Sul dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso in merito alla “cobertantza”, ovvero al rapporto tra verità e poesia nella Cantada svoltasi a Sestu nell’aprile del 1930.

Nel mese di aprile a Sestu abbiamo festeggiato il santo Patrono, San Giorgio Martire e Cavaliere. Ma quest’anno non c’è stata la Cantada, ossia la Gara Poetica che una volta non poteva mancare nella celebrazione delle feste paesane. Come si può spiegare questa assenza? Forse la Cantada non è più di moda? La risposta, che ordinariamente viene data, a mio avviso un po’ banale, è che si tratta di “cosa incomprensibile, d’altri tempi!”. Con questa mentalità, che è in gran parte frutto dell’ignoranza, è caduto ogni interesse per questa forma di cultura. Che era popolare e che rappresentava una bella tradizione, nonché un inestimabile patrimonio. Le cose sono andate così, ed è inutile ora domandarsi su chi debba ricadere la colpa del decadimento, o meglio della scomparsa di questa manifestazione della cultura popolare tradizionale. Personalmente lo considero uno dei più gravi errori – purtroppo non il solo – commessi dalla nostra società. Un errore che si continua a commettere anche per altri aspetti del passato, senza comprendere quanto grande ed irreparabile sia la perdita per la nostra cultura.

gara_poetica_8In compenso è arrivata puntuale la pubblicazione del terzo articolo dell’amico Vittoriano Pili, dedicato alla Gara poetica svoltasi a Sestu nel 1930 per la festa del Patrono San Giorgio. In questo articolo l’autore si sofferma a trattare il rapporto fra “POESIA E VERITA’ – IN COBERTANTZA”. Lo fa ricorrendo a un espediente molto simpatico e al tempo stesso intelligente: quello di trattare l’argomento discutendo con il suo vecchio amico e poeta Tomaso. Il dialogo riportato da Vittoriano ha suscitato in me una serie di riflessioni. In un articolo che è stato pubblicata in questo blog (“E alla fine “is cantadoris” vennero portati In caserma…”) ho ragionato intorno ad alcuni fatti che sarebbero seguiti all’esecuzione della celebre cantada. In particolare ho dato credito alla tesi della veridicità di quei fatti – di cui a Sestu esiste solo una tradizione orale – a partire dalla considerazione del contesto politico-sociale dell’epoca. Alle stesse conclusioni sono arrivato seguendo il filo dell’analisi poetica e filosofica, a partire dagli spunti offerti dal dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso. Con quest’ultimo sostanzialmente concordo. Nel pdf allegato, che vi invito a leggere, spiego perché. Clicca sul link: Sul dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso“.

Pinotto Mura

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Ricordando l’alluvione…67 anni fa.

Alluvione_Sestu 1946La notte del 26 ottobre 1946 un pauroso nubifragio di inaudita violenza si abbatté su Sestu ed Elmas, che rimasero duramente colpiti dalla bufera. I morti accertati furono trenta e diverse centinaia furono le case distrutte e gravemente danneggiate. Ingente fu il numero dei sinistrati e dei danni causati dall’acqua. Dopo il 1893 non si era mai vista una inondazione così catastrofica.
A Sestu, la pioggia cominciò a cadere verso le ore ventidue sempre più intensa, fino allo straripamento congiunto del Rio su Pardu, Rio sa Cora e del Rio Matzeu. Quest’ultimo durante la sua esondazione dagli argini, si riversò in larghi torrenti lungo le vie del paese, sino a raggiungere in certe zone del centro un livello massimo di tre metri, provocando morte e rovine.
Ancora una volta, tra le grida delle donne e il frastuono della tempesta, si rinnovavano in quel frangente gli spaventosi episodi che i vecchi già ricordavano dall’inondazione del 30 novembre 1893. I morti furono nove.
L’ondata dopo aver travolto Sestu, si precipitò poi lungo la direzione che da Nord-Est va a Sud-Ovest, verso Elmas. Il ponte sulla strada Cagliari-Monastir non resistette all’urto. L’acqua ne divelse i tubi di scarico, trascinò lontano i parapetti e aprì sull’asfalto una voragine di una decina di metri. Poi proseguì ancora aumentando di forza e portando con sè, nel suo vertiginoso fluire, alberi sradicati, mobili, botti e ogni altra cosa che aveva trovato nel suo passaggio.
Giunse ad Elmas verso le ventitré e trenta. Investì il paese da un lato, facendo crollare già al primo urto le case più deboli, e stabilizzò le acque su un livello che raggiunse nella via Sestu i quattro metri d‘altezza. Caddero altre case e ci furono altri morti (21 in tutto), la maggior parte dei quali bambini. Anche a Elmas i danni furono ingenti e numerosi i sinistrati. Dopo la sfacelo l’onda assassina si riversò nello stagno di Santa Gilla, con tutto il suo carico di cose e di vittime, lasciando dietro di se tanta devastazione sia nei centri abitati che nelle campagne.
Il ricordo di questa tragedia fu riportato in versi dal compianto poeta locale Tomaso Cara, che trascrisse i momenti di quella triste notte in due composizioni in lingua sarda. Un sonetto “Sa notti de s’unda” e una canzone “Sa canzoni de S’Alluvioni” che racconta appunto la drammaticità di quei terribili momenti.

“Sa notti de s’Unda”

Intendu ancora in s’origas mias
Tristus izzerrius de cussa notti
I mammas cun dispresceri forti
Portanta in brazzus is pippias
Po dda sa salvai de s’acqua de morti
Babbus puru in mesu as tribulias
Gherranta in cussa orribili sorti
Birendi undas in domu e bias
Ma s’ira prus forti impettuosa
Cun sa forza insoru no bincianta
E i’ domus arrui birianta
Ora tanti affritta e dolorosa
E in mesu sa tempesta dannosa
Tottus impari sa fida finianta.
(T. Cara)

Roberto Bullita