Luigi Pusceddu e le sue storie di vita

La zingara non aveva azzeccato la previsione sulla durata della sua vita. E così per sorte o più probabilmente per effetto del codice genetico, unito alla fortuna di vivere in un’epoca che ha permesso a quelli della sua generazione di migliorare progressivamente la propria condizione di vita e quella dei figli, ha travalicato i confini del secolo in cui era nato. Luigi Pusceddu si è spento agli inizi di quest’anno all’età di 91 anni, non senza essersi prima premurato di lasciare ai suoi nipoti e alla sua comunità d’origine (Villanovaforru) e a quella d’adozione (Sestu) due veri gioiellini di scrittura.

Non l’ho mai conosciuto personalmente ma ho letto le sue storie di vita e in qualche modo posso dire anch’io di averlo incontrato. Tra il 2003 e il 2005 Luigi Pusceddu pubblicò due libri in seguito alle sollecitazioni della figlia Anna che, come lui stesso racconta, qualche anno prima gli aveva regalato  un “grosso quaderno a quadretti con rilegatura rigida”, per annotare le sue memorie. Un dettaglio descrittivo, questo, in cui rivela quell’attenzione ai piccoli particolari che caratterizza lo stile dei suoi racconti.

Il primo dei due libri, “Le tappe di una vita”, rientra pienamente nel filone della scrittura autobiografica spontanea e popolare. Un genere che si è andato progressivamente estendendo man mano che la scrittura è diventata un’abilità in possesso di fasce sempre più larghe di popolazione. E forse perché, come si legge nel recente saggio dell’antropologo Giulio Angioni Fare, dire, sentire (Il Maestrale 2011), “la si vive tutti per raccontarla la vita, a dispetto dei critici e dei canoni letterari e più in generale delle estetiche elitarie”, in Europa sono sorti dappertutto contenitori fisici e virtuali per la raccolta di questi prodotti di scrittura memorialistica. In Italia ne è un esempio l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve di Santo Stefano, fondato nel 1984 da Severino Tutino, che oggi raccoglie circa seimila diari, memorie ed epistolari, fruibili anche on-line (http://www.archiviodiari.it/archivio.html). I racconti di vita, del vissuto in prima persona, sono senz’altro importanti testimonianze della microstoria, ma prima di tutto rispondono al bisogno individuale di far risaltare la dignità della persona. Nel contempo, mettere in forma di racconto le vicende della propria vita, è un modo efficace per dare loro senso e valore. Nondimeno questo genere di scritti risponde pienamente all’esigenza tipicamente moderna di non rassegnarsi a passare su questa terra senza lasciare una piccola impronta di sé.

Anche in “Piccole storie” Luigi Pusceddu utilizza la scrittura per fissare e trasmettere ai lettori (forse nelle intenzioni originarie ai soli figli e nipoti) il suo essere profondo. Ma questa volta inquadra la sua storia personale all’interno di un’identità collettiva fatta di modi di vivere, pensare e lavorare ormai scomparsi e sconosciuti alle nuove generazioni. Lo fa senza alcuna nostalgia per quel passato, consapevole come è del benessere raggiunto dalla nostra società, ma senza rinunciare a stimolare nei lettori il senso critico nei confronti dei non pochi aspetti negativi che il progresso ha comportato. Per raccontare le sue storie si inserisce programmaticamente nel solco di una tradizione culturale orale. Fin dalla struttura narrativa, articolata in racconti brevi e autonomi, si rifà ai contus de forredda, quelle storielle sempre diverse, un pò vere e un pò fantastiche, che nelle sere fredde d’inverno, “quando ancora non c’era la radio e la televisione e c’era voglia di stare insieme”, una zia Efisia o una zia Arrosa si divertivano a raccontare ai membri della famiglia o del vicinato radunati intorno al fuoco. Racconti “alla buona” li definisce Luigi Pusceddu. Non privi di valore documentario e allo stesso tempo letterario, li consideriamo noi. I suoi nipoti collettivi.

Sandra Mereu

“MUTANDINE DI CHIFFON” di Carlo Fruttero (Mondadori 2010)

Ieri è morto, all’età di 85 anni, lo scrittore Carlo Fruttero. Lo ricordiamo proponendo ai lettori di SESTU RELOADED la recensione del suo ultimo romanzo “Mutandine di chiffon” (che è anche un’ironica e irriverente autobiografia), curata da Tonino Sitzia del circolo dei lettori “EquiLibri” di Elmas.

Carlo Fruttero ha costituito con Franco  Lucentini uno dei più fertili sodalizi letterari nell’Italia della seconda metà del novecento. La sigla F&L ha prodotto una serie di romanzi polizieschi, saggi, raccolte antologiche, collane di fumetti e fantascienza (Urania, la nota collana di fantascienza della Mondadori, venne da loro diretta dal 1961 al 1985). In questo libro Fruttero, classe 1926, scherza bonariamente col titolo “Mutandine di chiffon”, ricordando la canzone scritta dal burbero e taciturno padrone di casa della sua famiglia, tale dott. Francini Anacleto, che negli anni trenta veniva cantata a Torino dal celebre Gino Fanzi, il quale, per sollevare il morale degli spettatori, intercalava la straziante Balocchi e Profumi con le birichine Si fa ma non si dice e “Mutandine di chiffon, sentinelle sentinelle del pudor, difendete dall’amor la trincea della virtù”. Il successo, a detta di Fruttero, era pari all’Internazionale e alla Marsigliese. Erotismo d’altri tempi, in un’Italia provinciale e ingenua, ma ancora oggi, sostiene l’autore, quel tipo di tessuto, è ancora ricercato. Quanto al sottotitolo Fruttero parla di Memorie retribuite, “perché scritte su richiesta di giornali, riviste, libri bisognosi di prefazione, e naturalmente pagate”. Non memorie volute e tantomeno programmate, dunque, sembra voler dire l’autore.

Il libro ripercorre, sullo sfondo di grandi avvenimenti storici, gli anni trenta, la guerra, l’8 settembre, la lotta partigiana, il dopoguerra, il dramma della Rivoluzione ungherese del 1956, le vicende che hanno come teatro culturale, la sua città natale Torino. Il capoluogo piemontese non è una città qualsiasi: a partire da Gramsci e Gobetti, e dai Consigli di fabbrica, dai primi scioperi del marzo 1943, è stata sempre un termometro delle tendenze più profonde della società italiana. Fruttero è stato un testimone privilegiato di quelle vicende, e di quelle atmosfere, perché ha vissuto a diretto contatto con i libri e con il privato di tanti scrittori e uomini di cultura che hanno fatto la storia della letteratura italiana del secondo Novecento. E’ dai primi anni cinquanta che egli lavora, seppure inizialmente a mezzo servizio, per la casa editrice Einaudi, dapprima come traduttore e poi collaboratore. Ci resterà per dieci anni, prima di passare alla Mondadori. Attorno al padrone Giulio, nel mitico tavolo ovale ogni mercoledì, nella sede di via Biancamano a Torino, sedevano gli altrettanto “mitici cavalieri, Mila e Calvino, Bobbio, Ponchiroli e Bollati, Antonicelli e Luciano Foà, Vittorini e Cases e Renato Solmi”. A cui si potrebbero aggiungere Leone Ginzburg, Pavese, Franco Venturi, Contini, Cantimori, Fortini, e tanti altri. Questo pool di cervelli, e la casa editrice per cui lavoravano, ha dato un decisivo contributo al rinnovamento e svecchiamento della cultura italiana dopo il fascismo. Fruttero racconta gustosi aneddoti, ed è difficile selezionarne alcuni e tralasciarne altri, ma poiché una recensione vuole sollecitare la curiosità del lettore, come non citare l’incontro con Calvino, che occupava la scrivania alla sua destra, e che gli chiedeva come mai non si iscrivesse al Partito comunista, e alle sue perplessità rispondeva che ormai non c’erano più i vincoli ideologici di un tempo e agli intellettuali non si chiedevano più dichiarazioni fideistiche…

Di grande interesse la ricostruzione dei terribili contraccolpi, nella intellighenzia europea, della tragedia ungherese del 1956, con i carri armati russi a Budapest, la caduta delle illusioni e lo sconcerto di tanti intellettuali e dello stesso Einaudi. Fruttero racconta di una notte concitata, che finì per assumere toni da farsa, in cui il Padrone costrinse lui, in quanto anglista e Giulio Bollati, a scrivere un indignato telegramma all’ONU perché fermasse la violenza, salvo poi scoprire alle due del mattino, di fronte ad un assonnato impiegato delle poste centrali, che non avevano i soldi per spedirlo e svegliarono il capo perché coprisse le spese. Certo pensare che una piccola casa editrice potesse fermare una guerra, la diceva lunga sul ruolo che Einaudi attribuiva alla cultura, al di là della forte autostima che ne traspariva. La carrellata di episodi e personaggi è significativa: il terribile fustigatore di scrittori Pietro Citati, che si mostra incantatore di bambini, Giorgio Bocca e la sua improponibile camicia rossa, l’isola dei famosi, esilarante racconto di un incontro (1960) nell’isola di Maiorca tra editori (Einaudi, Gallimard, lo spagnolo Barral, il tedesco Rowohlt, l’inglese Weidenfeld, l’americano Rosset) e scrittori tra i quali Moravia e Vittorini, il poeta Enzensberger, Doris Lessing, Michel Butor, Roger Caillois, Ripellino, Montale, con al centro un premio da attribuire a due finalisti: Borges o Beckett?

Ovviamente Fruttero rende omaggio a Franco Lucentini, a cui dedica tre capitoli, un ”Ritratto dell’artista come anima bella”, e ne coglie nel privato lati sconosciuti, un “Il picchio e la ghiandaia”, sul mistero del lavoro in coppia, un saluto “Con Lucentini aspettando Godot”, in cui richiama i versi di Baudelaire “Ô mort, vieux capitaine, il est temps! Levons l’ancre!”. Non meno interessante è il richiamo continuo che Fruttero fa ai suoi affetti, ai suoi familiari, ai suoi nipotini, al suo essere ancora, a ottantaquattro anni, un bambino curioso. La stessa curiosità di quando, da adolescente sfollato con i suoi genitori in una vecchia casa della nonna nel Monferrato, nelle vicinanze scopre l’esistenza di un castello un po’ in disuso appartenuto a dei discendenti di un  vecchio illuminista, ma pieno di libri. “E’ lì che ho cominciato ad amare i libri, per passione ma anche perché non c’era altro da fare. Mi è venuto il morbo della lettura…da questo punto di vista non mi vergogno a dire che la seconda guerra mondiale per me è stata una fortuna”.

Antonio Sitzia