di età solidale, così che nessuno fosse mai solo, piccole comunità di riferimento e gli amici del vicinato o i compagni di scuola erano un accessorio non sempre necessario, perché noi cugini bastavamo a noi stessi. Tra le femmine io sono la più anziana, il mio gruppo solidale era maschile: due nati nello stesso anno e altri due neanche due anni prima. Mi appare strano oggi incontrare una cugina che ha pochi anni meno di me, che è madre e moglie da vent’anni, vederla adulta e coetanea mi fa uno strano effetto, lei che è stata sempre la cugina piccola, quella bionda con gli occhi chiari, che mi faceva dire: perché lei si e io no. Capricci della genetica.

Andavo in bicicletta spessissimo con mio cugino Sandro e spesso, ma più raramente, ci accompagnava Stefano, spesso arrivavamo sino alla cima della salita di San Gemiliano per il semplice gusto di tornare in velocità in paese, a tutta velocità, vinceva chi arrivava primo alla croce. La discesa è ripida, oggi sarebbe impossibile farla senza scontrarsi con un’auto, ma allora non capitava d’incontrarne, poteva succedere di perdere l’equilibrio perché la velocità che si poteva raggiungere era alta e questo era l’unico vero reale pericolo, il vero incanto. Non è mai accaduto di cadere, l’incanto ad ogni volo, quello accadeva ogni volta, accompagnato dal vento che ti fa stringere gli occhi e fischiare le orecchie. Divertente era anche liberare gli uccellini che Corrado prendeva e metteva in gabbia e di nascosto da mia nonna liberarli e seguirne il volo e poi nascondersi ed aspettare che Corrado rientrasse e vedendo le gabbie vuote s’infuriasse. Strano come i bambini di allora (e di oggi?) non si preoccupassero delle conseguenze di tali furie ed io non ho ricordo che quelle ire avessero su di noi una qualche conseguenza. Credo che semplicemente Corrado, una volta sbollito o calmato da mia nonna, tornasse in campagna a cacciare altri uccellini da liberare e cosi via. Forse era questo il gioco, chi se lo ricorda più. Sono passati molti anni ed anche i ricordi hanno preso il volo.

Leggendo i ricordi d’infanzia di certi scrittori, rimango stupita dalla lucidità con cui raccontano episodi lontanissimi della loro primissima giovinezza, come se li vivessero in quello stesso momento. Io non ho storie da raccontare, della mia infanzia non ho vicende che si possano risolvere in narrazione, ma immagini, vaghe e veloci. Ricordo di una brutta influenza o varicella o rosolia, non me lo ricordo, mi ricordo che mi costrinse a letto per molti giorni e a lungo dovetti assentarmi da scuola. A nessuno era permesso visitarmi, solo a mia nonna e a mia zia, con le quali allora abitavo. Per la prima volta mi sentii sola, senza le compagne di scuola con cui vivevo la mattina e i cugini con i quali ogni pomeriggio condividevo i miei giochi.

Ricordo a tratti, ma forse era un delirio di febbre, di quelle febbri vorticose che ti prendono da bambino, e che solo da bambino puoi tollerare. Ricordo che Sandro e Stefano, bussavano discretamente alla porta del piano superiore della vecchia campidanese, bussavano piano, ma soprattutto di nascosto, e di nascosto passavano piccole biglie di vetro trasparente, diamanti colorati che a nessuno avrebbero dato, se non a prezzo di battaglie e scommesse e lotte e scontri e sofferte e orgogliose sconfitte. Segno certo di infantili e generose solidarietà. Ma forse era sogno, mi ricordo pero’, che quella malattia esantematica mi rendeva insonne e nella notte contavo i tocchi del campanile, i tocchi allora erano veri, di vero piombo, niente a che vedere con gli attuali rintocchi rubati ai cistercensi o ai benedettini, che scintillano e che nulla hanno a che vedere con i brulli e brumosi suoni che abbaiano alla campagna sarda. Li contavo i tocchi, aspettavo il tocco delle sette che avrebbe portato mia nonna con il suo caffelatte e il suo pane abbrustolito, la sua sola presenza. Di tocchi da allora ne sono suonati già oltre quaranta, non mi posso permettere di crogiolarmi nella malinconia, non ho più la snellezza di un tempo. Il rimpatrio nell’infanzia, devo ammettere, si fa faticoso. Anch’io vacillo all’urto dei ricordi che arrivano da lontano.

Carla

Avete presente come ci si sente seduti davanti a tutta la propria vita?

Un pomeriggio cercavo un libro di seconda media, sotterrato chissà dove dentro una scatola sotto altre decine di scatole, e mi sono trovata a rivivere tutta la mia vita. In mezzo a tutte quelle pile di cartone marrone con le etichette rosse che indicavano il contenuto ho dimenticato lo scopo principale di quella “visita” allo sgabuzzino e ho cominciato ad aprire le scatole segnate come “ogg. Scrivania ©hia”, “Quaderni elementari 2^ 3^”. Ho frugato tra vecchie penne,  vecchi astucci, vecchi disegni, vecchi quaderni, vecchi libri, vecchi diari; ho riletto vecchie note di maestra Pina, vecchi compiti, vecchie giustificazioni, i miei primi temi e i miei primi calcoli di matematica. Ho ritrovato, tra i vecchi segreti custoditi nei diari di scuola, frasi scritte con le mie vecchie compagne, vecchi stupidi scarabocchi, ci ho ritrovato la mia amicizia con Carla e le mie prime cotte.

Aprendo la scatola “Giochi” ho ritrovato il mio amato Cluedo, il gioco dell’oca, il gioco di Hanna Montana da fare con “LE AMICHE DEL CUORE”, ho ritrovato vecchi pupazzi che avevo abbandonato da anni, e che nonostante la polvere non ho resistito ad abbracciare, vecchi vestiti delle barbie e oggettini stupidi come la giraffa che si ammoscia se clicchi il pulsantino di legno sotto. Ho aperto la scatola “Cicciobello”, l’ho osservato e per un po’ gli ho accarezzato il viso mentre gli sorridevo richiudendo la scatola. Ho ritrovato pure la foto del mio vecchio gattino, Tillo. C’ero molto affezionata e quando è scappato è stato un vero trauma: restavo ore ad abbracciare la sua foto di nascosto e ricordo anche di aver pregato chiedendo a Gesù di farlo tornare, e ripensandoci adesso la trovo una cosa tenerissima.

Stringendo forte il pupazzino ho sfilato la scatola “1^ media” e mi sono seduta in terra per togliere fuori i quaderni e i libri, per ultimo ho preso il diario di Cappuccetto Rosso e l’ho aperto. Nelle prime pagine c’erano tutte le mie paure per quella nuova avventura, gli orari della prima settimana di lezioni e le classiche tabelle “amici-amiche” con elencati i nomi dei nuovi compagni. Ci ho trovato vecchi discorsi fatti con la mia compagna di banco, botta e risposta sulle pagine del diario vuote, soprattutto le domeniche. Parlavamo male delle nuove professoresse, che ancora ci veniva difficile chiamare cosi, abituate come eravamo a dare del tu invece che del lei e mi sono venuti gli occhi lucidi nel ricordare la mia professoressa di motoria che ci ha lasciato l’estate di quell’anno per colpa di un anestetico troppo forte.

C’erano pagine piene di cuori con i nomi dei ragazzi che ci piacevano, e tracce della mia famosa cotta per il ragazzo della terza della mia sezione e poi del mio primo “grande amore”: lunghi e lunghi discorsi su come comportarmi con lui (che era il mio migliore amico all’epoca) e la sua ragazza (che tra l’altro era una delle mie migliori amiche, pure lei). Rileggendo mi è scappato un sorriso e per qualche attimo ho rivissuto tutte quelle sensazioni che provavo allora scrivendo quelle righe durante le ore di lezione, invece che ascoltare. Ho ricordato tutte le lacrime sprecate a piangere, tutte le bugie, tutti i litigi, insomma tutto quello che succede quando prendi per davvero la prima botta al cuore. Ho chiuso il diario e ho iniziato a frugare tra i quaderni, ho rivisto la mia vecchia scrittura, le orride sbavature nelle pagine per colpa delle gomitate di Zhixiang, il mio compagno di banco decisivo del primo anno di medie, tutte le faccine oscene che ci disegnavamo per insultarci nei bordi della pagina e tutti i segni rossi delle correzioni. I libri ho preferito non aprirli, e ho rimesso tutto a posto. Ho infilato la scatola nel suo spazio e ne ho tolto fuori un’altra, quella della seconda media.

Era passato solo un anno eppure si vedeva già che ero cambiata, diverse tipologie di marche sia nei quaderni che nei diari, diversa scrittura e non solo nel modo di scrivere le lettere ma anche nella forma del testo. La seconda media è stato l’anno più bello, secondo me, il più divertente: in soli diciassette nella classe più grande della scuola. Sono andati via vecchi compagni e ne sono entrati di nuovi. Nuovi professori e nuove “prese per il culo” da inventarci. E’ stato l’anno in cui mi sono impegnata di meno, l’anno in cui ho mostrato alle professoresse il lato peggiore di me, chiacchieravo come un’isterica e i compagni di banco che mi assegnavano non mi aiutavano sicuramente a stare zitta, finché non mi sono ritrovata da sola all’ultimo banco, fatto mettere il più indietro possibile così da non poter parlare con nessuno, e mi sono ricordata del pianto isterico che ho sfogato perché mi sentivo odiata da tutti. Ma è stato anche il più speciale, ero diversa anche fisicamente oltre che mentalmente, avevo nuovi hobby e nuove passioni. Nel diario di quell’anno ho trovato pagine intere piene dei testi delle canzoni di Bruno Mars (prima fissa per un cantante), di Guè e varie del rap.

Ho ritrovato una vecchia foto con la mia vecchia “migliore amica”, scattata nella macchinetta di un centro commerciale, e i miei scarabocchi fatti durante le lezioni di inglese  e allora ho ricordato le ore buche passate ad urlare in classe, i momenti di ricreazione ballando e rubando merende, le urla di signora Cristina che entrava in classe per parlare delle partite del Cagliari, la festa di compleanno a sorpresa organizzata per la professoressa di inglese, con la torta cucinata da me, e le lezioni della prof. di francese. Penso spesso a lei, era l’ora che preferivo. Avevamo tutti un rapporto speciale con lei, era diversa dalle altre professoresse, io l’amavo soprattutto perché mi portava i crackers e mi faceva sempre i complimenti. Anche in 2^ ho trovato un amore, che però è stata più una serie televisiva alla “Beautiful” che una vera cotta. E’ stato l’unico anno in cui ho pianto l’ultimo giorno di scuola, perchè sapevo che mi sarebbero mancati tutti i miei compagni e perché la prof. di francese andava in pensione e non ci sarebbe stato più nessuno a procurarmi le merende (il cibo, il mio più grande amore e maggiore preoccupazione da sempre!). Praticamente in tre anni non ho mai portato una merenda a scuola, ma merenda ne ho sempre fatto (AhAhAh!).

Ho richiuso anche quella scatola e ho rovistato tra i disegni di quando avevo su i 3\4 anni e, nei vecchi oggetti, ho trovato i miei primi spartiti del pianoforte e lì mi sono venuti ancora gli occhi lucidi. Facendo un profondo respiro ho sfilato da sotto la scatola “Libri universitari”, che ho guardato con uno sguardo misto tra orrore e terrore, la scatola “3^ media”. Bella botta, proprio una bella botta al cuore ritrovare i quaderni pieni zeppi di “Ti amo” dedicati al mio primo vero e proprio ragazzo, foto sul diario, dediche degli amici, frasi dedicate al mio migliore amico, alle mie amiche o semplici annotazioni di frasi che mi avevano colpito tratte da libri che avevo letto, testi o canzoni, e ancora date segnate in rosso e gli auguri nelle pagine dei vari compleanni. Anche lì ho riprovato per qualche minuto quello che ho provato agli inizi di agosto, poi alla fine di ottobre e infine a gennaio, quando mi sono lasciata con lui. Lì ho pianto, ho pianto davvero per qualche secondo, nel rivivere certi momenti, ma poi mi sono ricomposta e ho continuato ad esplorare.

La cosa più bella è stata rileggere, segnati sul diario, gli orari degli incontri di musica della terza media, i giorni dei viaggi scolastici, le note prese soprattutto dalla professoressa di matematica, riaprire i quaderni e vedere gli esercizi che facevo fino a qualche mese fa, trovare le prime bozze della tesina e guardare i disegni fatti tra le righe dei libro di geografia e storia: i tipici baffi disegnati sul volto dei personaggi oppure il pugnale disegnato in testa a Hitler. Qui ho riso come un’isterica. Mentre frugavo in quella scatola ho inaspettatamente trovato il libro di francese della seconda media che stavo cercando. Era finito per sbaglio nella scatola della “terza”, l’ho preso e dopo aver rimesso tutto a posto ho esitato un attimo prima di richiudere tutto, ma poi ho sospirato e ho rimesso lo scatolone nello scaffale. Ho appoggiato la schiena e la testa negli scatoloni dei CD di mio padre e prima di rialzarmi dal pavimento ho riletto velocemente tutte le etichette: “ogg. Scrivania ©hia”, “Giochi”, “Prime foto”, “Barbie”, “Cicciobello”, “quaderni elementari: prima, seconda, terza, quarta, quinta”, “Libri e quaderni medie: prima, seconda e terza”.

Ho chiuso gli occhi davanti a tutta la mia vita e per un attimo avrei voluto riprendere tutto, riportare tutto a casa, ogni cosa, ogni minima cosa, anche la più piccola; volevo essere di nuovo circondata da tutte le età che ho avuto, non volevo lasciare lì la mia vita. E guardando il libro di francese che avevo in mano, il libro che dovevo vendere, mi sono resa conto di non volerlo più vendere. Ho capito che sarebbe stato come vendere una parte di me che custodisce il ricordo della mia prof. di francese, di quell’anno fantastico. Di lì a poco quella roba sarebbe stata buttata via. Tutta quella roba nelle scatole avrebbe smesso di essere mia. Non  volevo vedere andar via i miei ricordi, tutti quegli oggetti che hanno creato quella che sono, quegli oggetti che raccontano i miei cambiamenti nel tempo. Non volevo lasciarli lì, tutti soli. Alla fine ho appoggiato il pupazzetto, ho stretto il libro a me, mi sono alzata e guardando quegli scatoloni ancora una volta sono andata via chiudendo la porta a chiave, che ho nascosto gelosamente nella mia borsa.

Fuori dalla porta dello sgabuzzino mi sono detta: “Ecco come che ci si sente seduti davanti alla propria vita”.

©hia

Il vecchio

Ora, 1990, affacciandosi alla finestra, case, ancora case, ad altezza diversa, muri con nudo intonaco a vista, o con colori azzicaus… – Non mi praxit prus custa bidda… aveva mormorato con un filo di voce. – Oh babbu, ma lassa perdi… sa bidda, sa bidda…non c’est prus sa bidda…! Quante volte mi hai raccontato de su famini a tirai a marras, o di quando tuo padre, ed eri appena un bambino, ti aveva buttato giù dal letto, ti aveva riempito di botte e tu eri scappato verso lo stagno per evitare il peggio, che poi era arrivato quando ti aveva raggiunto e le sue robuste mani ti avevano ficcato la testa nell’acqua fin quasi ad affogarti… – L’hai sempre difeso… aveva ragione, dicevi, avevo lasciato le pecore incustodite ed ero rientrato a casa per dormire, morto di stanchezza. E c’era passata anche nonna, sciadada, corpus anche a lei, colpevole di averti lasciato entrare in casa. – Fiat cussa sa pedagogia… corpus, traballu e arrispettu…ellu immoi, babbus chi non ci funti, mammas durcis comenti su zucchuru…fillus chi arrespundit a su babbu e sa mamma… e tottus acconcaus e cittius castiendi sa Tv, sa mamma de tottus…

Esausto, appoggiando le sue mani scarne e nodose sulle spalle del figlio, si era spostato verso il comò, dove la moglie teneva i lumini accesi davanti alle foto dei tanti parenti scomparsi… ed era contento perché anche per lui si sarebbe acceso il lumino del ricordo. Si era soffermato su due foto sbiadite in uniforme dell’esercito. Una di suo fratello disperso in Russia, e mai più ritornato. Lui aveva sempre sognato che si fosse accasato con qualche bella e opulenta contadina russa, ma sapeva che era sicuramente sepolto in qualche cimitero di guerra o in qualche fossa comune nell’immensa pianura attraversata dall’immenso Don. L’altra foto era la sua. – Bellu piccioccu! Arraz’e ogus…e s’imponentzia de is pitturras! Pariast bell’e berus…Ellus immoi chi ses tottu scallau… – aveva sorriso caustica la vecchia – ma su tziccheddu ti andat sempri… Quella foto rimandava a ricordi lontani, tempus de guerra, quando tutto può succedere, e la vita come la morte si fanno più limpide e chiare.

Si era fatto riaccompagnare a letto appoggiandosi alle giovani spalle del figlio…poi aveva fatto chiamare il nipotino… – Lassaisì a solus. Il nipote si era avvicinato timoroso, ma il vecchio lo aveva tranquillizzato – Accosta…seu leggiu e fadiau, ma pippius ancora non di pappu… – Pottamì cussa fotografia de sordau, cussa in pitzus de su comò. Il bambino, ubbidiente, si era avvicinato al comò… – O nonno ma quale? Ce ne sono due… – Quella dove non c’è il lumino… l’altra è quella di tuo zio Antonio. Aveva preso la foto del nonno soldato, e si era appoggiato al letto. Nello sbiadito bianco e nero si distingueva lo sguardo fiero che fissava l’obiettivo, il berretto a bustina, la giacca militare con le mostrine, i pantaloni alla zuava, ampi e sbuffati, le scarpe lucide. La mano sinistra, appoggiata sul fianco, stringeva un paio di guanti, la destra era appoggiata ad una mensola con sopra un vaso di fiori. – O nonno, ma quanti anni avevi? – Tenemmu bintunannus… ventun anni avevo, fiat su millenoixentustrintasesi, l’ho fatta nel millenovecentotrentasei… – Stavi facendo il militare? – Nou, stavo partendo per la guerra – Che bella, la guerra o nonno, ma ce l’avevi la pistola e il fucile? – Bella nasa…

Il nonno si era sollevato il pantalone del pigiama, scoprendo la gamba destra fin sopra il ginocchio. Il bambino non aveva mai visto le gambe del nonno, bianche e magre da vecchio. – Da bisi custa, questa la vedi? – Il nonno mostrava, proprio a mezza coscia una lunga cicatrice, ancora ben visibile. Prese la mano del bambino e la fece scorrere sull’antica ferita. – È custa sa guerra…non è un gioco…la guerra…che ti credi…voi giocate con i soldatini di piombo, ma noi soldati eravamo, di carne e di ossa…e poitta poi…non ci d’appu mai ingurtia cussa guerra, e su bellu est chi femmu partiu volontariu… – Ma nonno la guerra serve per difendere la patria… – Lassa perdi… lascia perdere la patria…la patria…mi d’arregordu comenti chi siat oi… is Federalis, is fascistas passanta in bidda…allipputzius e barrosus…ma mi cumprendis? Lo capisci il sardo di nonno? – Non tanto… – Passavano i Federali, in paese, po reclutai is giovunus, “servono volontari per le esigenze d’oltre mare. Firmate e avrete un ingaggio di 3000 lire e una paga giornaliera di 40 lire”. Deu femmu poburu e seu partiu impari a medas atrus… – Ma nonno cosa vuol dire “oltre mare”? Lo sai che ci sono tante terre e popoli oltre il mare?” – Non cumprendemu una figu siccada inzandus. Nonno lo sai… era inniorante e povero…arrazz’e accoppiada…e così sono partito… po mei “oltre il mare” c’era l’Abissinia, e Mussolini, fogu du pappit, naradat ca ci fiat traballu e groria…gloria per l’impero.

– Allora sei tu che sei voluto partire? – Ellus! Sissinniora! Seus partius de Napoli col piroscafo, e poi ci siamo trovati a Gibraterra, e a Cadice dove siamo sbarcati. – O nonno…non si dice Gibraterra…ma Gibilterra, lo stretto di Gibilterra, che divide la Spagna dal Marocco, la maestra dice che gli antichi lo chiamavano le “Colonne d’Ercole”… quindi tu hai visto quello stretto passaggio… – Niente ho visto, ci hanno tenuti accorraus dentro la pancia del piroscafo po no essi bius de is inglesus, siamo passati di notte, e poi siamo sbarcati a Cadice. – Nonno…non era l’Abissinia, ma la Spagna… – Arratz’e festas s’anti fattu a Cadice, fiat su 22 de dicembre, bella paschiscedda…s’anti accumpangiau in d’unu campu de tendas accanta de Sivillia, ci hanno dato una divisa diversa da quella della fotografia, non prus su grigio verde, ma una de pannu pesanti a colori de arena…po no fai biri ca femus italianus.. – Perchè, nonno, tutte quelle feste? – Is is spagnolus dicevano di combattere i comunisti, ma deu pagu ndi sciemmu de politica…a pagu a pagu chistionendi cun issus… – Ma nonno, come facevi a capire lo spagnolo? – Come fai te a capire il sardo? A fragu…a origa…e poi su spagnolu assimbillat meda a su sardu, capivo quasi tutto..e quasi subito ho capito che non era una guerra mia, per la patria nas tui… fiat cosa de spagnolus contra de su guvernu spagnolu…e nosus femus ingunis a fai sa guerra cun d’unu fradi contra de un’ateru fradi…

– Dopo Siviglia dove vi hanno portato? – Siamo partiti per Madrid… – Aspetta nonno che porto il mio atlante illustrato…così vedi dove sei passato… Il nipotino prese il suo atlante e mostrò al nonno la carta della Spagna. – Vedi nonno, questo è lo stretto di Gibilterra, qui c’è Cadice, e qui a Nord c’è la capitale della Spagna Madrid – Arrazz’e camminu eus fattu, e su frius, s’acqua, su ludu, i camion broccati nelle strade… – Bloccati nonno, bloccati….nessuno vi aiutava? – Nou ma quando siamo rimasti fermi un paio di giorni una famiglia mi ha ospitato…fiant poburus coment’a nosus sciadaus, e c’era una ragazza che mi piaceva molto, e io piacevo a lei…mi ricordo finzas su nomini…Asunzion o Ascension…fiat bella comenti a una sarda…candu si seus saludaus lei ha detto “asta luego” e io ho detto “a si biri luegus, dopo la guerra…” ma dopu seus torraus a partiri…d’emmu finzas fotografada, ma appu perdiu sa macchina fotografica in su ludu andendi a Madrid. – Nonno, hai mai ammazzato qualcuno? – No du sciu, femu sordau e appu sparau deu puru… – E quella brutta ferita? Quando te la sei fatta? – Cussa est un’arregordu de Guadalagiara…una bella granata e adiosu a sa gamba… – Vediamo dov’è Guadala…Guadalajara, la vedi? È qui, più su di Madrid… – Una battalla coment’e cussa non si podit crei…fiat cumentzada s’ottu de martzu de su trintasetti e po tottu su mesi…per tutto il mese è durata…lo sai? In is cunettas curriat su sànguini…candu s’omini est in guerra non cumprendi prus nudda…est pigau de su dimoniu…e su sanguini attontiadat su ciorbeddu… – Hai avuto paura, nonno?

– Paura…sempre! Ma de Guadalagiara mi ricordo la pioggia, la neve, su frius…is manus cancaradas… sa divisa tottu infusta…non podemus aguantai su fosili in is manus…e poi sa bregungia…la vergogna… – Perchè vergogna? – Camminendi in su ludu, in cussu macellu de omnis, carrus, camion, cun s’artiglieria drommia, intendemus in s’atra trincea boxis de italianus – Italiani? – Propriu aicci, intendemus cantai Bandiera rossa e poi a tutto volume dai camion nemici “fratelli, perché siete venuti in un paese straniero a uccidere altri lavoratori? Tornatevene a casa…vi hanno ingannato”. – Non capisco nonno… – Deu puru non cumprendemu inzandus…dopu candu seu torrau zoppi zoppi appu scippiu ca nosus cumbattemus cun is fascistas de Franco, amigu de Mussolini, fogu si du pappit, e medas italianus cun is comunistas de sa repubblica de Spagna, femmu capitau in sa Guerra Civile de Ispagna – E la battaglia di Guadalajara come è finita? – Nosus eus perdiu cussa battalla, ma sa guerra de Ispagna est accabada cun sa vittoria de Franco – Ma tu nonno non hai finito la guerra perché eri ferito… – M’anti ricoverau in un ospedale da campo, avevo i muscoli della coscia maciullaus …e appu tentu su tempus po pensai… – A cosa pensavi nonno… – Allora pensavo solo a guarire e ritornare a casa, zerriendi e gioghendi cun is atrus ferius cumenti a mei…ma mi è rimasto sempre su surrungiu…lo sai cos’è su surrungiu? – Che strana parola…nonno…non ci arrivo neanche a fragu…o a origa…come dici tu.

– Su surrungiu è come un dispiacere…unu bremmi chi mussiat sa brenti..unu dubbiu…mancai in cussa guerra non ci fademu nudda…a cumbatti poitta poi? A sparai contra de atrus ominis…E su surrungiu mi ha sempre accompagnato…ogni volta che mi fa male la ferita… comenti una scuminiga torrat su pensamentu de sa guerra… – Aiò nonno sono fatti di tanti anni fa…guarda com’è bella la Spagna oggi… Il nipotino mostrò al nonno immagini di Siviglia, Cadice, Madrid, Barcellona, Salamanca – Non parit berus, funti passaus cinquant’annus… – Ti piacerebbe riandare a vedere quei luoghi? – Nou…e poi non c’est prus tempus…e mancu gana… – Ok nonno, ora devo andare…se vuoi ti lascio l’atlante così lo puoi sfogliare… – A si biri nepodi. Guarda che la ferita, in cinquant’anni, l’ha vista solo tua nonna…lo sai mantenere un segreto? – Ok, Ok nonno…a si biri.

Antonio Sitzia

(Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)

Luigi Pusceddu e le sue storie di vita

La zingara non aveva azzeccato la previsione sulla durata della sua vita. E così per sorte o più probabilmente per effetto del codice genetico, unito alla fortuna di vivere in un’epoca che ha permesso a quelli della sua generazione di migliorare progressivamente la propria condizione di vita e quella dei figli, ha travalicato i confini del secolo in cui era nato. Luigi Pusceddu si è spento agli inizi di quest’anno all’età di 91 anni, non senza essersi prima premurato di lasciare ai suoi nipoti e alla sua comunità d’origine (Villanovaforru) e a quella d’adozione (Sestu) due veri gioiellini di scrittura.

Non l’ho mai conosciuto personalmente ma ho letto le sue storie di vita e in qualche modo posso dire anch’io di averlo incontrato. Tra il 2003 e il 2005 Luigi Pusceddu pubblicò due libri in seguito alle sollecitazioni della figlia Anna che, come lui stesso racconta, qualche anno prima gli aveva regalato  un “grosso quaderno a quadretti con rilegatura rigida”, per annotare le sue memorie. Un dettaglio descrittivo, questo, in cui rivela quell’attenzione ai piccoli particolari che caratterizza lo stile dei suoi racconti.

Il primo dei due libri, “Le tappe di una vita”, rientra pienamente nel filone della scrittura autobiografica spontanea e popolare. Un genere che si è andato progressivamente estendendo man mano che la scrittura è diventata un’abilità in possesso di fasce sempre più larghe di popolazione. E forse perché, come si legge nel recente saggio dell’antropologo Giulio Angioni Fare, dire, sentire (Il Maestrale 2011), “la si vive tutti per raccontarla la vita, a dispetto dei critici e dei canoni letterari e più in generale delle estetiche elitarie”, in Europa sono sorti dappertutto contenitori fisici e virtuali per la raccolta di questi prodotti di scrittura memorialistica. In Italia ne è un esempio l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve di Santo Stefano, fondato nel 1984 da Severino Tutino, che oggi raccoglie circa seimila diari, memorie ed epistolari, fruibili anche on-line (http://www.archiviodiari.it/archivio.html). I racconti di vita, del vissuto in prima persona, sono senz’altro importanti testimonianze della microstoria, ma prima di tutto rispondono al bisogno individuale di far risaltare la dignità della persona. Nel contempo, mettere in forma di racconto le vicende della propria vita, è un modo efficace per dare loro senso e valore. Nondimeno questo genere di scritti risponde pienamente all’esigenza tipicamente moderna di non rassegnarsi a passare su questa terra senza lasciare una piccola impronta di sé.

Anche in “Piccole storie” Luigi Pusceddu utilizza la scrittura per fissare e trasmettere ai lettori (forse nelle intenzioni originarie ai soli figli e nipoti) il suo essere profondo. Ma questa volta inquadra la sua storia personale all’interno di un’identità collettiva fatta di modi di vivere, pensare e lavorare ormai scomparsi e sconosciuti alle nuove generazioni. Lo fa senza alcuna nostalgia per quel passato, consapevole come è del benessere raggiunto dalla nostra società, ma senza rinunciare a stimolare nei lettori il senso critico nei confronti dei non pochi aspetti negativi che il progresso ha comportato. Per raccontare le sue storie si inserisce programmaticamente nel solco di una tradizione culturale orale. Fin dalla struttura narrativa, articolata in racconti brevi e autonomi, si rifà ai contus de forredda, quelle storielle sempre diverse, un pò vere e un pò fantastiche, che nelle sere fredde d’inverno, “quando ancora non c’era la radio e la televisione e c’era voglia di stare insieme”, una zia Efisia o una zia Arrosa si divertivano a raccontare ai membri della famiglia o del vicinato radunati intorno al fuoco. Racconti “alla buona” li definisce Luigi Pusceddu. Non privi di valore documentario e allo stesso tempo letterario, li consideriamo noi. I suoi nipoti collettivi.

Sandra Mereu

“MUTANDINE DI CHIFFON” di Carlo Fruttero (Mondadori 2010)

Ieri è morto, all’età di 85 anni, lo scrittore Carlo Fruttero. Lo ricordiamo proponendo ai lettori di SESTU RELOADED la recensione del suo ultimo romanzo “Mutandine di chiffon” (che è anche un’ironica e irriverente autobiografia), curata da Tonino Sitzia del circolo dei lettori “EquiLibri” di Elmas.

Carlo Fruttero ha costituito con Franco  Lucentini uno dei più fertili sodalizi letterari nell’Italia della seconda metà del novecento. La sigla F&L ha prodotto una serie di romanzi polizieschi, saggi, raccolte antologiche, collane di fumetti e fantascienza (Urania, la nota collana di fantascienza della Mondadori, venne da loro diretta dal 1961 al 1985). In questo libro Fruttero, classe 1926, scherza bonariamente col titolo “Mutandine di chiffon”, ricordando la canzone scritta dal burbero e taciturno padrone di casa della sua famiglia, tale dott. Francini Anacleto, che negli anni trenta veniva cantata a Torino dal celebre Gino Fanzi, il quale, per sollevare il morale degli spettatori, intercalava la straziante Balocchi e Profumi con le birichine Si fa ma non si dice e “Mutandine di chiffon, sentinelle sentinelle del pudor, difendete dall’amor la trincea della virtù”. Il successo, a detta di Fruttero, era pari all’Internazionale e alla Marsigliese. Erotismo d’altri tempi, in un’Italia provinciale e ingenua, ma ancora oggi, sostiene l’autore, quel tipo di tessuto, è ancora ricercato. Quanto al sottotitolo Fruttero parla di Memorie retribuite, “perché scritte su richiesta di giornali, riviste, libri bisognosi di prefazione, e naturalmente pagate”. Non memorie volute e tantomeno programmate, dunque, sembra voler dire l’autore.

Il libro ripercorre, sullo sfondo di grandi avvenimenti storici, gli anni trenta, la guerra, l’8 settembre, la lotta partigiana, il dopoguerra, il dramma della Rivoluzione ungherese del 1956, le vicende che hanno come teatro culturale, la sua città natale Torino. Il capoluogo piemontese non è una città qualsiasi: a partire da Gramsci e Gobetti, e dai Consigli di fabbrica, dai primi scioperi del marzo 1943, è stata sempre un termometro delle tendenze più profonde della società italiana. Fruttero è stato un testimone privilegiato di quelle vicende, e di quelle atmosfere, perché ha vissuto a diretto contatto con i libri e con il privato di tanti scrittori e uomini di cultura che hanno fatto la storia della letteratura italiana del secondo Novecento. E’ dai primi anni cinquanta che egli lavora, seppure inizialmente a mezzo servizio, per la casa editrice Einaudi, dapprima come traduttore e poi collaboratore. Ci resterà per dieci anni, prima di passare alla Mondadori. Attorno al padrone Giulio, nel mitico tavolo ovale ogni mercoledì, nella sede di via Biancamano a Torino, sedevano gli altrettanto “mitici cavalieri, Mila e Calvino, Bobbio, Ponchiroli e Bollati, Antonicelli e Luciano Foà, Vittorini e Cases e Renato Solmi”. A cui si potrebbero aggiungere Leone Ginzburg, Pavese, Franco Venturi, Contini, Cantimori, Fortini, e tanti altri. Questo pool di cervelli, e la casa editrice per cui lavoravano, ha dato un decisivo contributo al rinnovamento e svecchiamento della cultura italiana dopo il fascismo. Fruttero racconta gustosi aneddoti, ed è difficile selezionarne alcuni e tralasciarne altri, ma poiché una recensione vuole sollecitare la curiosità del lettore, come non citare l’incontro con Calvino, che occupava la scrivania alla sua destra, e che gli chiedeva come mai non si iscrivesse al Partito comunista, e alle sue perplessità rispondeva che ormai non c’erano più i vincoli ideologici di un tempo e agli intellettuali non si chiedevano più dichiarazioni fideistiche…

Di grande interesse la ricostruzione dei terribili contraccolpi, nella intellighenzia europea, della tragedia ungherese del 1956, con i carri armati russi a Budapest, la caduta delle illusioni e lo sconcerto di tanti intellettuali e dello stesso Einaudi. Fruttero racconta di una notte concitata, che finì per assumere toni da farsa, in cui il Padrone costrinse lui, in quanto anglista e Giulio Bollati, a scrivere un indignato telegramma all’ONU perché fermasse la violenza, salvo poi scoprire alle due del mattino, di fronte ad un assonnato impiegato delle poste centrali, che non avevano i soldi per spedirlo e svegliarono il capo perché coprisse le spese. Certo pensare che una piccola casa editrice potesse fermare una guerra, la diceva lunga sul ruolo che Einaudi attribuiva alla cultura, al di là della forte autostima che ne traspariva. La carrellata di episodi e personaggi è significativa: il terribile fustigatore di scrittori Pietro Citati, che si mostra incantatore di bambini, Giorgio Bocca e la sua improponibile camicia rossa, l’isola dei famosi, esilarante racconto di un incontro (1960) nell’isola di Maiorca tra editori (Einaudi, Gallimard, lo spagnolo Barral, il tedesco Rowohlt, l’inglese Weidenfeld, l’americano Rosset) e scrittori tra i quali Moravia e Vittorini, il poeta Enzensberger, Doris Lessing, Michel Butor, Roger Caillois, Ripellino, Montale, con al centro un premio da attribuire a due finalisti: Borges o Beckett?

Ovviamente Fruttero rende omaggio a Franco Lucentini, a cui dedica tre capitoli, un ”Ritratto dell’artista come anima bella”, e ne coglie nel privato lati sconosciuti, un “Il picchio e la ghiandaia”, sul mistero del lavoro in coppia, un saluto “Con Lucentini aspettando Godot”, in cui richiama i versi di Baudelaire “Ô mort, vieux capitaine, il est temps! Levons l’ancre!”. Non meno interessante è il richiamo continuo che Fruttero fa ai suoi affetti, ai suoi familiari, ai suoi nipotini, al suo essere ancora, a ottantaquattro anni, un bambino curioso. La stessa curiosità di quando, da adolescente sfollato con i suoi genitori in una vecchia casa della nonna nel Monferrato, nelle vicinanze scopre l’esistenza di un castello un po’ in disuso appartenuto a dei discendenti di un  vecchio illuminista, ma pieno di libri. “E’ lì che ho cominciato ad amare i libri, per passione ma anche perché non c’era altro da fare. Mi è venuto il morbo della lettura…da questo punto di vista non mi vergogno a dire che la seconda guerra mondiale per me è stata una fortuna”.

Antonio Sitzia

La pizzata della classe

Disdegnavo senza troppe remore le proposte di rimpatriate all’insegna dell’anagrafe. Cosa potevano avere da dirsi persone che nella loro esistenza avevano condiviso al massimo l’anno di nascita? Ma quando giunse, inaspettato, l’invito a partecipare a una pizzata con i vecchi compagni delle elementari fu diverso. Quel senso di estraneità che puntualmente si presentava quando il designato della “classe di ferro” chiamava per raccogliere l’adesione alla cena, con tre portate a scelta, vino compreso, e seguito di karaoke, non si presentò. Quanti anni erano passati dall’ultima volta che li avevo visti? Che avevo parlato con qualcuno di loro? Trenta, almeno. La memoria vacillava a ricordare i nomi e a mettere a fuoco i volti dei compagni di classe, ma stranamente, chiunque fossero, tutti insieme avevano suscitato in me un inconsueto sentimento di affetto.
Il giorno fissato per l’incontro arrivò qualche mese dopo. La classe era numerosa, da generazione baby boom, e non fu facile neanche per l’intraprendente e determinata Simona rintracciare i trenta bambini che ne avevano fatto parte. Per quanto mi sforzassi di non dare troppo peso all’evento, una malcelata sensazione di ansia mi accompagnò per tutta la giornata. Ma cosa mi era venuto in mente ad accettare quella insensata proposta? Le nostre vite si erano separate tanti anni fa, non avevo la minima idea di cosa facessero ora, attraverso quale percorso. Eppure sentivo che dovevo partecipare, c’era qualcosa che, nonostante tutto, mi spingeva a riunirmi a loro.
Il luogo stabilito per l’incontro era la piazza del mercato del piccolo paese dove avevamo trascorso il periodo più lungo e più breve della vita, l’infanzia. Qualcuno stentai a riconoscerlo nell’aspetto fisico da uomo maturo, qualcun altro nel carattere. Come era possibile che quelle due bambine silenziose e introverse del primo banco, modello ineguagliabile per tutti i genitori della classe, fossero le stesse allegre e loquaci signore che ora mi sedevano affianco? Mauro, invece, era proprio come allora, timido e delicato, con quelle buffe fossette sul viso che suscitavano tenerezza. E che commozione scoprire che quel bambino dallo sguardo impaurito, allora quasi incapace di esprimersi, era diventato un uomo estroverso, affettuoso e indipendente! Qualcosa o qualcuno doveva aver modificato un destino che allora sembrava irrimediabilmente segnato. Nel complesso avevo davanti un campionario di casi tipici della società di oggi: diversi divorziati, qualcuno emigrato, molti preoccupati, dopo 25 anni, di perdere il lavoro…
«Ve la ricordate la maestra?», disse ad un certo punto Simona, interrompendo il flusso dei miei pensieri che rimbalzavano impazziti dal passato al presente. «Ci sarà anche lei stasera! Sono riuscita a rintracciarla dopo una lunga ricerca, ma alla fine un giorno, dopo l’ennesimo numero di telefono selezionato, ha risposto lei!». «Era bella la nostra maestra, alta snella, indossava sempre jeans attillati e ammorbidiva le sue labbra con un lucidalabbra trasparente», commentò allora Roberto, un ex bambino che insieme al fiocco e ai capelli, aveva perso evidentemente anche l’antico pudore.
La nostra maestra era la più giovane della scuola. A poco più di vent’anni era arrivata, fresca di concorso, nel piccolo paese alla periferia di Cagliari. «E il fidanzato che  la veniva a prendere alla fine delle lezioni con la sua Giulietta grigia, ve lo ricordate?», continuò Roberto. Era un pilota di caccia bombardieri: un  mito per tutti i maschietti della classe! Ma al  fascino di quel ragazzo, che era biondo proprio come i tedeschi della vicina base Nato dove lavorava, non erano indifferenti nemmeno le bambine. La maestra era però una donna molto riservata, e non ci disse mai perché, ad un certo punto, la Giulietta grigia non apparve più di fronte al portone della scuola. Aveva anche l’aria di essere molto sicura di sé e noi eravamo davvero orgogliosi di lei. E io più di tutti. Le piacevano i miei temi. Prendevo il suo incoraggiamento come affetto e mi dava sicurezza.
Mentre ricordi che sembravano definitivamente sepolti riaffioravano, uno dietro l’altro, mi fu chiaro d’un colpo che proprio lei, la maestra, era il vincolo invisibile che ancora univa persone tanto diverse in un imprevisto cerchio di affetto e fratellanza. Non ci parlavamo da decenni eppure quei sentimenti si leggevano nella luce degli occhi che lampeggiava in ciascuno di noi e nondimeno erano imbarazzanti da esprimere.
«Sarà ormai in pensione», ipotizzò Graziella. «Ci riconoscerà?», pensai io. Mi sforzavo di attutire un’eventuale delusione ragionando sul fatto che se per noi era stata unica in tutti i sensi, il cosiddetto modulo (tre insegnanti per classe) sarebbe arrivato molti anni più tardi, di contro lei in tutta la sua carriera di insegnante doveva aver avuto centinaia di alunni.
Tutti i miei dubbi furono presto fugati. Vedendoci arrivare la maestra ci salutò ad uno ad uno, chiamandoci per nome. «Non siete cambiati molto», ci rassicurò infine. Lei invece era identica alle fotografie che ciascuno di noi conservava dove, alta, posava insieme alla classe. Stesso volto, poche rughe, stessi occhiali. Quel giorno però non ci sembrò più così alta, almeno non come la ricordavamo.
Ad un certo punto la danza dei saluti si interruppe. Allora la maestra, visibilmente commossa, guardandoci a turno negli occhi, ci disse: «Perdonatemi, siete stati la mia prima classe. Ero giovane e inesperta, ho commesso tanti errori. Ci ho ripensato spesso nel corso della mia carriera». Era dunque questa la ragione per cui aveva accettato di incontrarci tutti insieme, dopo tanti anni? Aveva bisogno di liberarsi di un peso? Questo pensiero ci attraversò un po’ tutti. Fu chiaro che il tempo trascorso aveva inesorabilmente invertito i ruoli. Lei poteva finalmente mostrare la sua fragilità, noi non potevamo più ripararci dietro l’esile ombra della sua rassicurante protezione. Realizzammo così che ad essere cresciuti eravamo stati noi.
Ci sedemmo a tavola, la maestra ci guardava e ci interrogava. Tre ore bastarono a darci l’illusione di non esserci mai persi di vista.

Morena