“I dannati dell’Asinara” – Percorso bibliografico attraverso “l’altra faccia della guerra”

U.S._6 ottobre 2015Relazione 1915-1916Interludio di Sardegna0668_001

Le due facce della guerra. Gli studi recenti  stanno mettendo in luce il duplice volto della Prima guerra mondiale. Da un lato c’è la guerra tramandata dai libri di storia, quella combattuta con “gloria e onore” dai soldati al fronte. Dall’altro lato c’è la guerra a lungo sottaciuta o rimossa, quella dei morti per malattia e dei prigionieri di guerra. La Sardegna ne rappresenta un esempio emblematico. Il primo aspetto è rappresentato dalle “eroiche” vicende della Brigata Sassari; il secondo dalla tragica storia dei prigionieri austro-ungarici deportati nell’isola dell’Asinara.

(Leggi l’articolo integrale nella Pagina del Blog dedicata ai Cent’anni dalla Prima Guerra mondiale)

“Sulla faccia della terra”, Giulio Angioni (Il maestrale 2015)

Sulla faccia della terra_AngioniOhiohi la guerra. Ma se ti trovi dentro, odiala con chiarezza. Questa riflessione la fa Mannai Murenu, garzone del vinaio di Seui Nanni Pes. E la fa dopo che è rimasto sepolto per tre giorni sotto una catasta di cadaveri, uomini e donne uccisi dalla furia pisana che nel 1258 si abbatte su Santa Gia, distruggendola. Appena può scappa dalle rovine fumanti ammorbate dalla paura dell’epidemia che può arrivare dopo che i soldati di Pisa e i loro comandanti, ben consigliati da arcivescovi ed episcopi rapaci, hanno catapultato dentro le mura i lebbrosi, alcuni vivi altri già morti.

Scappa e incontra Paulinu da Frauss, servo del convento di Santa Maria di Cluso che gli consiglia la salvezza unica e possibile nel rifugiarsi nell’isola dei lebbrosi che adesso è libera. Questo è l’antefatto  di “Sulla faccia della terra”, ultimo romanzo in ordine di tempo dello scrittore Giulio Angioni. Che è stato ed è anche antropologo. Se il tempo del romanzo è il medioevo giudicale, quando genovesi e pisani si contendevano il controllo dei commerci sardi, il luogo è la laguna, lo stagno, lo spazio non ha la solidità della terra ma la liquidità dell’acqua, acqua di stagno.

Nella ex isola dei lebbrosi si costruisce una piccola comunità in cui convivono cristiani, un ebreo, Baruch, che si fa trasportare da due sedieri, musulmani, bizantini, ex schiave e mercenari tedeschi in fuga, giovani, vecchi, bambini e un cane rabdomante che nello stagno scova polle d’acqua potabile. Nell’isola dei lebbrosi  rinascono, ognuno mette a frutto le proprie abilità  si riscoprono antichi mestieri e la comunità nuova crea un microcosmo armonico alla faccia delle tragedie della storia che attorno a loro continua a mietere vittime e a provocare rovine. Nel libro di Angioni romanzo storico e riflessione morale e civile si integrano in una narrazione rapida e avvincente: nei primi capitoli la parola è usata in forma poetica, la ricerca dei suoni sa più di verso poetico che di prosa distesa. E chi conosce l’ultima produzione letteraria dello scrittore-antrologo-poeta non si stupirà, anzi, vi troverà la conferma della bravura di Angioni nell’inanellare parole in versi. Ancora una volta la sua produzione letteraria ci offre la possibilità di riflettere su alcuni temi di stretta attualità.

Temi universali e senza tempo  come “l’illusione folle di uguaglianza”, “la necessità della tolleranza”, “il bisogno di avere a fianco un fratello, un amico, un compagno o una compagna”, “l’obbligo di essere liberi”. Questi i temi di fondo del libro che scaturiscono da un intreccio abile di rapide descrizioni e squarci illuminanti di pura umanità. Tutti i personaggi che abitano l’isola vengono umanizzati con sapiente ricerca lessicale, quasi fosse la parola la vera protagonista delle centocinquantacinque pagine del romanzo raggruppate in trentasette capitoli brevi, quasi frammenti.  Ma non è frammentaria la grande avventura collettiva che va avanti apparentemente senza scossoni,  quasi che lo scrittore avesse voluto rispecchiare nella pagina scritta la grande bonaccia che aleggia e da sempre accompagna gli ambienti salmastri.

Insomma “Sulla faccia delle terra” è un libro lieve e gentile che, accanto all’ormai consolidata capacità dello scrittore di far emergere con controllato fervore tipi umani dalle caratteristiche più disparate, offre al lettore la possibilità di immergersi in una storia non di maniera, ma in una serie di eventi in cui i protagonisti sono calati con la loro carne e con la loro mente in quella grande matassa di storie che noi chiamiamo umanità.

Pier Giorgio Serra

Pedalata della Liberazione 2015

Anche quest’anno in occasione del 25 aprile, l’amministrazione comunale ha dedicato la pedalata ecologica al ricordo della liberazione dall’occupazione nazifascista, di cui quest’anno ricorreva il settantesimo anniversario. Per rimarcare l’avvenimento, i ciclisti hanno sostato nella piazzetta Andrea Costa dove è apposta una lapide in memoria del partigiano Pietro Meloni, originario di Sestu, medaglia d’oro per la Resistenza. Qui l’assessora Stefania Manunza ha letto un estratto della testimonianza della partigiana Giovanna Hrovatin, “Stanka”, pubblicata in “Io sono l’ultimo. Lettere dei partigiani italiani” curato da S. Faure, A. Liparoto, G. Papi (Einaudi).

“Quel giorno, già vicina al capolinea, a un certo momento alzai gli occhi per attraversare la via Nazionale e vidi Rozalija penzolare da un albero lí appresso, un albero che oggi non c’è più. Ancora oggi ho davanti agli occhi i suoi calzettoni scuri, i piedi infilati in pantofole felpate, una sciarpa al collo, un cappotto o forse una giacca striminzita nascosta da un enorme cartellone appeso al collo, di cui ricordo solo tre parole: «Ich bin Bandit». Era una mattina come molte altre, quella del 7 marzo 1944, non troppo fredda, ma un po’ nebbiosa. Rozalija venne arrestata dai tedeschi sul tram di Opicina, non si saprà mai se per delazione o soltanto per essere caduta in un’imboscata. Il corpo di Rozalija rimase appeso a quell’albero per due giorni, perché tutti potessero vederlo. Anche i piú piccoli, per andare a scuola, dovevano passargli accanto. È stato il parroco, don Zink, a intercedere presso il comando tedesco affinché al povero corpo martoriato venisse data pietosa sepoltura. Fissai solo per un attimo il suo corpo immobile e pensai a mia madre ed ebbi una gran paura. Scappai con il pensiero, perché le mie gambe erano diventate pesanti, ingombranti, come se non appartenessero al mio corpo, non fossero mie. Non so come arrivai a scuola e che cosa feci quel giorno. Una sola domanda mi perseguitava: perché, perché… e una risposta ben chiara: continuare la lotta contro l’invasore, contro l’oppressore, contro il nemico dei diritti umani. Resistere. Giovanna Hrovatin, nome di battaglia “Stanka”

Alla fine, i numerosi partecipanti alla pedalata hanno intonato “Bella Ciao”, inno della Resistenza e simbolo sempre attuale dei più sinceri valori di libertà dei popoli, contro l’oppressione e la barbarie.

L’informazione, i cittadini e la figura del Presidente della Repubblica tra passato e presente.

11074358_10206462014572921_18067871_nCAGLIARI, Venerdì 27 marzo 2015, ore 16:30 – “Solidarietà e diritti – Fondazione Luca Raggio” organizza a Cagliari presso la sala conferenze della Fondazione Banco di Sardegna in via San Salvatore da Horta 2 una discussione dedicata al rapporto fra i cittadini e la Presidenza della Repubblica tra passato e presente, per capire come i cittadini possono rapportarsi alla massima carica dello Stato. Fulcro dell’incontro sarà il libro di Maurizio Ridolfi “Presidenti. Storia e costumi ella Repubblica nell’Italia democratica” (Viella 2014). Interverranno:

Maurizio Ridolfi, l’autore – E’ tra i più importanti storici italiani, autore di lavori fondamentali di storia politica; attualmente è ordinario di storia contemporanea presso l’Università della Tuscia di Viterbo.

Paola Carucci – E’ il sovrintendente dell’Archivio storico del Quirinale, una delle massime autorità nel campo dell’archivistica italiana (in passato ha anche diretto l’Archivio Centrale dello Stato); spiegherà come si possa accedere all’Archivio storico del Quirinale sia come studiosi sia come semplici cittadini.

Manuela Cacioli – E’ archivista presso il Quirinale, specializzata nelle visite presidenziali. Racconterà nello specifico quelle svolte in Sardegna da Einaudi a Napolitano.

Salvatore Mura – E’ biografo di Antonio Segni. Parlerà delle carte del primo presidente sardo.

Mariarosa Cardia e Francesco Soddu – Docenti di storia delle istituzioni politiche presso le università di Cagliari e Sassari, commenteranno il volume.

“Dora Bruder” di Patrick Modiano

LIBRO DEL GIORNOIl libro figurava tra le proposte del mese dedicate alla Giornata della Memoria della biblioteca comunale di Sestu, sempre molto attenta a selezionare letture di qualità per i suoi utenti. L’edizione è quella curata da Guanda nel 2014 dopo il nobel per la letteratura assegnato all’autore. In copertina il volto di una ragazza con gli occhi stranamente placidi che sembrano sfidare il lettore. Voltandolo sul lato opposto, nella quarta di copertina, un commento invitante: “Modiano è un grande scrittore del nostro tempo…Dora Bruder è il suo romanzo più bello”. L’ho preso in prestito e ho dedicato due interi pomeriggi a leggerlo.

Il racconto si focalizza su un frammento di vita di una ragazza ebrea scomparsa a Parigi nei giorni dell’occupazione nazista. Modiano ne ricostruisce la vicenda a partire da un laconico annuncio apparso su un vecchio numero di un giornale, sfogliato per caso cinquant’anni dopo.Dora Bruder

PARIGI – Si cerca una ragazza di 15 anni anni, Dora Bruder, m 1,55, volto ovale, occhi castano-grigi, cappotto sportivo grigio, pullover boreaux, gonna e cappello blu marina, scarpe sportive color marrone, Inviare eventuali informazioni a i coniugi Bruder, boulevard Ornano 41, Parigi.

La storia di Dora Bruder si rivela, alla fine, simile a quella di tanti bambini e ragazzi vittime del genocidio nazista divulgate negli ultimi decenni da un gran numero di libri e film. Nei modi propri della letteratura, attraverso il racconto di storie personali in cui il ricordo degli eventi storici è veicolato dalle emozioni e dai sentimenti, questo genere di narrazioni ha contribuito in maniera determinante a tenere viva la memoria della Shoah. Si tratta di una produzione massiccia e in continuo aumento tanto che alcuni cominciano a guardare con una certa preoccupazione al fenomeno. Consapevoli che la memoria emozionale non debba prevalere sulla ragione, sulla fredda e distaccata ricostruzione storica, pongono il problema di ricreare il giusto equilibrio tra Letteratura e Storia. Sulla memoria storica si basano infatti le sofisticate infrastrutture della memoria collettiva che è memoria vissuta come responsabilità.

Ciò che rende singolare il racconto di Modiano è appunto la mescolanza tra le diverse pratiche della memoria. La cronaca offre lo spunto, i documenti d’archivio costruiscono la struttura portante della narrazione. Ma ci vuole tempo per riportare alla luce ciò che è stato cancellato. Sussistono tracce in alcuni registri e si ignora dove siano nascosti, quali custodi veglino su di essi e se quei custodi accetteranno di mostrarli. Può anche darsi che ne abbiano semplicemente dimenticato l’esistenza.

I vuoti della Storia sono plasticamente impressi nella geografia dei luoghi:

Ho imboccato rue des Jardins-SaintPaul, verso la Senna. Tutti gli edifici della strada, sul lato dei numeri dispari, erano stati demoliti poco tempo prima… Al loro posto restava soltanto uno spiazzo deserto, a sua volta cinto da brani di case semidistrutte...
Un quartiere che si chiamava Plaine. Lo avevano completamente distrutto prima della guerra e adesso era un campo sportivo...
Sentivo un altro vuoto. E capivo perché. La maggior parte degli edifici del quartiere erano stati distrutti dopo la guerra in modo metodico, a seguito di una decisione amministrativa…

Nondimeno ciò che si ricostruisce è in cemento color amnesia e una spessa coltre di amnesia copre ciò che è rimasto. Nessuno ricorda più niente. Eppure non tutto è perduto, sembra essere il messaggio di Modiano. Le suggestioni dei luoghi stabiliscono connessioni e colmano lacune. Attraverso meccanismi di identificazione emotiva (“Non posso fare a meno di pensare a lei e di sentire un’eco della sua presenza in certi quartieri“) la storia personale dell’autore, la sua vita da fuggitivo, si intreccia con la vicenda di Dora Bruder e a poco a poco il passato riemerge. Tutto si tiene in questo libro in un esemplare equilibrio tra Storia e Letteratura.

Sandra Mereu

Raimondo Carta Raspi: storico, editore e organizzatore culturale negli anni venti del secolo scorso

VENERDI’ 6 febbraio 2015 – Proseguendo nel programma teso a collocare nella giusta luce i personaggi e gli episodi della nostra storia che meriterebbero maggior considerazione da parte dei contemporanei, il CID – Centro di Iniziativa Democratica, organizza un incontro dedicato alla figura di Raimondo Carta Raspi. L’incontro si terrà venerdì 6 febbraio a Cagliari, con inizio alle ore 18, presso i locali di Via Isonzo n.18.

Aprirà la discussione lo storico Luciano Marroccu. Interverranno: Gesuino Muledda dirigente politico; Salvatore Cubeddu storico del Sardismo; Marco Sini ANPI (Associazione Nazionale Partigiani Italiani) di Cagliari.

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RAIMONDO CARTA RASPI – Nella Sardegna dei primi decenni del novecento, mentre i fascisti operavano con la violenza e la corruzione per spegnere ogni forma di libertà, un giovane di appena trent’anni sceglie l’impresa culturale come strumento di lotta e di riscatto a favore della sua terra e della sua gente. Stampa e diffonde le opere che gli storici e i viaggiatori dell’ottocento avevano dedicato alla nostra Isola, pubblica libri di poesia e opere teatrali, raccoglie attorno a se altre energie e con loro dà vita ad una rivista che per otto anni riesce a sopravvivere nel regime che si è instaurato.E’ difficile trovare nella storia della Sardegna un altro esempio di imprenditore e di intellettuale che si sia adoperato a difendere, con la stessa efficacia, competenza e coraggio le idee di progresso sociale nelle quali credeva.

 

Villaggi scomparsi del territorio di Sestu

Lo studio degli insediamenti scomparsi della Sardegna in età medievale e moderna è un campo della ricerca storica che negli ultimi decenni ha registrato interessanti progressi. Un notevole impulso in questo senso si è avuto dalle ricerche di John Day che nel 1973 pubblicava l’inventario dei villaggi abbandonati in Sardegna. Più recentemente la ricerca storica insieme agli studi di archeologia medievale hanno permesso di colmare molte lacune presenti nelle fonti cinquecentesche e di superare l’approccio quantitativo che caratterizza il lavoro di John Day. Si sono così analizzate le cause profonde del fenomeno, legandole ai mutamenti istituzionali, economici e sociali che hanno caratterizzato gli stati giudicali e il Regno di Sardegna tra medioevo ed età moderna (Giovanni Serreli: 2009¹). Nello stesso tempo, per spiegare le ragioni dell’abbandono di interi villaggi, si è presa in considerazione anche la microstoria. Gli avvenimenti drammatici e improvvisi spesso più di altri motivi possono vincere il naturale attaccamento dell’uomo al suo territorio. A questo proposito Giovanni Serreli ricorda la distruzione di interi villaggi costieri del cagliaritano ordinata dal re di Arborea Mariano IV durante la guerra contro i catalano-aragonesi, citata in una fonte del 1366. Dietro la strategia bellica del sovrano arborense – scrive Serreli – “si intravedono famiglie di disperati costretti ad abbandonare i propri miseri averi, le proprie abitazioni, le proprie terre per recarsi in altri villaggi, oggi diremo come profughi”. Contributi allo studio degli insediamenti umani e al loro abbandono provengono anche dalle fonti toponomastiche correlate all’archeologia, quantunque spesso, avverte Giovanni Serreli, emergano tra fonti scritte ed evidenze archeologiche discrasie cronologiche. Quasi mai infatti l’abbandono di un villaggio da parte dei suoi abitanti è un fatto istantaneo ma più spesso un fenomeno lungo e complesso del cui andamento raramente resta traccia nei documenti. Anche il territorio di Sestu, tra medioevo ed età moderna, è stato interessato dal fenomeno dello spopolamento e abbandono di antichi villaggi. Vi proponiamo di seguito le schede sintetiche dei centri abbandonati curate da Roberto Bullita seguendo il filo rosso dei toponimi locali e pubblicate nella pagina Facebook “Sestu per immagini tra passato e presente”.   (Sandra Mereu)

Villaggio di Sinnuri o di San Michele (Santu Miali)

San MicheleLa villa di Sennuri, conosciuta anche come Santu Miali (San Michele) dalla chiesa che vi sorgeva, si trovava a nord-est di Sestu lungo la strada per Serdiana a ridosso del Rio Sassu. Sinnuri era un centro di piccole dimensioni, lo desumiamo dal fatto che tributava al comune di Pisa la modestissima somma di 2 lire e 18 soldi come dazio, nonché trenta starelli di grano e 24 d’orzo come contributo in natura. Fu abbandonata in data imprecisata in seguito a una pestilenza che distrusse nell’isola tanti altri insediamenti rurali minori nel corso del Cinquecento. Il suo territorio, come accadde per gli altri villaggi scomparsi entrò a far parte di Sestu col toponimo Santu Miali. I terreni che vi insistevano venivano adibiti a vidazzone durante il periodo più florido dell’economia rurale e frumentaria, caratterizzata appunto dalla rotazione agricola dei terreni (vidazzone e paberile). Il villaggio di Santu Miali viene citato con la sua chiesa durante la visita pastorale dell’arcivescovo Lasso Cedeño nel 1597.

Villaggio di Sussua

san gemilianoIl villaggio di Sussua risale alla seconda metà del XIII secolo ed era ubicato in zona San Gemiliano in quanto comprendeva l’omonima chiesa. In precedenza in quello stesso territorio sorgeva l’antico villaggio prenuragico di San Gemiliano, studiato a suo tempo dall’archeologo Enrico Atzeni, unitamente a quello di Monte Olladiri (territorio di Monastir). Il villaggio di Sussua nell’anno 1322 era infeudato a Pisa in quanto versava i seguenti tributi: 26 lire e 11 soldi per datio, 7 lire per vigne, 55 starelli di grano e 66 d’orzo, a cui si aggiungevano altre 33 lire in denaro. Nel 1335 la villa è citata nel Componimenti Nou, un documento conservato a Barcellona che contiene una lista di villaggi infeudati. La sua popolazione contava allora dai 150 ai 200 abitanti e aveva una discreta dotazione di territorio agricolo. Tuttavia nel 1490 il villaggio risulta disabitato, come tanti altri di quel tempo.

Villagio di Seurru

SeurruLa villa di Seurru nacque probabilmente sui resti di un insediamento più antico (si pensi a sa Funtana de Seurru) come modesto agglomerato ubicato intorno alla chiesa di San Saturno. Il “Registro” delle rendite pisane ci dice che nel 1322 risultava popolata da una cinquantina di persone. Nel suo territorio sorgeva una chiesa localizzabile nei pressi della strada che dalla curva di via Andrea Costa (vecchia S.P. per San Sperate) porta a San Gemiliano, nella campagna nota come località Sant’Esu. Su questa chiesa purtroppo non si hanno molte informazioni. Sappiamo solo che trent’anni più tardi Seurru compare con la sua chiesa tra i possedimenti della Mensa Arcivescovile di Cagliari. Dopo l’anno 1365 comincia la sua progressiva decadenza fino all’abbandono. Sant’Esu attualmente fa parte della toponomastica territoriale del comune di Sestu che ne ha inglobato la zona insieme a tutto il territorio di Seurru.

Villaggio di Nuracada

NuracadaLa villa di Nuracada era ubicata a nord di Sestu e contava durante il medioevo un centinaio di abitanti. Essa viene citata in pieno periodo giudicale da un documento del 1215 e dalla statistica pisana del 1322. Nel corso del XIV secolo Nuracada era infeudata ai signori Ramon e Tomaso Merquet, appartenenti a un grande casato di nobili barcellonesi stabilitisi nell’isola. Nell’anno 1544 il villaggio risulta già spopolato a causa di pestilenze e carestie varie. Il suo territorio verrà quindi incorporato da Sestu e oggi compare nella sua toponomastica comunale.

Roberto Bullita

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1. Giovanni Serreli, Vita e morte dei villaggi rurali in Sardegna tra stati giudicali e Regno di Sardegna e Corsica, in RiMe n.2, giugno 2009

Se san Gemiliano sia stato un vescovo

Seguendo il criterio descartesiano, enunciato nel trattato dal titolo “Discorso sul metodo”, ho già sottoposto a critica numerosi elementi biografici relativi a san Gemiliano, che la tradizione orale ha trasfuso poi nei Goccius. Si dirà che demolire è abbastanza facile; molto più difficile invece costruire. Verità assolutamente indubitabile e incontestabile. Pur consapevole delle difficoltà (e delle critiche) a cui andrò incontro, mi propongo ora di concludere la “pars destruens” del mio ragionamento. Proverò poi a dare seguito alla “pars construens”. A ciò mi spinge l’incoraggiamento rivoltomi in tal senso dall’amica Sandra Mereu che in forma retorica, introducendo il mio precedente articolo, si domandava: “Dove vuole arrivare Pinotto Mura con tutti questi dubbi sull’identità di San Gemilano?” (P. M.)

Se san Gemiliano sia stato un vescovo.

E’ mia intenzione dimostrare che il racconto agiografico su san Gemiliano è il frutto di un assemblaggio di dati generalmente poco significativi, ma soprattutto confliggenti con quelli di altri racconti agiografici provenienti da altre tradizioni sullo stesso personaggio. Per questa ragione ho scelto, tra i tanti, di considerare il dato biografico che a me appare più importante, precisamente quello secondo cui san Gemiliano sarebbe stato un vescovo, anzi un vescovo della comunità cristiana di Cagliari, e per la precisione il secondo vescovo essendo succeduto a san Clemente, il più stretto collaboratore dell’Apostolo Pietro. Con riferimento al Martirologio Romano, è stata avanzata l’ipotesi che quell’Emilio, martirizzato in Sardegna insieme ai suoi compagni il 28 maggio, sia da considerare insignito di dignità vescovile, ritenendo per certo che coloro che in detto documento vengono indicati al primo posto sono, in genere, vescovi. Ma questa ipotesi non ha alcun fondamento. I martiri e i confessori appartenuti alla gerarchia della Chiesa, come si può facilmente verificare, sono sempre riportati con la rispettiva dignità ecclesiastica.

L’iconografia dei vescovi nella Cattedrale di Cagliari.

7_92_20060522113819Tempo fa ho visitato la cripta della Cattedrale di Cagliari, dove sono state sistemate le reliquie dei martiri rinvenute in occasione della campagna di scavi eseguiti su disposizione dell’Arcivescovo De Esquivel nei primissimi decenni del XVII secolo. Nella navata principale dedicata alla Vergine la formella che riveste l’urna nel quale sono state collocate le reliquie di un sant’Emiliano martire, rappresenta questo santo in abiti normali, ossia non liturgici. Nella navata a fianco, quella dedicata a sant’Isidoro, un’altra formella denuncia la presenza delle reliquie di un sant’Emiliano e un san Bonifacio, il primo più anziano del secondo: anche questi rappresentati in abiti normali. Questo elemento di per sé non prova nulla, soprattutto non contraddice il fatto che quei personaggi (quantomeno quell’Emiliano) possano essere stati vescovi. Tuttavia in quell’ultima Capella, e anche in quell’altra dedicata al grande vescovo Lucifero di Cagliari, coloro che sono stati ritenuti insigniti delle diverse dignità ecclesiastiche (vescovi, presbiteri, diaconi) sono visibilmente rappresentati con i relativi abiti liturgici.

Le cronotassi.

Ho fatto allora ulteriori ricerche e ho trovato una cronotassi (elenco cronologico) dei vescovi di Cagliari dei primi quattro secoli, i cui nomi sono di seguito riportati in ordine alfabetico: Bonifacio I − BonifacioII − Eutimio, martire − FeliceI − Felice II − Florio, arcivescovo − Giusto − Lucio − (R)estituto, arcivescovo − Severo, martire? − Rude − Tiberio − Verissimo − Anonimo − Anonimo, martire − 314 Quintasio, † − (354-370) Lucifero, †. Come si può vedere, in questo elenco il nome di Gemiliano non compare come vescovo, né al secondo posto né il alcun altro posto. Questo elenco proviene dalla Chiesa di Cagliari, o comunque è da essa condiviso; ed è stato formato sulla base delle risultanze desunte da opere di storici apprezzati e generalmente considerati attendibili¹. Interessante, ai fini del mio ragionamento, è anche quanto scrive il francescano minorita frate Antonio Felice Matteo. Fra Matteo nella sua storia dei vescovi sardi², dopo aver esposto le tradizioni agiografiche dei primi vescovi di Cagliari, a cui peraltro mostra di non dare alcun credito (“Ma chi non si metterebbe a ridere, sentendo queste cose?”), riporta la seguente cronotassi vescovile: “A Clemente e Bonifacio martiri successero nella sede cagliaritana, l’uno dopo l’altro: Sant’Avendrace martire; San Bonifacio II martire; San Giusto martire; San Floro martire; San Restituto martire; San Bono Martire; San Viviano Martire; San Lino Martire; San Severino Martire; San Rude Martire; Sant’Eutimio Martire; San Gregorio Martire”. L’autore precisa che, stando alla testimonianza del Vitale, la prova che quei martiri abbiano governato la Chiesa cagliaritana risulterebbe da documenti in possesso della stessa Chiesa. Anche in questo caso osservo che nell’elenco non è riportato Sant’Emilio, o Emiliano, o Gemiliano. Nasce pertanto, come diceva quel tale, spontanea la domanda: Se Gemiliano (nome alternativo di Emilio o Emiliano) non compare nell’elenco come secondo vescovo certo o presunto della comunità cristiana di Cagliari, perché noi insistiamo per ritenerlo tale? Forse che noi vogliamo essere più realisti del re?

Avendrace e Gemiliano: una singolare coincidenza.

Nell’elenco riportato sopra, in gran parte divergente dalla cronotassi che ritengo più autorevole, compare Sant’Avendrace (Santu Tenneru, in cagliaritano Santa Tennera). E’ interessante notare come la tradizione di questo santo coincida in gran parte con quella di san Gemiliano. Avrendace sarebbe vissuto nel I secolo e divenuto il quinto vescovo di Cagliari³; avrebbe trovato il martirio proprio nel sito dove oggi sorge la Chiesa parrocchiale a lui dedicata, edificata sull’antico ipogeo in cui il Santo martire avrebbe trovato nascondimento. Avendrace dunque sarebbe diventato vescovo della comunità cristiana di Cagliari agli inizi dell’anno 70 d. C., precisamente il 2 gennaio dell’anno 70 d. C. e quindi a qualche mese di distanza dal martirio di san Gemiliano (28 maggio 68 d.C.). Al pari della tradizione sestese su san Gemiliano anche questa relativa a Sant’Avendrace non è recepita dalla Chiesa cagliaritana. Il breve lasso di tempo che intercorre fra la data del martirio di san Gemiliano (28 maggio 69 d. C.) e la data dell’assunzione dell’ufficio episcopale da parte di sant’Avendrace (2 gennaio 70 d. C.) porta a ritenere poco credibile che nella Cattedra della Chiesa cagliaritana si siano succeduti ben tre vescovi in appena sette mesi. Non risulta infatti che a quel tempo imperversasse a Cagliari la peste, o altro evento calamitoso, o una persecuzione tanto terribile da provocare una moria di vescovi. Peraltro si ritiene che le persecuzioni contro i cristiani, in quanto ritenuti responsabili dell’incendio di Roma del 64 d.C., siano cessate con la morte di Nerone (9 giugno del 68 d.Cr.). Non solo a Roma ma in tutto l’impero. E c’è da credere che all’epoca coloro che si disputavano il seggio imperiale (Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano) avessero ben altre preoccupazione che perseguitare i cristiani in Sardegna.

Ancora una tradizione su san Gemiliano.

emilio e priamo bosaUn’altra tradizione popolare su San Gemiliano, a mia conoscenza, è infine quella formatasi a Bosa. Secondo questa tradizione Sant’Emilio (o Gemiliano) è il patrono, insieme con san Priamo suo compagno nel martirio, della diocesi della quale fu il fondatore e il primo vescovo. Il tentativo di agganciare questa tradizione con il Martirologio Romano mi sembra evidente. La stessa tradizione, tuttavia, non nasconde l’esistenza di aporie: la prima di esse è dovuta al fatto che, sulla base della documentazione, la diocesi di Bosa non sarebbe anteriore all’undicesimo secolo (un tempo troppo distante dal I sec. d.Cr.); l’altra, alla consapevolezza dell’esistenza di una tradizione che le si contrappone, precisamente quella di Sestu.

Le tradizioni bisogna saperle leggere.

Di fronte a più tradizioni sullo stesso personaggio, ciascuna con contenuti propri, in tutto o in parte divergenti tra loro, se non addirittura contrastanti, quale atteggiamento assumere? Qualcuno sostiene che le tradizioni sono… tradizioni, e non si possono prendere sotto gamba, meno che meno ridicolizzare. E chi è che non condivide o può sottrarsi a questo principio? Ma delle due l’una: se alcune tradizioni popolari sul medesimo oggetto non si possono conciliare tra loro, allora qualcuna di esse va abbandonata. E’ evidente che sotto il nome di “tradizione” si pretende di far passare qualcosa che invece andrebbe definita diversamente. Le tradizioni bisogna saperle leggere, per andare alla ricerca e tentare di cogliere gli elementi che trovano una base storica. Per questo può essere molto utile la dote del “discernimento”, qualità conosciuta anche come “buonsenso”. Quanto all’uso del discernimento valgano le parole che l’Apostolo Paolo rivolse alla Comunità cristiana di Tessalonica (l’odierna Salonicco): “..esaminate ogni cosa; tenete ciò che è buono” (1Tss 5,21). In passato (ma vale anche per il presente) ci sono stati individui che, sfruttando le proprie qualità intellettuali o la posizione occupata nella società, hanno approfittato della semplicità delle persone e, con il dichiarato proposito di voler dar prova della potenza che il Signore Risorto ha dimostrato anche attraverso i suoi santi, ma spesso per altri fini, hanno raccontato “favole artificiosamente inventate”.

“Favole artificiosamente inventate”.

Esempi del genere nel più lontano passato possono essere le Passiones di san Giorgio Martire, o quelle dei santi Chirico e Giulietta. Di queste e di altre simili composizioni si dovette occupare addirittura il Primo Concilio Romano, a conclusione del quale – nel 494 d. Cr. – il Papa Gelasio I emanò un decreto dal titolo “De libris recipiendis ac non recipiendis”, con il quale proibì la lettura di tali opere in occasione di funzioni liturgiche, interrompendo in tal modo un’usanza praticata fino ad allora. A giudizio di Papa Gelasio, la lettura di quelle opere, piuttosto che avvicinare i pagani alla fede cristiana, rischiavano di allontanarne i fedeli. Per i tempi più recenti, io credo che, tra questo genere di favole, si possano citare proprio le tradizioni orali riguardanti molti martiri, poi raccolte nei Goccius, genere a cui appartiene anche la tradizione del nostro San Gemiliano.

Conclusione.

Concludo la pars destruens del mio ragionamento precisando che non è mia intenzione mettere in dubbio la reale esistenza di san Gemiliano martire, di cui oggi è molto difficile, per diversi ed ovvi motivi, costruire o ricostruire una biografia completa (dalla nascita alla morte). Né intendo negare la possibilità che tale personaggio possa essere stato un vescovo. Il mio intento è semplicemente quello di rendere evidente che il racconto agiografico su San Gemiliano è il risultato di un assemblaggio di dati generalmente poco significativi e talora non conferenti, quando non addirittura contrastanti tra loro, e soprattutto contrastanti con altri racconti agiografici dello stesso o di altri personaggi.

Pinotto Mura

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1. L. CHERCHI, autore di I vescovi di Cagliari (314-1983). Note storiche e pastorali, Cagliari [1983]; R. ZUCCA, autore di: Appunti sui Fasti episcopales Sardiniae (II periodo paleo-cristiano e l’età altomedievale), in «AA. VV., Archeologia paleocristiana e altomedievale in Sardegna. Studi e ricerche recenti, Seminario di Studi, Cagliari, maggio 1986, a cura di P. Bucarelli e M. Crespellani», Cagliari 1988; – Cronotassi dei vescovi sardi, in: «L’organizzazione della Chiesa in Sardegna 1995», Cagliari 1995; F. VIRDIS, autore di Gli arcivescovi di Cagliari dal concilio di Trento alla fine del dominio spagnolo – Stemmi e sigilli degli arcivescovi – Relationes ad limina, Ortacesus 2008.

2. Sardinia Sacra seu de Episcopis Sardis Historia, stampato a Roma l’anno 1761, pg 69.

3. Secondo questa tradizione la successione dei vescovi è la seguente: San Clemente; S. Emilio o Emiliano; San Bonifacio I; S. Siridonio; S. Avendrace;  S. Bonifacio II M.; S. Giusto I M.

Nella cella di Gramsci

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Carcere di Turi

Chi arriva a Turi proveniente da Bari, appena entra nella cittadina pugliese che ha ospitato Antonio Gramsci dal 19 luglio dal 1928 fino al 19 novembre del 1933, si trova, quasi subito, sulla destra, l’imponente e burocratica mole ottocentesca della Casa di reclusione. Si tratta di un ex convento delle Clarisse adibito a carcere dopo l’unità d’Italia. Sulla facciata, in alto, a sinistra del grande portone d’ingresso c’è una lapide qui posta il 27 aprile del 1945 che recita: “In questo carcere visse in prigionia Antonio Gramsci. Maestro liberatore martire, che ai carnefici stolti annunciò la rovina, alla nazione morente la salvazione, al popolo lavoratore la vittoria”.

Visitare la cella e i cortili dove Gramsci era “Ristretto”, così si legge in un’altra targa posta a fianco dell’ingresso della cella dove trovò dimora, non è impresa facile. Ancora oggi l’istituto di pena ospita un centinaio di reclusi, quasi tutti ergastolani. Le misure di sicurezza impongono il massimo riserbo. Una guardia solerte ci invita gentilmente a riporre nella custodia la macchina fotografica, che non può essere usata neanche per fotografare l’esterno. Devo ringraziare per questa opportunità Michele e Vito, i due gentili accompagnatori che qualche giorno prima della partenza mi hanno messo in contatto, in qualità di rappresentante dell’Associazione Casa natale Antonio Gramsci di Ales, con la nuova amministrazione del comune di Turi che già si stava attivando presso la direzione del carcere per favorire la visita alla cella di Gramsci dello scultore Pinuccio Sciola. Una delle ultime sculture dell’artista di San Sperate è infatti dedicata a Gramsci e alla sua prigionia (La porta della cella di Gramsci). Il supplemento letterario del Corriere della sera, il 03 agosto 2014, ne pubblicava, a tutta pagina sulla copertina, la magnifica immagine.

La visita si avvera il 26 agosto, giorno di Sant’Oronzo, martire e patrono di Turi. L’appuntamento è per le nove in Piazzale Aldo Moro, l’ampio spazio che mette in contatto la struttura penale con il resto del paese e che fa quasi da cerniera tra il centro storico e la parte nuova della cittadina. Quando arriviamo, Sciola ed io, ad attenderci c’è il nuovo vice-Sindaco della cittadina Lavinia Orlando in compagnia dell’assessore Piero Camposeo. Subito dopo ci raggiunge, per un breve saluto, il sindaco Menino (Domenico) Coppi, un amministratore gentile ed efficiente. Si rammarica di non poterci accompagnare nella visita al carcere: lo attendono quattro ore di processione. Varcato il portone ed espletate le formalità burocratiche, controllo dei documenti, svuotamento delle tasche, consegna dei telefonini e delle altre apparecchiature elettroniche, avviene l’incontro con una giovanissima comandante delle guardie. Insieme ad altre quattro guardie, ci accompagna fino al primo piano dove si trova la cella di Gramsci, la matricola 7047. Le guardie seguono un rigido protocollo carcerario fatto di inferriate che si aprono e si chiudono in continuazione. Man mano che ci avviciniamo monta l’emozione, anche perché è la prima volta che varco il portone di una galera.

Una cella ampia. Quando la porta della cella si apre la prima cosa che noto è l’ampiezza. E’ grandissima e molto alta, troppo per un singolo carcerato. Penso subito al grande freddo che lì vi ha patito Antonio Gramsci. Le pareti sono tutte bianche e il pavimento è di un misto tra terra e ghiaia, calce e cemento. Sulla parete di destra, rispetto all’ingresso, sono appesi, con un certo ordine, le corone di fiori, i gagliardetti, le medaglie e i nastri, lasciati dai numerosi visitatori che nel corso del tempo hanno svolto mesti pellegrinaggi in questo luogo di dolore. E di rabbia. C’è il ricordo del passaggio di due Presidenti della repubblica: Sandro Pertini e Giorgio Napolitano. Tanti sono stati anche i visitatori delle sezioni, dei comitati federali e regionali, delle direzioni e segreterie del Partito Comunista Italiano. E quelli dei comuni antifascisti d’Italia. Al centro della parete di fronte c’è il piccolo letto dove per quasi cinque anni ha dormito e sognato “il più grande dono che la campagna ha fatto alla città”, come il grande storico inglese Eric Hobsbawm ha definito il pensatore sardo. Sulla destra del letto una sedia e un piccolo tavolo che fungeva da scrivania. Lì il pennino grattava sui fogli dei Quaderni e delle Lettere per mettere nero su bianco i tanti pensieri che prendevano forma nella testa leonina di Antonio Gramsci. Accanto, impolverati dal tempo, stanno le prime edizioni Einaudi delle Lettere dal carcere (1947) e dei Quaderni tematici, quelli famosi con le copertine verdi. Alla sinistra un catafalco di legno e stoffa, che fungeva da servizio igienico, conserva al suo interno un pitale e altro materiale…

Edizione anastatica dei Quaderni del carcere

Edizione anastatica dei Quaderni del carcere

Il muro di fronte alla porta è per buona parte interessato da una grande finestra con doppia inferriata. Ferro grosso, massiccio e arrugginito. Osservo con attenzione la porta della cella e penso ai dolori fisici e mentali patiti da Gramsci, alla sadica crudeltà di un regime che ne metteva a seria prova la stabilità fisica e mentale con quei secondini che avevano precise istruzioni di battere forte il portello della sua cella per svegliarlo ad ogni ora della notte. E non posso fare a meno di pensare alle difficili e dolorose condizioni in cui lavorava. Mi sovviene la testimonianza di Gustavo Trombetti (riportata da Gianni Francioni nell’introduzione all’edizione anastatica dei Quaderni del carcere) che dal 1932, come compagno di cella, ne condivise la quotidianità sino alla sera prima della partenza da Turi. Trombetti ricordava, a distanza di più di quarant’anni, che Gramsci era solito andare su e giù per la cella «concentrato nei suoi pensieri. Poi, all’improvviso, si fermava, scriveva ancora poche righe sul quaderno e riprendeva a camminare». Una testimonianza, questa di Gustavo Trombetti, che si fa ancora più preziosa quando racconta la vicenda del recupero dei Quaderni dopo il trasferimento di Gramsci. «Gramsci temeva molto – spiega Trombetti – che gli fossero sequestrati, anche se per un semplice controllo; sapeva che sarebbero andati a finire al ministero e che in seguito sarebbe stato molto difficile recuperarli». Sarebbe stato molto rischioso includerli nel poco bagaglio che egli avrebbe potuto portare con sé. Per sottrarli alla vigilanza dei carcerieri, i due compagni escogitano allora un espediente: «Gramsci, in attesa che ci portassero al magazzino – continua Trombetti -, mi espresse la preoccupazione per la sorte dei suoi quaderni, nel caso che la guardia che assisteva con il compito di controllare ogni cosa che si metteva nel bagaglio non avesse lasciato passare quegli scritti. Certamente questi si sarebbero perduti per sempre. Così ci accordammo, facendo un piccolo piano. Lui a un certo punto avrebbe iniziato una conversazione con il guardiano, che era come Gramsci un sardo, in lingua sarda e, nel momento convenuto, proprio mentre Gramsci a bella posta si mise tra me e la guardia, io in quell’attimo presi dallo scaffale il pacco dei quaderni e li ficcai nel baule, avendo cura di coprirli subito con altre cose. Così l’operazione riuscì, e Gramsci fu più tranquillo. Riempito il baule, fu legato e piombato in presenza di Gramsci».

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Antonio Gramsci

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Sandro Pertini

Dalla cella al cortile. Chiediamo se è possibile visitare il cortile dove Gramsci passeggiava insieme agli altri reclusi. Gentilmente la giovane comandante delle guardie ci spiega che per motivi di sicurezza ciò non è possibile. Peccato. Sarebbe stato bello condividere i suoi passi e soprattutto vedere il luogo dove coltivava le rose. Quelle rose amorevolmente coltivate nel cortile del carcere di Turi che – scrive Giorgio Baratta nel suo fondamentale libro Le rose e i quaderni – “risvegliano nel prigioniero il senso dei fenomeni cosmici, del ciclo delle stagioni, diventano carne della sua carne… rappresentano una metafora della storia drammatica degli umani, che egli vive come natura, come corpo, come parte di sé e di cui egli stesso è parte”. Sarebbe stato interessante misurare con i propri passi il tempo trascorso da Gramsci nel cortile a dialogare e talvolta discutere animatamente con i suoi interlocutori, prigionieri politici come lui, con l’amarezza che gli procurava l’ostilità del gruppo dei detenuti comunisti. Tra questi vi era il giovane romano Angelo Schucchia che nel 1934 aderì al regime fascista e divenne l’informatore n° 670 dell’OVRA. Poteva però contare sulla solidarietà e aiuto di altri come Giovanni Lai e Bruno Tosin e soprattutto sull’amicizia di Sandro Pertini, unico detenuto socialista di Turi, che poi diventerà il settimo Presidente della Repubblica, in carica dal 1978 al 1985, e cittadino onorario di Turi. Questa la sua testimonianza, scritta nel volume Il Gramsci di Turi a cura di Ferdinando Dubla e Massimo Giusto: «A Turi di Bari, oltre che con me, strinse amicizia con due ex anarchici che erano stati condannati dalla corte d’assise di Milano; ma dopo un periodo di tempo di conversazioni con Gramsci, essi diventarono comunisti e gli furono sempre fedeli. (…) Un giorno mi disse: “Noi due dobbiamo iniziare una conversazione che durerà due mesi”. Capii subito che voleva persuadermi a passare al Partito Comunista; non riusciva a comprendere che un uomo come me, con la visione che avevo della lotta, col mio temperamento, potesse rimanere coi socialisti».

Usciamo dal carcere lasciandoci alle spalle un grumo di storia livida. Siamo molto emozionati. Pinuccio Sciola immagina di portare proprio qui la sua scultura in granito. Sarebbe davvero una singolare coincidenza trasferire il granito sardo in Puglia, nella terra da dove proviene il Sole produttore-Comune raccolto in pietra di Trani, la scultura che Gio Pomodoro nel 1977 ha donato ad Ales per la realizzazione del Piano d’uso collettivo dedicato a Gramsci. Io invece sono curioso di conoscere i percorsi fatti da chi veniva a Turi per colloquiare con la matricola 7047, la cognata Tania Schucht, i fratelli Gennaro e Carlo Gramsci. I nostri accompagnatori, sempre gentili e solerti, chiamano allora Giovanni Lerede, giornalista e storico di Turi. Negli anni trenta – ci spiega Lerede – a Turi c’erano solo due locande che affittavano camere, ma una sola aveva una finestrella da dove si poteva vedere la lingua di mare di cui parla Tania in una delle sue lettere. Ripercorro con lui le strade che dal carcere conducono all’edificio un tempo adibito a locanda. Si trova appena fuori il centro storico, dirimpetto all’imponente e barocco Palazzo marchesale che sovrasta tutta la cittadina, ma è diventata una casa anonima con un bar al pianterreno. La stazione dei treni dove arrivavano si trova invece nella parte opposta di Turi. E’ agevole immaginare la triangolazione dei percorsi da loro fatti tra stazione, carcere e locanda. A passi lenti camminiamo sulle stesse vie, mentre attorno impazza la festa di Sant’Oronzo. Facciamo a noi stessi una promessa laica: torneremmo presto a Turi per rendere omaggio alla prigionia di Antonio Gramsci e alla libertà delle sue idee.

Pier Giorgio Serra

Leggere o rileggere “Un anno sull’altipiano” a cent’anni dalla prima guerra mondiale.

Un-anno-sullAltipiano.-CopertinaUn anno sull'altipiano_3

In corrispondenza delle ricorrenze legate ai momenti salienti che hanno segnato l’avvio alla Prima guerra mondiale (1914-1918), si stanno svolgendo in diverse parti d’Europa toccanti manifestazioni commemorative. La Grande guerra fu, più di altre, una vera e propria catastrofe collettiva. Gli storici parlano di 60 mila persone coinvolte, 8 milioni di morti, 7 milioni di dispersi, 21 milioni di feriti.

Oggi non esistono più testimoni viventi di quella tragica esperienza ma il ricordo di devastazione lasciato dalla Prima guerra mondiale è arrivato inalterato sino alle nuove generazioni attraverso i racconti familiari. In tutta Europa, la tradizione dei pellegrinaggi ai luoghi della memoria della Grande guerra continua ad essere portata avanti proprio dai nipoti e pronipoti dei combattenti di allora.

Associato al ricordo della Grande guerra, per noi sardi in particolare, c’è anche quello di un eroico personaggio: Emilio Lussu. Come ufficiale della Brigata Sassari, insieme agli altri soldati sardi da cui la brigata era fondamentalmente composta, Emilio Lussu combatté sul fronte, nell’Altipiano di Asiago. Partecipò alle più terribili e devastanti azioni di guerra, ricevendo per il suo coraggio numerose decorazioni e promozioni. Sono certamente questi i motivi principali per cui molti sardi, in questi ultimi mesi, stanno leggendo o rileggendo “Un anno sull’altipiano”. Per gli stessi motivi diverse biblioteche dell’isola e associazioni di lettori hanno in programmazione cicli di pubbliche letture di questo straordinario libro, che è considerato una delle più importanti testimonianze della Prima Guerra Mondiale.

Un anno sull'atlipiano_2“Un anno sull’altipiano” è un libro di memorie di guerra. Emilio Lussu lo scrisse tra il 1936 e il 1937, durante l’esilio in Francia. Uscì a Parigi nel 1938 per le Edizioni Italiane di Cultura. Einaudi lo pubblicò per la prima volta in Italia nel 1945. Il libro dunque prese forma molti anni dopo gli avvenimenti raccontati, attraverso un lavoro di selezione e focalizzazione degli episodi che avevano “maggiormente colpito” l’autore e di ciò che gli era “rimasto impresso”. Questo fatto, insieme a una serie di artifici letterari inventati da Lussu, fanno sì che “Un anno sull’altipiano” sia molto più di un diario di guerra in senso stretto. Alberto Asor Rosa, nella prefazione all’Edizione Ilisso 1999, lo definisce un “racconto epico”, “un libro che si legge, e furiosamente torna a leggersi”, persino – come lui stesso dichiara di aver fatto – “una decina di volte”.

Per noi pronipoti della sfortunata generazione che prese parte alla Prima guerra mondiale, leggere per la prima volta questo libro o rileggerlo con maggiore consapevolezza da adulti (qualora lo avessimo letto alle scuole medie come libro per le vacanze), è senza dubbio un’esperienza che può dare un senso alle commemorazioni in corso. Significa concentrarsi sulla “generazione perduta”, su quei milioni di morti e sull’impressionante numero di mutilati che causò.

“Un anno sull’altipiano” è narrato in prima persona, come se le vicende raccontate si stessero svolgendo in quel momento. La finzione letteraria restituisce la guerra “in diretta”, senza mediazioni, “come è accaduto in alcuni, pochi, grandi films di guerra”, scrive Asor Rosa. Emilio Lussu riesce così nell’intento di fornire uno straordinario documento sulla Prima guerra mondiale: sulla follia, l’atrocità e l’insensatezza che l’hanno caratterizzata. *

Sandra Mereu

* Questo articolo è pubblicato anche nella pagina del blog dedicato ai “100 anni dalla prima guerra mondiale”

“Chiesa e feste popolari in Sardegna” di Antonio Addis (Edes 2014)

Chiesa e feste popolari in Sardegna_A. AddisNei mesi scorsi, su questo blog, si è parlato approfonditamente di una gara poetica svoltasi a Sestu nel 1930¹: una cantada che si è tramandata nella memoria popolare dei sestesi, oltre che per il suo valore artistico, anche per motivi di natura politica. Si dice infatti che is cantadoris, conclusa la disputa, vennero fermati e portati in caserma (Pinotto Mura). Ci si domanda oggi: per quale motivo ciò avvenne? Il testo non contiene infatti elementi tali da poter essere interpretati come una critica esplicita al potere politico. Sarebbe stato, questo, un motivo più che plausibile per un’azione di quel genere da parte dell’autorità di pubblica sicurezza. Come è noto, sotto il regime fascista, non era tollerata alcuna forma di contestazione e dissenso. Bastava una battuta irriverente o che potesse suonare come ingiuria verso il Duce e si veniva prontamente arrestati. Accadeva continuamente in quegli anni e accadde anche a Sestu. Nel maggio del 1940 il bracciante Giuseppe Spiga, classe 1910, fu arrestato per “frase oltraggiosa all’indirizzo del Duce” e assegnato al confino per 3 anni. Gli fu poi commutata la pena in ammonizione nel febbraio 1941 (L’antifascismo in Sardegna, a cura di M. Brigaglia, 2. ed. 2008).

Tornando alla gara poetica del 1930, è possibile che un testo che a noi oggi appare innocuo, ai fruitori dell’epoca, che possedevano le chiavi interpretative dei codici propri di quel genere poetico, potesse comunicare sotto metafora messaggi inequivocabili. Nel caso specifico il riferimento all’imperatore Diocleziano sarebbe servito al poeta improvvisatore Loddo per creare un’identificazione con il Duce e quindi per rivolgere a quest’ultimo indirettamente l’accusa di viltà. Una simile interpretazione del verso è verosimile ma allo stesso tempo opinabile. I classici, la Bibbia, personaggi storici del passato, costituivano il repertorio tipico delle cantate sarde. E’ facile immaginare che, su queste basi, qualunque immagine evocata dai poeti improvvisatori avrebbe potuto offrire, all’occorrenza, un pretesto per contestazioni e censure da parte delle autorità. L’interpretazione in un senso o in un altro dipendeva dunque dal contesto politico e sociale.

A prescindere da cosa accadde veramente a Sestu, in quel lontano 23 aprile del 1930 ai tre cantadoris, è certo che in quegli anni il clima nei confronti delle gare poetiche fosse tutt’altro che favorevole. Lo dimostra un recente libro di Antonio Addis, Chiesa e feste popolari in Sardegna – 1924-1945 (Edes 2014), che contiene un’indagine basata quasi esclusivamente su documenti inediti conservati in archivi ecclesiastici e su articoli pubblicati in giornali cattolici dell’epoca. Il libro offre dunque una ricostruzione di parte, come di parte è lo stesso autore, un sacerdote di Nulvi. Ma proprio per questo rappresenta sul tema una testimonianza inedita di estremo interesse.

Nel 1926 entrarono in vigore in tutta l’isola le leggi del Concilio Plenario Sardo. Tra gli obiettivi vi era quello di favorire il rinnovamento e l’aggiornamento dello stile di vita cristiano. L’assemblea dei vescovi sardi vedeva infatti nella religiosità popolare sarda il persistere di elementi paganeggianti, grumi di superstizione e forme di culto esteriore che nelle feste religiose avevano la loro più diretta manifestazione. Vennero pertanto adottate una serie di misure tese a riportare le feste religiose sotto il diretto e stretto controllo della Chiesa. Si trattava infatti di norme che limitavano fortemente l’autonomia dei comitati e individuavano nelle gare poetiche (art. 9) una delle forme della cultura popolare da colpire più duramente. Queste leggi rappresentavano il punto di approdo di un atteggiamento ostile verso le feste popolari che già negli anni precedenti aveva avuto modo di palesarsi attraverso i giornali cattolici. In ultima istanza i vescovi puntavano alla riduzione delle feste religiose e parallelamente all’imposizione di un programma esclusivamente religioso.

Per far accettare ai sardi il nuovo corso, improntato al rigorismo e all’autoritarismo, i vescovi ricorrevano al sempre attuale argomento della “sobrietà“, giustificato dalla necessità di porre un freno alle spese superflue e di “concorrere al risanamento della patria economia” stremata dalla guerra. Gli argomenti erano quelli tipici dei pauperisti di tutti i tempi: “Il fatto che mentre da un lato migliaia e migliaia di disoccupati (basta consultare le statistiche ufficiali) attendono ansiosamente che il lavoro ritorni, apportatore di benessere e di letizia – scriveva L’Ortobene nel novembre del 1931, dall’altro migliaia e migliaia di cittadini sembrano invasati dalla mania godereccia (siamo ancora nell’epoca delle feste, delle sagre, delle gite e dei balli)“. Si chiedeva cioè alla maggioranza dei sardi, che già conduceva una vita grama, di fatica e privazioni, di rinunciare anche a un po’ di evasione e svago, “alla possibilità – scrive Antonio Addis – di godere di qualche giornata ricreativa e spensierata, di trovare momenti di sollievo e di distrazione, di socializzare in allegria per interrompere di tanto in tanto la penosa situazione di solitudine e di sofferenza che accompagnava l’esistenza quotidiana“. Secondo questa logica, gli strati sociali più poveri devono farsi carico, con ulteriori sacrifici e rinunce, di crisi economiche non hanno certo provocato loro, mentre più in alto pochi privilegiati danzano, banchettano, bevono e ballano al riparo da contraccolpi e fiduciosi per il futuro.

 Le feste dei santi – riconosce Antonio Addis –  rappresentavano, a quei tempi, per le popolazioni sarde, soprattutto dei paesi, le rare e quasi uniche occasioni comunitarie di un diversivo. L’associazione del divertimento alle festività religiose non era in Sardegna una coincidenza casuale, e tantomeno un abbinamento forzato. Era, se vogliamo, da tempi assai remoti, il frutto di una connessione naturale, di un legame intoccabile, quasi sacro perché proveniente, anche se alterato, dall’originaria concezione cristiana di festa.” Nondimeno le gare poetiche, che costituivano l’attrattiva principale della festa, erano una tradizione molto radicata nel popolo. La gara era – scrive Addis – una “vera e, per molti del volgo illetterato, unica scuola popolare” e nel contempo “un intrattenimento completo, ricco anche di colpi di scena… Le masse si entusiasmavano, gustando l’erudizione dei cantori e la melodia del canto, la musicalità dei vocalizzi corali del contra, del mesu oghe e del basciu, che in sottofondo dettavano il ritmo e gli intervalli nella composizione dei versi, l’arte e la bellezza, il gioco e l’abilità dialettica“. A quei tempi la Chiesa sarda la pensava però in modo diametralmente opposto. In vari passaggi delle lettere dei vescovi sardi riportate nel libro, i poeti improvvisatori venivano considerati ignoranti e rozzi e le gare poetiche giudicate blasfeme, immorali e licenziose. Per questa ragione, dopo aver inutilmente tentato di disciplinarle, nel 1932 adottano l’estrema decisione di proibirle.

Non sempre e non dappertutto questo grave provvedimento – inviso all’opinione pubblica e avversato in vario modo – venne applicato. Ma le testimonianze contenute nel libro dimostrano con quanta determinazione la Chiesa sarda, prima e più fermamente del potere politico fascista, cercò di estirpare, per motivi legati alla morale religiosa, antiche e radicate forme della cultura popolare quali erano appunto le gare poetiche.

Sandra Mereu

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1. Vedi sull’argomento i contributi di Vittoriano Pili: “IL LIBRETTO RITROVATO”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – ANALISI DEL TESTO (1° GIRO)”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – ANALISI DEL TESTO (2° E 3°GIRO)”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – “COMMENTO AL 3° GIRO E DIALOGO SULLA “COBERTANTZA”.

 

(Salmo) ABECEDARIO di Fulgenzio di Ruspe, una traduzione inedita di Pinotto Mura.

Pubblichiamo di seguito una inedita traduzione dal latino di un’opera di Fulgenzio di Ruspe curata dal nostro concittadino Pinotto Mura. Lo facciamo con estremo piacere. Il contributo di Pinotto, appassionato cultore di classici greci e latini, insieme a quello di altri studiosi del nostro paese, è la conferma del ruolo che il blog Sestu Reloaded svolge nella comunità sestese (e non solo) nella valorizzazione e divulgazione della cultura.

Fulgentius_von_Ruspe_17Jh[1]Tra le poche opere di san Fulgènzio pervenuteci, oggi possiamo annoverare con sicurezza anche il Psalmus contra Vandalos Arrianos, del quale abbiamo conoscenza da circa settant’anni. Si tratta di un bellissimo componimento che meriterebbe di essere letto e divulgato.

Il componimento è stato ritrovato nel codice Vossianus Latinus 8º 69 di Leida (sec. IX), 74v-80v, da C. Lambot, che ne ha anche curato la prima edizione con il titolo Un psaume abécédaire inédit de saint Fulgence de Ruspe contre les Vandales ariens, RBen, 48, 1936, pp. 221-234. In questa edizione, il testo – secondo taluni – parrebbe aver subito degli emendamenti che probabilmente ne hanno pregiudicato quella forma che l’avrebbe reso più adatto al canto, al quale l’autore intendeva destinarlo.

Il salmo abecedario di san Fulgènzio ha il suo modello nel Salmo Abecedario scritto dal suo maestro sant’Agostino, dal titolo Psalmus contra partem Donati, da cui dipende sotto molteplici aspetti. L’imitazione da parte di san Fulgènzio non sorprende: è noto che il santo, vescovo di Ruspe, avesse dedicato moltissimo tempo e impegno allo studio dell’opera del suo grande conterraneo, al punto che, durante il Medio Evo, coloro che volevano studiare il pensiero di sant’Agostino consideravano una valida alternativa leggere le opere di san Fulgènzio, soprannominato per questo Augustinus breviatus.

Proprio il grande amore per il maestro e per la sua dottrina indussero Fulgènzio a creare e dirigere a Cagliari uno Scriptorium – oggi diremo una casa editrice – nel monastero da lui costruito nei pressi della Basilica di San Saturnino, su un terreno ottenuto in donazione dal vescovo cagliaritano di quel tempo. Qui, con l’ausilio dei suoi monaci, trascriveva pazientemente l’intera opera agostiniana e la rendeva disponibile agli eruditi e studiosi dell’epoca. La città di Cagliari e la Sardegna, nel periodo che va dal V al VII secolo d. C., era diventata un centro della cultura europea, e non solo, grazie alla presenza dei cristiani che erano stati esiliati dai re vandali dal Nord-Africa.

La presenza di questi monaci è stata per la Sardegna una vera benedizione. Essi hanno dato un contributo notevolissimo alla cultura, non solo religiosa, e alla diffusione del cristianesimo. Inoltre – non ha importanza stabilire ad opera di chi – grazie a loro la Sardegna, e segnatamente Cagliari, ha ospitato per oltre due secoli le reliquie del grande padre e dottore della Chiesa nel sito che porta appunto il nome di “Cripta di sant’Agostino”, oggi purtroppo in stato di abbandono.

Avendo constatato la mancanza di una traduzione del Salmo in lingua italiana, ho ritenuto di eseguirne una, principalmente per mio diletto, ma anche pensando di fare cosa gradita a chi vorrà eventualmente conoscere o approfondire il pensiero di questo grande monaco della Chiesa cattolica, che tanto ha dato e fatto per la Sardegna.

Non sono uno specialista nello studio della poesia medioevale, né un latinista. Pertanto quella che segue è semplicemente una libera traduzione dalla lingua latina in italiano, con tutti gli errori possibili e immaginabili che può commettere un inesperto come me, animato solo dal desiderio di far conoscere quest’opera e il suo autore anche a chi non ha la possibilità di leggere e comprendere il testo nella lingua originaria.

Fulgenzio di Ruspe_PSALMO ABECEDARIO_Traduzione di Giuseppe Antonio Mura

Pinotto Mura

Equilibri presenta il libro di Gianni Fresu “Eugenio Curiel. Il lungo viaggio contro il fascismo”

ELMAS – Giovedì 26 giugno 2014 – ore 18.00, presso la Biblioteca Comunale – Piazza di Chiesa, 3 – 1° piano. Presentazione del libro di Gianni Fresu “Eugenio Curiel. Il lungo viaggio contro il fascismo” (Odradek 2013). Interventi di OTTAVIO OLITA (Giornalista e Scrittore) e MARCO SINI (Presidente provinciale ANPI Sardegna). L’iniziativa è organizzata e promossa da EQUILIBRI, circolo dei lettori di Elmas.

Eugenio Curiel_Gianni Fresu«Ma quanti, realmente, conoscono a fondo la storia e le caratteristiche di questo personaggio, complesso e importante al tempo stesso?»

Dalla Prefazione di Carlo Smuraglia, Presidente nazionale dell’Anpi.

“Ho deciso di affrontare questo tema perché c’è stato un doloso oblio nei confronti di questo intellettuale. Ci sono molti aspetti da sottolineare sulla figura di Curiel, la cui formazione è piuttosto eterodossa rispetto ai canoni tradizionali del marxismo. Nella sua complessa personalità si ritrovano due interessi culturali prevalenti: quello scientifico, che gli derivava dal padre, e quello filosofico. Laureatosi in fisica nucleare ad appena 21 anni, arriva immediatamente ad avere prospettive di inserimento accademico nelle università, ma il suo interesse per la filosofia lo porta a interessarsi all’idealismo per poi passare al materialismo storico, e a un processo di progressiva coscienza di cosa era il fascismo”.

Dall’intervista a Gianni Fresu di Gianni Palazzolo (riportata su Sestu Reloaded il 13.10.2013)

L’autore. Gianni Fresu, storico dell’Università di Cagliari, è membro della SISSCO (Società per lo studio della storia contemporanea), fa parte del Comitato scientifico della Scuola internazionale di studi gramsciani, istituita da Fondazione Istituto “Antonio Gramsci”, International Gramsci Society, Casa Museo Antonio Gramsci e finanziata dalla Fondazione Banco di Sardegna.

San Gemiliano è stato davvero martirizzato in occasione della persecuzione di Nerone?

Nel mese di maggio a Sestu ricorre una delle festività dedicate a san Gemiliano. Nello stile di questo blog, ci piace rimarcare la ricorrenza pubblicando una interessante riflessione di Pinotto Mura sull’agiografia di questo santo, un argomento su cui in tanti – a dire il vero più gli eruditi che i fedeli – si sono cimentati. Trattandosi di un personaggio avvolto nella leggenda, sul quale cioè non esistono fonti storiche attendibili, finora nessuno ha sciolto i tanti dubbi che circondano la sua biografia, tanto che c’è persino chi ne mette in dubbio l’esistenza. Consapevole del fatto che ogni valutazione critica sull’argomento rischia di offendere la sensibilità dei devoti al santo, Pinotto, nella nota con cui ha accompagnato il suo scritto, precisa: «E’ possibile che certe difficoltà appartengano solo a me. Pertanto, se mi accingo a scriverne, lo faccio innanzitutto nel tentativo di chiarire a me stesso i dubbi che mi sono sorti al riguardo. Al contrario, non è mia intenzione trasferire ad altri i miei dubbi; e chi pertanto avrà occasione di leggere le mie considerazioni, si senta pure libero di condividerle oppure rigettarle, anche sdegnosamente. E di conservare intatte le sue credenze su san Gemiliano Protomartire». Forte di una solida cultura classica e di aggiornate letture, Pinotto tratta l’argomento con serietà e rigore. Non si limita a collazionare fonti e cronache d’epoca ma le sottopone al vaglio della critica storica per trarne poi una sua personale e coraggiosa valutazione in merito. (S. M.)

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San Gemiliano_SestuNel più antico Martirologio della Chiesa occidentale, concordemente datato al 354 d. Cr., noto anche come Martirologio Romano o Martirologio Geronimiano (identico documento nelle Chiese orientali o ortodosse è chiamato Menologio o Sinassario), si legge che il 28 del mese di Maggio «In Sardegna (hanno subito il martirio) Emilio, Felice, Priamo, e Luciano». Si tratta di una notizia assai scarna, che ci informa esclusivamente sulla Regione (la Sardegna) in cui questi cristiani hanno subito il martirio. Niente è detto sul luogo e sulla data di nascita, sulla città e sull’anno (o il periodo) in cui hanno subito il martirio; sulle loro condizioni personali, familiari e sociali; su eventuali incarichi ricoperti e funzioni svolte all’interno della rispettiva comunità cristiana. Tuttavia è proprio questa essenzialità del dato a garantire sulla veridicità e autenticità delle informazioni fornite. Pertanto può ritenersi vero che in Sardegna – non si sa dove, non si sa in quale anno – hanno confessato la loro fede in Gesù Cristo quattro cristiani dei quali conosciamo soltanto i nomi: Emilio, Felice, Priamo e Luciano. Di contro è lecito pensare che tutte le altre notizie che ci sono pervenute su questi santi martiri – se si fa eccezione per il luogo del martirio – in quanto non sorrette da valido e credibile testimonio, siano invece da attribuire alla pietà popolare. Un sentimento, questo, che quasi mai è spontaneo ma più spesso qualcuno alimenta, animato forse dalle migliori intenzioni, dando così origine a una tradizione. Dapprima orale (is goccius) poi scritta. Ma può anche capitare che da una molto tardiva ed interessata tradizione scritta si fondi una successiva tradizione orale. In questa tradizione si inserisce anche l’agiografia del santo venerato a Sestu, intorno alle cui origini sono fioriti molti interrogativi tra cui quello che riguarda la datazione del martirio e quindi la sua natura di protomartire. Si tratta a mio parere di un problema che, a volerlo affrontare, non può essere disgiunto da quello dell’esatta identificazione di questo santo. Ma procediamo con ordine.

San Gemiliano protomartire.

La fonte. Il Martirologio Romano è il più antico martirologio occidentale; tutti gli altri, per quanto compilati in epoca antica, non sono altro che copie dello stesso. E per di più sono copie che contengono svariati errori di copiatura e/o trascrizione. E benché sulla questione in esame non presentino differenze tra loro, e in tutti Sant’Emilio è nominato per primo, ciò non autorizza a considerarlo “Protomartire”. In assenza di precise specificazioni, non solo non possiamo considerarlo primo martire della Sardegna, insieme agli altri cristiani insieme a lui nominati, ma nemmeno possiamo attribuirgli altri titoli o prerogative. E’ credenza diffusa che quell’Emilio martirizzato il 28 Maggio sia da identificare con il san Gemiliano che veneriamo qui in Sestu. Di lui la sopra citata tradizione (is Goccius) dice: «In su tempus de Neroni, nascis de babbu paganu, de patria cagliaritanu, gentili de professioni…», «Santu Pedru ti ha battiau e ordinau sacerdoti», «Felis impiu Presidenti impresonat a Millanu …», «Ti fulminat a s’istanti una sentenzia de morti…». L’empio preside o presidente Felice sarebbe il funzionario imperiale mandato in Sardegna da Nerone con il preciso incarico di estirpare sul nascere la nuova religione cristiana. Questo stralcio della più ampia tradizione su san Gemiliano è sufficiente a far sorgere i primi interrogativi. In esso, infatti, sono contenute diverse notizie che, ad un esame anche superficiale, appaiono inconciliabili non solo con la storia – diremo – civile, ma anche con la storia della Chiesa dei primi secoli.

L’epoca del martirio. Secondo la notizia tramandata dalla tradizione (In su tempus de Neroni, nascis de babbu paganu…), san Gemiliano (identificato con quell’Emilio del Martirologio) sarebbe stato martirizzato in occasione della persecuzione scatenata da Nerone contro i Cristiani, accusati di aver causato l’incendio di Roma del 64 d. Cr. A ritenerla corretta si dovrebbe pertanto concludere che san Gemiliano è stato martirizzato quando era ancora un bambino, cioè all’età di dieci anni o poco più. Nerone infatti è stato acclamato imperatore l’anno 54 d.Cr., mentre l’incendio di Roma viene datato al 64 d.Cr. Dieci anni esatti separano dunque i due avvenimenti. Ritengo la deduzione non opinabile perché si tratta di dati storici che nessuno contesta ma neppure discute.

La professione gentile. Altro aspetto della medesima tradizione contrastante con gli usi e i costumi dell’epoca neroniana riguarda il passaggio che vuole san Gemiliano “gentili de professioni”. All’età di dieci anni, per incompatibilità di carattere giuridico, i cittadini romani non potevano esercitare alcuna professione, tanto meno una non meglio specificata professione “gentile” o liberale. Si riconosceva infatti che un bambino di dieci anni non è in grado di obbligarsi validamente nei confronti dei possibili clienti, come pure non è capace di esercitare validamente i suoi diritti nei confronti dei medesimi.

Il battesimo ai fanciulli. La Chiesa insegna che il sacramento del battesimo può essere ricevuto in tre forme: battesimo di acqua e spirito (che è quello amministrato normalmente), battesimo di sangue, battesimo di desiderio. Il battesimo è il primo dei sacramenti cosiddetti della iniziazione cristiana. Perciò, se san Gemiliano è stato martirizzato in quanto divenuto cristiano deve aver necessariamente ricevuto il battesimo, così come tramandato dalla tradizione dei goccius (Santu Pedru ti ha battiau e ordinau sacerdoti). Se si vuole credere che san Gemiliano sia quello riportato dalla tradizione allora sorge un problema. In epoca apostolica, infatti, ordinariamente non si amministrava il battesimo ai bambini di dieci anni o intorno ai dieci anni. Al quel tempo infatti il battesimo ai fanciulli veniva amministrato solo in situazioni particolari, cioè quando tutti i componenti di una casa – intendendo il termine come intero aggregato familiare – si convertivano al cristianesimo e chiedevano per questo di venire battezzati. Di questa pratica si trova ampia traccia nell’epistolario paolino e negli Atti degli Apostoli. Sulla base della tradizione rilevabile dagli scritti neotestamentari, si può dunque escludere che Gemiliano abbia ricevuto il battesimo durante la sua fanciullezza, anche perché la tradizione ci informa che suo padre non era cristiano (nascis de babbu paganu).

Il battesimo amministrato da san Pietro. Ugualmente inverosimile è da considerarsi la notizia che il battesimo gli sarebbe stato amministrato dallo stesso san Pietro, giacché di solito gli apostoli non amministravano personalmente il battesimo. Gli Apostoli, quali erano appunto Pietro e Paolo, come risulta dagli Atti degli Apostoli, proprio per volontà di Pietro si dedicavano esclusivamente “alla preghiera e al ministero della parola”. A comprova di ciò si potrebbe citare Paolo che nella prima lettera ai Corinzi scrive: «Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio…».

Le informazioni agiografiche tramandate dalla tradizione, per le ragioni sopra esposte, non sono dunque compatibili con gli usi e i costumi dell’epoca in cui si vorrebbe collocare la nascita e il martirio di san Gemiliano. Un fatto questo sufficiente di per sé a farci dubitare sulla loro attendibilità.

L’alternanza dei nomi: San Gemiliano, ovvero san Emilio o Emiliano.

Un dubbio che è una certezza. Personalmente non credo che Emilio, passando per il nome Emiliano, sia il San Gemiliano che noi veneriamo in Sestu! La leggerezza con cui si ricorre all’uso alternativo di questi nomi per indicare il nostro Patrono non mi pare accettabile. E per questa stessa ragione non condivido la tesi sostenuta in uno scritto, di cui non ricordo l’autore, intitolato appunto “In Sardegna S. Gemiliano è conosciuto sotto il nome di Emilio, Emiliano, Memilianu, Gemilianu, Millanu, Meliu”. A mio avviso non è verosimile che i Sardi abbiano potuto, in piena coscienza, impiegare nomi diversi tra loro – come lo sono appunto Emilio, Emiliano e ancor di più Gemiliano e tutti gli atri nomi che sono stati sopra riportati – per pregare ed invocare lo stesso Santo Protettore.

l giorno del martirio. Se infatti – come s’è detto – l’Emilio del Martirologio è stato martirizzato il 28 di maggio, come si può spiegare il fatto che a Sestu la ricorrenza festiva di questo santo si faccia cadere la terza domenica di maggio? Si tratta forse di personaggi diversi? E se si esclude questa che sembra l’ipotesi più plausibile, quale altra spiegazione può essere data? Capire il perché di questa discrasia è anch’esso un problema. I martirologi, infatti, che nel tempo sostituirono i Calendari, avevano proprio lo scopo di ricordare alle comunità cristiane il giorno in cui i loro santi avevano subito il martirio (dies natali) e in quel preciso giorno dovevano essere ricordati ed onorati. Per quale ragione, nel caso di san Gemiliano, la sua Comunità avrebbe dovuto disconoscere la funzione del Martirologio?

Emilio ed Emiliano sono nomi diversi. A sostegno della mia convinzione posso portare due notizie storiche. Nel III secolo a. Cr. è vissuto un imperatore romano che aveva come nome Marco Emilio Emiliano, in latino Marcus Aemilius Aemilianus (Gerba, 207 circa – Spoleto, settembre 253). Nella seconda parte del IV secolo a. Cr. è vissuto invece uno scrittore il cui nome era Claudio Claudiano, in latino Claudius Claudianus (Alessandria, 370 circa – Roma, 404). Considero queste testimonianze più che sufficienti a dimostrare l’assoluta inconsistenza dell’alternatività dei nomi. E dunque ritengo assai poco probabile che il san Gemiliano venerato a Sestu sia lo stesso tramandato dalla tradizione.

Pinotto Mura

“Invasioni digitali” nell’archivio comunale di Iglesias.

Sadel Iglesias_Materiali didattici

Iglesias – Materiali didattici (clicca sull’immagine per visualizzare e/o scaricare il pdf)

Nella giornata odierna, in occasione dell’iniziativa “Invasioni Digitali”, eccezionalmente l’archivio storico di Iglesias ha messo in mostra il Breve di Villa Chiesa, l’antico statuto medievale della città. In realtà non è la prima volta che ciò accade perché il comune di Iglesias, ottemperando a una disposizione contenuta nel Breve, ancora oggi lo mostra ai cittadini che lo chiedono. Per tutti gli altri è possibile vederlo in occasione di mostre o per motivi di studio ma anche per semplice diletto, previa motivata richiesta. E poiché i bravi archivisti dell’archivio storico del comune di Iglesias sanno che guardare o fotografare il Breve, limitarsi ad apprezzarlo come oggetto antico, raro e di pregio, non ha di per sé alcun valore culturale, quasi sempre accompagnano l’esposizione di questo importantissimo monumento di pergamena con una spiegazione sul contesto di riferimento (periodo storico, genesi del documento, lingua, scrittura, contenuto, etc.). Il fine ultimo di ogni archivio storico, in quanto istituto culturale, è infatti non solo quello di conservare adeguatamente i documenti per tramandarli alle future generazioni, ma anche di renderli accessibili a tutti al fine di aumentare la conoscenza dei cittadini. Un fine, quest’ultimo, che nella nostra Costituzione è riassunto nel concetto di “sviluppo della cultura”.

Non saprei dire se gli obiettivi che si prefigge l’iniziativa “Invasioni Digitali” siano coerenti con il senso profondo dell’articolo 9 della Costituzione. Certo è che il comune di Iglesias non ha avuto bisogno di questa iniziativa per portare avanti – come si legge nel Manifesto del progetto Invasioni Digitali – una politica di “semplificazione delle norme per l’accesso e riuso dei dati dei Beni Culturali”, né ha dovuto attendere lo stimolo dei social network per “incentivarne la digitalizzazione”. Nel 2007 infatti, aderendo al progetto Sadel promosso dalla Regione Sardegna, Iglesias, per tramite della cooperativa La Memoria storica, ha digitalizzato, metadatato, messo in rete una parte consistente del suo archivio antico, Breve di Villa di Chiesa in testa, e così facendo ha favorito “una fruizione del patrimonio culturale priva di confini geografici”. Chi volesse approfondire la conoscenza di questo documento e degli altri ad esso strettamente legati, può dunque farlo liberamente accedendo alla pagina Sadel del sito istituzionale del comune di Iglesias. Qui, accanto alle immagini dei documenti digitalizzati, sono disponibili anche utili materiali didattici che ne favoriscono la comprensione.

Sandra Mereu