Bacco e Venere esistono ancora!

F. C. Marinelli

Flavio Marinelli 2014 – Ispirato al racconto di un viaggiatore francese  dell’Ottocento

Associazione Folk Culturale San Gemiliano, Comune di Sestu Assessorati Cultura e Turismo, Ass.ne Turistica Pro Loco Sestu, Regione Autonoma della Sardegna – Presidenza del Consiglio Regionale – Assessorato Regionale P. I.

Con il patrocinio del Comune di Sestu l’Associazione Folkloristica Culturale S. Gemiliano… pensando al suo Cinquantennale organizza “Una serata per conoscere e per non dimenticare poesia e poetica in Sardegna: in musica, in canto, in rima, in versi e in ballo”.

Con la partecipazione di: Gavino Maieli, Direttore delle Riviste “S’Ischiglia” e “Nur”, Vittoriano Pili, cultore di espressioni diverse in Lingua Sarda, Carlo Pillai, studioso e scrittore di Lingua e Poesia Sarda, Luciana Onnis, Fondazione Faustino Onnis Selargius.

1964 -2014. Venerdì 27 Giugno – ore 20,00 Casa Ofelia Marras – Via Parrocchia – Sestu.

Così potevamo leggere nella locandina attaccata al vetro del bar a fine Giugno in paese e, a dirla tutta, la cosa sembrava parecchio interessante. “Ma dai – mi disse Gianni – è la solita serata di pseudo professoroni so-tutto-io, la solita palla”. “Più che altro – ribatté Franco col suo solito risolino beffardo da simpatica canaglia – sarà noiosa perché pivelle non ce ne sono… minimo solo gente seria e vecchia… e musica antica… e se ci vanno sono vestite in costume, che o se la tirano o non possono lasciarsi andare… e poi alcuni di questi mi sembra di conoscerli, si creint meda”. “La scorsa volta ci sono andato e alla fine c’era roba da mangiare e da bere, lo fanno sempre…” – gettai l’esca. “Vino o birra?” “Vino bianco e nero e roba tipo salame, prosciutto, formaggio e dolci”. “Boh… vediamo…” “Ita vediamo, andiamo verso la fine, dai retta a me, mai che me lo perdo il cumbido… e poi a fine serata le ballerine se lo tolgono il gesso…” Fu così che non sfumò la mia idea di andarci in cricca, sapevo che sarebbe stato inutile cercare di convincerli parlando di poesia.

Arrivò il venerdì, andai al Comune, ci eravamo dati appuntamento lì per le sette e mezza: una birra, una sigaretta e via, come facciamo sempre, quella volta direzione casa di Tzia Ofelia. Franco e Gianni erano già lì, in piedi vicino alla nostra panchina… che cosa è successo? – pensai vedendoli. “Mi sa che andiamo”, disse Gianni ammiccando verso il compare. Mancavano venti minuti: Bacco e Venere esistono ancora.

Entrammo nel vecchio cortile valicando il grande portone di legno, c’era già gente che aspettava di prender posto nella sala conferenze, in fondo a destra, non erano tanti, ma si vedeva un certo movimento e sembravano socievoli. Ormai le otto erano passate, decisero di iniziare. Occupammo una fila a mezza sala, le file di sedie erano da tre, sembrava fatto apposta per noi. Il Presidente del gruppo folk San Gemiliano, Camillo Pili, un tipo simpatico coi baffetti e un bel sorriso, salutò i convenuti e presentò i relatori, poi lesse una poesia scritta da lui la mattina, ispirata al tema della conferenza, parlava del suono che arriva da ciò che ci sta intorno, dalle foglie di un albero o dal cammino di un’onda, tutto ha suono e musica e poesia, basta trovare il silenzio dal rumore e ascoltare. Ci mise a nostro agio, il ghiaccio era rotto e bene direi. Poi prese la parola il fratello, Vittoriano (“lo sapevo io – borbottò Gianni seduto alla mia destra -, tutto in famiglia, la solita mafia”), parlò degli emigrati sardi degli anni sessanta, gli anni della nascita del gruppo folk, e poi lesse un racconto di un francese del 1800, tradotto da lui, la descrizione di un ballo tondo a launeddas della zona di Pirri, mi pare, una scena ricca di particolari, quasi una foto o un film girato da uno che di cinepresa e tecnica della comunicazione ne sa.

Anche Vittoriano era molto simpatico, era serio, ma “alla fidata ne tzaccava battute” – come mi disse qualche giorno dopo Franco (quella sera seduto all’altra estremità della nostra fila di tres scannus, con un occhio al tavolo intarsiato dei relatori e l’altro, invisibile a tutti tranne che chi conosceva la sua missione, alle ragazze sedute in fondo alla sala) – e a volte gli scappava il sorriso… e nel frattempo che le nostre orecchie ascoltavano cose nuove che ci diceva, i nostri occhi e i nostri corpi erano ancora in mezzo a quei ballerini ancestrali di duecento anni fa. Quando il microfono passò alla postazione di Gavino Maieli, senza abbandonare il XIX secolo lasciammo il ballo e la musica e cademmo come d’incanto nel grembo della poesia. Il direttore dei due periodici di cultura della terra dei nuraghi ci prese affabilmente per mano e con lui ripercorremmo le vie dei versificatori sardi della fine del 1800 e del 1900, sentieri magici, misteriosi, affascinanti… come il suono della più piccola delle campanelle appese al collo delle pecore, sa ischiglia. Dopo averci svelato il significato di quel nome, lesse due belle poesie senza svelarci l’autore, ma capimmo alla fine – tranne Gianni, ovvio – che erano sue: logudorese sketu. Altri applausi sonori, la serata era calda.

Carlo Pillai, con un dialetto campidanese molto attuale e chiaro e un caratteristico fare vivace, schietto, spontaneo, espressivo e accattivante e i suoi occhialini sul naso, approfondì il tema della serata, presentando ai nostri orecchi, nei quali il tintinnio di un gregge transumante risuonava ancora dolce e selvatico come il miele di corbezzolo, le varie e numerose occasioni della poesia e del canto sardo: e questo e quello e poi il lavoro, i goccius, le cantadas… lesse pure versi di Dante, su babbu Dante, sapeva tante cose e sapeva dirle, tant’è che Gianni immobile con le braccia conserte e le gambe incrociate sotto il sedile sbottò: “Questo di cose ne sa molte davvero, è un attore!”, mentre Franco guardava oltre le vetrate che davano sullo stretto cortile transennato di canne alla nostra destra sperando che qualche gonnella passasse diretta verso la sala.

Prese la parola Luciana Onnis, figlia del famoso poeta Faustino. Fu breve e gentile. Ardì leggere per la prima volta in pubblico un componimento del padre… e ricevette calorosi consensi, poi chiamò a sé un tipo eccentrico seduto in prima fila, un tipo col cappello bianco, gli occhiali giganti e i pantaloni gialli larghi larghi. Questi in piedi accanto al muro cominciò a leggere poesie di Faustino Onnis, era bravissimo, rimanemmo a bocca aperta. Ci dissero che era l’attore Ottavio Congiu. A sorpresa Camillo chiese a Ottavio di leggere una poesia di Vittorio dedicata al gruppo folk San Gemiliano scritta tanti e tanti anni fa: su gioghista. Ci fece ridere, era una poesiabarzelletta! Ottavio raccontò un’altra barzelletta simile a quella, su lioni, la serata aveva improvvisamente aveva preso una piega ilare, “tropu togu – disse Franco – dai che si mangia!”. E come una premonizione che inattesa si avvera, fummo invitati a uscire nel loggiato per un graditissimo ristoro sotto le stelle, tra simpaticissimi poeti, professoroni e intellettuali, mancavano soltanto ballerine con e senza gesso, costumi e un solitario, magico suonatore di launeddas¹.

M. F. P.

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1. Questo racconto è stato pubblicato nel numero unico del giornale che l’Associazione San Gemiliano ha curato in occasione del Cinquantennale della sua attività. Vi si possono leggere, tra gli altri, i contributi di Camillo Pili, Flavio Marinelli, Dionisio Pinna, Gavino Maieli. Di seguito alleghiamo il pdf:

Cinquatennale – Numero unico dell’Associazione San Gemiliano per i cinquantanni di attività

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Sul dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso in merito alla “cobertantza”, ovvero al rapporto tra verità e poesia nella Cantada svoltasi a Sestu nell’aprile del 1930.

Nel mese di aprile a Sestu abbiamo festeggiato il santo Patrono, San Giorgio Martire e Cavaliere. Ma quest’anno non c’è stata la Cantada, ossia la Gara Poetica che una volta non poteva mancare nella celebrazione delle feste paesane. Come si può spiegare questa assenza? Forse la Cantada non è più di moda? La risposta, che ordinariamente viene data, a mio avviso un po’ banale, è che si tratta di “cosa incomprensibile, d’altri tempi!”. Con questa mentalità, che è in gran parte frutto dell’ignoranza, è caduto ogni interesse per questa forma di cultura. Che era popolare e che rappresentava una bella tradizione, nonché un inestimabile patrimonio. Le cose sono andate così, ed è inutile ora domandarsi su chi debba ricadere la colpa del decadimento, o meglio della scomparsa di questa manifestazione della cultura popolare tradizionale. Personalmente lo considero uno dei più gravi errori – purtroppo non il solo – commessi dalla nostra società. Un errore che si continua a commettere anche per altri aspetti del passato, senza comprendere quanto grande ed irreparabile sia la perdita per la nostra cultura.

gara_poetica_8In compenso è arrivata puntuale la pubblicazione del terzo articolo dell’amico Vittoriano Pili, dedicato alla Gara poetica svoltasi a Sestu nel 1930 per la festa del Patrono San Giorgio. In questo articolo l’autore si sofferma a trattare il rapporto fra “POESIA E VERITA’ – IN COBERTANTZA”. Lo fa ricorrendo a un espediente molto simpatico e al tempo stesso intelligente: quello di trattare l’argomento discutendo con il suo vecchio amico e poeta Tomaso. Il dialogo riportato da Vittoriano ha suscitato in me una serie di riflessioni. In un articolo che è stato pubblicata in questo blog (“E alla fine “is cantadoris” vennero portati In caserma…”) ho ragionato intorno ad alcuni fatti che sarebbero seguiti all’esecuzione della celebre cantada. In particolare ho dato credito alla tesi della veridicità di quei fatti – di cui a Sestu esiste solo una tradizione orale – a partire dalla considerazione del contesto politico-sociale dell’epoca. Alle stesse conclusioni sono arrivato seguendo il filo dell’analisi poetica e filosofica, a partire dagli spunti offerti dal dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso. Con quest’ultimo sostanzialmente concordo. Nel pdf allegato, che vi invito a leggere, spiego perché. Clicca sul link: Sul dialogo tra Vittoriano e il suo maestro Tomaso“.

Pinotto Mura