Festa di San Sebastiano 2015

San Sebastiano 2015Da una decina d’anni anche a Sestu, così come in altri centri della Sardegna, il nuovo anno si apre con la celebrazione della festa di san Sebastiano. Nel nostro comune – spiega Roberto Bullita, cultore di storia e tradizioni popolari – questa festa era gradatamente caduta in disuso con l’avvento degli stili di vita legati alla società dei consumi e soprattutto per effetto della contrazione, nell’ambito dell’economia locale, del settore pastorale, cessando definitivamente di esistere intorno alla metà degli anni ’60 del Novecento. Come accade ancora oggi, in quei paesi della Sardegna che hanno portato avanti questa tradizione senza soluzione di continuità, negli ultimi secoli la festa era organizzata da un comitato di pastori che portavano il nome del santo (Pittanu, Srebastianu).

Fuoco di Sant'AntonioA riscoprire e riproporre la festa all’attenzione della comunità e delle autorità civili e religiose di Sestu è stata un’associazione culturale locale, Is Mustaionis e s’Orku foresu, interessata a evidenziare e valorizzare i legami che questa ha con l’avvio del Carnevale. La popolazione fin da subito ha accolto la festa e i suoi riti con curiosità e interesse e in breve tempo ne ha fatto uno gli appuntamenti più attesi e partecipati dell’anno. Ha certamente giocato a suo favore la memoria che di essa avevano conservato gli anziani e tutti coloro che l’avevano conosciuta da bambini. Ma il suo rilancio si deve anche alla partecipazione dei tanti nuovi residenti provenienti da zone della Sardegna dove la tradizione del falò di san Sebastiano (su fogaroni) è ancora molto viva e sentita.

La festa di san Sebastiano – come dimostrano le ricerche di Roberto Bullita – affonda le sue radici in un lontano passato e faceva parte di una triade di feste che si svolgevano a Gennaio, accomunate dal rito del fuoco (Sant’Efisio, Sant’Antonio Abate, San Sebastiano). Al fuoco la tradizione pagana, su cui si è poi innestata quella cristiana, attribuiva una funzione purificatrice. Le fiamme bruciavano tutti i mali del mondo e i santi proteggevano e guarivano gli uomini e gli animali dalle malattie, in particolare dalle pestilenze, portatrici di lutti e dolori. Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio tutta la comunità si incontrava intorno al fuoco e si intratteneva, tra canti e balli, fino all’alba. Rientrando ciascuno nelle proprie abitazioni, gli uomini e le donne del paese recuperavano dalla cenere ancora calda gli ultimi tizzoni ardenti (munzionis), per conservarli come amuleti contro le malattie e i temporali.

I musicistiLa festa ritrovata si svolge, anche oggi, all’insegna della tradizione, intorno all’accensione di un grande falò. Nuovi e vecchi residenti dopo il tramonto si riuniscono nel piazzale lungo l’argine del fiume e lì si fermano per ore a scaldarsi e contemplare il grande fuoco che continua a conservare intatto l’antico alone di magia. Accompagnati dalla musica delle launeddassulittu e organetto, molti si uniscono in un grande cerchio per ballare su ballu tundu, altri cenano all’aperto, in compagnia, con pane, formaggio e salsiccia.

San Sebastiano_SestuAll’improvviso, quando le fiamme si levano alte, compaiono sulla scena le terrificanti maschere del carnevale arcaico. Si muovono lente a ritmo cadenzato e interpretano una pantomima di morte e rinascita che contribuisce a rendere ancora più suggestiva e misteriosa l’atmosfera. All’apice della festa, ad aggiungere fuoco al fuoco, si inserisce uno spettacolo pirotecnico che saluta coloro che devono rientrare a casa per alzarsi presto la mattina.

La comunitàCome tante feste tradizionali, la festa di san Sebastiano ha perso molti dei significati e dei valori che rivestiva in passato. Ma i tanti elementi simbolici di cui è intessuta ci permettono oggi di attribuirgliene di nuovi. La comunità che si stringe in cerchio intorno a uno degli elementi della natura, se vogliamo, può essere letto come l’affermazione del valore della collettività che si oppone all’individualismo e ai suoi modelli culturali e sociali, il cui dominio oggi sta umiliando le speranze di milioni di persone e contribuendo a distruggere l’ambiente in cui viviamo.

Sandra Mereu

“Memorias de contus, cantus, resas”

MemoriasVenerdì 31 ottobre, nella sala del consiglio comunale si è svolta una interessante conferenza dal titolo “Memorias de contus, cantus, resas”. La organizzava l’Associazione folkloristica e culturale San Gemiliano, impegnata quest’anno in una serie di iniziative culturali per festeggiare il cinquantesimo anniversario della sua fondazione. Sighendi is festas de is cinquantannus, iniziate nella tarda primavera, e perseverando nell’impegno di coltivare e divulgare la cultura e le tradizioni della Sardegna, l’Associazione San Gemiliano ha dunque organizzato, nell’ultimo giorno di ottobre, un incontro dedicato alla poesia e al teatro popolare. Ne hanno parlato Gavino Maieli, Ottavio Congiu e Carlo Pillai.

Gavino Maieli

Gavino Maieli

Gavino Maieli, poeta di Siligo e medico di professione, già direttore di importanti riviste culturali sarde, ripercorrendo la storia del teatro ha ricordato che in Sardegna esiste una lunga e nutrita tradizione teatrale che si fa risalire al Seicento. Si contano circa 240 testi per lo più misconosciuti, sepolti nelle biblioteche e solo in parte studiati. Si tratta per lo più di opere riconducibili ad ambito ecclesiastico, scritte da religiosi per evangelizzare ed educare il popolo. Caratteristica di questa produzione letteraria è la varietà linguistica, specchio del plurilinguismo esistente in Sardegna nei secoli passati, talvolta utilizzata in funzione dei diversi registri stilistici. In sardo parlava il popolo, in castigliano e latino i maggiorenti.

Ottavio Congiu

Ottavio Congiu

In Sardegna, accanto a questo genere di rappresentazioni teatrali, esisteva e preesisteva anche una forma di teatro improprio, fatto esclusivamente di gesti, maschere e suoni primitivi ed elementari. Questo tipo di teatro, secondo Gavino Maieli, risalirebbe all’epoca nuragica ed è ancora oggi riconoscibile nelle rappresentazioni carnevalesche dei mamuthones di Mamoiada, nei thurpos di Orotelli, dei boes e merdules  di Ottana , nel giolzi di Bosa. Il teatro – ha precisato Maieli – è una forma d’arte che ha il compito di raccontare ciò che esplode dentro l’anima dell’autore o di una comunità. In questo senso le maschere arcaiche interpretano e rappresentano riti propiziatori e liberatori che valgono a cacciare il male, la carestia e le malattie. Queste antiche forme di teatro condividono con le sacre rappresentazioni di età moderna il carattere comunitario e lo spazio scenico della piazza. A conclusione dell’intervento di Gavino Maieli, l’attore e regista teatrale Ottavio Congiu, ha recitato un brano tratto da Sa passioni de nostru signori Gesu Cristu di Frate Antonio Maria da Esterzili, un testo in sardo campidanese del Seicento.

Carlo Pillai

Carlo Pillai

Carlo Pillai, riprendendo in un limpido sardo campidanese il discorso sull’origine del teatro sardo, ha confermato la sua fama di profondo conoscitore di storia e tradizioni locali. Già docente della Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica dell’Archivio di Stato di Cagliari, quindi Sovrintendente archivistico della Sardegna, ha portato a sostegno di ogni sua considerazione documenti e fonti attendibili che ha interpretato con rigore alla luce di una personale e vastissima cultura storica e letteraria. Facendo sua la tesi esposta da Stanis Manca nell’articolo “Le gare poetiche in Sardegna” apparso nel 1909 sulla rivista La lettura, ha sostenuto che in Sardegna non è mai esistito un vero teatro popolare autoctono. Ciò in quanto la sua funzione era svolta dalle gare poetiche. In questo genere di poesia popolare si ritrovano tutti gli elementi tipici del teatro: parola, gesto e canto. I cantadores – ha fatto notare Pillai – si esibivano in formazioni composte anche da 7 elementi, interpretavano ruoli definiti, simili a quelli della commedia dell’arte, e si esprimevano attraverso un’accentuata gestualità che non di rado era sostenuta da una voce potente e armoniosa. Il tratto caratteristico e qualificante delle gare poetiche stava però nell’uso della parola. I versi elaborati, il linguaggio controllato, l’uso di allegorie e metafore lasciano intendere non solo la capacità dei poeti improvvisatori di adattarsi ai regimi politici di tutte le epoche ma l’origine stessa del genere. Secondo Carlo Pillai, nelle gare poetiche la difficoltà del verso, articolato in sterrina e cubertanza che si richiamanono attraverso un complesso sistema di rime, rimanda alla poesia trobadorica medievale. Con la poesia trobadorica condividono peraltro anche il carattere moraleggiante. La presenza di giullari e trombettieri alla corte dei giudici d’Arborea – ha concluso Pillai – lascia credere che, come accadeva in tutte le corti europee, essi fossero il veicolo attraverso i quali anche in Sardegna si diffondeva, si apprezzava e si formava il gusto per la poesia dei trovatori. Nondimeno sono noti i rapporti dei trovatori con le altre corti sarde e i loro rispettivi signori.

Non so se la scelta di far cadere questo appuntamento proprio nella sera in cui nelle vie del paese si aggiravano i fantasmini di Halloween fosse voluta. Certo questa coincidenza ha dato alla conferenza un significato particolare. Contraporsi a una festa importata dall’America che si è sovrapposta alla non meno antica e suggestiva tradizione nostrana legata alla memoria dei morti, con un incontro pubblico di approfondimento che riconosceva e restituiva dignità alla nostra cultura letteraria (scritta e orale), a me è apparso un modo adeguato per resistere all’accettazione acritica di modelli culturali esterni e alla contestuale perdita della nostra memoria culturale.

Il prossimo appuntamento della serie Sighendi is festas de is cinquantannus è previsto per venerdì 14 novembre. Ottavio Congiu reciterà la famosa Scomuniga de predi Antiogu arrettori de Masuddas, un testo satirico scritto da un autore anonimo intorno alla metà dell’Ottocento.

Sandra Mereu

Se san Gemiliano sia stato un vescovo

Seguendo il criterio descartesiano, enunciato nel trattato dal titolo “Discorso sul metodo”, ho già sottoposto a critica numerosi elementi biografici relativi a san Gemiliano, che la tradizione orale ha trasfuso poi nei Goccius. Si dirà che demolire è abbastanza facile; molto più difficile invece costruire. Verità assolutamente indubitabile e incontestabile. Pur consapevole delle difficoltà (e delle critiche) a cui andrò incontro, mi propongo ora di concludere la “pars destruens” del mio ragionamento. Proverò poi a dare seguito alla “pars construens”. A ciò mi spinge l’incoraggiamento rivoltomi in tal senso dall’amica Sandra Mereu che in forma retorica, introducendo il mio precedente articolo, si domandava: “Dove vuole arrivare Pinotto Mura con tutti questi dubbi sull’identità di San Gemilano?” (P. M.)

Se san Gemiliano sia stato un vescovo.

E’ mia intenzione dimostrare che il racconto agiografico su san Gemiliano è il frutto di un assemblaggio di dati generalmente poco significativi, ma soprattutto confliggenti con quelli di altri racconti agiografici provenienti da altre tradizioni sullo stesso personaggio. Per questa ragione ho scelto, tra i tanti, di considerare il dato biografico che a me appare più importante, precisamente quello secondo cui san Gemiliano sarebbe stato un vescovo, anzi un vescovo della comunità cristiana di Cagliari, e per la precisione il secondo vescovo essendo succeduto a san Clemente, il più stretto collaboratore dell’Apostolo Pietro. Con riferimento al Martirologio Romano, è stata avanzata l’ipotesi che quell’Emilio, martirizzato in Sardegna insieme ai suoi compagni il 28 maggio, sia da considerare insignito di dignità vescovile, ritenendo per certo che coloro che in detto documento vengono indicati al primo posto sono, in genere, vescovi. Ma questa ipotesi non ha alcun fondamento. I martiri e i confessori appartenuti alla gerarchia della Chiesa, come si può facilmente verificare, sono sempre riportati con la rispettiva dignità ecclesiastica.

L’iconografia dei vescovi nella Cattedrale di Cagliari.

7_92_20060522113819Tempo fa ho visitato la cripta della Cattedrale di Cagliari, dove sono state sistemate le reliquie dei martiri rinvenute in occasione della campagna di scavi eseguiti su disposizione dell’Arcivescovo De Esquivel nei primissimi decenni del XVII secolo. Nella navata principale dedicata alla Vergine la formella che riveste l’urna nel quale sono state collocate le reliquie di un sant’Emiliano martire, rappresenta questo santo in abiti normali, ossia non liturgici. Nella navata a fianco, quella dedicata a sant’Isidoro, un’altra formella denuncia la presenza delle reliquie di un sant’Emiliano e un san Bonifacio, il primo più anziano del secondo: anche questi rappresentati in abiti normali. Questo elemento di per sé non prova nulla, soprattutto non contraddice il fatto che quei personaggi (quantomeno quell’Emiliano) possano essere stati vescovi. Tuttavia in quell’ultima Capella, e anche in quell’altra dedicata al grande vescovo Lucifero di Cagliari, coloro che sono stati ritenuti insigniti delle diverse dignità ecclesiastiche (vescovi, presbiteri, diaconi) sono visibilmente rappresentati con i relativi abiti liturgici.

Le cronotassi.

Ho fatto allora ulteriori ricerche e ho trovato una cronotassi (elenco cronologico) dei vescovi di Cagliari dei primi quattro secoli, i cui nomi sono di seguito riportati in ordine alfabetico: Bonifacio I − BonifacioII − Eutimio, martire − FeliceI − Felice II − Florio, arcivescovo − Giusto − Lucio − (R)estituto, arcivescovo − Severo, martire? − Rude − Tiberio − Verissimo − Anonimo − Anonimo, martire − 314 Quintasio, † − (354-370) Lucifero, †. Come si può vedere, in questo elenco il nome di Gemiliano non compare come vescovo, né al secondo posto né il alcun altro posto. Questo elenco proviene dalla Chiesa di Cagliari, o comunque è da essa condiviso; ed è stato formato sulla base delle risultanze desunte da opere di storici apprezzati e generalmente considerati attendibili¹. Interessante, ai fini del mio ragionamento, è anche quanto scrive il francescano minorita frate Antonio Felice Matteo. Fra Matteo nella sua storia dei vescovi sardi², dopo aver esposto le tradizioni agiografiche dei primi vescovi di Cagliari, a cui peraltro mostra di non dare alcun credito (“Ma chi non si metterebbe a ridere, sentendo queste cose?”), riporta la seguente cronotassi vescovile: “A Clemente e Bonifacio martiri successero nella sede cagliaritana, l’uno dopo l’altro: Sant’Avendrace martire; San Bonifacio II martire; San Giusto martire; San Floro martire; San Restituto martire; San Bono Martire; San Viviano Martire; San Lino Martire; San Severino Martire; San Rude Martire; Sant’Eutimio Martire; San Gregorio Martire”. L’autore precisa che, stando alla testimonianza del Vitale, la prova che quei martiri abbiano governato la Chiesa cagliaritana risulterebbe da documenti in possesso della stessa Chiesa. Anche in questo caso osservo che nell’elenco non è riportato Sant’Emilio, o Emiliano, o Gemiliano. Nasce pertanto, come diceva quel tale, spontanea la domanda: Se Gemiliano (nome alternativo di Emilio o Emiliano) non compare nell’elenco come secondo vescovo certo o presunto della comunità cristiana di Cagliari, perché noi insistiamo per ritenerlo tale? Forse che noi vogliamo essere più realisti del re?

Avendrace e Gemiliano: una singolare coincidenza.

Nell’elenco riportato sopra, in gran parte divergente dalla cronotassi che ritengo più autorevole, compare Sant’Avendrace (Santu Tenneru, in cagliaritano Santa Tennera). E’ interessante notare come la tradizione di questo santo coincida in gran parte con quella di san Gemiliano. Avrendace sarebbe vissuto nel I secolo e divenuto il quinto vescovo di Cagliari³; avrebbe trovato il martirio proprio nel sito dove oggi sorge la Chiesa parrocchiale a lui dedicata, edificata sull’antico ipogeo in cui il Santo martire avrebbe trovato nascondimento. Avendrace dunque sarebbe diventato vescovo della comunità cristiana di Cagliari agli inizi dell’anno 70 d. C., precisamente il 2 gennaio dell’anno 70 d. C. e quindi a qualche mese di distanza dal martirio di san Gemiliano (28 maggio 68 d.C.). Al pari della tradizione sestese su san Gemiliano anche questa relativa a Sant’Avendrace non è recepita dalla Chiesa cagliaritana. Il breve lasso di tempo che intercorre fra la data del martirio di san Gemiliano (28 maggio 69 d. C.) e la data dell’assunzione dell’ufficio episcopale da parte di sant’Avendrace (2 gennaio 70 d. C.) porta a ritenere poco credibile che nella Cattedra della Chiesa cagliaritana si siano succeduti ben tre vescovi in appena sette mesi. Non risulta infatti che a quel tempo imperversasse a Cagliari la peste, o altro evento calamitoso, o una persecuzione tanto terribile da provocare una moria di vescovi. Peraltro si ritiene che le persecuzioni contro i cristiani, in quanto ritenuti responsabili dell’incendio di Roma del 64 d.C., siano cessate con la morte di Nerone (9 giugno del 68 d.Cr.). Non solo a Roma ma in tutto l’impero. E c’è da credere che all’epoca coloro che si disputavano il seggio imperiale (Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano) avessero ben altre preoccupazione che perseguitare i cristiani in Sardegna.

Ancora una tradizione su san Gemiliano.

emilio e priamo bosaUn’altra tradizione popolare su San Gemiliano, a mia conoscenza, è infine quella formatasi a Bosa. Secondo questa tradizione Sant’Emilio (o Gemiliano) è il patrono, insieme con san Priamo suo compagno nel martirio, della diocesi della quale fu il fondatore e il primo vescovo. Il tentativo di agganciare questa tradizione con il Martirologio Romano mi sembra evidente. La stessa tradizione, tuttavia, non nasconde l’esistenza di aporie: la prima di esse è dovuta al fatto che, sulla base della documentazione, la diocesi di Bosa non sarebbe anteriore all’undicesimo secolo (un tempo troppo distante dal I sec. d.Cr.); l’altra, alla consapevolezza dell’esistenza di una tradizione che le si contrappone, precisamente quella di Sestu.

Le tradizioni bisogna saperle leggere.

Di fronte a più tradizioni sullo stesso personaggio, ciascuna con contenuti propri, in tutto o in parte divergenti tra loro, se non addirittura contrastanti, quale atteggiamento assumere? Qualcuno sostiene che le tradizioni sono… tradizioni, e non si possono prendere sotto gamba, meno che meno ridicolizzare. E chi è che non condivide o può sottrarsi a questo principio? Ma delle due l’una: se alcune tradizioni popolari sul medesimo oggetto non si possono conciliare tra loro, allora qualcuna di esse va abbandonata. E’ evidente che sotto il nome di “tradizione” si pretende di far passare qualcosa che invece andrebbe definita diversamente. Le tradizioni bisogna saperle leggere, per andare alla ricerca e tentare di cogliere gli elementi che trovano una base storica. Per questo può essere molto utile la dote del “discernimento”, qualità conosciuta anche come “buonsenso”. Quanto all’uso del discernimento valgano le parole che l’Apostolo Paolo rivolse alla Comunità cristiana di Tessalonica (l’odierna Salonicco): “..esaminate ogni cosa; tenete ciò che è buono” (1Tss 5,21). In passato (ma vale anche per il presente) ci sono stati individui che, sfruttando le proprie qualità intellettuali o la posizione occupata nella società, hanno approfittato della semplicità delle persone e, con il dichiarato proposito di voler dar prova della potenza che il Signore Risorto ha dimostrato anche attraverso i suoi santi, ma spesso per altri fini, hanno raccontato “favole artificiosamente inventate”.

“Favole artificiosamente inventate”.

Esempi del genere nel più lontano passato possono essere le Passiones di san Giorgio Martire, o quelle dei santi Chirico e Giulietta. Di queste e di altre simili composizioni si dovette occupare addirittura il Primo Concilio Romano, a conclusione del quale – nel 494 d. Cr. – il Papa Gelasio I emanò un decreto dal titolo “De libris recipiendis ac non recipiendis”, con il quale proibì la lettura di tali opere in occasione di funzioni liturgiche, interrompendo in tal modo un’usanza praticata fino ad allora. A giudizio di Papa Gelasio, la lettura di quelle opere, piuttosto che avvicinare i pagani alla fede cristiana, rischiavano di allontanarne i fedeli. Per i tempi più recenti, io credo che, tra questo genere di favole, si possano citare proprio le tradizioni orali riguardanti molti martiri, poi raccolte nei Goccius, genere a cui appartiene anche la tradizione del nostro San Gemiliano.

Conclusione.

Concludo la pars destruens del mio ragionamento precisando che non è mia intenzione mettere in dubbio la reale esistenza di san Gemiliano martire, di cui oggi è molto difficile, per diversi ed ovvi motivi, costruire o ricostruire una biografia completa (dalla nascita alla morte). Né intendo negare la possibilità che tale personaggio possa essere stato un vescovo. Il mio intento è semplicemente quello di rendere evidente che il racconto agiografico su San Gemiliano è il risultato di un assemblaggio di dati generalmente poco significativi e talora non conferenti, quando non addirittura contrastanti tra loro, e soprattutto contrastanti con altri racconti agiografici dello stesso o di altri personaggi.

Pinotto Mura

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1. L. CHERCHI, autore di I vescovi di Cagliari (314-1983). Note storiche e pastorali, Cagliari [1983]; R. ZUCCA, autore di: Appunti sui Fasti episcopales Sardiniae (II periodo paleo-cristiano e l’età altomedievale), in «AA. VV., Archeologia paleocristiana e altomedievale in Sardegna. Studi e ricerche recenti, Seminario di Studi, Cagliari, maggio 1986, a cura di P. Bucarelli e M. Crespellani», Cagliari 1988; – Cronotassi dei vescovi sardi, in: «L’organizzazione della Chiesa in Sardegna 1995», Cagliari 1995; F. VIRDIS, autore di Gli arcivescovi di Cagliari dal concilio di Trento alla fine del dominio spagnolo – Stemmi e sigilli degli arcivescovi – Relationes ad limina, Ortacesus 2008.

2. Sardinia Sacra seu de Episcopis Sardis Historia, stampato a Roma l’anno 1761, pg 69.

3. Secondo questa tradizione la successione dei vescovi è la seguente: San Clemente; S. Emilio o Emiliano; San Bonifacio I; S. Siridonio; S. Avendrace;  S. Bonifacio II M.; S. Giusto I M.

Festival delle Pro Loco 2014: il valore culturale ed economico di una sagra.

Festival delle proloco 2014Da dieci anni, a Sestu nel primo fine settimana di ottobre, nelle lollas di San Gemiliano, la Pro Loco locale organizza il Raduno regionale eno-gastronomico delle sagre paesane. E’ una manifestazione molto attesa e partecipata e sarebbe riduttivo attribuirne il successo esclusivamente al richiamo primigenio rappresentato dall’abbondante disponibilità di cibo. In un contesto segnato dall’omologazione del gusto e dall’impoverimento delle capacità sensoriali, riscontrabili soprattutto nelle giovani generazioni, proporre i prodotti del patrimonio eno-gastronomico del territorio isolano riveste oggi un indubbio valore culturale ed educativo. Nondimeno favorire la conoscenza dei prodotti della tradizione è importante anche a fini economici. Gli ingredienti su cui si basano i prodotti sardi sono di elevata qualità biologica e nutrizionale, frutto di una selezione naturale legata alle caratteristiche geografiche e fisiche del territorio. Tutti sappiamo ad esempio che il latte prodotto dall’allevamento seminomade tradizionale è di qualità incomparabilmente superiore a quello derivato dall’allevamento industriale. Le pecore sarde si nutrono di erbe spontanee che crescono in un ambiente caratterizzato da aria salubre. Per questo motivo c’è chi crede che con un’adeguata organizzazione della produzione del formaggio, unita al controllo diretto della commercializzazione del prodotto finito in quei luoghi del mondo dove ci sono consumatori in grado di apprezzarne la qualità e pagarne il giusto prezzo, i pastori sardi non avrebbero più motivo di protestare per l’insufficiente remunerazione del loro lavoro .

festival pro loco 6festival pro loco 1festival pro loco 2festival pro loco 4festival pro loco 7festival pro loco 5A questa edizione 2014, che si svolgerà sabato 4 e domenica 5, parteciperanno con i prodotti tipici dei rispettivi comuni di provenienza le Pro Loco di: Donori (pecora in cappotto); Usini (dolci tipici): Gonnesa (fregola ai frutti di mare e malloredus); Soleminis (maiale alla birra); Ittiri (carne di pecora ghisadu); Sarroch (sangria e antipasto di mare primavera con polpette di spigola); Simaxis (risotto al pesto e pancetta e risotto di mare); Samatzai (polpettasa de sa candebera, cixiri cun pancetta e faa cun croxou de procu, gintilla cun sartizzu); Villamassargia (pecora al sugo rosso, pecora ai piselli); Gonnostramatza (gattou); Pula (fregola ai sapori di mare); Furtei (ravioli e agnello in umido); Uri (carciofi fritti in pastella e fritto di mare misto); Segariu (fregua cun sizigorrusu, fregua cun sartizzu). 

Si potranno inoltre degustare i prodotti della cucina di Portoscuso (fritto misto, tonno alla portoscusese e altre specialità di tonno alle erbe) preparati e offerti dalla Cooperativa sociale “South West Port”. La scuola alberghiera “Azuni” di Cagliari preparerà la vellutata di rapa rossa con salsa di zafferano di Turri e crostini di pane nostrano, risotto carnaroli affumicato con consommè di pecora e pioggia di pecorino. Sestu e i suoi prodotti saranno rappresentati dal pane fatto in casa dalle maestre panificatrici, dalle panadine, da fai a lissu, e altre squisitezze locali.

Compagnia d'armi_ SanluriDa segnalare ancora la presenza della Compagnia d’Armi Medioevali di Sanluri. Nel suo impegno per ricostruire i vari aspetti della vita quotidiana della società giudicale sarda che si svolgevano sullo sfondo dell’attività bellica, quest’associazione culturale ha prestato particolare attenzione anche all’alimentazione nel medioevo. Con il supporto scientifico dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea (C.N.R.) gli appassionati soci della Compagnia hanno raccolto e sperimentato le ricette utilizzate dai vari ceti sociali della Sardegna medievale e ricostruito gli utensili utilizzati per prepare e consumare i cibi. A Sestu offriranno un piatto di ceci e castagne accompagnato da ippocrasso.

Festival proloco_ScoutAltra caratteristica di questa manifestazione è infine l’assoluto rispetto dell’ambiente. Cibi e bevande sono serviti in piatti e bicchieri di terracotta o bio-compostabili e gli Scout di Sestu provvedono alla corretta raccolta dei rifiuti ed evitano che si disperdano nell’area circostante, sporcandola e deturpandola come purtroppo in altre circostanze accade.

Sandra Mereu

(Foto di Mario Ziulu)

San Gemiliano non è Emilio (o Emiliano) martirizzato sotto Nerone. Ma allora chi è?

Al termine “agiografia” è comunemente associato un significato con valenza negativa. Esso sta infatti ad indicare un racconto biografico falsato al fine di esaltare un personaggio. Ciò è legato al fatto che in passato sono proliferate vite di santi infarcite di elementi fantasiosi e improbabili e in definitiva prive di ogni verosimiglianza storica.  L’agiografia è però anche una disciplina che si insegna all’Università. Il suo oggetto di studio è la santità e il culto dei santi considerati in tutta la loro varietà e complessità. In interazione con altre discipline l’agiografia ha aperto nuove e interessanti prospettive storiografiche, dando vita ad esempio a un capolavoro come “I Re taumaturghi” di Marc Bloch. Questa seconda accezione del termine è la conseguenza di un lungo processo di rivisitazione operato dalla Chiesa su molte biografie di santi.

Allo scopo di difendere la legittimità del culto dei santi dagli attacchi mossi dalla Riforma protestante nel XVI secolo, e porre un argine alle forme di superstizione ad esso connesse, i testi delle vite dei santi furono passati al vaglio dell’analisi filologica e storico-critica. L’antichità di certi culti e l’esistenza stessa di santi pur molto venerati venne messa in dubbio. Per iniziativa di Jean Bolland, da questo lungo e scrupoloso lavoro di revisione è scaturita una monumentale opera nota come Acta Sanctorum, la cui pubblicazione ha avuto inizio nel 1643. Le vite dei santi che quest’opera accoglie (contenenti gli elementi essenziali sulla loro vita, morte, luogo di sepoltura, autenticità delle loro reliquie, culto) sono accompagnate da un commentario storico-critico e informativo sulle fonti.

Ho voluto recuperare questi concetti, appresi dallo studio dell’agiografia, per introdurre la seconda parte della riflessione di Pinotto Mura intorno al santo venerato a Sestu, san Gemiliano (vedi San Gemiliano è stato davvero martirizzato in occasione della persecuzione di Nerone?). Come i bollandisti del seicento Pinotto Mura valuta i vari elementi che compongono la tradizione fissata nei goccius, e la giudica nel suo complesso inattendibile. Parallelamente mostra di non credere che il santo Emilio o Emiliano di cui parlano i componimenti poetici sia il santo “Gemiliano” venerato a Sestu. Alla luce di quanto riportato sopra mi sono chiesta: dove vuole arrivare Pinotto con tutti questi dubbi sull’identità di san Gemiliano? Incuriosita ho svolto qualche ricerca al riguardo e inaspettatamente ho capito che ad accoglierli, quei dubbi, san Gemiliano potrebbe persino guadagnarci. Leggiamo intanto il seguito del suo ragionamento. (Sandra Mereu)

San Gemiliano_goccius

San Gemiliano non può essere stato martirizzato sotto Nerone.

Secondo la tradizione tramandata dai goccius, san Gemiliano sarebbe stato messo a morte durante la persecuzione dei cristiani perpetrata dall’imperatore Nerone. Per dimostrare l’infondatezza di tale credenza, è molto utile la testimonianza dello storico romano Tacito.

Tacito riferisce che l’imperatore Nerone, per placare l’orrendo sospetto che l’incendio di Roma fosse stato comandato da lui (“volle soffocare questa orrenda diceria”) accusò i cristiani (“cercò gente da accusare e con pene severissime colpì coloro che il volgo chiamava cristiani”) e li condannò a morte. Alcuni vennero mandati a morte mediante la crocefissione, altri furono bruciati vivi come torce, così da servire al calar del giorno da illuminazione notturna, altri ancora furono ricoperti da pelli di fiere e sbranati dai cani. Riferisce sempre Tacito che prima di tutto furono arrestati coloro che si professavano tali, cioè che si autodenunciavano; poi, su denuncia di questi, un’enorme massa di persone. La testimonianza relativa alle pene inflitte è una conferma che quelle pene siano state applicate ai cristiani non in quanto tali, e per ciò meritevoli di persecuzione, ma in quanto giudicati e ritenuti – a ragione o torto – responsabili del grave reato di “incendiari” della città di Roma. Si trattava infatti di forme di esecuzione capitale molto antiche, già previste dalle Leggi delle XII Tavole. In base ad esse gli incendiari venivano puniti con la pena dell’ignis, cioè della vivicombustione o cremazione, per omologia, dopo aver subito la flagellazione.

La teoria che quei condannati siano stati vittime di una persecuzione in quanto “cristiani” è dunque priva di ogni fondamento. Del resto, Nerone non aveva alcun motivo per prendersela con i cristiani eventualmente presenti nella città di Roma. Inoltre difficilmente questi potevano essere distinti dai loro turbolenti connazionali ebrei, rientrati nella capitale dopo essere stati cacciati nel 49 d.Cr. dall’imperatore Claudio. I pochissimi componenti della comunità cristiana presenti allora a Roma, peraltro, conoscevano il monito contenuto nella lettera che Paolo aveva loro inviato in attesa di poterli ammonire di persona: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio”.

Questi dati storici ci portano dunque a concludere che all’epoca di Nerone non esistesse alcuna persecuzione nei confronti dei cristiani per motivi religiosi.

I cristiani non scappavano davanti alla morte.

Sempre secondo la tradizione, san Gemiliano sarebbe stato mandato a morte mediante lapidazione dai pagani nelle campagne di Sestu, mentre si allontanava da Cagliari da dove era riuscito a scappare. Al riguardo penso di poter tranquillamente obiettare: che i primi cristiani non scappavano davanti al carnefice; che un condannato – soprattutto se condannato a morte – difficilmente poteva sfuggire all’esecuzione della condanna, anche perché essa veniva eseguita immediatamente dopo la sua pronuncia.

La lapidazione non poteva essere inflitta a un cittadino romano.

Riguardo poi al tipo di esecuzione capitale, mi riesce difficile credere che san Gemiliano sia stato lapidato. Ciò per la semplice ragione che la lapidazione non era una pena applicabile nei confronti di un cittadino romano. Infatti Gemiliano, secondo la stessa tradizione orale, era cagliaritano di nascita. Cagliari, fin dal 46 a. Cr., aveva ottenuto da Giulio Cesare, in occasione del suo passaggio in città e come premio per la fedeltà dimostrata durante la guerra civile con Pompeo Magno, il titolo di “municipio” romano. In conseguenza di questo riconoscimento tutti i suoi cittadini avevano ottenuto il privilegio dell’applicazione nei loro confronti dello jus quiritium, cioè lo stesso diritto oggettivo proprio dei cittadini di Roma.

Nel mondo romano i magistrati dotati di ius imperii e i loro funzionari stavano ben attenti a non violare il sistema giuridico proprio dei cittadini romani. A tale riguardo si potrebbero citare numerosi esempi. Citerò qui il caso di san Paolo, come è riportato dagli Atti degli Apostoli. Mentre si trovava a Gerusalemme, i giudei aizzarono la folla contro di lui e tentarono di ucciderlo. Intervenne prontamente il tribuno militare romano il quale, per sapere da lui perché mai lo accusassero e gli usassero violenza, diede ordine al centurione di accompagnare Paolo alla fortezza Antonia e di interrogarlo a colpi di flagello. Mentre veniva legato con catene per procedere all’interrogatorio, Paolo rivolto al centurione gli disse testualmente: “Potete voi flagellare un cittadino romano, non ancora giudicato?”. Il centurione spaventato a seguito di questa domanda corse trafelato dal tribuno per metterlo in guardia: “Che cosa stai per fare?”, gli disse, “quell’uomo è un romano!”. Il tribuno chiese conferma a Paolo circa la sua cittadinanza romana. Avutane conferma, ebbe molta paura per il solo fatto di aver dato ordine di metterlo in catene e dispose che coloro che dovevano interrogarlo si allontanassero immediatamente dal Paolo. Quando giunse il nuovo governatore Festo, che doveva sostituire Felice, Paolo, alla domanda se volesse andare con lui a Gerusalemme per essere interrogato in quella città, davanti a lui, sulle accuse che gli venivano mosse, rispose con decisione: “Mi trovo davanti al tribunale di Cesare, e qui mi si deve giudicare… Io mi appello a Cesare” (Caesarem appello). E Festo, per tutta risposta: “Ti sei appellato a Cesare, e a Cesare andrai” (Caesarem appellasti; ad Caesarem ibis). Paolo fu inviato sotto scorta a Roma, dove comparve davanti al tribunale del prefetto del pretorio Burro, dal quale fu giudicato e assolto.

Paolo, in sostanza, come era suo diritto di cittadino romano aveva esercitato la provocatio ad populum, un antico istituto giuridico risalente alle origini della Repubblica che verrà soppresso con la concessione della cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell’impero (212 d.C.). Appellandosi all’imperatore, l’accusato o il condannato si sottraeva alla giurisdizione del governatore o procuratore delle province. La condizione di Gemiliano era identica a quella di Paolo: avrebbe potuto esercitare la provocatio ad populum e in tal modo sottrarsi alla giurisdizione del presidente Felice, e magari uscire assolto come Paolo, che doveva rispondere dell’accusa di aver provocato disordini a Gerusalemme per la sua conversione al cristianesimo e per conseguente predicazione. Alla peggio, avrebbe evitato la lapidazione.

La Sardegna era una provincia senatoria.

Un’altra e non ultima ragione per cui non credo che san Gemiliano abbia subito il martirio durante la persecuzione di Nerone dipende dal fatto che all’epoca – precisamente dal 66 d.Cr. – la provincia di Sardegna e Corsica da provincia imperiale era diventata provincia senatoria. Infatti Nerone durante il suo viaggio in Grecia (la provincia d’Acaia), in occasione della sua visita a Corinto e durante il discorso tenuto in quella città aveva deciso di esonerare i greci dal pagamento di ogni imposta e tassa (“Io oggi vi rendo la libertà”). Quella provincia era amministrata dal Senato, che aveva perciò lamentato la riduzione dei proventi derivanti dai tributi provinciali. Nerone, per tacitare le lamentele, cedette in cambio al Senato la provincia di Sardegna e Corsica. Non è pertanto verosimile che il Senato, e quindi il proconsole o propretore che amministrava la provincia – stanti i rapporti non proprio idilliaci esistenti tra l’imperatore Nerone e gli esponenti della classe senatoria ed equestre – avrebbero assecondato e attuato una eventuale politica persecutoria nei confronti dei cristiani dell’isola imposta dall’imperatore.

Altre osservazioni si potrebbero fare, in aggiunta a quelle sopra esposte, per dimostrare che quell’Emilio o Emiliano o Gemiliano di cui parla la tradizione orale trasfusa nei goccius non possa essere stato vittima della persecuzione di Nerone. O quanto meno che quel preteso martire della tradizione orale possa identificarsi con quell’Emilio martirizzato in Sardegna il 28 maggio di un anno imprecisato, in una località sconosciuta e della cui condizione personale e sociale nulla si sa.

Pinotto Mura

Bacco e Venere esistono ancora!

F. C. Marinelli

Flavio Marinelli 2014 – Ispirato al racconto di un viaggiatore francese  dell’Ottocento

Associazione Folk Culturale San Gemiliano, Comune di Sestu Assessorati Cultura e Turismo, Ass.ne Turistica Pro Loco Sestu, Regione Autonoma della Sardegna – Presidenza del Consiglio Regionale – Assessorato Regionale P. I.

Con il patrocinio del Comune di Sestu l’Associazione Folkloristica Culturale S. Gemiliano… pensando al suo Cinquantennale organizza “Una serata per conoscere e per non dimenticare poesia e poetica in Sardegna: in musica, in canto, in rima, in versi e in ballo”.

Con la partecipazione di: Gavino Maieli, Direttore delle Riviste “S’Ischiglia” e “Nur”, Vittoriano Pili, cultore di espressioni diverse in Lingua Sarda, Carlo Pillai, studioso e scrittore di Lingua e Poesia Sarda, Luciana Onnis, Fondazione Faustino Onnis Selargius.

1964 -2014. Venerdì 27 Giugno – ore 20,00 Casa Ofelia Marras – Via Parrocchia – Sestu.

Così potevamo leggere nella locandina attaccata al vetro del bar a fine Giugno in paese e, a dirla tutta, la cosa sembrava parecchio interessante. “Ma dai – mi disse Gianni – è la solita serata di pseudo professoroni so-tutto-io, la solita palla”. “Più che altro – ribatté Franco col suo solito risolino beffardo da simpatica canaglia – sarà noiosa perché pivelle non ce ne sono… minimo solo gente seria e vecchia… e musica antica… e se ci vanno sono vestite in costume, che o se la tirano o non possono lasciarsi andare… e poi alcuni di questi mi sembra di conoscerli, si creint meda”. “La scorsa volta ci sono andato e alla fine c’era roba da mangiare e da bere, lo fanno sempre…” – gettai l’esca. “Vino o birra?” “Vino bianco e nero e roba tipo salame, prosciutto, formaggio e dolci”. “Boh… vediamo…” “Ita vediamo, andiamo verso la fine, dai retta a me, mai che me lo perdo il cumbido… e poi a fine serata le ballerine se lo tolgono il gesso…” Fu così che non sfumò la mia idea di andarci in cricca, sapevo che sarebbe stato inutile cercare di convincerli parlando di poesia.

Arrivò il venerdì, andai al Comune, ci eravamo dati appuntamento lì per le sette e mezza: una birra, una sigaretta e via, come facciamo sempre, quella volta direzione casa di Tzia Ofelia. Franco e Gianni erano già lì, in piedi vicino alla nostra panchina… che cosa è successo? – pensai vedendoli. “Mi sa che andiamo”, disse Gianni ammiccando verso il compare. Mancavano venti minuti: Bacco e Venere esistono ancora.

Entrammo nel vecchio cortile valicando il grande portone di legno, c’era già gente che aspettava di prender posto nella sala conferenze, in fondo a destra, non erano tanti, ma si vedeva un certo movimento e sembravano socievoli. Ormai le otto erano passate, decisero di iniziare. Occupammo una fila a mezza sala, le file di sedie erano da tre, sembrava fatto apposta per noi. Il Presidente del gruppo folk San Gemiliano, Camillo Pili, un tipo simpatico coi baffetti e un bel sorriso, salutò i convenuti e presentò i relatori, poi lesse una poesia scritta da lui la mattina, ispirata al tema della conferenza, parlava del suono che arriva da ciò che ci sta intorno, dalle foglie di un albero o dal cammino di un’onda, tutto ha suono e musica e poesia, basta trovare il silenzio dal rumore e ascoltare. Ci mise a nostro agio, il ghiaccio era rotto e bene direi. Poi prese la parola il fratello, Vittoriano (“lo sapevo io – borbottò Gianni seduto alla mia destra -, tutto in famiglia, la solita mafia”), parlò degli emigrati sardi degli anni sessanta, gli anni della nascita del gruppo folk, e poi lesse un racconto di un francese del 1800, tradotto da lui, la descrizione di un ballo tondo a launeddas della zona di Pirri, mi pare, una scena ricca di particolari, quasi una foto o un film girato da uno che di cinepresa e tecnica della comunicazione ne sa.

Anche Vittoriano era molto simpatico, era serio, ma “alla fidata ne tzaccava battute” – come mi disse qualche giorno dopo Franco (quella sera seduto all’altra estremità della nostra fila di tres scannus, con un occhio al tavolo intarsiato dei relatori e l’altro, invisibile a tutti tranne che chi conosceva la sua missione, alle ragazze sedute in fondo alla sala) – e a volte gli scappava il sorriso… e nel frattempo che le nostre orecchie ascoltavano cose nuove che ci diceva, i nostri occhi e i nostri corpi erano ancora in mezzo a quei ballerini ancestrali di duecento anni fa. Quando il microfono passò alla postazione di Gavino Maieli, senza abbandonare il XIX secolo lasciammo il ballo e la musica e cademmo come d’incanto nel grembo della poesia. Il direttore dei due periodici di cultura della terra dei nuraghi ci prese affabilmente per mano e con lui ripercorremmo le vie dei versificatori sardi della fine del 1800 e del 1900, sentieri magici, misteriosi, affascinanti… come il suono della più piccola delle campanelle appese al collo delle pecore, sa ischiglia. Dopo averci svelato il significato di quel nome, lesse due belle poesie senza svelarci l’autore, ma capimmo alla fine – tranne Gianni, ovvio – che erano sue: logudorese sketu. Altri applausi sonori, la serata era calda.

Carlo Pillai, con un dialetto campidanese molto attuale e chiaro e un caratteristico fare vivace, schietto, spontaneo, espressivo e accattivante e i suoi occhialini sul naso, approfondì il tema della serata, presentando ai nostri orecchi, nei quali il tintinnio di un gregge transumante risuonava ancora dolce e selvatico come il miele di corbezzolo, le varie e numerose occasioni della poesia e del canto sardo: e questo e quello e poi il lavoro, i goccius, le cantadas… lesse pure versi di Dante, su babbu Dante, sapeva tante cose e sapeva dirle, tant’è che Gianni immobile con le braccia conserte e le gambe incrociate sotto il sedile sbottò: “Questo di cose ne sa molte davvero, è un attore!”, mentre Franco guardava oltre le vetrate che davano sullo stretto cortile transennato di canne alla nostra destra sperando che qualche gonnella passasse diretta verso la sala.

Prese la parola Luciana Onnis, figlia del famoso poeta Faustino. Fu breve e gentile. Ardì leggere per la prima volta in pubblico un componimento del padre… e ricevette calorosi consensi, poi chiamò a sé un tipo eccentrico seduto in prima fila, un tipo col cappello bianco, gli occhiali giganti e i pantaloni gialli larghi larghi. Questi in piedi accanto al muro cominciò a leggere poesie di Faustino Onnis, era bravissimo, rimanemmo a bocca aperta. Ci dissero che era l’attore Ottavio Congiu. A sorpresa Camillo chiese a Ottavio di leggere una poesia di Vittorio dedicata al gruppo folk San Gemiliano scritta tanti e tanti anni fa: su gioghista. Ci fece ridere, era una poesiabarzelletta! Ottavio raccontò un’altra barzelletta simile a quella, su lioni, la serata aveva improvvisamente aveva preso una piega ilare, “tropu togu – disse Franco – dai che si mangia!”. E come una premonizione che inattesa si avvera, fummo invitati a uscire nel loggiato per un graditissimo ristoro sotto le stelle, tra simpaticissimi poeti, professoroni e intellettuali, mancavano soltanto ballerine con e senza gesso, costumi e un solitario, magico suonatore di launeddas¹.

M. F. P.

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1. Questo racconto è stato pubblicato nel numero unico del giornale che l’Associazione San Gemiliano ha curato in occasione del Cinquantennale della sua attività. Vi si possono leggere, tra gli altri, i contributi di Camillo Pili, Flavio Marinelli, Dionisio Pinna, Gavino Maieli. Di seguito alleghiamo il pdf:

Cinquatennale – Numero unico dell’Associazione San Gemiliano per i cinquantanni di attività

“Chiesa e feste popolari in Sardegna” di Antonio Addis (Edes 2014)

Chiesa e feste popolari in Sardegna_A. AddisNei mesi scorsi, su questo blog, si è parlato approfonditamente di una gara poetica svoltasi a Sestu nel 1930¹: una cantada che si è tramandata nella memoria popolare dei sestesi, oltre che per il suo valore artistico, anche per motivi di natura politica. Si dice infatti che is cantadoris, conclusa la disputa, vennero fermati e portati in caserma (Pinotto Mura). Ci si domanda oggi: per quale motivo ciò avvenne? Il testo non contiene infatti elementi tali da poter essere interpretati come una critica esplicita al potere politico. Sarebbe stato, questo, un motivo più che plausibile per un’azione di quel genere da parte dell’autorità di pubblica sicurezza. Come è noto, sotto il regime fascista, non era tollerata alcuna forma di contestazione e dissenso. Bastava una battuta irriverente o che potesse suonare come ingiuria verso il Duce e si veniva prontamente arrestati. Accadeva continuamente in quegli anni e accadde anche a Sestu. Nel maggio del 1940 il bracciante Giuseppe Spiga, classe 1910, fu arrestato per “frase oltraggiosa all’indirizzo del Duce” e assegnato al confino per 3 anni. Gli fu poi commutata la pena in ammonizione nel febbraio 1941 (L’antifascismo in Sardegna, a cura di M. Brigaglia, 2. ed. 2008).

Tornando alla gara poetica del 1930, è possibile che un testo che a noi oggi appare innocuo, ai fruitori dell’epoca, che possedevano le chiavi interpretative dei codici propri di quel genere poetico, potesse comunicare sotto metafora messaggi inequivocabili. Nel caso specifico il riferimento all’imperatore Diocleziano sarebbe servito al poeta improvvisatore Loddo per creare un’identificazione con il Duce e quindi per rivolgere a quest’ultimo indirettamente l’accusa di viltà. Una simile interpretazione del verso è verosimile ma allo stesso tempo opinabile. I classici, la Bibbia, personaggi storici del passato, costituivano il repertorio tipico delle cantate sarde. E’ facile immaginare che, su queste basi, qualunque immagine evocata dai poeti improvvisatori avrebbe potuto offrire, all’occorrenza, un pretesto per contestazioni e censure da parte delle autorità. L’interpretazione in un senso o in un altro dipendeva dunque dal contesto politico e sociale.

A prescindere da cosa accadde veramente a Sestu, in quel lontano 23 aprile del 1930 ai tre cantadoris, è certo che in quegli anni il clima nei confronti delle gare poetiche fosse tutt’altro che favorevole. Lo dimostra un recente libro di Antonio Addis, Chiesa e feste popolari in Sardegna – 1924-1945 (Edes 2014), che contiene un’indagine basata quasi esclusivamente su documenti inediti conservati in archivi ecclesiastici e su articoli pubblicati in giornali cattolici dell’epoca. Il libro offre dunque una ricostruzione di parte, come di parte è lo stesso autore, un sacerdote di Nulvi. Ma proprio per questo rappresenta sul tema una testimonianza inedita di estremo interesse.

Nel 1926 entrarono in vigore in tutta l’isola le leggi del Concilio Plenario Sardo. Tra gli obiettivi vi era quello di favorire il rinnovamento e l’aggiornamento dello stile di vita cristiano. L’assemblea dei vescovi sardi vedeva infatti nella religiosità popolare sarda il persistere di elementi paganeggianti, grumi di superstizione e forme di culto esteriore che nelle feste religiose avevano la loro più diretta manifestazione. Vennero pertanto adottate una serie di misure tese a riportare le feste religiose sotto il diretto e stretto controllo della Chiesa. Si trattava infatti di norme che limitavano fortemente l’autonomia dei comitati e individuavano nelle gare poetiche (art. 9) una delle forme della cultura popolare da colpire più duramente. Queste leggi rappresentavano il punto di approdo di un atteggiamento ostile verso le feste popolari che già negli anni precedenti aveva avuto modo di palesarsi attraverso i giornali cattolici. In ultima istanza i vescovi puntavano alla riduzione delle feste religiose e parallelamente all’imposizione di un programma esclusivamente religioso.

Per far accettare ai sardi il nuovo corso, improntato al rigorismo e all’autoritarismo, i vescovi ricorrevano al sempre attuale argomento della “sobrietà“, giustificato dalla necessità di porre un freno alle spese superflue e di “concorrere al risanamento della patria economia” stremata dalla guerra. Gli argomenti erano quelli tipici dei pauperisti di tutti i tempi: “Il fatto che mentre da un lato migliaia e migliaia di disoccupati (basta consultare le statistiche ufficiali) attendono ansiosamente che il lavoro ritorni, apportatore di benessere e di letizia – scriveva L’Ortobene nel novembre del 1931, dall’altro migliaia e migliaia di cittadini sembrano invasati dalla mania godereccia (siamo ancora nell’epoca delle feste, delle sagre, delle gite e dei balli)“. Si chiedeva cioè alla maggioranza dei sardi, che già conduceva una vita grama, di fatica e privazioni, di rinunciare anche a un po’ di evasione e svago, “alla possibilità – scrive Antonio Addis – di godere di qualche giornata ricreativa e spensierata, di trovare momenti di sollievo e di distrazione, di socializzare in allegria per interrompere di tanto in tanto la penosa situazione di solitudine e di sofferenza che accompagnava l’esistenza quotidiana“. Secondo questa logica, gli strati sociali più poveri devono farsi carico, con ulteriori sacrifici e rinunce, di crisi economiche non hanno certo provocato loro, mentre più in alto pochi privilegiati danzano, banchettano, bevono e ballano al riparo da contraccolpi e fiduciosi per il futuro.

 Le feste dei santi – riconosce Antonio Addis –  rappresentavano, a quei tempi, per le popolazioni sarde, soprattutto dei paesi, le rare e quasi uniche occasioni comunitarie di un diversivo. L’associazione del divertimento alle festività religiose non era in Sardegna una coincidenza casuale, e tantomeno un abbinamento forzato. Era, se vogliamo, da tempi assai remoti, il frutto di una connessione naturale, di un legame intoccabile, quasi sacro perché proveniente, anche se alterato, dall’originaria concezione cristiana di festa.” Nondimeno le gare poetiche, che costituivano l’attrattiva principale della festa, erano una tradizione molto radicata nel popolo. La gara era – scrive Addis – una “vera e, per molti del volgo illetterato, unica scuola popolare” e nel contempo “un intrattenimento completo, ricco anche di colpi di scena… Le masse si entusiasmavano, gustando l’erudizione dei cantori e la melodia del canto, la musicalità dei vocalizzi corali del contra, del mesu oghe e del basciu, che in sottofondo dettavano il ritmo e gli intervalli nella composizione dei versi, l’arte e la bellezza, il gioco e l’abilità dialettica“. A quei tempi la Chiesa sarda la pensava però in modo diametralmente opposto. In vari passaggi delle lettere dei vescovi sardi riportate nel libro, i poeti improvvisatori venivano considerati ignoranti e rozzi e le gare poetiche giudicate blasfeme, immorali e licenziose. Per questa ragione, dopo aver inutilmente tentato di disciplinarle, nel 1932 adottano l’estrema decisione di proibirle.

Non sempre e non dappertutto questo grave provvedimento – inviso all’opinione pubblica e avversato in vario modo – venne applicato. Ma le testimonianze contenute nel libro dimostrano con quanta determinazione la Chiesa sarda, prima e più fermamente del potere politico fascista, cercò di estirpare, per motivi legati alla morale religiosa, antiche e radicate forme della cultura popolare quali erano appunto le gare poetiche.

Sandra Mereu

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1. Vedi sull’argomento i contributi di Vittoriano Pili: “IL LIBRETTO RITROVATO”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – ANALISI DEL TESTO (1° GIRO)”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – ANALISI DEL TESTO (2° E 3°GIRO)”; “GARA POETICA SVOLTASI A SESTU IL 23.4.1930 – “COMMENTO AL 3° GIRO E DIALOGO SULLA “COBERTANTZA”.

 

4 documentari sulla Sardegna di Andrea Mura

LOCANDINA ANDREA CENTROMercoledì 30 luglio, a partire dalle ore 21, presso il Centro sociale di vico Pacinotti, saranno proiettati 4 documentari del giovane regista sestese Andrea Mura. I temi spaziano dalle tradizioni e credenze popolari della Sardegna (il fuoco di sant’Antonio Abate e sa mexina de s’ogu), all’architettura tradizionale delle case in ladiri per approdare a temi più attuali e moderni come quello delle energie rinnovabili. Con quest’ultimo documentario, girato a Sestu, Andrea Mura si è aggiudicato il primo premio del Sole Luna Festival – Enel Green Power, edizione 2013. Quest’anno ha ottenuto, insieme alla regista Chiara Andrich, la direzione artistica del “Sole Luna Treviso Doc Film Festival”.

Sul dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso in merito alla “cobertantza”, ovvero al rapporto tra verità e poesia nella Cantada svoltasi a Sestu nell’aprile del 1930.

Nel mese di aprile a Sestu abbiamo festeggiato il santo Patrono, San Giorgio Martire e Cavaliere. Ma quest’anno non c’è stata la Cantada, ossia la Gara Poetica che una volta non poteva mancare nella celebrazione delle feste paesane. Come si può spiegare questa assenza? Forse la Cantada non è più di moda? La risposta, che ordinariamente viene data, a mio avviso un po’ banale, è che si tratta di “cosa incomprensibile, d’altri tempi!”. Con questa mentalità, che è in gran parte frutto dell’ignoranza, è caduto ogni interesse per questa forma di cultura. Che era popolare e che rappresentava una bella tradizione, nonché un inestimabile patrimonio. Le cose sono andate così, ed è inutile ora domandarsi su chi debba ricadere la colpa del decadimento, o meglio della scomparsa di questa manifestazione della cultura popolare tradizionale. Personalmente lo considero uno dei più gravi errori – purtroppo non il solo – commessi dalla nostra società. Un errore che si continua a commettere anche per altri aspetti del passato, senza comprendere quanto grande ed irreparabile sia la perdita per la nostra cultura.

gara_poetica_8In compenso è arrivata puntuale la pubblicazione del terzo articolo dell’amico Vittoriano Pili, dedicato alla Gara poetica svoltasi a Sestu nel 1930 per la festa del Patrono San Giorgio. In questo articolo l’autore si sofferma a trattare il rapporto fra “POESIA E VERITA’ – IN COBERTANTZA”. Lo fa ricorrendo a un espediente molto simpatico e al tempo stesso intelligente: quello di trattare l’argomento discutendo con il suo vecchio amico e poeta Tomaso. Il dialogo riportato da Vittoriano ha suscitato in me una serie di riflessioni. In un articolo che è stato pubblicata in questo blog (“E alla fine “is cantadoris” vennero portati In caserma…”) ho ragionato intorno ad alcuni fatti che sarebbero seguiti all’esecuzione della celebre cantada. In particolare ho dato credito alla tesi della veridicità di quei fatti – di cui a Sestu esiste solo una tradizione orale – a partire dalla considerazione del contesto politico-sociale dell’epoca. Alle stesse conclusioni sono arrivato seguendo il filo dell’analisi poetica e filosofica, a partire dagli spunti offerti dal dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso. Con quest’ultimo sostanzialmente concordo. Nel pdf allegato, che vi invito a leggere, spiego perché. Clicca sul link: Sul dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso“.

Pinotto Mura

San Gemiliano è stato davvero martirizzato in occasione della persecuzione di Nerone?

Nel mese di maggio a Sestu ricorre una delle festività dedicate a san Gemiliano. Nello stile di questo blog, ci piace rimarcare la ricorrenza pubblicando una interessante riflessione di Pinotto Mura sull’agiografia di questo santo, un argomento su cui in tanti – a dire il vero più gli eruditi che i fedeli – si sono cimentati. Trattandosi di un personaggio avvolto nella leggenda, sul quale cioè non esistono fonti storiche attendibili, finora nessuno ha sciolto i tanti dubbi che circondano la sua biografia, tanto che c’è persino chi ne mette in dubbio l’esistenza. Consapevole del fatto che ogni valutazione critica sull’argomento rischia di offendere la sensibilità dei devoti al santo, Pinotto, nella nota con cui ha accompagnato il suo scritto, precisa: «E’ possibile che certe difficoltà appartengano solo a me. Pertanto, se mi accingo a scriverne, lo faccio innanzitutto nel tentativo di chiarire a me stesso i dubbi che mi sono sorti al riguardo. Al contrario, non è mia intenzione trasferire ad altri i miei dubbi; e chi pertanto avrà occasione di leggere le mie considerazioni, si senta pure libero di condividerle oppure rigettarle, anche sdegnosamente. E di conservare intatte le sue credenze su san Gemiliano Protomartire». Forte di una solida cultura classica e di aggiornate letture, Pinotto tratta l’argomento con serietà e rigore. Non si limita a collazionare fonti e cronache d’epoca ma le sottopone al vaglio della critica storica per trarne poi una sua personale e coraggiosa valutazione in merito. (S. M.)

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San Gemiliano_SestuNel più antico Martirologio della Chiesa occidentale, concordemente datato al 354 d. Cr., noto anche come Martirologio Romano o Martirologio Geronimiano (identico documento nelle Chiese orientali o ortodosse è chiamato Menologio o Sinassario), si legge che il 28 del mese di Maggio «In Sardegna (hanno subito il martirio) Emilio, Felice, Priamo, e Luciano». Si tratta di una notizia assai scarna, che ci informa esclusivamente sulla Regione (la Sardegna) in cui questi cristiani hanno subito il martirio. Niente è detto sul luogo e sulla data di nascita, sulla città e sull’anno (o il periodo) in cui hanno subito il martirio; sulle loro condizioni personali, familiari e sociali; su eventuali incarichi ricoperti e funzioni svolte all’interno della rispettiva comunità cristiana. Tuttavia è proprio questa essenzialità del dato a garantire sulla veridicità e autenticità delle informazioni fornite. Pertanto può ritenersi vero che in Sardegna – non si sa dove, non si sa in quale anno – hanno confessato la loro fede in Gesù Cristo quattro cristiani dei quali conosciamo soltanto i nomi: Emilio, Felice, Priamo e Luciano. Di contro è lecito pensare che tutte le altre notizie che ci sono pervenute su questi santi martiri – se si fa eccezione per il luogo del martirio – in quanto non sorrette da valido e credibile testimonio, siano invece da attribuire alla pietà popolare. Un sentimento, questo, che quasi mai è spontaneo ma più spesso qualcuno alimenta, animato forse dalle migliori intenzioni, dando così origine a una tradizione. Dapprima orale (is goccius) poi scritta. Ma può anche capitare che da una molto tardiva ed interessata tradizione scritta si fondi una successiva tradizione orale. In questa tradizione si inserisce anche l’agiografia del santo venerato a Sestu, intorno alle cui origini sono fioriti molti interrogativi tra cui quello che riguarda la datazione del martirio e quindi la sua natura di protomartire. Si tratta a mio parere di un problema che, a volerlo affrontare, non può essere disgiunto da quello dell’esatta identificazione di questo santo. Ma procediamo con ordine.

San Gemiliano protomartire.

La fonte. Il Martirologio Romano è il più antico martirologio occidentale; tutti gli altri, per quanto compilati in epoca antica, non sono altro che copie dello stesso. E per di più sono copie che contengono svariati errori di copiatura e/o trascrizione. E benché sulla questione in esame non presentino differenze tra loro, e in tutti Sant’Emilio è nominato per primo, ciò non autorizza a considerarlo “Protomartire”. In assenza di precise specificazioni, non solo non possiamo considerarlo primo martire della Sardegna, insieme agli altri cristiani insieme a lui nominati, ma nemmeno possiamo attribuirgli altri titoli o prerogative. E’ credenza diffusa che quell’Emilio martirizzato il 28 Maggio sia da identificare con il san Gemiliano che veneriamo qui in Sestu. Di lui la sopra citata tradizione (is Goccius) dice: «In su tempus de Neroni, nascis de babbu paganu, de patria cagliaritanu, gentili de professioni…», «Santu Pedru ti ha battiau e ordinau sacerdoti», «Felis impiu Presidenti impresonat a Millanu …», «Ti fulminat a s’istanti una sentenzia de morti…». L’empio preside o presidente Felice sarebbe il funzionario imperiale mandato in Sardegna da Nerone con il preciso incarico di estirpare sul nascere la nuova religione cristiana. Questo stralcio della più ampia tradizione su san Gemiliano è sufficiente a far sorgere i primi interrogativi. In esso, infatti, sono contenute diverse notizie che, ad un esame anche superficiale, appaiono inconciliabili non solo con la storia – diremo – civile, ma anche con la storia della Chiesa dei primi secoli.

L’epoca del martirio. Secondo la notizia tramandata dalla tradizione (In su tempus de Neroni, nascis de babbu paganu…), san Gemiliano (identificato con quell’Emilio del Martirologio) sarebbe stato martirizzato in occasione della persecuzione scatenata da Nerone contro i Cristiani, accusati di aver causato l’incendio di Roma del 64 d. Cr. A ritenerla corretta si dovrebbe pertanto concludere che san Gemiliano è stato martirizzato quando era ancora un bambino, cioè all’età di dieci anni o poco più. Nerone infatti è stato acclamato imperatore l’anno 54 d.Cr., mentre l’incendio di Roma viene datato al 64 d.Cr. Dieci anni esatti separano dunque i due avvenimenti. Ritengo la deduzione non opinabile perché si tratta di dati storici che nessuno contesta ma neppure discute.

La professione gentile. Altro aspetto della medesima tradizione contrastante con gli usi e i costumi dell’epoca neroniana riguarda il passaggio che vuole san Gemiliano “gentili de professioni”. All’età di dieci anni, per incompatibilità di carattere giuridico, i cittadini romani non potevano esercitare alcuna professione, tanto meno una non meglio specificata professione “gentile” o liberale. Si riconosceva infatti che un bambino di dieci anni non è in grado di obbligarsi validamente nei confronti dei possibili clienti, come pure non è capace di esercitare validamente i suoi diritti nei confronti dei medesimi.

Il battesimo ai fanciulli. La Chiesa insegna che il sacramento del battesimo può essere ricevuto in tre forme: battesimo di acqua e spirito (che è quello amministrato normalmente), battesimo di sangue, battesimo di desiderio. Il battesimo è il primo dei sacramenti cosiddetti della iniziazione cristiana. Perciò, se san Gemiliano è stato martirizzato in quanto divenuto cristiano deve aver necessariamente ricevuto il battesimo, così come tramandato dalla tradizione dei goccius (Santu Pedru ti ha battiau e ordinau sacerdoti). Se si vuole credere che san Gemiliano sia quello riportato dalla tradizione allora sorge un problema. In epoca apostolica, infatti, ordinariamente non si amministrava il battesimo ai bambini di dieci anni o intorno ai dieci anni. Al quel tempo infatti il battesimo ai fanciulli veniva amministrato solo in situazioni particolari, cioè quando tutti i componenti di una casa – intendendo il termine come intero aggregato familiare – si convertivano al cristianesimo e chiedevano per questo di venire battezzati. Di questa pratica si trova ampia traccia nell’epistolario paolino e negli Atti degli Apostoli. Sulla base della tradizione rilevabile dagli scritti neotestamentari, si può dunque escludere che Gemiliano abbia ricevuto il battesimo durante la sua fanciullezza, anche perché la tradizione ci informa che suo padre non era cristiano (nascis de babbu paganu).

Il battesimo amministrato da san Pietro. Ugualmente inverosimile è da considerarsi la notizia che il battesimo gli sarebbe stato amministrato dallo stesso san Pietro, giacché di solito gli apostoli non amministravano personalmente il battesimo. Gli Apostoli, quali erano appunto Pietro e Paolo, come risulta dagli Atti degli Apostoli, proprio per volontà di Pietro si dedicavano esclusivamente “alla preghiera e al ministero della parola”. A comprova di ciò si potrebbe citare Paolo che nella prima lettera ai Corinzi scrive: «Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio…».

Le informazioni agiografiche tramandate dalla tradizione, per le ragioni sopra esposte, non sono dunque compatibili con gli usi e i costumi dell’epoca in cui si vorrebbe collocare la nascita e il martirio di san Gemiliano. Un fatto questo sufficiente di per sé a farci dubitare sulla loro attendibilità.

L’alternanza dei nomi: San Gemiliano, ovvero san Emilio o Emiliano.

Un dubbio che è una certezza. Personalmente non credo che Emilio, passando per il nome Emiliano, sia il San Gemiliano che noi veneriamo in Sestu! La leggerezza con cui si ricorre all’uso alternativo di questi nomi per indicare il nostro Patrono non mi pare accettabile. E per questa stessa ragione non condivido la tesi sostenuta in uno scritto, di cui non ricordo l’autore, intitolato appunto “In Sardegna S. Gemiliano è conosciuto sotto il nome di Emilio, Emiliano, Memilianu, Gemilianu, Millanu, Meliu”. A mio avviso non è verosimile che i Sardi abbiano potuto, in piena coscienza, impiegare nomi diversi tra loro – come lo sono appunto Emilio, Emiliano e ancor di più Gemiliano e tutti gli atri nomi che sono stati sopra riportati – per pregare ed invocare lo stesso Santo Protettore.

l giorno del martirio. Se infatti – come s’è detto – l’Emilio del Martirologio è stato martirizzato il 28 di maggio, come si può spiegare il fatto che a Sestu la ricorrenza festiva di questo santo si faccia cadere la terza domenica di maggio? Si tratta forse di personaggi diversi? E se si esclude questa che sembra l’ipotesi più plausibile, quale altra spiegazione può essere data? Capire il perché di questa discrasia è anch’esso un problema. I martirologi, infatti, che nel tempo sostituirono i Calendari, avevano proprio lo scopo di ricordare alle comunità cristiane il giorno in cui i loro santi avevano subito il martirio (dies natali) e in quel preciso giorno dovevano essere ricordati ed onorati. Per quale ragione, nel caso di san Gemiliano, la sua Comunità avrebbe dovuto disconoscere la funzione del Martirologio?

Emilio ed Emiliano sono nomi diversi. A sostegno della mia convinzione posso portare due notizie storiche. Nel III secolo a. Cr. è vissuto un imperatore romano che aveva come nome Marco Emilio Emiliano, in latino Marcus Aemilius Aemilianus (Gerba, 207 circa – Spoleto, settembre 253). Nella seconda parte del IV secolo a. Cr. è vissuto invece uno scrittore il cui nome era Claudio Claudiano, in latino Claudius Claudianus (Alessandria, 370 circa – Roma, 404). Considero queste testimonianze più che sufficienti a dimostrare l’assoluta inconsistenza dell’alternatività dei nomi. E dunque ritengo assai poco probabile che il san Gemiliano venerato a Sestu sia lo stesso tramandato dalla tradizione.

Pinotto Mura

Gara poetica svoltasi a Sestu il 23.4.1930 – Commento al 3° giro e dialogo sulla “COBERTANTZA” di Vittoriano Pili

Il ritrovamento di un libretto nel fondo Sardegna della Biblioteca regionale, contenente il testo di una celebre cantada campidanesa svoltasi a Sestu nell’aprile di 84 anni fa, in piena epoca fascista, ha offerto a Vittoriano Pili l’occasione per scrivere una serie di interessanti e dotti articoli sull’argomento (Cun scannus e cadiras o banghittusIl libretto ritrovato, Analisi del testo, 1° giro, Analisi del testo, 2 e 3° giro). Seguendo il filo della memoria storica e personale ci ha spiegato la complessa struttura dei componimenti, il repertorio di temi e motivi da cui attingevano i cantadores, e quindi il valore letterario di una delle più antiche espressioni della poesia popolare sarda, erroneamente ritenuta rozza e priva di valenza poetica. Con il commento al terzo giro poetico e con la successiva rievocazione di un dialogo con il compianto poeta sestese Tomaso Cara, si conclude il discorso sviluppato sul tema da Vittoriano Pili. Su questo blog ve lo abbiamo presentato in capitoli separati ma esso era stato pensato dal suo autore come un corpo di scritti unitario intitolato Cantadas a Sestu, lingua, politica e religione”. 

3° GIRO POETICO: AMORI – SANTIDADI – GHERRA – PAXI.

Pasquale Loddo porge all’attento popolo sestese un delicato canto d’amore. Lei si chiama Speranza ed ha gli occhi e la grazia di un angelo mandato dal cielo per far sospirare il suo cuore. Il poeta non è del tutto convincente, ma piace questo mutetu a 8 peis, specie ai giovani che stanno preparando la “domanda” per la loro “Speranza”. Nella Rima invita gli altri poeti in gara ad ampliare il volo sui quattro punti cardinali.

Francesco Farci ricorda invece la santità di Gregorio I detto anche Magno. Un Papa famoso per aver edificato ben 7 conventi. Poiché il “dotto” Farci ci ricorda anche l’anno della sua morte, il 604 (esatto), siamo disposti a credere anche al resto, Preidi Sanna presente consentendo. Nella torrada de su mutetu a 8 peis l’andirivieni delle rondinelle è paragonato al volo dei pensieri dei poeti.

Efisio Loni interviene con un mutetu sèmpiri a 8 peis, ma con la sterrina che descrive abbastanza fedelmente una scena di guerra. Ricorda l’ultima battaglia contro s’Austriàcu che, sconfitto, è costretto ad arrendersi. Motivo ancora caro ai poeti ed al popolo (specie quello d’Eroi). Nella torrada, invece, chiede a se stesso ed ai suoi compagni che cosa possano mai fare, se non restare in attesa del ritorno delle colombe mandate in volo.

Luigi Taccori, il poeta di Sestu emigrato a Dolianova, chiude il 3° giro, a sorpresa, con un mutetu a 10 peis (ma ne ho trovato persino di 20), che riporta – udite, udite – una notizia che da un anno a questa a parte suscita (ancora) un gran clamore: il Concordato tra Stato (fascista) e Chiesa (cattolica) firmato (l’11 Febbraio 1929) dal Ministro Mussolini (per il Re Vittorio Emanuele III) e dal Cardinale Gasparri (per il Papa Pio XI). I due “non si camorrano” e il fatto resti “memorando” per una pace duratura (“infinita”). È una parola grossa. Comunque, sia pure con qualche ritocchino di craxiana memoria, ancor dura. Nella torrada il nostro Taccori considera già un trionfo il ritorno delle colombe al punto di partenza. Concordiamo. Quasi.

***

POESIA E VERITÀ – IN COBERTANTZA

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Venne a trovarmi Tomaso, una sera di tanti anni fa. Sereno, come sempre. Pochi convenevoli, come s’usa tra vecchi amici. Era d’estate. Si alzò e si sfilò dal colletto della maglia leggera, frugando con la mano nel petto, una busta azzurrina che posò sul tavolo, prima di sedersi: «Ti piace ancora la poesia? – apriva la busta – Quella sarda, dico». Aveva sparso sul tavolo tre o quattro libretti sgualciti ed un quaderno a righe (per la Va elementare) con la copertina nera lucida. «Certo – risposi –, ma è un po’ che non viene a trovarmi». Mi guardò severo: «Siamo noi che dobbiamo cercarla, se la vogliamo incontrare. Vedi, in questi libretti ci sono dei versi di vari uomini che amavano così tanto la poesia da volerla come professione. Loro aspiravano ad essere poeti. C’è chi vende musica e chi vende parole, chi vende erba e chi vende carne. In questo quaderno invece non c’è scritto niente. Facciamo così, come loro, scegliamo un argomento, un titolo, “un fine” ben accetto a noi due e lo cantiamo, cioè lo scriviamo, prima tu o prima io, in un sonetto, sul quaderno. Lo conosci il Padre nostro in Sardo? Ti va di metterlo in poesia?». L’idea mi piaceva: «Su Babbu nostu? Benissimo, però inizia tu, Tomaso». Fu così che accettai la sfida, chiedendogli: «E chi è che perde?». Allargò le mani grandi: «Perde chi si ritira». Disse. E fu così che mi permise di sporcargli qualche pagina di quel suo prezioso quaderno a righe. E vinse, anche. Quindi aprì un libretto dalla copertina grigia con la scritta GARA POETICA, gemello, credo, di questo appena “ritrovato” dalla più che attenta e gentile, abilla e donosa, Sandra Mereu«Leggi Loddo al n. 21 (sesto giro) e spiegami questo mutetu». Conoscevo questa cantada, famosa ed esemplare, benché grondante di “licenze” linguistiche, ortografiche e tipografiche, ma sapevo che con Tomaso c’era sempre da imparare sulla poesia sarda. Non era mai salito sul palco, ma era un cantadori di rispetto. Per me un maestro. Lessi:

21 – Loddo

A dirigibili e Areoplanu

Oi si viagiat in America

Po su Sud e de su Brasili

Si girat sa terra rotonda

Armau de paracaduttu

Comenti fiat Depinedu po fortuna

Girai Asia America e Oceania

E girai tottu su globu terresti

Continuamenti esplorendi

Senza à terra tenni addobu.

Rima

 Su Crobu est ind’una sponda teverica

Picchiendi su Graniu bruttu a Vili Diocresianu.

Espressi quindi il mio parere su questo mutetu a dexi peis: «Per me Loni nella sterrina ha voluto comporre un breve inno al progresso, che specialmente in campo aeronautico effettivamente in quegli anni c’è stato. Era l’orgoglio dell’Italia e del Fascismo. È nominato Depinedo, ma non si può dimenticare Italo Balbo, audacissimo trasvolatore atlantico (nonché volontario del ‘15-‘18, irredentista repubblicano, squadrista, Quadrumviro Marcia su Roma, capo della MVSN nel ‘24, Ministro Aeronautica ‘29-‘33, Crociera Roma-New York-Roma 1934, Maresciallo dell’Aria e Governatore della Libia, più fascista di Mussolini ma contrario alla politica filo-tedesca ed alle leggi razziali, morì per un tragico errore della nostra contraerea sul cielo di Tobruch, nel 1940). Nella Rima, o meglio Torrada, ritorna su fini, argomento o tema proposto nella gara poetica. Il Corvo su una sponda del Tevere becca l’orrido cranio del vile Diocleziano (l’imperatore romano)». Tomaso ascolta, ma dissente: «Queste sono le parole, cantate e scritte, in poesia, in figura e in rima. Io voglio sapere quello che intende dire veramente il poeta, come si dice, fuor di metafora». Ho capito. Tomaso vuole l’interpretazione del sogno, la verità implicita nella profezia. Resto pensieroso. In Sardo molti usano la parola cobertantza come sinonimo di Torrada, cioè la Rima, la parte che chiude il mutetu dopo sa Sterrina. Se questa è la “stesura”, la cobertantza è la “copertura” o “chiusura”. Significa però anche “metafora” e “allegoria”, che sono la veste usuale del poetare sardo, come delle sentenze e dei proverbi. Si dice in cobertantza per “velatamente”. Tomaso mi viene incontro: «Tra gli appassionati delle gare poetiche sta girando questa interpretazione: il Corvo (che ha fama e fame di morte) si trova oltre Tevere, a Roma, dove becca insistentemente il cranio orribile del vile imperatore Diocleziano del tempo (1930), cioè Benito Mussolini. Si dice anche che Loddo, sceso dal palco, sia stato convocato in caserma per spiegazioni. Tu che ne dici?». Abbiamo discusso di molte cose, Tomaso ed io. Di religione e di politica, di pace e di guerra, di povertà e di ricchezza, di vita e di morte. Cercavamo la verità, assieme, senza inganni e senza paure. Ora mi sentivo più tranquillo: «Sinceramente questa interpretazione mi pare più un artificio di matrice politica tardiva di qualche decennio, piuttosto che una cobertantza finalmente svelata. La sterrina di Loddo, come tante altre di Taccori, di Loni e di Farci, si può considerare almeno in buona sintonia con lo spirito del regime fascista, se non anche di plauso. Che la Torrada o Rima uscisse in contraddizione fuori dal seminato sarebbe strano. E, fatto più grave, contro ogni regola della poesia sarda nelle “gare”, che perdesse di vista il tema preposto, su fini, affidato dal comitato dei festeggiamenti proprio a Loddo. Fini che riguardava la figura di san Giorgio Martire, come sarà rivelato al pubblico da tutti i quattro poeti nell’ultimo giro. Che c’entra Mussolini e a che proposito una tale cobertantza di carattere politico su un palco di poesia popolare allestito per la festa del santo patrono? L’interpretazione data non sta in piedi, come la convocazione in caserma… O no?». Tomaso sorride : «La poesia è fatta di parole e di pensieri che volano e a volte ti sfuggono, convieni?». Il ferro è caldo: «Si, ma la verità c’è, anche nella poesia» e «Quale sarebbe?». Riprendo il libretto e leggo: «Su Crobu a vili Diocresianu. Il carnivoro nero demoniaco affamato che ossessiona il crudele imperatore romano per mettere a morte i tanti martiri cristiani, come il nostro S. Giorgio». Tomaso consente: «Può sfuggire anche la verità, alle volte». Parlammo ancora di poesia, con rima e senza rima. E dissentimmo ancora: «Hai ragione tu», «No, hai ragione tu». Basciu e contra. È stato bello cantare insieme, Tomaso.

Vittoriano Pili

Carnevale per immagini

carnevale-per-immaginiNell’ambito delle manifestazioni del Carnevale 2014, organizzate dal comune di Sestu in collaborazione con la Pro Loco, è in programma una presentazione di immagini a tema. Attraverso la proiezione di un’ampia sequenza di foto, molte delle quali inedite, sarà tracciata una cronistoria del carnevale a Sestu dagli inizi del Novecento sino ai giorni nostri. Le immagini legate alle varie rappresentazioni del carnevale allegorico e tradizionale si alterneranno con quelle del carnevale moderno o civile, le cui maschere progressivamente penetrano nella società sarda, e quindi anche a Sestu,  contaminando il modo stesso di intendere e vivere il carnevale. Vedremo poi una rassegna di foto in cui le maschere locali tradizionali dei mustayonis si confrontano con quelle di altri paesi della Sardegna che nel corso degli ultimi dieci anni hanno partecipato al carnevale sestese, in uno scambio reciproco di tradizioni e pantomime. La proiezione sarà accompagnata da un commento esplicativo.

L’appuntamento è previsto per venerdì 28 febbraio a Casa Ofelia, alle ore 17:30.

Per vedere il programma completo dell’edizione 2014 del carnevale clicca su Kranovali sestesu ariseu e oi 2014.

Conferenza sui balli di carnevale

I balli di Carnevale

Conferenza

Sabato 1 marzo 2014, ore 17

Locali Pro Loco, via Roma 26, Sestu

Conferenza carnevale 2

Relatori:

Carlo Pillai – “Balli di Carnevale fra classi egemoni e classi subalterne”

Andrea Locci – “Carnevale e ballo. Le trasformazioni nel Novecento sardo”

Roberto Bullita – “Is Ballus de Krànovali a Sestu fra tradizione e modernità”

Tonio Spiga – “Su Ballu Campidanesu” (illustrazione teorica e pratica, con accompagnamento delle launeddas Michele Deiana)

Il giovedì delle comari

Giovedì delle comariScrive Roberto Bullita, profondo conoscitore di tradizioni popolari sestesi, che in passato il Carnevale era scandito da una serie di appuntamenti di alcuni dei quali si è persa la memoria. Tra questi vi era il “Giovedì delle Comari”, Su Giòbia de is Gomais, che precedeva il Giovedì Grasso. Ne è rimasta traccia in un Pregone emanato nel 1728 da Don Hercules Thomas Rovero, contenente il calendario delle feste da osservare. Tra queste figuravano il Jueve de las Comadres el Jueve Lardero y Lunes y Martes de Carnestolendas, ovvero il Giovedì delle Comari, il Giovedì, il Lunedì e il Martedì Grasso. Il provvedimento viceregio riguardava Cagliari e i paesi vicini, compreso Sestu. Racconta ancora Roberto Bullita che secondo la tradizione, tramandata dagli anziani e confermata anche da alcune fonti scritte riportate dall’antropologa Luisa Orrù, durante su Giòbia de is Gomais uscivano per le vie del paese singolari maschere di uomini travestiti da donna. Nel chiuso delle case nel frattempo le comari friggevano le zeppole che poi usavano scambiarsi reciprocamente, accompagnandole talvolta con scherzi esilaranti. Secondo il calendario del viceré Tomaso Ercole Roero di Cortanze ieri sarebbe stato un Giovedì delle Comari. Qualcuno se ne deve essere ricordato. Insolitamente, circolavano nel paese strane maschere…

S. M.