Festa di San Sebastiano 2015

San Sebastiano 2015Da una decina d’anni anche a Sestu, così come in altri centri della Sardegna, il nuovo anno si apre con la celebrazione della festa di san Sebastiano. Nel nostro comune – spiega Roberto Bullita, cultore di storia e tradizioni popolari – questa festa era gradatamente caduta in disuso con l’avvento degli stili di vita legati alla società dei consumi e soprattutto per effetto della contrazione, nell’ambito dell’economia locale, del settore pastorale, cessando definitivamente di esistere intorno alla metà degli anni ’60 del Novecento. Come accade ancora oggi, in quei paesi della Sardegna che hanno portato avanti questa tradizione senza soluzione di continuità, negli ultimi secoli la festa era organizzata da un comitato di pastori che portavano il nome del santo (Pittanu, Srebastianu).

Fuoco di Sant'AntonioA riscoprire e riproporre la festa all’attenzione della comunità e delle autorità civili e religiose di Sestu è stata un’associazione culturale locale, Is Mustaionis e s’Orku foresu, interessata a evidenziare e valorizzare i legami che questa ha con l’avvio del Carnevale. La popolazione fin da subito ha accolto la festa e i suoi riti con curiosità e interesse e in breve tempo ne ha fatto uno gli appuntamenti più attesi e partecipati dell’anno. Ha certamente giocato a suo favore la memoria che di essa avevano conservato gli anziani e tutti coloro che l’avevano conosciuta da bambini. Ma il suo rilancio si deve anche alla partecipazione dei tanti nuovi residenti provenienti da zone della Sardegna dove la tradizione del falò di san Sebastiano (su fogaroni) è ancora molto viva e sentita.

La festa di san Sebastiano – come dimostrano le ricerche di Roberto Bullita – affonda le sue radici in un lontano passato e faceva parte di una triade di feste che si svolgevano a Gennaio, accomunate dal rito del fuoco (Sant’Efisio, Sant’Antonio Abate, San Sebastiano). Al fuoco la tradizione pagana, su cui si è poi innestata quella cristiana, attribuiva una funzione purificatrice. Le fiamme bruciavano tutti i mali del mondo e i santi proteggevano e guarivano gli uomini e gli animali dalle malattie, in particolare dalle pestilenze, portatrici di lutti e dolori. Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio tutta la comunità si incontrava intorno al fuoco e si intratteneva, tra canti e balli, fino all’alba. Rientrando ciascuno nelle proprie abitazioni, gli uomini e le donne del paese recuperavano dalla cenere ancora calda gli ultimi tizzoni ardenti (munzionis), per conservarli come amuleti contro le malattie e i temporali.

I musicistiLa festa ritrovata si svolge, anche oggi, all’insegna della tradizione, intorno all’accensione di un grande falò. Nuovi e vecchi residenti dopo il tramonto si riuniscono nel piazzale lungo l’argine del fiume e lì si fermano per ore a scaldarsi e contemplare il grande fuoco che continua a conservare intatto l’antico alone di magia. Accompagnati dalla musica delle launeddassulittu e organetto, molti si uniscono in un grande cerchio per ballare su ballu tundu, altri cenano all’aperto, in compagnia, con pane, formaggio e salsiccia.

San Sebastiano_SestuAll’improvviso, quando le fiamme si levano alte, compaiono sulla scena le terrificanti maschere del carnevale arcaico. Si muovono lente a ritmo cadenzato e interpretano una pantomima di morte e rinascita che contribuisce a rendere ancora più suggestiva e misteriosa l’atmosfera. All’apice della festa, ad aggiungere fuoco al fuoco, si inserisce uno spettacolo pirotecnico che saluta coloro che devono rientrare a casa per alzarsi presto la mattina.

La comunitàCome tante feste tradizionali, la festa di san Sebastiano ha perso molti dei significati e dei valori che rivestiva in passato. Ma i tanti elementi simbolici di cui è intessuta ci permettono oggi di attribuirgliene di nuovi. La comunità che si stringe in cerchio intorno a uno degli elementi della natura, se vogliamo, può essere letto come l’affermazione del valore della collettività che si oppone all’individualismo e ai suoi modelli culturali e sociali, il cui dominio oggi sta umiliando le speranze di milioni di persone e contribuendo a distruggere l’ambiente in cui viviamo.

Sandra Mereu

Festival delle Pro Loco 2014: il valore culturale ed economico di una sagra.

Festival delle proloco 2014Da dieci anni, a Sestu nel primo fine settimana di ottobre, nelle lollas di San Gemiliano, la Pro Loco locale organizza il Raduno regionale eno-gastronomico delle sagre paesane. E’ una manifestazione molto attesa e partecipata e sarebbe riduttivo attribuirne il successo esclusivamente al richiamo primigenio rappresentato dall’abbondante disponibilità di cibo. In un contesto segnato dall’omologazione del gusto e dall’impoverimento delle capacità sensoriali, riscontrabili soprattutto nelle giovani generazioni, proporre i prodotti del patrimonio eno-gastronomico del territorio isolano riveste oggi un indubbio valore culturale ed educativo. Nondimeno favorire la conoscenza dei prodotti della tradizione è importante anche a fini economici. Gli ingredienti su cui si basano i prodotti sardi sono di elevata qualità biologica e nutrizionale, frutto di una selezione naturale legata alle caratteristiche geografiche e fisiche del territorio. Tutti sappiamo ad esempio che il latte prodotto dall’allevamento seminomade tradizionale è di qualità incomparabilmente superiore a quello derivato dall’allevamento industriale. Le pecore sarde si nutrono di erbe spontanee che crescono in un ambiente caratterizzato da aria salubre. Per questo motivo c’è chi crede che con un’adeguata organizzazione della produzione del formaggio, unita al controllo diretto della commercializzazione del prodotto finito in quei luoghi del mondo dove ci sono consumatori in grado di apprezzarne la qualità e pagarne il giusto prezzo, i pastori sardi non avrebbero più motivo di protestare per l’insufficiente remunerazione del loro lavoro .

festival pro loco 6festival pro loco 1festival pro loco 2festival pro loco 4festival pro loco 7festival pro loco 5A questa edizione 2014, che si svolgerà sabato 4 e domenica 5, parteciperanno con i prodotti tipici dei rispettivi comuni di provenienza le Pro Loco di: Donori (pecora in cappotto); Usini (dolci tipici): Gonnesa (fregola ai frutti di mare e malloredus); Soleminis (maiale alla birra); Ittiri (carne di pecora ghisadu); Sarroch (sangria e antipasto di mare primavera con polpette di spigola); Simaxis (risotto al pesto e pancetta e risotto di mare); Samatzai (polpettasa de sa candebera, cixiri cun pancetta e faa cun croxou de procu, gintilla cun sartizzu); Villamassargia (pecora al sugo rosso, pecora ai piselli); Gonnostramatza (gattou); Pula (fregola ai sapori di mare); Furtei (ravioli e agnello in umido); Uri (carciofi fritti in pastella e fritto di mare misto); Segariu (fregua cun sizigorrusu, fregua cun sartizzu). 

Si potranno inoltre degustare i prodotti della cucina di Portoscuso (fritto misto, tonno alla portoscusese e altre specialità di tonno alle erbe) preparati e offerti dalla Cooperativa sociale “South West Port”. La scuola alberghiera “Azuni” di Cagliari preparerà la vellutata di rapa rossa con salsa di zafferano di Turri e crostini di pane nostrano, risotto carnaroli affumicato con consommè di pecora e pioggia di pecorino. Sestu e i suoi prodotti saranno rappresentati dal pane fatto in casa dalle maestre panificatrici, dalle panadine, da fai a lissu, e altre squisitezze locali.

Compagnia d'armi_ SanluriDa segnalare ancora la presenza della Compagnia d’Armi Medioevali di Sanluri. Nel suo impegno per ricostruire i vari aspetti della vita quotidiana della società giudicale sarda che si svolgevano sullo sfondo dell’attività bellica, quest’associazione culturale ha prestato particolare attenzione anche all’alimentazione nel medioevo. Con il supporto scientifico dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea (C.N.R.) gli appassionati soci della Compagnia hanno raccolto e sperimentato le ricette utilizzate dai vari ceti sociali della Sardegna medievale e ricostruito gli utensili utilizzati per prepare e consumare i cibi. A Sestu offriranno un piatto di ceci e castagne accompagnato da ippocrasso.

Festival proloco_ScoutAltra caratteristica di questa manifestazione è infine l’assoluto rispetto dell’ambiente. Cibi e bevande sono serviti in piatti e bicchieri di terracotta o bio-compostabili e gli Scout di Sestu provvedono alla corretta raccolta dei rifiuti ed evitano che si disperdano nell’area circostante, sporcandola e deturpandola come purtroppo in altre circostanze accade.

Sandra Mereu

(Foto di Mario Ziulu)

101 tesori nascosti della Sardegna nella guida di Antonio Maccioni.

101 tesori nascosti della SardegnaPer caso, in Biblioteca mi è capitato di imbattermi in una originale guida della Sardegna, curata da Antonio Maccioni per la Newton Compton Editori (2012)*. Ho sempre pensato che le guide turistiche fossero uno strumento pratico per conoscere e orientarsi nei luoghi da visitare, e per molto tempo ho ritenuto esaustiva quella classica e pregevole del Touring Club. Recentemente ho scoperto e apprezzato anche un altro genere di “guide”, che raccontano la Sardegna e i suoi luoghi guardandoli da angolazioni insolite. Penso a “Nuraghe beach” di Flavio Soriga, a “Forse non fa” di Celestino Tabasso, e alla recente serie dei racconti per bambini inaugurata, con le “Le torri di Kar El“, da Carla Cristofoli per la Logus Mondi Interattivi. In queste guide i luoghi si scoprono e si apprezzano attraverso le suggestioni che esalano dalla storia degli uomini, dalle loro tradizioni e dalle leggende che fioriscono intorno. Una torre, una spiaggia, un monumento, una città non ti parlano veramente se ti avvicini ad essi con la superficialità del turista d’assalto. Puoi immortalarli con la macchina digitale per dimostrare a tutti di averli visti, ma rapidamente svaniscono dalla memoria. Se però hai letto una storia come “La Cattedrale del Mare” di Ildefonso Falcones, che ti ha anche coinvolto emotivamente, può capitare che a Santa Maria ci torni più e più volte durante il tempo del soggiorno a Barcellona. E quel monumento lo guardi e non solo lo vedi. Lo comprendi e lo trattieni.

La guida di Antonio Maccioni, giovane ricercatore specializzato in Letterature comparate, con interessi che spaziano dalla filosofia alla storia delle religioni, ha il merito di farti scoprire luoghi poco noti, non inclusi negli itinerari delle guide turistiche tradizionali, mostrandoteli sotto una luce insolita che permette di coglierne l’essenza profonda. L’autore divide luoghi e monumenti in quattro gruppi, ciascuno dei quali è tenuto insieme dal filo di un elemento naturale. Così da secoli si prega intorno all’acqua liberata dalle “sette fontane” di San Leonardo, perché “l’acqua è maghiargia” e “ci fa le magie”. Il cuore liquido della terra nella laguna di Santa Giusta copre per 2400 anni un satiro dai tratti “negrodi”, mentre i morsi del mare di Bosa divora le storie e la balena di pietra a Torre del pozzo d’estate prende vita al tramonto e il suo occhio si illumina di una luce serena. E la terra nasconde i tesori: ceramiche e calici sotto la cattedrale di Iglesias; scheletri antichi nella Marina di Arbus; madonne nuragiche nella casa dell’orco a Urzulei; incisioni rupestri nelle tombe di Anela. E poi c’è il fuoco… e quindi l’aria. E ad essi si aggiunge “il cielo dell’arte, misto a quello dell’anima”.

Dietro questa guida, si intravede un lungo e meticoloso lavoro di ricerca. Articoli di giornale, riviste specializzate, racconti letterari e i segreti “di chi questa terra la conosce sul serio” sono la materia di cui si compone. Il risultato è godibile, alternativo e utile. Anche a noi sardi, che quei luoghi ce li abbiamo sotto gli occhi ma raramente li comprendiamo e più spesso ne ignoriamo il significato nascosto. E poiché non li apprezziamo capita anche che non li proteggiamo. Sono in tutto “centouno tesori da vedere almeno una volta nella vita”, suggerisce l’autore. Chi resta e non parte per mete esotiche e città lontane, nei ponti tra Pasqua e il primo maggio potrebbe iniziare…

Sandra Mereu

*A Cagliari il libro si può trovare: Biblioteca regionale (viale Trieste 137), MEM (via Mameli 164), Biblioteca comunale di Pirri.

Chi paga il conto delle energie rinnovabili? A chi vanno i benefici?

“Non avere il metano è un costo dell’insularità”. Lo ha dichiarato il presidente Pigliaru nel commento alle sue dichiarazioni programmatiche (L’Unione Sarda, 10/04/2014). Concretamente ciò significa che ai cittadini sardi fare una doccia o cucinare un piatto di pasta costa esattamente il doppio rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano, ed è noto che a causa degli alti costi dell’energia termica particolari tipologie di imprese, come quelle della ceramica, non si sono potute sviluppare come avrebbero altrimenti potuto. Cosa ha impedito sinora la soluzione del problema energetico? Nella seconda puntata de L’Angolo delle idee, curato da Nova TV, Tore Cherchi, ingegnere minerario con una lunga esperienza politica (è stato parlamentare e sindaco della città di Carbonia, per citare solo le cariche più importanti) attribuisce la mancata metanizzazione della Sardegna principalmente a fattori di natura politica. Nondimeno hanno un forte contenuto politico le scelte che riguardano le energie rinnovabili. Stabilire chi deve beneficiare degli investimenti finalizzati ad aumentare la produzione di energia solare, eolica, energia da biomasse, è certamente una decisione di questo tipo. Secondo Tore Cherchi una giusta scelta politica non dovrebbe prescindere dal fatto che la produzione di energia rinnovabile è finanziata dai cittadini attraverso una salata sovrattassa che viene caricata sulla bolletta dell’energia elettrica. In che modo questi stessi contribuenti potrebbero avvantaggiarsene? Con l’azzeramento della bolletta degli enti pubblici, ad esempio. Se il comune di Sestu, poniamo, usufruisse di adeguati finanziamenti per produrre in proprio energia rinnovabile da utilizzare obbligatoriamente per l’illuminazione pubblica, il funzionamento di impianti sportivi, scuole, uffici municipali, etc., non dovrebbe più imporre ai cittadini un’ulteriore tassa per coprire le spese del fabbisogno energetico di quei servizi. In subordine – suggerisce Tore Cherchi – si potrebbero favorire le imprese che investono e creano sviluppo nel territorio e infine, se ci fosse ancora disponibilità, i restanti soggetti economici interessati. Sono appunto scelte politiche.

Sandra Mereu

Quanta energia per la Sardegna? E quale energia?

La questione dell’energia dovrebbe essere uno dei temi centrali della politica regionale e dell’azione del nuovo governo, tanto è l’impatto che il deficit di infrastrutture e i costi energetici hanno avuto in questi ultimi vent’anni sull’economia della Sardegna e sulla vita dei cittadini. In campagna elettorale se ne è parlato poco oppure lo si fatto in maniera frammentaria, senza la necessaria visione d’insieme. Nel discorso programmatico pronunciato qualche giorno fa, il presidente Pigliaru ha trattato il tema dell’energia in termini generali. Dagli accenni fatti, necessariamente sintetici, emerge l’importanza che si attribuisce al gas metano per lo sviluppo della Sardegna, si capisce quale metodo sarà utilizzato per elaborare il piano energetico ma non si evince ancora quali saranno le strategie. Per farsi un’idea complessiva sulla questione energetica in Sardegna, può essere molto utile il video che riproduce la puntata de L’Angolo delle idee, curata da Nova TV.

Con grande competenza ed esemplare chiarezza l’ing. Gregu, uno dei maggiori esperti sardi in materia di energia, partendo dalla constatazione che non esiste un piano energetico regionale aggiornato, spiega cosa è necessario conoscere per definirlo, a partire dall’entità del fabbisogno energetico per far funzionare le fabbriche, alimentare le nostre case, far camminare le nostre macchine […]. Ci dice che importiamo il 90% delle fonti energetiche che servono […], e che la diseconomia che la Sardegna paga perché non si dispone del metano è stimata in 500 miliardi di euro l’anno; chiarisce quale deve essere il giusto approccio rispetto al problema dell’energia (non è coerente prendere decisioni senza neanche sapere cosa c’è nel sottosuolo sardo); illustra alcune strategie che potrebbero risolvere in maniera adeguata e sicura il problema dell’approvigionamento energetico (un tubo che parte da Piombino e arriva a Porto Torres, delle dimensioni adeguate per il consumo della Sardegna, non è un progetto nè complicato né costoso, e ad integrazione alcuni piccoli poli di evaporazione di gas liquefatto); pone in guardia sui rischi che si corrono a voler rimanere aggrappati al progetto GALSI; spiega infine come potrebbero essere più proficuamente sfruttate le energie rinnovabili.

Sandra Mereu

Sardegna: il tempo non aspetta tempo!

Sardegna. Il tempo non aspettaLa presentazione del libro Sardegna. Il tempo non aspetta tempo. Dialogo tra un Autonomista, un Federalista e un Sovranista (Edes 2014), all’indomani dell’insediamento del nuovo governo regionale, è stata l’occasione per assistere a un approfondito dibattito animato da una variegata rappresentanza di intellettuali e politici sardi. Sono intervenuti: Salvatore Cubeddu (sociologo, Fondazione Sardinia), Annalisa Diaz (già parlamentare, Centro di Documentazione e studi delle donne), Silvano Tagliagambe (filosofo, Associazione Terra Pace Solidarietà), Gian Luca Scroccu (storico, Università di Cagliari), Franco Mannoni (Fondazione Banco di Sardegna), Maria Antonietta Mongiu (già assessore regionale Pubblica istruzione, XIII legislatura), Pietro Ciarlo (costituzionalista, Università di Cagliari), Luciano Uras (senatore, SEL), Michela Murgia (scrittrice, Sardegna Possibile), Vito Biolchini, Pietro Marcialis. L’incontro si è svolto a Cagliari, lo scorso lunedì 17 marzo, nei locali della MEM. A seguirlo un pubblico numeroso e attento di tutte le età. I temi trattati sono infatti di grande attualità. Di quelli che ci coinvolgono tutti, come sardi, ad un’attenta riflessione.

L’autore è Pietro Soddu, classe 1929, una delle menti politiche più lucide della Sardegna. Già presidente della Regione e parlamentare (per citare solo le cariche più importanti), forte di una lunga esperienza politica, Soddu nel suo libro si interroga sulla Sardegna di oggi. Lo fa attraverso gli strumenti della scrittura letteraria, annodando i fili della sua riflessione intorno a un dialogo a tre voci. Come tre cantadores in una gara poetica – è l’immagine usata dal sociologo Salvatore Cubeddu per descrivere la struttura di questo lavoro – un federalista, un autonomista e un sovranista si misurano sui temi della modernità. In realtà – ha replicato l’autore – contrariamente a quanto accade nelle gare poetiche, le tre posizioni attraverso le quali si sviluppa il ragionamento storico e politico sulla Sardegna, tendono più ad intrecciarsi che a contrapporsi.

Prendendo la parola a conclusione del dibattito, Pietro Soddu ha confessato che non è stato facile per lui conciliare il ruolo di scrittore con quello del politico. La politica – ha detto – è cosa ben diversa dalla creazione letteraria. Il politico rappresenta una parte del popolo, si pone con esso in un rapporto dialettico, ne interpreta le ansie e le aspirazioni. L’utilizzo dello strumento letterario risponde piuttosto a una personale esigenza di adeguamento dei propri limiti, sentito come un’esercizio quanto mai necessario oggi in Sardegna.

I contenuti trattati nascono, in gran parte, dall’esigenza di contrastare alcuni diffusi luoghi comuni sulla Sardegna (siamo i più intelligenti, siamo i più longevi, viviamo nel posto più bello del mondo, e così via). Allo stesso modo non sembra avere fondamento l’esistenza di una presunta coscienza nazionale. Non risultano infatti nella storia e nella letteratura (nemmeno nell’Ottocento) studi organici che possano avvalorare questa convizione. Per dare supporto dimostrativo al suo ragionamento l’autore attinge a una serie di scritti autorevoli, mentre ricorre alla forma poetica laddove le affermazioni non sono comprovate dalla realtà (per il luogo comune della “Sardegna autentica”, ad esempio). La categoria del tempo gli ha offerto invece la possibilità di fare le tante valutazioni sulla realtà.

La posizione di Soddu sul tema centrale del libro si basa sulla convizione che non sia possibile affrontare la questione sarda, intesa come arretratezza, senza affrontare anche la questione dell’Autonomia (speciale e istituzionale). Quest’ultima è infatti la condizione imprescindibile per assicurarsi il dominio sui beni materiali. Perché ciò sia possibile è però necessario uscire dall’idea che la sovranità sia collocata in capo allo Stato. Essa appartiene al popolo che la insedia in capo alle istituzioni e la esercita poi nei vari livelli di governo.

Quando si parla di Autonomia, Rinascita e Sviluppo c’è una comune tendenza ad usare con troppa facilità la parola “fallimento”. Pietro Soddu non condivide al riguardo le critiche demolitorie di tanti storici dell’economia (fatta eccezione per Sapelli) che si sono cimentati su questi temi. Le considera un falso storiografico. La Sardegna di oggi non è quella degli anni ’50. Per rendersene conto basterebbe rileggere gli articoli di Lussu apparsi sulla rivista “Il Ponte” del 1951. La Sardegna agli albori dell’Autonomia vi è descritta come la regione più arretrata d’Europa. L’Autonomia per molti versi si è dimostrata inadeguata, ma è anche vero – ha quindi osservato Soddu – che siamo usciti dall’arretratezza. “Non si può cancellare tutto – è stato infine il suo commento – altrimenti non sapremo più dove ricostruire!”.

Il modello di sviluppo della Rinascita, di cui Pietro Soddu è in gran parte responsabile, non era solo industria pesante. Molti investimenti furono fatti anche in opere di canalizzazione per favorire la nascita di un’agricoltura intensiva. Oggi abbiamo l’ambizione di essere autosufficienti, di creare con le nostre mani le nostre risorse. Possiamo credere che basti per questo il turismo enogastronomico? O il turismo ricco della Costa Smeralda? Soddu non ha dubbi: oggi non è più proponibile il modello di industria degli anni ’60, ma non esiste una cultura moderna senza industria e senza tecnologia.

In conclusione, la Sardegna immaginata da Soddu è quella che si realizza nella combinazione dei tre termini di modernità, identità e cittadinanza. Occorre stare dentro la modernità con le nostre categorie culturali e valoriali. Ma per Soddu la cittadinanza vera è quella che si è realizzata con la Repubblica italiana. Per Pietro Soddu solo la Costituzione, con i suoi principi di tutela del paesaggio, di uguaglianza e parità tra uomo e donna, ci fa sentire cittadini. Tra le tre opzioni in campo, dunque, il politico che si nasconde dietro l’autore sceglie il Federalismo. Ma dubita fortemente che il Consiglio regionale uscito dalle urne, caratterizzato com’è da un deficit di rappresentanza, sia in grado di interpretare compiutamente la volontà e il pensiero del popolo sardo.

Sandra Mereu

“Le Torri di Kar El” di Pigi Rimica (ebook)

Le Torri di Kar El
In principio era il mare. Il Mediterraneo, il nostro mare, il mare di tutti. Al centro c’e un’isola. L’isola è un mare di terra, di sole, di gente radicata alla terra, di gente che guarda il sole dritto negli occhi. La Sardegna è un mare di storia ed è di questa terra che ti racconterò. Ti racconterò della sua regina più bella, bianca come la luna, nera come l’ossidiana. Ti parlerò di Kar El, la città di dio, delle sue torri austere e sévère, che svettano nel cielo che si confonde con il mare. Ti parlerò di eroi coraggiosi, pronti a combattere per la libertà. Ti parlerò delle loro fughe attraverso boschi oscuri, inseguiti da eserciti di arroganti. Ti parlerò di uccelli rossi di fuoco, che dall’Africa attraversano il mare per raggiungere l’isola e le sue vaste montagne di sale. Ti parlerò di rivoluzioni, di angeli guerrieri e di demoni malvagi. Ti parlerò di Alina, la giovane dai capelli stregati. Ti parlerò del suo amico straniero Alban, venuto dall’antica Francia, dalla bella Parigi, per conoscere l’incanto di Kar El.
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‘Le Torri di Kar El’ è il primo di tre episodi sulla storia di Cagliari, capoluogo della Sardegna. È un libro interattivo, con il quale il lettore può comunicare ed interagire. Questo primo episodio mostrerà i grandi spazi in cui Cagliari si trova: la spiaggia del Poetto e la ‘Sella del Diavolo’, il Golfo degli angeli, lo stagno del Molentargius ed i fantastici fenicotteri rosa che lo abitano. Leggende e storie fantastiche animeranno il centro della città, in cui si sono svolti gli avvenimenti che hanno determinato la storia di Cagliari e della Sardegna. Due guide di eccezione accompagnano il lettore in questo primo viaggio: Alina, una ragazza sarda dai capelli stregati ed il suo amico francese Alban, venuto da Parigi per conoscere l’antica Regina della Sardegna: Kar El. I testi di questo primo episodio sono di Carla Cristofoli. 

Le torri di Kar El -Logus Mondi Interattivi

Alberi erranti e naufraghi, Alberto Capitta (Il Maestrale 2013) – Recensione di Roberto Concu

Alberi erranti e naufraghi_Alberto CapittaIl quarto romanzo di Alberto Capitta* ci regala una una storia ellittica densa di emozioni e importanti spunti di riflessione su noi stessi, sul mondo e sul modo in cui viviamo. Con la sua solita scrittura leggera e immaginifica Capitta ci parla di un mondo ormai ridotto al dualismo tra sopraffattori e sopraffatti. Di una società che non ammette i diversi e per la loro diversità li reprime, li umilia e, infine, li emargina. Sino all’uccisione più violenta che si possa immaginare: quella della negazione del diritto di stare in questo mondo.

I diversi sono tutti coloro che non si riconoscono nel sistema e nelle sue regole. È Piero Arca, vegetariano, solitario amante della natura nel cui silenzioso incanto si perde, da accettare l’umiliazione altrui quando viene visto compiere un gesto di profonda, sincera unione con essa: abbracciare un albero. Allora per gli altri diventa un folle, un diverso da prendere in giro ed emarginare. Anche per la moglie che l’abbandona con un figlio piccolo, Giuliano, perché lei desiderava una vita differente: quella tutta agi borghesi della città, quella resa falsamente sicura da un impiego alle Poste.

Giuliano cresce col padre in una casa diventata ormai ricovero per ogni sorta di animale. Come lui diventerà un diverso: vegetariano e amante della bellezza misteriosa dell’universo. Le loro vite si separano il giorno in cui, di rientro da scuola, Giuliano si troverà di fronte allo spettacolo della sopraffazione: tutti gli animali uccisi in una strage che ha come unica ragione l’eliminazione della diversità. A compierla sono i due Nonne, il padre Sebastiano e il figlio Michelangelo. Due ‘machi’ per i quali è inammissibile che gli Arca possano vivere in quel modo così puro, così sovversivo. Allo stesso modo in cui a Sebastiano Nonne riesce incomprensibile per quale ragione al mondo a lui e alla sua famiglia possa essere capitata la disgrazia di avere un figlio smidollato qual è Emilio, che se ne sta solitario in camera sua a leggere e soprattutto condivide l’amicizia con Giuliano. Tanto intima da venir accusato di omosessualità. Per Sebastiano Nonne è una colpa inaccettabile e meritevole di essere punita. Sempre con la violenza. Sempre con la sopraffazione del debole.

Nella Sardegna tratteggiata da Capitta esiste un bosco chiamato “I bambini”. È il mondo in cui i bambini si rifugiano per sottrarsi a ogni forma di violenza e di sfruttamento. Come compagni hanno la meraviglia del bosco e la musica del fiume, il soffio anarchico del vento e la forza vitale della tempesta. E non chiedono altro che essere lasciati in pace. Anche i bambini rappresentano il mondo altro. E non a caso è proprio qui che Giuliano si ferma nel suo errare alla ricerca del padre dopo la strage degli innocenti fratelli animali. Si era messo in cammino per nessun luogo, sulle spalle la sedia di legno sulla quale il padre soleva sedersi e riposare. Ora Giuliano si ferma, accolto come un maestro dai piccoli uomini che distruggono la sedia e se ne spartiscono i pezzi. Piccoli pirati che spartiscono un bottino prezioso: quello raccolto dall’anima nel suo errare. Già, perché “I bambini” possono essere sia un luogo fisico che il bosco interiore in cui Giuliano finalmente spezza il legame paterno e va incontro a sé stesso. È a questo punto che può lasciare il bosco e riprendere la strada non più per errare ma per camminare da solo nel mondo. Ora sulle spalle ha la sua vita. Di naufrago sì, ma solo perché sono gli altri a considerarlo come tale.

Nel romanzo di Alberto Capitta non sono soltanto le persone a errare e naufragare. C’è anche la natura che accompagna e abbraccia i protagonisti nelle loro vicende. Che cessa di essere matrigna dura e spietata per farsi carne e anima, parola e carezza. Bambina essa stessa in qualche modo. Gli alberi del giardino di casa Branca vanno via dopo la scomparsa di Lidia, come se dopo la morte tutto venisse sradicato e neppure gli alberi possono stare lontano dall’anima che a lungo ha cercato rifugio tra loro contro il disamore in cui è caduta. C’è chi, come Lidia, sceglie di arrendersi nel buio in cui la disillusione l’ha condotta e smette di sognare una vita diversa, più felice se possibile. Altri non smettono mai di credere in se stessi e realizzare le visioni del cuore. Come Maddalena (la figlia più piccola di Lidia). Poco più che ventenne, Maddalena è bella e forte, culla il sogno dell’amore al pari di ogni sua coetanea. E quando incontra Michelangelo Nonne crede di averlo trovato.

Maddalena è il personaggio che più di ogni altro compie un profondo cambiamento di pagina in pagina. Da figlia dedita a gestire la casa e il padre – notaio avvezzo più al formalismo delle carte che al dialogo del cuore – a giovane donna profondamente convinta che l’amore sia anche un arretrare, un rinunciare a esprimere pienamente se stessi sempre e comunque. Da innamorata che via via si rende conto della freddezza di Michelangelo Branca che la vorrebbe silenziosa e sottomessa come la madre (neanche a dirlo) a donna disillusa che prende sempre più coscienza dell’abbaglio che ha preso. Ma deve incontrare Emilio e Giuliano per poter trovare il coraggio di inseguire nuovamente il sogno dell’amore e non rinunciare a se stessa.

Il finale ribadisce la fluidità della scrittura e della narrazione. Sebastiano e Michelangelo Nonne travolti dalla legge di causa-effetto pagheranno il prezzo delle loro sopraffazioni. Maddalena e Giuliano forse torneranno insieme nel bosco “I bambini”, forse continueranno a errare e naufragare nelle loro scelte, nella loro diversità. Certo mi piace pensare che continueranno a resistere contro tutto ciò che nega la vita se l’amore è la forma più forte di resistenza contro il disamore. Se resistere significa non cessare mai di essere visionari e guardare avanti per dar vita a quella visione.

Roberto Concu

* Alberto Capitta e il suo “Alberi erranti e naufraghi” è stato presentato  da Equilibri, Circolo dei Lettori di Elmas venerdì 18 ottobre 2013.

Il senso di un congresso per la Sardegna

Porto di Cagliari

Il congresso del partito democratico che si terrà a dicembre, comunque la si pensi, rappresenta un appuntamento cruciale della politica italiana. I candidati alla guida della segreteria incarnano infatti visioni diverse, e ad osservarle attentamente persino antitetiche, della società e del ruolo che il principale partito del centro-sinistra italiano deve svolgere per attivare quel necessario processo di cambiamento imposto da una realtà sempre più diseguale. Tra le proposte in campo, quella di Gianni Cuperlo pone l’accento sulla centralità della persona e sulla dignità dell’essere umano e ne fa il perno dell’identità del nuovo partito democratico che da questo congresso dovrà nascere. Di seguito vi proponiamo la riflessione di Giulio Cherchi che declina le idee di Cuperlo alla luce della realtà sarda*. (S.M.)

In Sardegna viviamo un momento politico complesso. A Marzo eleggeremo il presidente della Regione e il Consiglio. Questo ha portato ad un rinvio della normale procedura congressuale, con lo “stralcio” del rinnovo delle segreterie locali e provinciali al dopo voto. Durante le primarie conclusesi con la scelta di Francesca Barracciu, abbiamo però potuto cogliere un dato, quello della stanchezza e del calo della partecipazione. Mi pare che il vero motivo risieda in alcune domande non formulate e che non sono divenute coscienti all’interno delle forze politiche del centrosinistra. Mi chiedo, ormai da tempo, se abbia ancora senso l’Autonomia della Regione Sardegna. Credo convintamente di sì. Però rilevo che senza interrogarsi su quel senso, decadrà, assieme alle sue ragioni, anche lo strumento istituzionale che i nostri padri ci avevano lasciato.

Non basta certo di fronte alla rivoluzione della globalizzazione del capitalismo finanziario, che incide fortemente anche nelle dinamiche sociali locali, legarsi ad una retorica autonomistica ormai svuotata. Non accorgendosi che l’autonomia e la questione sarda sono sempre state legate a doppio filo, alla questione meridionale. E quando quei fili sono stati slegati, l’autonomia è entrata in crisi. Oggi meridione italiano e Sardegna sembrano avere, non solo un passato simile, ma anche tristi prospettive sul domani. Interrogarsi sull’autonomia significa chiedersi se oggi, nel 2013, esiste ancora un popolo sardo, quali sono le aspirazioni della maggioranza dei suoi componenti. Quale parte di questo popolo, possa essere motore di crescita e di progresso. Significa scrutare il futuro, mettendo in gioco quell’identità problematica che sempre ha avuto la nostra isola, tra le montagne dell’interno e l’apertura del tanto temuto mare. Vuol dire partire dalla Politica per trovare le chiavi dell’economia e dell’organizzazione. Che poteri si possano costruire per bloccare la crisi delle istituzioni pubbliche di fronte alla forza illimitata del mercato. Queste domande non fatte, e quindi, del tutto inevase, rimangono lì come gli scogli, nascosti dall’alta marea, ma pronti a riemergere. Di certo non è solo compito della politica, ma chiama in causa la povera intellettualità sarda, magra rappresentazione di un passato più vivo, e con essa tutta la classe dirigente isolana.

Scontiamo una gravissima lacuna, un nodo non sciolto. Il fallimento del tentativo riformista del precedente centrosinistra bocciato sonoramente dai sardi. Abbiamo avuto una rimozione totale di quel lutto. Da una parte i colpevoli erano i signori delle tessere che remavano contro, dall’altra veniva attribuito alla follia accentratrice dell’imprenditore solo al comando. Il PD chiuse troppo rapidamente la questione e, proprio per questo, non è riuscito a trovare forze ed energie per ripartire. Perdendo cinque anni. Il fatto è che quell’esperienza fu impostata con spirito giacobino ed elitario e non si mise in gioco la questione del senso dell’autonomia collegandolo all’identità di un’isola che la globalizzazione aveva ormai mutato. Smise di chiedersi – e soprattutto di chiedere ai sardi – cos’è la Sardegna e dove voleva andare. Tanto da non visualizzare su quali classi appoggiarsi per costruire un nuovo orizzonte. Nutro profonde preoccupazioni per le prossime regionali, sento un vuoto devastante di elaborazione culturale e politica. E il rischio vero non è tanto di essere sconfitti, ma di perdere il senso della presenza della Sardegna nel mondo.

Ma dove costruire quel percorso, oggi mancante, e quale strumento usare? È mancato il luogo per compiere questa discussione. Il partito politico come agente collettivo dove i subalterni si fanno dirigenti e affrontano il tema della propria indipendenza, ideale ed economica. Dove sia possibile progettare il futuro. Il crollo dei partiti e delle organizzazioni intermedie sarde ha significato il venire meno di ogni prospettiva di rilancio culturale, ideale e – dati i tristi numeri del PIL e della disoccupazione – anche economico sociale. Quindi il Congresso del partito democratico nazionale, non è qualcosa che poco interessi ad una riflessione che riguardi la nostra isola, ma è ancora una volta fondamentale. Con la crisi del partito, sostituito da altri centri di potere, il più delle volte personali, è entrato in crisi anche il ragionamento sul senso della nostra esistenza come popolo. Gli intellettuali e la società civile sono rimasti disorganizzati, e molecolarizzati, liquidi, e infatti rischiano di emergere soluzioni narcisistiche e incapaci di affrontare lo spirito del tempo, rinchiuse in un’identità immaginaria, fatta solo dalla paura dell’esterno, e che, per paradosso, snaturano la vicenda di quel popolo che mai si è fatto nazione, perché crocevia di storie e di uomini, di arrivi e di tante partenze, anche oggi. Non in grado di coinvolgere la parte della società che avrebbe più bisogno di una spinta al rinnovamento: precari, cassintegrati, i neet delle periferie, i lavoratori poveri e così via.

Avere o non avere quel “luogo”, per noi sardi e meridionali, non è cosa di poco conto.  Anzi potremmo dire che in questa battaglia ci giochiamo molto, se non tutto. Nelle proposte che si affrontano per la guida dell’unico partito rimasto solo una si pone questo problema. Quella di rilanciare un radicamento sociale, di evitare che il partito diventi un semplice comitato elettorale fatto da amministratori, o specchio di cortigiani per un leader lanciato solo verso la sua costante autopromozione. Incapace di trasformare quello che resta del PD, in un “intellettuale collettivo”. Gianni Cuperlo e i militanti e i dirigenti che si sono stretti intorno alla sua difficile battaglia hanno disegnato come nuova frontiera della nostra crisi il Sud italiano ed europeo come “luogo simbolico, quasi la sintesi o la biografia di una nazione intera, dove ultimi e penultimi soffrono, e dove giovani di talento non vengono valorizzati”. Come già aveva compreso il nostro Gramsci, il partito è vitale per una riforma morale del Paese, che non può che partire dal Sud.

Un luogo dove sia possibile rilanciare identità e autonoma scrittura del futuro, dove sia possibile dar voce agli ultimi e rendere la Sardegna nuova protagonista nel mondo globalizzato, invertendo il rapporto di forze oggi dominante. Che aveva visto nel Congresso del popolo sardo, nelle parole di Laconi e di Lussu, nelle Giunte autonomistiche, il tentativo di superare una storica subalternità di uomini e di territorio. E l’aveva fatto con la forza dei grandi partiti politici di massa, casa accogliente per contadini, minatori, operai e grandi intellettuali. Sparite quelle forze, non abbiamo avuto una Sardegna nuova e piena di opportunità, aperta alla libertà assoluta, al contrario è tornata la storica indolenza di fronte al “mondo grande e terribile”. Lo rivediamo nei giorni che passano inutilmente, tra primarie e chiacchiericcio mass mediatico, senza idee forti, capaci di risollevare un intero popolo. Abbiamo bisogno di riappropriarci di quello strumento, che come abbiamo visto era anche fine, per la creazione e la crescita di un’intera comunità.

Senza siamo poca cosa. Soli e indifesi. Istupiditi difronte all’attacco dei poteri finanziari, consumistici, tecnonichilistici. Non so, se siamo fuori tempo, ma credo che questa sia una battaglia da fare, quale sia l’esito.

Giulio Cherchi

*Altri contributi alla discussione congressuale intorno alla candidatura di Gianni Cuperlo li potete trovare sulla pagina fb “Sardegna per Gianni Cuperlo“.

Il condaghe segreto, Vindice Lecis (Edizioni Condaghes 2013) – Recensione di Pier Giorgio Serra

Il condaghe segretoAnno del signore 1165, nel Giudicato di Torres la situazione non è delle più limpide. Nove galee pisane bloccano il porto turritano impedendo i traffici commerciali del giudicato che così si vede occlusa la sua vena economica più importante. Come  se non bastasse un manipolo di armati pisani sbarca e mette a ferro e a fuoco ville e  curatorie del capo di sopra. Questa scorreria pisana provocherà un sollevazione popolare che farà strage dei soldati terramannesos e costringerà i pochi superstiti alla resa e all’obbedienza, se non vorranno assaggiare sulle loro carni la punta affilata della virga sardisca e il filo delle lame delle leppe dei turritani  e dei logudoresi.  E questo è solo il primo dei tanti episodi che  vengono magistralmente narrati dalla penna di Vindice Lecis, autore de “Il Condaghe segreto”, romanzo storico che è quasi un sequel del suo romanzo precedente “Buiakesos, le guardie del giudice”.

Vi ricompaiono personaggi conosciuti nel libro precedente e altri nuovi, ma ciò che aleggia in controluce nelle righe del libro è la storia sarda. Quella scaturata dalla decisione dell’impero bizantino di lasciare al loro destino le sue periferie più remote e che permette così l’affermarsi nell’isola  della civiltà giudicale. Al fianco dei popolani, delle loro passioni e delle loro miserie sfilano, nelle pagine del libro, una lunga teoria di regnanti e dignitari, prelati e imperatori. Da non perdere, per la sua verosimiglianza, il racconto dell’incontro a Pavia tra l’Imperatore Federico Barbarossa, Ugo, vescovo di Santa Giusta e il giudice Barisone d’Arborea che vuole dall’imperatore il titolo di Rex Sardiniae. Si tratta di un fatto storico accertato che mostra come l’isola dei sardi, al tempo dei giudicati, fosse al centro di una fitta ragnatela di relazioni internazionali che aveva come attori principali la Chiesa, l’Impero, le repubbliche di Pisa e Genova e la Corona d’Aragona.

Come in tutti i romanzi storici di buona fattura nel libro c’è un’accurata descrizione dei luoghi in cui le vicende si svolgono: che si tratti dei palazzi dove si tramano congiure e si consumano tradimenti e  assassinii, sia che si tratti delle campagne messe a ferro e fuoco dalle orde armate o dei boschi che nascondono i fuggiaschi vittime dell’ingiustizia, la scrittura di Lecis ha il dono di rendere tutto reale e riconoscibile agli occhi di noi lettori venuti alla luce parecchi secoli dopo quelle vicende. E’ stupefacente  la descrizione delle corti giudicali di Torres e D’Arborea  e dei numerosi conventi e chiese, ville e curatorie, dove i personaggi del libro vivono passioni, amori, lotte e battaglie. Grazie a questa ricca trama Lecis riesce a  riportare davanti ai nostri occhi il nascere di una nuova lingua, quel volgare sardo usato nella scrittura dei Condaghes,  che precede almeno di un secolo l’affermarsi del volgare toscano.  E’ appunto la scrittura e la sparizione di uno dei Condaghes a dare il titolo al libro ma non ne rappresenta  assolutamente il filo conduttore della trama.

“Il condaghe segreto” di Vindice Lecis, ed. Condaghes 2013, è dunque un romanzo storico che mischia amabilmente la storia giudicale con le esigenze della narrazione.  In esergo porta un brano di una lettera che Antonio Gramsci  scrisse alla sorella Teresina il quattro di maggio del 1931. E’ quella in cui si parla della storia sarda e del maestro che la insegnava pomposamente ai suoi alunni, tra i quali il piccolo Nino Gramsci, che a dir la verità erano più interessati alle storie di Pasquale (o Giovanni?) Tolu e Cicciu Derosas. Noti e cantati banditi dell’ottocento sardo. Il volume si chiude con tre interessanti appendici: una nota storica sui tempi e luoghi in cui è ambientato il romanzo, una scheda storica sui personaggi, divisi tra quelli realmente esistiti e quelli inventati, nonché un breve ma interessante glossario sui termini più in uso nell’amministrazione civile e militare dei giudicati sardi. Tutto questo fa del libro un ottimo sussidio didattico anche per quegli insegnanti, di scuole di ogni ordine e grado, che vogliano avvicinare i propri studenti a una delle pagine più affascinanti della storia dell’Isola di Sardegna.

Pier Giorgio Serra

Festival delle Pro Loco 2013

La Sardegna delle mille sagre in un unico appuntamento!

Raduno enogastronomico 2013Il prossimo fine settimana (5-6 ottobre) si terrà a Sestu il 9° Raduno regionale enogastronomico delle sagre paesane, conosciuto anche come Festival delle Pro Loco. E’ uno degli appuntamenti più attesi e partecipati dell’anno. Da nove anni una decina di pro loco della Sardegna (diverse per ogni edizione) vengono ospitate nelle lollas della chiesa campestre di San Gemiliano e qui in un tripudio di colori e sapori preparano, espongono e offrono le specialità enograstronomiche dei paesi d’origine.

Pro Loco_SestuQuest’anno si potranno degustare, tra le tante specialità, is culurgionis ogliastrini, le seadas di Bauladu, il torrone croccante di Aritzo, il pane rituale tradizionale di Monteleone Rocca Doria, la semola di Sanluri prodotta con il grano “Cappelli”, il tonno alla portoscusese preparato da rinomati chef, i vini di Serdiana. Il nostro comune sarà rappresentato da fregola e panadine, fai a lissu, gnocchetti con sugo di cinghiale e castagne arrosto. Il tutto si svolgerà nel più assoluto rispetto dell’ambiente: cibi e bevande saranno serviti in piatti e bicchieri di terracotta o bio-compostabili, mentre gli Scout di Sestu provvederanno alla corretta raccolta dei rifiuti per evitare la loro dispersione nella zona.

MANIFESTO 50X70 ballu tunduLe degustazioni (a partire dalle 19) saranno accompagnate da musica e danze tradizionali (vedi locandina). Nella serata di sabato 5 ottobre gli organizzatori tenteranno di battere il record de “su ballu tundu” più numeroso del mondo, stabilito recentemente da Baunei con 263 partecipanti.

Sandra Mereu