Mia figlia andrà alle medie!!

Pubblichiamo molto volentieri la riflessione di Marina sul ruolo che le insegnanti della scuola pubblica di Sestu hanno nella formazione e nello sviluppo affettivo e psicologico dei nostri figli. Il passaggio dalle scuole elementari alle scuole medie è spesso un momento in cui questo genere di riflessioni si impone e quasi sempre a muoverlo è un senso di profonda gratitudine.

GaiaPoco tempo fa, “perdendo tempo” come qualche volta mi capita su facebook, mi sono imbattuta nella lettera che Abramo Lincoln scrisse al maestro di suo figlio. Inevitabile è stata la riflessione sul ruolo della scuola e dei maestri e di quanto questi abbiano inciso sulla vita dei miei bambini (su di me i danni son fatti, dunque inutile perdere tempo a rifletterci!!). I miei bambini sono stati scolarizzati dall’età di 6 mesi. Una scelta obbligata, ma forse (anche se non lo ricorderanno!), quella dell’asilo nido, è stata l’esperienza più bella della loro vita. Esperienze di colori, sapori, amicizie, coccole. Bella esperienza anche per noi genitori che, guidati dalle maestre e da una pedagogista, ci siamo evitati mille errori. Poi per Gaia, dopo un’altra esperienza straordinaria alla scuola materna (con Lisa e Dolores), l’arrivo alle elementari. Faticosissimo, inizialmente, il tempo pieno: molto mattiniera, ma già nel primo pomeriggio non capiva più nulla. Mille cose da imparare, tanti compagni nuovi da conoscere. In questi 5 anni Gaia ha viaggiato guidata da Erica e Laura. Assieme ai suoi splendidi compagni ha attraversato lo spazio e il tempo. Ha conosciuto eroi, imperatori e ribelli, percorso oceani e fiumi, scalato montagne e solcato mari. Ha imparato a contare e a giocare con le figure (calcolo della superfici laterali? ma che diavolo era?). Ha scoperto le meraviglie del corpo umano e la magia della scienza. Ma questo viaggio è stato molto più di tutto questo. Sorprendente per lei è stato scoprire se stessa e le sue capacità, realizzare che tutto si affronta e che poi si esce più forti di prima. Perché, anche quando le doppie e le acca sembrano un’incubo, quando i conti non tornano o le parole non escono come dovrebbero, nessuno ha mai dubitato di lei e del suo valore. Mai, da parte delle sue guide, ha sentito una parola fuori luogo che potesse crearle un disagio. Sempre le sono state d’aiuto. Presenti nelle difficoltà con incoraggiamenti continui, ogni giorno, in tutti questi 5 anni. Ma queste due infaticabili guide non si sono fermate qui. Col gioco delle regole e della convivenza hanno fatto scoprire a tutti i compagni di viaggio che pur essendo diversi (alcuni timidi, altri vivaci, dalla battuta facile…) erano allo stesso modo unici e importanti. Grazie a loro i nostri bambini hanno capito quanto sia bello far parte di un gruppo.

Se non avessi avuto, qualche anno dopo, un’esperienza negativa col mio secondogenito, forse non mi sarei mai soffermata a riflettere su quanto prezioso e importante sia stato invece il percorso fatto da Gaia. Ma l’ho avuta, questa esperienza, per cui, maestre Erica e Laura, non posso che dirvi: grazie di cuore!

Marina Pisu

26 dicembre

SentieroLa famiglia è una schiavitù. Questo lo sanno tutti, se non si sa, lo si impara a Natale, il 24 cenone e il 25 a pranzo di nuovo. Il 26 è di norma dedicato al riposo digestivo, agli amici, che a modo loro sono un’altra forma di famiglia e un’altra forma di schiavitù non meno faticosa, a tratti dolorosa. Quest’anno 2011, il 26 è diventato, d’incanto, un altro giorno di famiglia: dei cugini hanno organizzato un grande pranzo con tutti i cugini e gli zii e le zie, rispettivi mogli e mariti e figli: 40 adulti e una manciata di bambini. I numeri fanno sempre un certo effetto e rendono bene la misura dell’evento. Siamo ormai alla terza generazione e non è facile, né per i primi né per gli ultimi, senza dire di certe mogli e certi mariti che non sono vacinati alle battute grossolane dello zio burlone, in particolare i mariti e le mogli che non avendo l’ambigua fortuna d’essere sardi non hanno nessuna confidenza con le grandi famiglie di questo sud sui generis che è la Sardegna. Mio marito, ad esempio, parla poco, pochissimo italiano e ci guarda con sorpresa e la curiosità che di solito si riserva ai vecchi film di Fellini.

Strani amarcord i nostri che a lui risultano del tutto estranei, ma per lui è tutto nuovo e in qualche modo divertente e gentilmente e scherzosamente si è sottoposto al test mirto e filu‘e ferru dello zio burlone. Li ho visti io, e giuro che è vero, mio marito, che non parla italiano, e mio zio, che usa un misto di italiano sardo, in felice conversazione. Che dire di Laura, moglie di mio cugino Marco, romagnola. Cosa ci può essere a questo mondo di più diverso di un sardo da un romagnolo? E sebbene romagnola, l’ho vista io, vacillare all’urto delle battute gonfiate dal vino. Di amarcord si trattava infatti, questo nostro convivio. Dopo tanti anni, ormai adulti, io e i miei cugini siamo profondamente diversi, diversi sono stati i nostri destini e i nostri percorsi, siamo oggi lontani non solo geograficamente ma anche umanamente e questa è cosa buona e giusta. Guardo questo mio mondo a cannocchiale rovesciato.

Eravamo 17, tanti e sempre insieme, le nostre madri si sono sempre riunite in quella che era la casa campidanese di mia nonna, in cucina d’inverno, in Sa Lolla d’estate. Noi eravamo per strada, nessun’auto passava allora, nessun pericolo distraeva i nostri giochi di strada, inventati sul momento, lì per strada. Il più anziano ha oggi 50 anni il più giovane 26 e siamo arrivati a scaglioni, come chiamate al militare, creando piccoli gruppi di età solidale, così che nessuno fosse mai solo, piccole comunità di riferimento e gli amici del vicinato o i compagni di scuola erano un accessorio non sempre necessario, perché noi cugini bastavamo a noi stessi. Tra le femmine io sono la più anziana, il mio gruppo solidale era maschile: due nati nello stesso anno e altri due neanche due anni prima. Mi appare strano oggi incontrare una cugina che ha pochi anni meno di me, che è madre e moglie da vent’anni, vederla adulta e coetanea mi fa uno strano effetto, lei che è stata sempre la cugina piccola, quella bionda con gli occhi chiari, che mi faceva dire: perché lei si e io no. Capricci della genetica.

Andavo in bicicletta spessissimo con mio cugino Sandro e spesso, ma più raramente, ci accompagnava Stefano, spesso arrivavamo sino alla cima della salita di San Gemiliano per il semplice gusto di tornare in velocità in paese, a tutta velocità, vinceva chi arrivava primo alla croce. La discesa è ripida, oggi sarebbe impossibile farla senza scontrarsi con un’auto, ma allora non capitava d’incontrarne, poteva succedere di perdere l’equilibrio perché la velocità che si poteva raggiungere era alta e questo era l’unico vero reale pericolo, il vero incanto. Non è mai accaduto di cadere, l’incanto ad ogni volo, quello accadeva ogni volta, accompagnato dal vento che ti fa stringere gli occhi e fischiare le orecchie. Divertente era anche liberare gli uccellini che Corrado prendeva e metteva in gabbia e di nascosto da mia nonna liberarli e seguirne il volo e poi nascondersi ed aspettare che Corrado rientrasse e vedendo le gabbie vuote s’infuriasse. Strano come i bambini di allora (e di oggi?) non si preoccupassero delle conseguenze di tali furie ed io non ho ricordo che quelle ire avessero su di noi una qualche conseguenza. Credo che semplicemente Corrado, una volta sbollito o calmato da mia nonna, tornasse in campagna a cacciare altri uccellini da liberare e cosi via. Forse era questo il gioco, chi se lo ricorda più. Sono passati molti anni ed anche i ricordi hanno preso il volo.

Leggendo i ricordi d’infanzia di certi scrittori, rimango stupita dalla lucidità con cui raccontano episodi lontanissimi della loro primissima giovinezza, come se li vivessero in quello stesso momento. Io non ho storie da raccontare, della mia infanzia non ho vicende che si possano risolvere in narrazione, ma immagini, vaghe e veloci. Ricordo di una brutta influenza o varicella o rosolia, non me lo ricordo, mi ricordo che mi costrinse a letto per molti giorni e a lungo dovetti assentarmi da scuola. A nessuno era permesso visitarmi, solo a mia nonna e a mia zia, con le quali allora abitavo. Per la prima volta mi sentii sola, senza le compagne di scuola con cui vivevo la mattina e i cugini con i quali ogni pomeriggio condividevo i miei giochi.

Ricordo a tratti, ma forse era un delirio di febbre, di quelle febbri vorticose che ti prendono da bambino, e che solo da bambino puoi tollerare. Ricordo che Sandro e Stefano, bussavano discretamente alla porta del piano superiore della vecchia campidanese, bussavano piano, ma soprattutto di nascosto, e di nascosto passavano piccole biglie di vetro trasparente, diamanti colorati che a nessuno avrebbero dato, se non a prezzo di battaglie e scommesse e lotte e scontri e sofferte e orgogliose sconfitte. Segno certo di infantili e generose solidarietà. Ma forse era sogno, mi ricordo pero’, che quella malattia esantematica mi rendeva insonne e nella notte contavo i tocchi del campanile, i tocchi allora erano veri, di vero piombo, niente a che vedere con gli attuali rintocchi rubati ai cistercensi o ai benedettini, che scintillano e che nulla hanno a che vedere con i brulli e brumosi suoni che abbaiano alla campagna sarda. Li contavo i tocchi, aspettavo il tocco delle sette che avrebbe portato mia nonna con il suo caffelatte e il suo pane abbrustolito, la sua sola presenza. Di tocchi da allora ne sono suonati già oltre quaranta, non mi posso permettere di crogiolarmi nella malinconia, non ho più la snellezza di un tempo. Il rimpatrio nell’infanzia, devo ammettere, si fa faticoso. Anch’io vacillo all’urto dei ricordi che arrivano da lontano.

Carla