Festa di San Sebastiano 2015

San Sebastiano 2015Da una decina d’anni anche a Sestu, così come in altri centri della Sardegna, il nuovo anno si apre con la celebrazione della festa di san Sebastiano. Nel nostro comune – spiega Roberto Bullita, cultore di storia e tradizioni popolari – questa festa era gradatamente caduta in disuso con l’avvento degli stili di vita legati alla società dei consumi e soprattutto per effetto della contrazione, nell’ambito dell’economia locale, del settore pastorale, cessando definitivamente di esistere intorno alla metà degli anni ’60 del Novecento. Come accade ancora oggi, in quei paesi della Sardegna che hanno portato avanti questa tradizione senza soluzione di continuità, negli ultimi secoli la festa era organizzata da un comitato di pastori che portavano il nome del santo (Pittanu, Srebastianu).

Fuoco di Sant'AntonioA riscoprire e riproporre la festa all’attenzione della comunità e delle autorità civili e religiose di Sestu è stata un’associazione culturale locale, Is Mustaionis e s’Orku foresu, interessata a evidenziare e valorizzare i legami che questa ha con l’avvio del Carnevale. La popolazione fin da subito ha accolto la festa e i suoi riti con curiosità e interesse e in breve tempo ne ha fatto uno gli appuntamenti più attesi e partecipati dell’anno. Ha certamente giocato a suo favore la memoria che di essa avevano conservato gli anziani e tutti coloro che l’avevano conosciuta da bambini. Ma il suo rilancio si deve anche alla partecipazione dei tanti nuovi residenti provenienti da zone della Sardegna dove la tradizione del falò di san Sebastiano (su fogaroni) è ancora molto viva e sentita.

La festa di san Sebastiano – come dimostrano le ricerche di Roberto Bullita – affonda le sue radici in un lontano passato e faceva parte di una triade di feste che si svolgevano a Gennaio, accomunate dal rito del fuoco (Sant’Efisio, Sant’Antonio Abate, San Sebastiano). Al fuoco la tradizione pagana, su cui si è poi innestata quella cristiana, attribuiva una funzione purificatrice. Le fiamme bruciavano tutti i mali del mondo e i santi proteggevano e guarivano gli uomini e gli animali dalle malattie, in particolare dalle pestilenze, portatrici di lutti e dolori. Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio tutta la comunità si incontrava intorno al fuoco e si intratteneva, tra canti e balli, fino all’alba. Rientrando ciascuno nelle proprie abitazioni, gli uomini e le donne del paese recuperavano dalla cenere ancora calda gli ultimi tizzoni ardenti (munzionis), per conservarli come amuleti contro le malattie e i temporali.

I musicistiLa festa ritrovata si svolge, anche oggi, all’insegna della tradizione, intorno all’accensione di un grande falò. Nuovi e vecchi residenti dopo il tramonto si riuniscono nel piazzale lungo l’argine del fiume e lì si fermano per ore a scaldarsi e contemplare il grande fuoco che continua a conservare intatto l’antico alone di magia. Accompagnati dalla musica delle launeddassulittu e organetto, molti si uniscono in un grande cerchio per ballare su ballu tundu, altri cenano all’aperto, in compagnia, con pane, formaggio e salsiccia.

San Sebastiano_SestuAll’improvviso, quando le fiamme si levano alte, compaiono sulla scena le terrificanti maschere del carnevale arcaico. Si muovono lente a ritmo cadenzato e interpretano una pantomima di morte e rinascita che contribuisce a rendere ancora più suggestiva e misteriosa l’atmosfera. All’apice della festa, ad aggiungere fuoco al fuoco, si inserisce uno spettacolo pirotecnico che saluta coloro che devono rientrare a casa per alzarsi presto la mattina.

La comunitàCome tante feste tradizionali, la festa di san Sebastiano ha perso molti dei significati e dei valori che rivestiva in passato. Ma i tanti elementi simbolici di cui è intessuta ci permettono oggi di attribuirgliene di nuovi. La comunità che si stringe in cerchio intorno a uno degli elementi della natura, se vogliamo, può essere letto come l’affermazione del valore della collettività che si oppone all’individualismo e ai suoi modelli culturali e sociali, il cui dominio oggi sta umiliando le speranze di milioni di persone e contribuendo a distruggere l’ambiente in cui viviamo.

Sandra Mereu

Villaggi scomparsi del territorio di Sestu

Lo studio degli insediamenti scomparsi della Sardegna in età medievale e moderna è un campo della ricerca storica che negli ultimi decenni ha registrato interessanti progressi. Un notevole impulso in questo senso si è avuto dalle ricerche di John Day che nel 1973 pubblicava l’inventario dei villaggi abbandonati in Sardegna. Più recentemente la ricerca storica insieme agli studi di archeologia medievale hanno permesso di colmare molte lacune presenti nelle fonti cinquecentesche e di superare l’approccio quantitativo che caratterizza il lavoro di John Day. Si sono così analizzate le cause profonde del fenomeno, legandole ai mutamenti istituzionali, economici e sociali che hanno caratterizzato gli stati giudicali e il Regno di Sardegna tra medioevo ed età moderna (Giovanni Serreli: 2009¹). Nello stesso tempo, per spiegare le ragioni dell’abbandono di interi villaggi, si è presa in considerazione anche la microstoria. Gli avvenimenti drammatici e improvvisi spesso più di altri motivi possono vincere il naturale attaccamento dell’uomo al suo territorio. A questo proposito Giovanni Serreli ricorda la distruzione di interi villaggi costieri del cagliaritano ordinata dal re di Arborea Mariano IV durante la guerra contro i catalano-aragonesi, citata in una fonte del 1366. Dietro la strategia bellica del sovrano arborense – scrive Serreli – “si intravedono famiglie di disperati costretti ad abbandonare i propri miseri averi, le proprie abitazioni, le proprie terre per recarsi in altri villaggi, oggi diremo come profughi”. Contributi allo studio degli insediamenti umani e al loro abbandono provengono anche dalle fonti toponomastiche correlate all’archeologia, quantunque spesso, avverte Giovanni Serreli, emergano tra fonti scritte ed evidenze archeologiche discrasie cronologiche. Quasi mai infatti l’abbandono di un villaggio da parte dei suoi abitanti è un fatto istantaneo ma più spesso un fenomeno lungo e complesso del cui andamento raramente resta traccia nei documenti. Anche il territorio di Sestu, tra medioevo ed età moderna, è stato interessato dal fenomeno dello spopolamento e abbandono di antichi villaggi. Vi proponiamo di seguito le schede sintetiche dei centri abbandonati curate da Roberto Bullita seguendo il filo rosso dei toponimi locali e pubblicate nella pagina Facebook “Sestu per immagini tra passato e presente”.   (Sandra Mereu)

Villaggio di Sinnuri o di San Michele (Santu Miali)

San MicheleLa villa di Sennuri, conosciuta anche come Santu Miali (San Michele) dalla chiesa che vi sorgeva, si trovava a nord-est di Sestu lungo la strada per Serdiana a ridosso del Rio Sassu. Sinnuri era un centro di piccole dimensioni, lo desumiamo dal fatto che tributava al comune di Pisa la modestissima somma di 2 lire e 18 soldi come dazio, nonché trenta starelli di grano e 24 d’orzo come contributo in natura. Fu abbandonata in data imprecisata in seguito a una pestilenza che distrusse nell’isola tanti altri insediamenti rurali minori nel corso del Cinquecento. Il suo territorio, come accadde per gli altri villaggi scomparsi entrò a far parte di Sestu col toponimo Santu Miali. I terreni che vi insistevano venivano adibiti a vidazzone durante il periodo più florido dell’economia rurale e frumentaria, caratterizzata appunto dalla rotazione agricola dei terreni (vidazzone e paberile). Il villaggio di Santu Miali viene citato con la sua chiesa durante la visita pastorale dell’arcivescovo Lasso Cedeño nel 1597.

Villaggio di Sussua

san gemilianoIl villaggio di Sussua risale alla seconda metà del XIII secolo ed era ubicato in zona San Gemiliano in quanto comprendeva l’omonima chiesa. In precedenza in quello stesso territorio sorgeva l’antico villaggio prenuragico di San Gemiliano, studiato a suo tempo dall’archeologo Enrico Atzeni, unitamente a quello di Monte Olladiri (territorio di Monastir). Il villaggio di Sussua nell’anno 1322 era infeudato a Pisa in quanto versava i seguenti tributi: 26 lire e 11 soldi per datio, 7 lire per vigne, 55 starelli di grano e 66 d’orzo, a cui si aggiungevano altre 33 lire in denaro. Nel 1335 la villa è citata nel Componimenti Nou, un documento conservato a Barcellona che contiene una lista di villaggi infeudati. La sua popolazione contava allora dai 150 ai 200 abitanti e aveva una discreta dotazione di territorio agricolo. Tuttavia nel 1490 il villaggio risulta disabitato, come tanti altri di quel tempo.

Villagio di Seurru

SeurruLa villa di Seurru nacque probabilmente sui resti di un insediamento più antico (si pensi a sa Funtana de Seurru) come modesto agglomerato ubicato intorno alla chiesa di San Saturno. Il “Registro” delle rendite pisane ci dice che nel 1322 risultava popolata da una cinquantina di persone. Nel suo territorio sorgeva una chiesa localizzabile nei pressi della strada che dalla curva di via Andrea Costa (vecchia S.P. per San Sperate) porta a San Gemiliano, nella campagna nota come località Sant’Esu. Su questa chiesa purtroppo non si hanno molte informazioni. Sappiamo solo che trent’anni più tardi Seurru compare con la sua chiesa tra i possedimenti della Mensa Arcivescovile di Cagliari. Dopo l’anno 1365 comincia la sua progressiva decadenza fino all’abbandono. Sant’Esu attualmente fa parte della toponomastica territoriale del comune di Sestu che ne ha inglobato la zona insieme a tutto il territorio di Seurru.

Villaggio di Nuracada

NuracadaLa villa di Nuracada era ubicata a nord di Sestu e contava durante il medioevo un centinaio di abitanti. Essa viene citata in pieno periodo giudicale da un documento del 1215 e dalla statistica pisana del 1322. Nel corso del XIV secolo Nuracada era infeudata ai signori Ramon e Tomaso Merquet, appartenenti a un grande casato di nobili barcellonesi stabilitisi nell’isola. Nell’anno 1544 il villaggio risulta già spopolato a causa di pestilenze e carestie varie. Il suo territorio verrà quindi incorporato da Sestu e oggi compare nella sua toponomastica comunale.

Roberto Bullita

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1. Giovanni Serreli, Vita e morte dei villaggi rurali in Sardegna tra stati giudicali e Regno di Sardegna e Corsica, in RiMe n.2, giugno 2009

EPURAZIONE!

sede_comune_SestuCampeggia sulla cronaca locale del maggiore quotidiano regionale di oggi la notizia della ripresa delle ostilità tra le diverse componenti del PD di Sestu (“Sestu, il Pd contro il Pd”, L’Unione Sarda, 7/3/2014). Anticipata da una nota diffusa su facebook, la scomunica lanciata dalla segretaria cittadina Michela Mura agli amministratori PD di maggioranza, sindaco compreso, è stata poi ufficializzata nella seduta serale del consiglio comunale. Come un fulmine a ciel sereno la segretaria cittadina del PD ha dichiarato coram populo che Aldo Pili, Anna Crisponi, Roberto Bullita, Giovanna Podda, Pierpaolo Meloni e Giancarlo Angioni, non fanno più parte del Partito Democratico.

A tanto ardire si è arrivati facendosi scudo della decisione del comitato dei garanti (che risale a qualche mese fa) con la quale è stata rigettata la richiesta di espulsione dal PD nei confronti della stessa Mura, di Fabio Pisu e Valentina Ledda, avanzata dal sindaco e dai consiglieri della maggioranza del Partito democratico in seguito al voto contrario al bilancio del 2012 espresso appunto dai tre dissidenti. Come si ricorderà quel passaggio mise in serio pericolo la tenuta dell’amministrazione di centrosinistra e comportò di conseguenza la necessità di nuovi equilibri interni alla maggioranza.

Forte di un’arbitraria, se non addirittura fantasiosa, interpretazione delle motivazioni addotte dal comitato dei garanti, che vorrebbe i tre dissidenti assolti da ogni addebito mentre il sindaco e la maggioranza addirittura censurati per aver seguito una procedura scorretta, Michela Mura ha dunque emesso la sua irrevocabile sentenza di espulsione. Ogni commento sull’efficacia che potrebbe avere una simile decisione, presa da un’autorità non competente in materia, è assolutamente superfluo.

Di contro, di fronte all’ennesima crisi interna del PD locale non ci si può non domandare perché i livelli superiori del PD continuano a tollerare che lo stesso partito a Sestu faccia convivere legittimamente sotto la stessa bandiera una cosa e il suo esatto contrario? Perché si continua a scegliere di non scegliere? Non serve essere esperti politologici per capire che un simile paradosso è destinato a danneggiare l’immagine del partito e dunque la sua credibilità agli occhi degli elettori ancor più di quanto già non accada ora.

Ma se è vero che il PD attraverso i suoi organismi ufficiali non decide da chi vuole essere rappresentato a Sestu, l’impressione è che le ragioni degli avversari del sindaco e dei consiglieri PD di maggioranza abbiano finora goduto di un maggiore sostegno, a parole e nei fatti. Vale la pena ricordare a questo proposito quanto è accaduto nel marzo dello scorso anno in occasione di una direzione regionale del PD tenutasi a Oristano. Chi vi ha preso parte e i tanti che, come me, hanno seguito quell’incontro in streaming hanno potuto sentire Michela Mura accusare il sindaco di Sestu e “il suo entourage” di ogni genere di nefandezze.

Grande  impressione fecero in particolare le accuse ai danni di questi ultimi di omissioni nell’esercizio delle funzioni pubbliche (“le cooperative stesse che ricevono degli appalti non vengono poi controllate dall’amministrazione nel loro operato”), di aver compiuto azioni  criminali (“gli atti intimidatori nei confronti di una nostra consigliera di 29 anni”) di aver arbitrariamente e ingiustificatamente allontanato i consiglieri dissidenti dalle commissioni con modalità violente (“sono stati epurati da tutte le commissioni consiliari e continuamente mobbizzati”).

Quelle parole sono suonate obiettivamente come accuse gravi (la trascrizione dell’intervento si può ancora leggere sul sito dell’Associazione Nino Carrus, http://www.ninocarrus.it/new/index.php/blog/257-perche-il-pd-ha-perso). Nessuno in quella circostanza si sognò di contestarle. Né risulta che sia mai stato fatto in altre occasioni pubbliche. Di contro Michela Mura ottenne allora l’esplicito sostegno di un alto dirigente del partito che in quella stessa Direzione si espresse a favore di una sua non espulsione.

Le amicizie con esponenti di spicco del PD sardo di cui gode la segretaria cittadina di Sestu,  secondo alcuni, sarebbero anche all’origine della sortita di ieri in consiglio comunale. Così si esprime al riguardo l’assessore agli affari sociali Anna Crisponi: “con la nomina a sottosegretario di Barracciu, a cui la segretaria del circolo territoriale di Sestu è strettamente legata, dopo un breve periodo di quiete è il momento di riprendere le attività di disturbo: ci si sente di nuovo forti e protetti.”

Michela Mura e il suo gruppo si troverebbero dunque oggi sotto l’ala protettiva del Presidente del consiglio. Poco importa evidentemente a chi qualche anno fa conquistò il circolo di Sestu sventolando la bandiera dell’ortodossia comunista che Renzi incarni le posizioni ultra liberal del Partito democratico. Verrebbe però da dire che sotto altri aspetti la corrente renziana sia invece la loro giusta collocazione. Con “Il Principe” novello condividono l’ansia per il potere, mezzi e discutibili metodi.

Sandra Mereu

Conferenza sui balli di carnevale

I balli di Carnevale

Conferenza

Sabato 1 marzo 2014, ore 17

Locali Pro Loco, via Roma 26, Sestu

Conferenza carnevale 2

Relatori:

Carlo Pillai – “Balli di Carnevale fra classi egemoni e classi subalterne”

Andrea Locci – “Carnevale e ballo. Le trasformazioni nel Novecento sardo”

Roberto Bullita – “Is Ballus de Krànovali a Sestu fra tradizione e modernità”

Tonio Spiga – “Su Ballu Campidanesu” (illustrazione teorica e pratica, con accompagnamento delle launeddas Michele Deiana)

Il giovedì delle comari

Giovedì delle comariScrive Roberto Bullita, profondo conoscitore di tradizioni popolari sestesi, che in passato il Carnevale era scandito da una serie di appuntamenti di alcuni dei quali si è persa la memoria. Tra questi vi era il “Giovedì delle Comari”, Su Giòbia de is Gomais, che precedeva il Giovedì Grasso. Ne è rimasta traccia in un Pregone emanato nel 1728 da Don Hercules Thomas Rovero, contenente il calendario delle feste da osservare. Tra queste figuravano il Jueve de las Comadres el Jueve Lardero y Lunes y Martes de Carnestolendas, ovvero il Giovedì delle Comari, il Giovedì, il Lunedì e il Martedì Grasso. Il provvedimento viceregio riguardava Cagliari e i paesi vicini, compreso Sestu. Racconta ancora Roberto Bullita che secondo la tradizione, tramandata dagli anziani e confermata anche da alcune fonti scritte riportate dall’antropologa Luisa Orrù, durante su Giòbia de is Gomais uscivano per le vie del paese singolari maschere di uomini travestiti da donna. Nel chiuso delle case nel frattempo le comari friggevano le zeppole che poi usavano scambiarsi reciprocamente, accompagnandole talvolta con scherzi esilaranti. Secondo il calendario del viceré Tomaso Ercole Roero di Cortanze ieri sarebbe stato un Giovedì delle Comari. Qualcuno se ne deve essere ricordato. Insolitamente, circolavano nel paese strane maschere…

S. M.

Pedalata natalizia 2013

Bici d'epocaQuest’anno la pedalata di Natale avrà un sapore antico. Accanto ai ciclisti in casco e mountain bike, domenica 15 dicembre, sfilerà anche un gruppo di appassionati di bici d’epoca. La bici più vecchia che vedremo risale al 1924. Dopo averle recuperate dai polverosi magazzini e pazientemente restaurate, questi appassionati di bici storiche hanno dapprima iniziato ad esibirle in occasioni di feste tradizionali e ora le usano abitualmente anche per gli spostamenti quotidiani nelle vie del paese. Roberto Bullita, che ne possiede una dei primi anni ’60, confessa di preferirla di gran lunga a quella che ha acquistato qualche anno fa in un negozio specializzato. E non è solo per una questione di gusto estetico, legato all’indiscutibile eleganza della forma. “La struttura con manubrio rialzato – spiega Roberto – e i freni a bacchetta, garantiscono un sistema frenante davvero eccezionale!”

La pedalata partirà come di consueto da Piazza Salvo D’Acquisto (fronte municipio) intorno alle ore 10. Dopo un largo giro per le vie del paese il gruppo di ciclisti si radunerà a Casa Ofelia dove è previsto un brindisi finale con esposizione delle bici d’epoca.

S.M.

Ricordando l’alluvione…67 anni fa.

Alluvione_Sestu 1946La notte del 26 ottobre 1946 un pauroso nubifragio di inaudita violenza si abbatté su Sestu ed Elmas, che rimasero duramente colpiti dalla bufera. I morti accertati furono trenta e diverse centinaia furono le case distrutte e gravemente danneggiate. Ingente fu il numero dei sinistrati e dei danni causati dall’acqua. Dopo il 1893 non si era mai vista una inondazione così catastrofica.
A Sestu, la pioggia cominciò a cadere verso le ore ventidue sempre più intensa, fino allo straripamento congiunto del Rio su Pardu, Rio sa Cora e del Rio Matzeu. Quest’ultimo durante la sua esondazione dagli argini, si riversò in larghi torrenti lungo le vie del paese, sino a raggiungere in certe zone del centro un livello massimo di tre metri, provocando morte e rovine.
Ancora una volta, tra le grida delle donne e il frastuono della tempesta, si rinnovavano in quel frangente gli spaventosi episodi che i vecchi già ricordavano dall’inondazione del 30 novembre 1893. I morti furono nove.
L’ondata dopo aver travolto Sestu, si precipitò poi lungo la direzione che da Nord-Est va a Sud-Ovest, verso Elmas. Il ponte sulla strada Cagliari-Monastir non resistette all’urto. L’acqua ne divelse i tubi di scarico, trascinò lontano i parapetti e aprì sull’asfalto una voragine di una decina di metri. Poi proseguì ancora aumentando di forza e portando con sè, nel suo vertiginoso fluire, alberi sradicati, mobili, botti e ogni altra cosa che aveva trovato nel suo passaggio.
Giunse ad Elmas verso le ventitré e trenta. Investì il paese da un lato, facendo crollare già al primo urto le case più deboli, e stabilizzò le acque su un livello che raggiunse nella via Sestu i quattro metri d‘altezza. Caddero altre case e ci furono altri morti (21 in tutto), la maggior parte dei quali bambini. Anche a Elmas i danni furono ingenti e numerosi i sinistrati. Dopo la sfacelo l’onda assassina si riversò nello stagno di Santa Gilla, con tutto il suo carico di cose e di vittime, lasciando dietro di se tanta devastazione sia nei centri abitati che nelle campagne.
Il ricordo di questa tragedia fu riportato in versi dal compianto poeta locale Tomaso Cara, che trascrisse i momenti di quella triste notte in due composizioni in lingua sarda. Un sonetto “Sa notti de s’unda” e una canzone “Sa canzoni de S’Alluvioni” che racconta appunto la drammaticità di quei terribili momenti.

“Sa notti de s’Unda”

Intendu ancora in s’origas mias
Tristus izzerrius de cussa notti
I mammas cun dispresceri forti
Portanta in brazzus is pippias
Po dda sa salvai de s’acqua de morti
Babbus puru in mesu as tribulias
Gherranta in cussa orribili sorti
Birendi undas in domu e bias
Ma s’ira prus forti impettuosa
Cun sa forza insoru no bincianta
E i’ domus arrui birianta
Ora tanti affritta e dolorosa
E in mesu sa tempesta dannosa
Tottus impari sa fida finianta.
(T. Cara)

Roberto Bullita

Bistiris e prendas sestesi

Ieri, lunedi 2 settembre, è stata inaugurata la mostra dell’abbigliamento tradizionale sestese curata dalla Pro Loco. Si può ammirare una varietà straordinaria di abiti e gioielli, quasi tutti originali, indossati dalle donne e dagli uomini del passato. Contrariamente a quanto siamo portati a credere infatti – ha fatto notare l’assessore Roberto Bullita, che è anche un appassionato cultore di tradizioni popolari – l’abito tradizionale sestese non è solo quello che viene esibito oggi dai gruppi folk locali. Esistevano e si indossavano abiti diversi per i diversi strati sociali e le diverse occasioni. La mostra si snoda lungo un percorso circolare che tocca i momenti topici della vita: dalla nascita alla morte, passando attraverso il matrimonio e le varie feste religiose che rappresentavano i momenti più importanti intorno ai quali la comunità si ritrovava e stringeva legami. Di grande interesse inoltre la dettagliatissima ricostruzione della tipica caserma dei Carabinieri di fine Ottocento, con i suoi mobili-archivio e le cassapanche-scrittoio, luogo fisico in cui si materializzava il rapporto della comunità con “sa giustizia”. La mostra è visitabile nei locali Faccin, in via Roma a Sestu, sino al 29 settembre (vedi Locandina).

DSCN9458     DSCN9539Le campidanesi sogliono distendere sul petto un fazzoletto bianco o di colore, due capi del quale si allacciano al disopra delle maniche, tra l’omero e l’ascella, gli altri due all’estremità inferiore del giubboncino; pudico sipario che non ha le pretese di celare alcun tesoro, ma unicamente la missione di tener monda la candida camicia, che ricopre le fonti della maternità, nascenti o tramontanti. 

Enrico Costa (1887)

DSCN9487     DSCN9550E’ affascinante il modo in cui camminano, a passi brevi e rapidi. Tutto considerato, ai miei occhi, il costume più attraente da donna è lo stretto corpino e la gonna a pieghe, ampia e vibrante col movimento. Ha un fascino di cui l’eleganza moderna è completamente priva, un gioco di movimenti simile a quello di un uccello. 

D. H. Lawrence (1921)

DSCN9461DSCN9484DSCN9528Era domenica e le donne indossavano l’abito festivo. La camicetta bianca lucente accuratamente stirata si intravedeva con i suoi rigonfiamenti a pieghe dalle aperture delle maniche rosse, lasciate volontariamente aperte, e del corpetto adornato di ricami di seta chiuso dai due tradizionali bottoni dorati. 

Max Leopold Wagner (1908)

DSCN9469     DSCN9544     DSCN9480Sandra Mereu

Foto di Chiara Meloni

Verde speranza

Sarà per deformazione professionale ma, senza più neanche rendermene conto, sono portata a valutare le cose nel lungo periodo. Gli archivisti, si sa, vedono scorrere sotto i loro occhi, anno dopo anno, secolo dopo secolo, la storia di questo o quel comune, di questa o quella comunità. Tanto più quelli che, in Sardegna, hanno l’opportunità di lavorare nelle antiche città regie – come Bosa e Iglesias, ad esempio. Qui, carta dopo carta, registro dopo registro, fascicolo dopo fascicolo ci si muove lungo una linea del tempo che abbraccia oltre seicento anni, dal medioevo all’età contemporanea. Difficile dunque che un archivista possa considerare “storico” qualcosa nato 20 0 30 anni fa. I tempi lunghi della storia non lo ammettono. Gli archivisti leggono le carte, ne analizzano i dettagli, schedano migliaia di documenti. E alla fine ricompongono l’insieme, da cui quasi sempre emerge un passato fatto di mutamenti e discontinuità, fratture e scarti che sfuggono a una concezione di sviluppo lineare e omogeneo nel tempo. Della storia di una comunità, della sua evoluzione economica, sociale e urbanistica tendono pertanto a considerare non i singoli episodi, ma le tendenze nel lungo periodo.Via Monserrato_anni 60

Emergenza verde? Suppongo che sia questa la ragione per cui, per restare in tema di verde pubblico, non mi ritrovo sulle posizioni di chi sostiene che a Sestu siamo in piena “emergenza verde”. Non è una mia opinione ma è proprio la storia a mostrare che così non è. Basta confrontare queste due foto di via Monserrato, una delle principali strade di Sestu. La prima risale agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso. La seconda ritrae la situazione odierna. Come si può notare l’immagine in alto mostra una via Monserrato senza neanche l’ombra di un albero: praticamente un deserto. Oggi la situazione è molto diversa. Sul lato destro fa bella mostra di sé un filare di alberi impiantato una ventina di anni fa. Queste piante sono l’esempio di un’oculata scelta tra specie arboree che ben si adattano a diventare verde urbano. Hanno radici che vanno in profondità e per questo non rischiano di danneggiare i marciapiedi né i muri delle case. D’estate innaffio regolarmente i due esemplari ai lati del mio cancello ma sarebbero comunque in grado di crescere anche senza l’aiuto esterno, proprio per via delle lunghe radici che permettono loro di attingere l’acqua dalla profondità del terreno.

Via Monserrato_2013

SESTU – Via Monserrato

Il verde pubblico a Sestu è dunque una conquista relativamente recente. E’ frutto del benessere e della disponibilità di acqua corrente. All’inizio si è proceduto con un po’ di approssimazione, forse proprio a causa della mancanza di una tradizione del verde pubblico. Dapprima sono stati piantati alberi a sviluppo rapido, senza troppo considerare le conseguenze dell’espansione dell’apparato radicale  in senso orizzontale. Per cui negli anni successivi molti alberi della prima generazione sono stati estirpati e sostituiti con specie arboree meno invasive. Gli stessi alberi di via Monserrato che vediamo nella foto hanno in parte sostituito i primi alberi piantati dal sindaco Bullita. Stessa sorte è toccata agli alberi di via Gorizia e a quelli di Piazza Rinascita e di Piazza San Giorgio. Errori di valutazione, uniti a un certo provincialismo, hanno talvolta caratterizzato le scelte delle amministrazioni in materia di verde pubblico anche negli ultimi decenni. Molti ricordano ancora l’improvvida trovata di sistemare le fioriere nei pali della luce a diversi metri da terra. Ma non manca anche chi tra i cittadini, ancora oggi, si lascia incantare dai lussureggianti parchi e giardini del nord Italia e li propone come modello da seguire nel nostro assolato paese del Campidano.

Comunque sia andata è evidente che, tra tentativi ed errori, la tendenza in atto vista nel lungo periodo è positiva. Ed è un fatto che oggi Sestu è, per quanto riguarda gli spazi pubblici urbani, un paese più verde di quello di ieri. Ma ancora non basta. Perché nel frattempo il paese è cresciuto, sono scomparse le case tradizionali che con i loro giardini regolavano il microclima interno e al loro posto sono nate palazzine, prive di spazi da adibire a giardino. A tanti cittadini piacerebbe avere – oltre ai filari d’alberi nelle strade, a qualche piazzetta alberata e ad un’unico parco – anche altre oasi verdi disseminate un po’ dappertutto. Ma sappiamo bene che la manutenzione del verde pubblico ha costi molto alti che il comune, oggi più di ieri, ha difficoltà a sostenere. Assecondare e rinforzare la tendenza in atto – al netto di qualche taglio che, se necessario, in un paese in evoluzione ci può anche stare – significa allora chiamare in causa tutti i cittadini e organizzare forme di partecipazione diretta per la cura del verde. Al comune si potrà e si dovrà chiedere di trovare i terreni, piantare gli alberi, predisporre i sistemi di irrigazione. Ma al resto siamo disposti a pensarci noi cittadini?

P.S: la foto-cartolina che ritrae la via Monserrato agli inizi degli anni ’60 è una delle tante immagini d’epoca postate nel gruppo facebook  “Sestu per immagini tra Passato e Presente”. Grazie a questa iniziativa, promossa da Roberto Bullita, molti cittadini di Sestu stanno scavando nei vecchi cassetti e contribuendo a costruire un interessantissimo archivio fotografico che testimonia i più disparati aspetti della storia della comunità.

Sandra Mereu

Sant’Isidoro, una tradizione che resiste

Sant'Isidoro 2012 - Foto di R. Bullita

Festa di Sant’Isidoro, “Bois mudaus” (Foto di R. Bullita)

Come da tradizione, nel mese di maggio si celebra a Sestu la festa di Sant’Isidoro, il patrono dei contadini. Festa che quest’anno è attesa per sabato 11 maggio. Roberto Bullita in un articolo pubblicato su questo stesso blog (La festa di Sant’Isidoro a Sestu, ieri e oggi) ci ha raccontato che essa è strettamente legata all’attività agricola, ancora oggi, nonostante l’avanzare del terziario, uno dei settori prevalenti dell’economia locale. Si conoscono – sostiene Roberto Bullita – poche testimonianze scritte sull’origine del culto di Sant’Isidoro a Sestu. Tuttavia è verosimile che, come in moltissimi paesi del Campidano, anche a Sestu questo culto abbia preso piede a partire dalla sua introduzione in Sardegna ad opera degli spagnoli, nel corso del Seicento. Sant’Isidoro è dunque un santo di recente diffusione che – stando agli studi di Carlo Pillai (Il tempo dei santi, 1994) – si è sostituito a precedenti culti legati ai riti agrari, pagani prima e cristiani poi, perché funzionale alle politiche agrarie dell’epoca. La stessa agiografia e iconografia ne sarebbero una conferma. Emblematico a questo proposito – scrive Pillai – l’episodio, sottolineato anche nei goccius e nelle canzoni sarde, del santo-contadino che viene sorpreso a oziare. Un comportamento che in Isidoro, generalmente rappresentato come scrupoloso esecutore degli ordini del padrone e indefesso lavoratore, può essere tollerato – è questo il messaggio – solo in quanto ad arare i campi al suo posto avevano provveduto i buoi guidati dagli angeli, “dus beatissimus ispiritus purissimus benius po d’aggiudai”. A partire dalla seconda metà del Seicento, parallelamente alla diffusione del culto di questo santo in Sardegna, si registrano appunto una serie di provvedimenti viceregi a favore dell’agricoltura. Dello stesso segno è anche l’istituzione, per iniziativa della Chiesa, dei Monti granatici, finalizzati a sottrarre i contadini alla piaga dell’usura. Le autorità quindi si adoperavano per evitare il collasso delle attività agricole e a questo fine Sant’Isidoro veniva indicato ai contadini come modello perfetto a cui tendere per sopportare le fatiche che il duro lavoro dei campi comportava. Nel secolo successivo il culto di Sant’Isidoro si diffonde ulteriormente e ciò avviene – fa notare ancora Pillai – in stretta correlazione con la capillare diffusione nelle aree cerealicole del meridione dell’isola, a partire dalla Marmilla, delle banche del grano per i poveri, quali erano appunto i Monti frummentari o granatici.

Sant'Isidoro 2012 - Foto di R. BullitaLa festa di Sant’Isidoro a Sestu (come pure negli altri paesi) si caratterizzava per la sfilata de is bois mudaus, cioè i gioghi di buoi agghindati con fiori colorati e addobbatti di tutto punto con nastri e campanacci. Nei festeggiamenti moderni, come vediamo da qualche anno a questa parte, i maestosi buoi, forza motrice dell’economia agricola del passato, sono accompagnati dai moderni mezzi meccanici, trattori e trattrici, anch’essi addobbati a festa. E in questo straniante accostamento di antico e moderno si afferma la forza di una tradizione a cui i contadini sestesi sembrano proprio non voler rinunciare.

Sandra Mereu

A scuola di bici

Progetto BiciNella Scuola primaria “Anna Frank” di Sestu è partito un corso di educazione all’uso della bici rivolto agli alunni di tutte le classi. Il corso fa parte di uno dei due progetti di sperimentazione didattica finanziati dal comune di Sestu per tramite dell’ assessorato alla cultura e alla pubblica istruzione guidato da Roberto Bullita, ma ben si concilia con la più generale politica di promozione della mobilità sostenibile portata avanti dall’amministrazione.

A molti di noi 40/50enni, cresciuti praticamente in sella a una bicicletta, il fatto che ai nostri figli e nipoti serva addirittura un corso per incoraggiarli ad usare uno dei più divertenti mezzi di trasporto che sia mai stato inventato, suona effettivamente un po’ strano. Ma è sotto gli occhi di tutti che i bambini di oggi non solo non vanno in bici ma nemmeno a piedi e vengono accompagnati dappertutto in macchina dai loro genitori. Un’abitudine che viene giustificata dagli adulti con l’aumento dei pericoli e del traffico sulle strade ma che in realtà solo in parte ha fondate ragioni di esistere.

In un recente studio dell’Istc-Cnr promosso dal Policy Studies Institute di Londra — un’indagine che riguarda 15 Paesi del mondo, tra cui Italia e Germania — è emerso che l’autonomia di spostamento dei bambini italiani nell’andare a scuola è passata dall’11% nel 2002 al 7% nel 2010. Per fornire un metro di paragone l’autonomia dei bimbi inglesi è al 41% e quella dei tedeschi al 40%. Non risulta però che nelle nazioni europee dove i bambini vanno a scuola da soli ci siano meno pericoli, meno criminalità, mentre c’è motivo di credere che l’aumento del traffico nelle strade sia legato non poco alla scelta dei genitori di accompagnare i figli a scuola, in palestra, dagli amici e in ogni dove in macchina.

Anche a Sestu la situazione negli ultimi anni ha toccando livelli parossistici, con i genitori che pretendono di accompagnare i figli fin dentro l’aula in auto, macchine in doppia fila negli orari di ingresso e uscita, bambini che rischiano di essere travolti di fronte al portone della scuola, a cui si aggiungono le dosi massicce di smog che siamo tutti costretti a respirare. Ci troviamo insomma di fronte a un circolo vizioso che è bene spezzare, fornendo ai bambini alcuni strumenti per utilizzare la bici con maggiore sicurezza e contestualmente togliendo ai genitori qualcuno degli alibi dietro cui spesso si nascondono per assecondare le loro ansie e insicurezze.

Uno degli obiettivi del corso organizzato dalla scuola primaria “Anna Frank” è appunto quello di suggerire ai bambini nell’immediato una possibilità di autonomia negli spostamenti, che possa poi nel tempo sedimentarsi come sana abitudine su cui far leva per il futuro come possibile alternativa all’uso dell’auto privata. Attraverso questo corso, tenuto dagli esperti di “Città Ciclabile – FIAB” di Cagliari, i bambini apprendono le regole del codice della strada, con particolare attenzione ai segnali dedicati alla bicicletta, e nello stesso tempo imparano a prendersi cura della loro bici e a farne la manutenzione ordinaria. Il tutto attraverso lezioni e laboratori in aula, accompagnate da uscite in bici per esplorare il mondo esterno e misurare le capacità acquisite. Alla fine del corso verrà rilasciato il “patentino del ciclista”.

Sandra Mereu

Festa di San Sebastiano 2013

Si rinnovano anche quest’anno, tra sabato 19 e domenica 20 gennaio, i festeggiamenti in onore di San Sebastiano, incentrati intorno al suggestivo rito del fuoco (su fogaròni). La festa di San Sebastiano è una tradizione che risale a tempi molto antichi, attestata a Sestu sin dal XVI secolo (vedi su questo stesso blog “La festa di San Sebastiano a Sestu” di Roberto Bullita).

Caduta in disuso negli anni ’60 del secolo scorso, questa festa è stata riscoperta e rilanciata, una decina d’anni fa, dall’associazione “S’orku Foresu e Is Mustaionnis”, a partire dai suoi legami con l’avvio del Carnevale, e in breve tempo è diventata uno gli appuntamenti più attesi e partecipati dell’anno.  Intorno a su fogaròni di San Sebastiano si radunano ogni anno centinaia di persone, sia sestesi d’origine che nuovi residenti, specie quelli provenienti da zone della Sardegna dove la tradizione del falò di San Sebastiano è ancora molto viva e sentita.

La festa avrà inizio nella serata di sabato 19, con l’accensione della catasta di legna sistemata nello spiazzo sterrato di via Piave, da cui divamperà un grande falò. Intorno al fuoco si svolgeranno le danze propiziatorie delle antiche maschere tradizionali (is mustaionis e s’orku foresu) e i balli sardi accompagnati da launeddas e organetti. La serata proseguirà con la degustazione di prodotti tipici isolani e l’assaggio di vini novelli e si concluderà  a tarda sera con uno spettacolo pirotecnico.

Per i dettagli del programma  cliccare su LOCANDINA SAN SEBASTIANO 2013.

(S. M.)

Cultura e tradizioni popolari: i prossimi appuntamenti

Sabato 24 novembre 2012  “Ballu tundu de Donnyasantu”. Serata di ballo sardo accompagnata dai suonatori Stefania Manca, Nicola Diana, Renato Cannas e dalla voce di Peppino Pateri. Locali della Pro Loco, ore 20:30. La serata è organizzata dall’associazione folkloristica “I Nuraghi” e dall’associazione amatoriale di ballo sardo “Amore e Tradizioni” con il sostegno del comune di Sestu.

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Venerdì 30 novembre 2012  Incontro didattico sull’abbigliamento tradizionale sestese. Intervengono Roberto Bullita e Nazareno Orrù. Saranno illustrati pezzi d’abbigliamento originali e ricostruzioni realizzate attraverso il supporto di fonti storiche documentarie e iconografiche. Casa Ofelia, ore 19. La conferenza è organizzata dalla Pro Loco con il patrocinio del comune di Sestu.

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Sabato 1 dicembre 2012  Festa per gli 80 anni di Luigi Lai. Concerto di launeddas ed esibizione folkloristica in onore del grande maestro di launeddas Luigi Lai. Locali della Pro Loco, ore 18:30. La serata è organizzata dall’associazione folkloristico-culturale “San Gemiliano” e dalla Pro Loco, con il sostegno del comune di Sestu.

Festival delle Pro Loco 2012

“Come raccontare dunque la nostra isola agli altri? E come si fa a spiegare ad un forestiero che anche la gastronomia da noi è particolare? Come si fa a dire che noi magari mangiamo il formaggio con i vermi che saltano, che cuociamo il maiale sotto terra (…), che facciamo sculture con il pane di semola quando ci sono le feste, che “tessiamo” le frattaglie attorno ad uno spiedo, che ci piace il formaggio fresco “acido”?”

Si può fare con un’antologia letteraria, come ha fatto MieleAmaro con Il gusto della letteratura in Sardegna”, da cui proviene la citazione di Giuseppe Pusceddu riportata sopra, o con un raduno regionale di Pro Loco, come si fa da diversi anni a Sestu, grazie ad una felice intuizione della Pro Loco locale guidata da Mariolino Ziulu.

La riproposta  e la riscoperta dei sapori e dei piatti tipici locali è una delle principali attività svolte dalle numerose Pro Loco nate in Sardegna per promuovere, a fini turistici, i rispettivi territori comunali in cui hanno sede. Oggi non c’è quasi paese che non abbia una sua sagra e per di più le varie manifestazioni, concentrandosi prevalentemente nel periodo estivo, spesso si sovrappongono le une alle altre, creando una controproducente sovrabbondanza di offerta turistica. Perché invece – hanno allora pensato a Sestu – non riunire le varie proposte a carattere eno-gastronomico in un’unica manifestazione? E concentrare quindi in uno stesso luogo la variegata gamma di prodotti e piatti tipici della Sardegna, in modo da raggiungere il maggior numero di persone e offrire nel contempo un’occasione di confronto alle Pro Loco?

La scommessa si è rivelata vincente e ogni anno si ritrovano a San Gemiliano – luogo scelto per il raduno – migliaia di visitatori. Alla buona riuscita di questa manifestazione contribuiscono, oltre ai volontari delle varie pro loco (vedi la Locandina del Festival delle Pro Loco 2012), gli studenti della Scuola Alberghiera di Pula. Né fa mancare il suo sostengo economico e logistico il comune di Sestu, considerandola un’iniziativa che ben si inquadra nel programma di valorizzazione della cultura e tradizioni popolari promossa dall’assessore Roberto Bullita.

L’appuntamento di quest’anno è fissato per sabato 6 e domenica 7 ottobre. Sarà possibile degustare una ventina di piatti tipici della Sardegna e il tutto – assicurano gli organizzatori – si svolgerà nel totale rispetto dell’ambiente. E’ infatti bandito l’uso di piatti e bicchieri di plastica e i cibi saranno serviti in una scivedda, con annesse posate, bicchieri e tovaglioli, di cui si potrà disporre versando una cauzione di 5 euro (che verrà ovviamente restituita alla riconsegna).

Sandra Mereu