Lavoro decente, lavoro dignitoso: il ruolo dei governi nazionali.

Quello del “lavoro dignitoso”, decent work, è un tema che sta entrando prepotentemente nel dibattito pubblico internazionale. E c’è da credere che con l’attuazione del jobs act diventerà questione di cogente attualità anche in Italia. L’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), la più antica agenzia specializzata dell’ONU, ne ha dato una definizione che riunisce in sé il diritto al lavoro e i diritti sul lavoro. Decent work significa svolgere un lavoro produttivo e che garantisca un equo compenso, sicurezza sul posto di lavoro e protezione sociale per le famiglie, migliori prospettive di crescita personale e integrazione sociale, libertà di esprimersi, organizzare, partecipare a discussioni che riguardano la propria vita, pari opportunità per donne e uomini. Per rendere concreti questi principi l’OIL è impegnata perché il lavoro sia in cima all’Agenda internazionale per lo sviluppo. Al suo fianco la Chiesa, che ha posto il tema del lavoro dignitoso alla base della sua dottrina sociale, oggi rilanciata con forza da Papa Francesco.

In questa Ted Conference sarda (TedxViaTirso), Giovanni Pinna spiega quale ruolo possono giocare i governi nazionali nella difesa e attuazione del decent work.

San Sperate: un modello di sviluppo locale

San Sperate

“Si bollu contai una storia chi apu biviu deu a intre de is annus ‘60 e su cumenzu de su ’70…”

Comincia così il racconto che Cenzo Porcu affida al nuovo ciclo delle Ted Conference sarde (TedxViaTirso). In quegli anni – prosegue in un elegante sardo campidanese – alcuni giovani di San Sperate, lui era fra questi, si incontravano di frequente per discutere dei problemi del comune. Si interrogavano sulla loro condizione, sul loro paese e sul futuro. Si domandavano in che modo avrebbero potuto migliorare e far progredire il luogo dove vivevano e a cui si sentivano legati. Volevano renderlo un posto dove valesse ancora la pena vivere. Tra loro c’era Pinuccio Sciola, oggi affermato artista di fama internazionale. E’ Il racconto di una stagione irripetibile, con la nascita del movimento Paese Museo e la lenta ma incessante trasformazione di San Sperate in punto di riferimento artistico, economico e civile per tutta la Sardegna.

Questa esperienza rappresenta un modello di sviluppo locale, basato sull’architettura tradizionale e i prodotti della terra. Un modello che ha avuto nella cultura il suo lievito naturale e dove la cultura è intesa prima di tutto come apprendimento sociale. Dove cioè la conoscenza prima che un’acquisizione dei singoli individui, è un’acquisizione delle comunità. In quest’esperienza si apprende e si lavora insieme e insieme si decide in cosa credere e su cosa concentrarsi. E in forza di ciò si produce innovazione. Questa storia ci dice che gli spazi pubblici vissuti come palestre di vita civile formano alla cittadinanza. Che la cultura è cittadinanza. Oggi di fronte al fallimento di un modello di sfrenato individualismo, di privatizzazione della sfera economica; in una realtà dove le comunità locali sono state progressivamente private del loro potere di decidere cosa produrre e dove la cultura è vista per lo più come intrattenimento a pagamento, la vicenda di San Sperate è lì a dirci che un altro modo è possibile.