Avete presente come ci si sente seduti davanti a tutta la propria vita?

Un pomeriggio cercavo un libro di seconda media, sotterrato chissà dove dentro una scatola sotto altre decine di scatole, e mi sono trovata a rivivere tutta la mia vita. In mezzo a tutte quelle pile di cartone marrone con le etichette rosse che indicavano il contenuto ho dimenticato lo scopo principale di quella “visita” allo sgabuzzino e ho cominciato ad aprire le scatole segnate come “ogg. Scrivania ©hia”, “Quaderni elementari 2^ 3^”. Ho frugato tra vecchie penne,  vecchi astucci, vecchi disegni, vecchi quaderni, vecchi libri, vecchi diari; ho riletto vecchie note di maestra Pina, vecchi compiti, vecchie giustificazioni, i miei primi temi e i miei primi calcoli di matematica. Ho ritrovato, tra i vecchi segreti custoditi nei diari di scuola, frasi scritte con le mie vecchie compagne, vecchi stupidi scarabocchi, ci ho ritrovato la mia amicizia con Carla e le mie prime cotte.

Aprendo la scatola “Giochi” ho ritrovato il mio amato Cluedo, il gioco dell’oca, il gioco di Hanna Montana da fare con “LE AMICHE DEL CUORE”, ho ritrovato vecchi pupazzi che avevo abbandonato da anni, e che nonostante la polvere non ho resistito ad abbracciare, vecchi vestiti delle barbie e oggettini stupidi come la giraffa che si ammoscia se clicchi il pulsantino di legno sotto. Ho aperto la scatola “Cicciobello”, l’ho osservato e per un po’ gli ho accarezzato il viso mentre gli sorridevo richiudendo la scatola. Ho ritrovato pure la foto del mio vecchio gattino, Tillo. C’ero molto affezionata e quando è scappato è stato un vero trauma: restavo ore ad abbracciare la sua foto di nascosto e ricordo anche di aver pregato chiedendo a Gesù di farlo tornare, e ripensandoci adesso la trovo una cosa tenerissima.

Stringendo forte il pupazzino ho sfilato la scatola “1^ media” e mi sono seduta in terra per togliere fuori i quaderni e i libri, per ultimo ho preso il diario di Cappuccetto Rosso e l’ho aperto. Nelle prime pagine c’erano tutte le mie paure per quella nuova avventura, gli orari della prima settimana di lezioni e le classiche tabelle “amici-amiche” con elencati i nomi dei nuovi compagni. Ci ho trovato vecchi discorsi fatti con la mia compagna di banco, botta e risposta sulle pagine del diario vuote, soprattutto le domeniche. Parlavamo male delle nuove professoresse, che ancora ci veniva difficile chiamare cosi, abituate come eravamo a dare del tu invece che del lei e mi sono venuti gli occhi lucidi nel ricordare la mia professoressa di motoria che ci ha lasciato l’estate di quell’anno per colpa di un anestetico troppo forte.

C’erano pagine piene di cuori con i nomi dei ragazzi che ci piacevano, e tracce della mia famosa cotta per il ragazzo della terza della mia sezione e poi del mio primo “grande amore”: lunghi e lunghi discorsi su come comportarmi con lui (che era il mio migliore amico all’epoca) e la sua ragazza (che tra l’altro era una delle mie migliori amiche, pure lei). Rileggendo mi è scappato un sorriso e per qualche attimo ho rivissuto tutte quelle sensazioni che provavo allora scrivendo quelle righe durante le ore di lezione, invece che ascoltare. Ho ricordato tutte le lacrime sprecate a piangere, tutte le bugie, tutti i litigi, insomma tutto quello che succede quando prendi per davvero la prima botta al cuore. Ho chiuso il diario e ho iniziato a frugare tra i quaderni, ho rivisto la mia vecchia scrittura, le orride sbavature nelle pagine per colpa delle gomitate di Zhixiang, il mio compagno di banco decisivo del primo anno di medie, tutte le faccine oscene che ci disegnavamo per insultarci nei bordi della pagina e tutti i segni rossi delle correzioni. I libri ho preferito non aprirli, e ho rimesso tutto a posto. Ho infilato la scatola nel suo spazio e ne ho tolto fuori un’altra, quella della seconda media.

Era passato solo un anno eppure si vedeva già che ero cambiata, diverse tipologie di marche sia nei quaderni che nei diari, diversa scrittura e non solo nel modo di scrivere le lettere ma anche nella forma del testo. La seconda media è stato l’anno più bello, secondo me, il più divertente: in soli diciassette nella classe più grande della scuola. Sono andati via vecchi compagni e ne sono entrati di nuovi. Nuovi professori e nuove “prese per il culo” da inventarci. E’ stato l’anno in cui mi sono impegnata di meno, l’anno in cui ho mostrato alle professoresse il lato peggiore di me, chiacchieravo come un’isterica e i compagni di banco che mi assegnavano non mi aiutavano sicuramente a stare zitta, finché non mi sono ritrovata da sola all’ultimo banco, fatto mettere il più indietro possibile così da non poter parlare con nessuno, e mi sono ricordata del pianto isterico che ho sfogato perché mi sentivo odiata da tutti. Ma è stato anche il più speciale, ero diversa anche fisicamente oltre che mentalmente, avevo nuovi hobby e nuove passioni. Nel diario di quell’anno ho trovato pagine intere piene dei testi delle canzoni di Bruno Mars (prima fissa per un cantante), di Guè e varie del rap.

Ho ritrovato una vecchia foto con la mia vecchia “migliore amica”, scattata nella macchinetta di un centro commerciale, e i miei scarabocchi fatti durante le lezioni di inglese  e allora ho ricordato le ore buche passate ad urlare in classe, i momenti di ricreazione ballando e rubando merende, le urla di signora Cristina che entrava in classe per parlare delle partite del Cagliari, la festa di compleanno a sorpresa organizzata per la professoressa di inglese, con la torta cucinata da me, e le lezioni della prof. di francese. Penso spesso a lei, era l’ora che preferivo. Avevamo tutti un rapporto speciale con lei, era diversa dalle altre professoresse, io l’amavo soprattutto perché mi portava i crackers e mi faceva sempre i complimenti. Anche in 2^ ho trovato un amore, che però è stata più una serie televisiva alla “Beautiful” che una vera cotta. E’ stato l’unico anno in cui ho pianto l’ultimo giorno di scuola, perchè sapevo che mi sarebbero mancati tutti i miei compagni e perché la prof. di francese andava in pensione e non ci sarebbe stato più nessuno a procurarmi le merende (il cibo, il mio più grande amore e maggiore preoccupazione da sempre!). Praticamente in tre anni non ho mai portato una merenda a scuola, ma merenda ne ho sempre fatto (AhAhAh!).

Ho richiuso anche quella scatola e ho rovistato tra i disegni di quando avevo su i 3\4 anni e, nei vecchi oggetti, ho trovato i miei primi spartiti del pianoforte e lì mi sono venuti ancora gli occhi lucidi. Facendo un profondo respiro ho sfilato da sotto la scatola “Libri universitari”, che ho guardato con uno sguardo misto tra orrore e terrore, la scatola “3^ media”. Bella botta, proprio una bella botta al cuore ritrovare i quaderni pieni zeppi di “Ti amo” dedicati al mio primo vero e proprio ragazzo, foto sul diario, dediche degli amici, frasi dedicate al mio migliore amico, alle mie amiche o semplici annotazioni di frasi che mi avevano colpito tratte da libri che avevo letto, testi o canzoni, e ancora date segnate in rosso e gli auguri nelle pagine dei vari compleanni. Anche lì ho riprovato per qualche minuto quello che ho provato agli inizi di agosto, poi alla fine di ottobre e infine a gennaio, quando mi sono lasciata con lui. Lì ho pianto, ho pianto davvero per qualche secondo, nel rivivere certi momenti, ma poi mi sono ricomposta e ho continuato ad esplorare.

La cosa più bella è stata rileggere, segnati sul diario, gli orari degli incontri di musica della terza media, i giorni dei viaggi scolastici, le note prese soprattutto dalla professoressa di matematica, riaprire i quaderni e vedere gli esercizi che facevo fino a qualche mese fa, trovare le prime bozze della tesina e guardare i disegni fatti tra le righe dei libro di geografia e storia: i tipici baffi disegnati sul volto dei personaggi oppure il pugnale disegnato in testa a Hitler. Qui ho riso come un’isterica. Mentre frugavo in quella scatola ho inaspettatamente trovato il libro di francese della seconda media che stavo cercando. Era finito per sbaglio nella scatola della “terza”, l’ho preso e dopo aver rimesso tutto a posto ho esitato un attimo prima di richiudere tutto, ma poi ho sospirato e ho rimesso lo scatolone nello scaffale. Ho appoggiato la schiena e la testa negli scatoloni dei CD di mio padre e prima di rialzarmi dal pavimento ho riletto velocemente tutte le etichette: “ogg. Scrivania ©hia”, “Giochi”, “Prime foto”, “Barbie”, “Cicciobello”, “quaderni elementari: prima, seconda, terza, quarta, quinta”, “Libri e quaderni medie: prima, seconda e terza”.

Ho chiuso gli occhi davanti a tutta la mia vita e per un attimo avrei voluto riprendere tutto, riportare tutto a casa, ogni cosa, ogni minima cosa, anche la più piccola; volevo essere di nuovo circondata da tutte le età che ho avuto, non volevo lasciare lì la mia vita. E guardando il libro di francese che avevo in mano, il libro che dovevo vendere, mi sono resa conto di non volerlo più vendere. Ho capito che sarebbe stato come vendere una parte di me che custodisce il ricordo della mia prof. di francese, di quell’anno fantastico. Di lì a poco quella roba sarebbe stata buttata via. Tutta quella roba nelle scatole avrebbe smesso di essere mia. Non  volevo vedere andar via i miei ricordi, tutti quegli oggetti che hanno creato quella che sono, quegli oggetti che raccontano i miei cambiamenti nel tempo. Non volevo lasciarli lì, tutti soli. Alla fine ho appoggiato il pupazzetto, ho stretto il libro a me, mi sono alzata e guardando quegli scatoloni ancora una volta sono andata via chiudendo la porta a chiave, che ho nascosto gelosamente nella mia borsa.

Fuori dalla porta dello sgabuzzino mi sono detta: “Ecco come che ci si sente seduti davanti alla propria vita”.

©hia

Il vecchio

Ora, 1990, affacciandosi alla finestra, case, ancora case, ad altezza diversa, muri con nudo intonaco a vista, o con colori azzicaus… – Non mi praxit prus custa bidda… aveva mormorato con un filo di voce. – Oh babbu, ma lassa perdi… sa bidda, sa bidda…non c’est prus sa bidda…! Quante volte mi hai raccontato de su famini a tirai a marras, o di quando tuo padre, ed eri appena un bambino, ti aveva buttato giù dal letto, ti aveva riempito di botte e tu eri scappato verso lo stagno per evitare il peggio, che poi era arrivato quando ti aveva raggiunto e le sue robuste mani ti avevano ficcato la testa nell’acqua fin quasi ad affogarti… – L’hai sempre difeso… aveva ragione, dicevi, avevo lasciato le pecore incustodite ed ero rientrato a casa per dormire, morto di stanchezza. E c’era passata anche nonna, sciadada, corpus anche a lei, colpevole di averti lasciato entrare in casa. – Fiat cussa sa pedagogia… corpus, traballu e arrispettu…ellu immoi, babbus chi non ci funti, mammas durcis comenti su zucchuru…fillus chi arrespundit a su babbu e sa mamma… e tottus acconcaus e cittius castiendi sa Tv, sa mamma de tottus…

Esausto, appoggiando le sue mani scarne e nodose sulle spalle del figlio, si era spostato verso il comò, dove la moglie teneva i lumini accesi davanti alle foto dei tanti parenti scomparsi… ed era contento perché anche per lui si sarebbe acceso il lumino del ricordo. Si era soffermato su due foto sbiadite in uniforme dell’esercito. Una di suo fratello disperso in Russia, e mai più ritornato. Lui aveva sempre sognato che si fosse accasato con qualche bella e opulenta contadina russa, ma sapeva che era sicuramente sepolto in qualche cimitero di guerra o in qualche fossa comune nell’immensa pianura attraversata dall’immenso Don. L’altra foto era la sua. – Bellu piccioccu! Arraz’e ogus…e s’imponentzia de is pitturras! Pariast bell’e berus…Ellus immoi chi ses tottu scallau… – aveva sorriso caustica la vecchia – ma su tziccheddu ti andat sempri… Quella foto rimandava a ricordi lontani, tempus de guerra, quando tutto può succedere, e la vita come la morte si fanno più limpide e chiare.

Si era fatto riaccompagnare a letto appoggiandosi alle giovani spalle del figlio…poi aveva fatto chiamare il nipotino… – Lassaisì a solus. Il nipote si era avvicinato timoroso, ma il vecchio lo aveva tranquillizzato – Accosta…seu leggiu e fadiau, ma pippius ancora non di pappu… – Pottamì cussa fotografia de sordau, cussa in pitzus de su comò. Il bambino, ubbidiente, si era avvicinato al comò… – O nonno ma quale? Ce ne sono due… – Quella dove non c’è il lumino… l’altra è quella di tuo zio Antonio. Aveva preso la foto del nonno soldato, e si era appoggiato al letto. Nello sbiadito bianco e nero si distingueva lo sguardo fiero che fissava l’obiettivo, il berretto a bustina, la giacca militare con le mostrine, i pantaloni alla zuava, ampi e sbuffati, le scarpe lucide. La mano sinistra, appoggiata sul fianco, stringeva un paio di guanti, la destra era appoggiata ad una mensola con sopra un vaso di fiori. – O nonno, ma quanti anni avevi? – Tenemmu bintunannus… ventun anni avevo, fiat su millenoixentustrintasesi, l’ho fatta nel millenovecentotrentasei… – Stavi facendo il militare? – Nou, stavo partendo per la guerra – Che bella, la guerra o nonno, ma ce l’avevi la pistola e il fucile? – Bella nasa…

Il nonno si era sollevato il pantalone del pigiama, scoprendo la gamba destra fin sopra il ginocchio. Il bambino non aveva mai visto le gambe del nonno, bianche e magre da vecchio. – Da bisi custa, questa la vedi? – Il nonno mostrava, proprio a mezza coscia una lunga cicatrice, ancora ben visibile. Prese la mano del bambino e la fece scorrere sull’antica ferita. – È custa sa guerra…non è un gioco…la guerra…che ti credi…voi giocate con i soldatini di piombo, ma noi soldati eravamo, di carne e di ossa…e poitta poi…non ci d’appu mai ingurtia cussa guerra, e su bellu est chi femmu partiu volontariu… – Ma nonno la guerra serve per difendere la patria… – Lassa perdi… lascia perdere la patria…la patria…mi d’arregordu comenti chi siat oi… is Federalis, is fascistas passanta in bidda…allipputzius e barrosus…ma mi cumprendis? Lo capisci il sardo di nonno? – Non tanto… – Passavano i Federali, in paese, po reclutai is giovunus, “servono volontari per le esigenze d’oltre mare. Firmate e avrete un ingaggio di 3000 lire e una paga giornaliera di 40 lire”. Deu femmu poburu e seu partiu impari a medas atrus… – Ma nonno cosa vuol dire “oltre mare”? Lo sai che ci sono tante terre e popoli oltre il mare?” – Non cumprendemu una figu siccada inzandus. Nonno lo sai… era inniorante e povero…arrazz’e accoppiada…e così sono partito… po mei “oltre il mare” c’era l’Abissinia, e Mussolini, fogu du pappit, naradat ca ci fiat traballu e groria…gloria per l’impero.

– Allora sei tu che sei voluto partire? – Ellus! Sissinniora! Seus partius de Napoli col piroscafo, e poi ci siamo trovati a Gibraterra, e a Cadice dove siamo sbarcati. – O nonno…non si dice Gibraterra…ma Gibilterra, lo stretto di Gibilterra, che divide la Spagna dal Marocco, la maestra dice che gli antichi lo chiamavano le “Colonne d’Ercole”… quindi tu hai visto quello stretto passaggio… – Niente ho visto, ci hanno tenuti accorraus dentro la pancia del piroscafo po no essi bius de is inglesus, siamo passati di notte, e poi siamo sbarcati a Cadice. – Nonno…non era l’Abissinia, ma la Spagna… – Arratz’e festas s’anti fattu a Cadice, fiat su 22 de dicembre, bella paschiscedda…s’anti accumpangiau in d’unu campu de tendas accanta de Sivillia, ci hanno dato una divisa diversa da quella della fotografia, non prus su grigio verde, ma una de pannu pesanti a colori de arena…po no fai biri ca femus italianus.. – Perchè, nonno, tutte quelle feste? – Is is spagnolus dicevano di combattere i comunisti, ma deu pagu ndi sciemmu de politica…a pagu a pagu chistionendi cun issus… – Ma nonno, come facevi a capire lo spagnolo? – Come fai te a capire il sardo? A fragu…a origa…e poi su spagnolu assimbillat meda a su sardu, capivo quasi tutto..e quasi subito ho capito che non era una guerra mia, per la patria nas tui… fiat cosa de spagnolus contra de su guvernu spagnolu…e nosus femus ingunis a fai sa guerra cun d’unu fradi contra de un’ateru fradi…

– Dopo Siviglia dove vi hanno portato? – Siamo partiti per Madrid… – Aspetta nonno che porto il mio atlante illustrato…così vedi dove sei passato… Il nipotino prese il suo atlante e mostrò al nonno la carta della Spagna. – Vedi nonno, questo è lo stretto di Gibilterra, qui c’è Cadice, e qui a Nord c’è la capitale della Spagna Madrid – Arrazz’e camminu eus fattu, e su frius, s’acqua, su ludu, i camion broccati nelle strade… – Bloccati nonno, bloccati….nessuno vi aiutava? – Nou ma quando siamo rimasti fermi un paio di giorni una famiglia mi ha ospitato…fiant poburus coment’a nosus sciadaus, e c’era una ragazza che mi piaceva molto, e io piacevo a lei…mi ricordo finzas su nomini…Asunzion o Ascension…fiat bella comenti a una sarda…candu si seus saludaus lei ha detto “asta luego” e io ho detto “a si biri luegus, dopo la guerra…” ma dopu seus torraus a partiri…d’emmu finzas fotografada, ma appu perdiu sa macchina fotografica in su ludu andendi a Madrid. – Nonno, hai mai ammazzato qualcuno? – No du sciu, femu sordau e appu sparau deu puru… – E quella brutta ferita? Quando te la sei fatta? – Cussa est un’arregordu de Guadalagiara…una bella granata e adiosu a sa gamba… – Vediamo dov’è Guadala…Guadalajara, la vedi? È qui, più su di Madrid… – Una battalla coment’e cussa non si podit crei…fiat cumentzada s’ottu de martzu de su trintasetti e po tottu su mesi…per tutto il mese è durata…lo sai? In is cunettas curriat su sànguini…candu s’omini est in guerra non cumprendi prus nudda…est pigau de su dimoniu…e su sanguini attontiadat su ciorbeddu… – Hai avuto paura, nonno?

– Paura…sempre! Ma de Guadalagiara mi ricordo la pioggia, la neve, su frius…is manus cancaradas… sa divisa tottu infusta…non podemus aguantai su fosili in is manus…e poi sa bregungia…la vergogna… – Perchè vergogna? – Camminendi in su ludu, in cussu macellu de omnis, carrus, camion, cun s’artiglieria drommia, intendemus in s’atra trincea boxis de italianus – Italiani? – Propriu aicci, intendemus cantai Bandiera rossa e poi a tutto volume dai camion nemici “fratelli, perché siete venuti in un paese straniero a uccidere altri lavoratori? Tornatevene a casa…vi hanno ingannato”. – Non capisco nonno… – Deu puru non cumprendemu inzandus…dopu candu seu torrau zoppi zoppi appu scippiu ca nosus cumbattemus cun is fascistas de Franco, amigu de Mussolini, fogu si du pappit, e medas italianus cun is comunistas de sa repubblica de Spagna, femmu capitau in sa Guerra Civile de Ispagna – E la battaglia di Guadalajara come è finita? – Nosus eus perdiu cussa battalla, ma sa guerra de Ispagna est accabada cun sa vittoria de Franco – Ma tu nonno non hai finito la guerra perché eri ferito… – M’anti ricoverau in un ospedale da campo, avevo i muscoli della coscia maciullaus …e appu tentu su tempus po pensai… – A cosa pensavi nonno… – Allora pensavo solo a guarire e ritornare a casa, zerriendi e gioghendi cun is atrus ferius cumenti a mei…ma mi è rimasto sempre su surrungiu…lo sai cos’è su surrungiu? – Che strana parola…nonno…non ci arrivo neanche a fragu…o a origa…come dici tu.

– Su surrungiu è come un dispiacere…unu bremmi chi mussiat sa brenti..unu dubbiu…mancai in cussa guerra non ci fademu nudda…a cumbatti poitta poi? A sparai contra de atrus ominis…E su surrungiu mi ha sempre accompagnato…ogni volta che mi fa male la ferita… comenti una scuminiga torrat su pensamentu de sa guerra… – Aiò nonno sono fatti di tanti anni fa…guarda com’è bella la Spagna oggi… Il nipotino mostrò al nonno immagini di Siviglia, Cadice, Madrid, Barcellona, Salamanca – Non parit berus, funti passaus cinquant’annus… – Ti piacerebbe riandare a vedere quei luoghi? – Nou…e poi non c’est prus tempus…e mancu gana… – Ok nonno, ora devo andare…se vuoi ti lascio l’atlante così lo puoi sfogliare… – A si biri nepodi. Guarda che la ferita, in cinquant’anni, l’ha vista solo tua nonna…lo sai mantenere un segreto? – Ok, Ok nonno…a si biri.

Antonio Sitzia

(Equilibri, Circolo dei lettori di Elmas)