L’Accabadora. Perché continuare a evocarla?

accabadora-immaginaria1Si arricchisce di contributi e declinazioni il popolare mito sardo dell’Accabadora. Una figura mitologica che a partire dall’Ottocento, a varie riprese, ha colpito l’immaginazione di romanzieri e narratori (da Carlo Varese nell’Ottocento a Michela Murgia in tempi più recenti) e nondimeno si contano sugli scaffali delle biblioteche decine e decine di libri di tradizioni popolari che trattano l’argomento. Ultimo in ordine di tempo, è uscito il film di Enrico Pau, una produzione cinematografica che vanta un cast internazionale grazie al sostegno di importanti istituzioni culturali nazionali e regionali (Mibact, Regione Sardegna, Film Commission).

L’Accabadora di Enrico Pau è una giovane donna di un non meglio identificato villaggio del Campidano che approda a Cagliari durante la seconda guerra mondiale alla ricerca della nipote. Vi giunge proprio nel momento in cui la città viene bombardata dagli americani. La donna si aggira solitaria e senza paura tra le macerie delle case distrutte. Parla poco, e pur nella sua apparente freddezza tradisce un’anima tormentata. Le è toccato in sorte di ereditare un ingrato ruolo sociale: finire a colpi di mazza (o soffocandoli) i malati senza speranza, per interromperne le sofferenze.

Bravi gli attori e bella la fotografia. Il film è certamente un veicolo di promozione della città (suggestivi gli scorci di Cagliari), dei suoi prodotti artistici (il mantello dell’Accabadora è firmato dallo stilista algherese Marras) e delle sue tradizioni più famose (Sant’Efisio).

Forse la storia raccontata è un po’ debole. Ma il vero limite di questo film, a mio avviso, sta nel messaggio affidato alle ultime scene. Coinvolta emotivamente l’Accabadora non riesce a porre fine alle sofferenze della nipote rimasta gravemente ferita a seguito dei bombardamenti. Così, in un ideale passaggio di testimone, a concludere l’opera sopraggiunge il giovane medico, suo amico. Chiaro il tentativo di attualizzare il ruolo dell’Accabadora ponendolo in relazione all’attuale e delicata questione dell’eutanasia.

Se l’intenzione del regista era – come appare dallo sguardo benevolo che riserva alla protagonista  – quella di spendersi a favore del diritto alla buona morte, l’utilizzo di questo mito appare quanto mai controproducente. Quello dell’Accabadora è infatti un mito assolutamente falso, privo di ogni evidenza storico-scientifica. Di contro cercare di avvalorarlo è un’operazione culturale assai discutibile. Sostenere più o meno surrettiziamente (come pure fa lo stesso regista nelle sue interviste e nei titoli di coda del film) che questa figura possa essere esistita significa alimentare la già troppo diffusa tendenza alla creduloneria nei confronti di quanto ci viene proposto dalla tradizione. Significa, in ultima analisi, incentivare nelle persone un atteggiamento di accettazione passiva e acritica nei confronti del sentito dire, ovvero disporle a dare credito a tutta quella informazione non vera che passa attraverso la rete e i social media. Con tutti i guasti che ciò comporta.

Che l’accabadora sia un mito totalmente inventato lo dimostra Italo Bussa in un saggio del 2015 intitolato L’accabadora immaginaria. Una rottamazione del mito (Edizioni della Torre). Con rigoroso metodo scientifico l’autore, seguendo la lezione di grandi storici come Marc Bloch e Jaques Le Goff, risale all’origine del mito, ne analizza le componenti, ne evidenzia le incongruenze, ricostruisce il perverso meccanismo della sua trasmissione, arrivando infine a demolirlo fin dalle fondamenta.

Difficile opporre resistenza alle numerose e solide argomentazioni sviluppate da Italo Bussa per dimostrare l’infondatezza storica del mito dell’Accabadora. A me è bastato apprendere, per convincermene, che in nessun archivio storico, laico o ecclesiastico, sardo o spagnolo esistano testimonianze a questo riguardo. Sono infatti ormai numerose le ricerche condotte in questi archivi. Si conta, ad esempio, che solo il ricercatore Tonino Serra abbia consultato oltre 40.000 fascicoli processuali di cause criminali. Possibile che nessun tribunale civile o ecclesiastico abbia mai trattato una causa che riguardasse le accabadoras e la loro inquietante attività? Eppure si trattava di una pratica inveterata e diffusa (tale doveva essere se la si accredita come una tradizione) che si configura di fatto come un omicidio. E se non vogliamo credere che Torquemada fosse più aperto di Papa Francesco, l’esistenza di una simile usanza – che andava contro il principio cattolico per cui il termine alla vita dell’uomo può essere posto solo dalla divinità – non poteva certo essere accettata dalla Chiesa. Men che meno poteva sfuggire al suo occhiuto controllo sociale. Pensare poi che, come si vede anche nel film, il tutto accadesse in assenza di testimoni, appare ancora meno credibile. In Sardegna la morte così come la nascita erano notoriamente un fatto comunitario.

Chi dunque non si rassegna a veder scomparire ogni forma di pensiero razionale, è caldamente invitato a leggere questo libro.

S. M.

Fonte: Equilibri – Circolo dei lettori di Elmas

I libri più belli del 2016 secondo il New York Times

GRUPPO/I DI LETTURA

Number 23 John McLaughlin · 1960 Number 23 John McLaughlin · 1960

Non delude mai la lista dei libri migliori del New York Times. Quest’anno però mi sembra particolarmente stimolante, perché, tra l’altro, propone su una grande ribalta un libro delizioso in arrivo da una cultura e una lingua un poco ai margini.

Si tratta di

-Guerra e trementina, scritto da Stefan Hertmans, un autore fiammingo, che l’editore italiano Marsilio ha avuto il merito di portare da noi già nel 2015.

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Divagazioni intorno alla chiesa del SS. Salvatore a Sestu (II parte)

Il desiderio di acquisire ulteriori conoscenze sulla Chiesa del SS. Salvatore è riemerso con prepotenza quando ho scelto il mio paese natale come luogo di residenza. Sicché per soddisfare quella curiosità, rimasta in parte e a lungo inappagata, mi sono dedicato a nuove ricerche. Ma come talvolta mi accade, mi sono un po’ allontanato dall’oggetto iniziale della mia curiosità…

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Graffitti medievali nella chiesa del SS. Salvatore di Sestu

Sulla Chiesa del SS. Salvatore di Sestu ho trovato molte informazioni. Di fondamentale importanza si è rivelata la tesi di laurea di Lucia Siddi, intitolata “Il San Salvatore di Sestu e la Santa Mariedda di Senorbì. Contributo all’architettura medioevale in Sardegna” (sostenuta nell’Anno Accademico 1977/78). Un lavoro ricco di considerazioni di carattere storico e di giudizi estetici e valoriali che hanno avuto il merito di arricchire notevolmente la letteratura sul “romanico” in Sardegna e sulla chiesa di SS. Salvatore di Sestu in particolare. Nondimeno ho trovato interessanti i numerosi lavori che l’ accademico, buon’anima, Roberto Coroneo ha dedicato a questo monumenot.  Su questa chiesa hanno poi scritto gli  studiosi locali Vittoriano Pili, Franco Secci e Luisella Pili, le cui ricerche sono state per lo più pubblicate sul giornale locale “L’occhio del Cittadino.

Leggendo e ricercando, ad un certo punto la mia attenzione si è soffermata su un articolo di Ignazio Grecu intitolato Le “orme” dei Pellegrini nelle Chiese della Sardegna Medioevale. Questo autore sostiene che in Sardegna sono state individuate “orme” nel paramento murario di 14  chiese medioevali”. Tra queste vi è anche la chiesa dedicata al SS. Salvatore di Sestu. Questa notizia ha rappresentato per me una vera scoperta – anzi, direi una bella scoperta! Diversi studiosi avevano fatto riferimento ai graffiti della facciata del SS. Salvatore, ma nessuno prima del Grecu li aveva collegati alle orme dei pellegrini. A quel punto era impossibile non approfondire.

Nel tentativo di individuare il periodo in cui potrebbe aver avuto inizio in Sardegna la pratica di incidere “orme” sul paramento delle chiese, Grecu avanza l’ipotesi che  “la loro presenza in un numero di chiese relativamente esiguo, (per di più) databile in un arco temporale molto ristretto, possa costituire un valido argomento per ipotizzarne la (loro) realizzazione in tempi non molto discosti da quelli di impianto e costruzione, dunque nei secoli medioevali”.  Il paramento murario in cui sono incise risalirebbe, secondo Grecu, al primo quarto del XII secolo. Alle stesse conclusioni, bisogna ricordarlo, era arrivato anche Vittoriano Pili. E c’è ragione di credere che la notizia sia fondata in quanto quello è il secolo in cui si svolsero le crociate e quindi il periodo in cui decollò e si diffuse massicciamente la pratica del pellegrinaggio.

Per inquadrare il fenomeno nel contesto del medioevo sardo, può essere utile richiamare alcuni passaggi di “I santuari: finestre sull’infinito e sulla storia delle genti sarde” di Tonino Cabitzosu. Scrive Cabizzosu che nei secoli XI e XII la civiltà sarda registrò una fioritura di chiese romanico-pisane, intorno a cui si sviluppò la pietà popolare, irradiando promozione umana e spirituale. La committenza di queste chiese-santuario è da attribuire all’autorità laica, ai giudici, che lavorarono in sintonia con quella religiosa.  E più oltre precisa che numerosi pellegrini nel corso dei secoli, hanno lasciato traccia del loro pellegrinare di santuario in santuario incidendo sui conci le impronte dei sandali. Fornisce quindi alcuni dati sulla diffusione del fenomeno, sostenendo che il territorio in cui si registra il maggior numero di orme è il Giudicato di Torres con 50, 4 in quello di Gallura, 35 in quello di Cagliari e 33 in quello di Arborea.

Dal canto suo il Grecu, procedendo alla descrizione delle orme della chiesa del SS. Salvatore di Sestu, precisa che le stesse sono insolitamente graffite in conci posti all’interno dell’edificio, più esattamente in prossimità dei tre portali e alla base dei pilastri da cui nascono le prime arcate dei setti divisori. Secondo una prassi consolidata questo genere di segni venivano generlamente tracciati all’esterno. Coloro decidevano di lasciali erano infatti viaggiatori e come accade ai viaggiatori di tutte le epoche (accade anche oggi!), spinti dal desiderio di lasciare una traccia indelebile del loro passaggio in quei particolari luoghi, incidevano graffiti simbolici in punti ben visibili ed accessibili a chiunque.

orme-iiIl Grecu ritiene che le orme tracciate nella chiesa del SS. Salvatore siano state realizzate mediante la pratica di piccoli fori eseguiti in successione, oppure tracciate con una punta molto fine. Nella parte conclusiva del suo articolo l’autore riporta una serie di tavole in cui sono riprodotte le forme delle orme tracciate dai pellegrini, nonché le loro varianti . Dal raffronto con esse, le orme del SS. Salvatore di Sestu possono essere ascritte a tipologie diverse. Non è dunque possibile attribuire ad esse un significato preciso.

Dall’attento esame del Grecu emerge però un altro particolare, a mio parere molto interessante. Egli rileva infatti che in facciata, i cinque filari di conci con decoro geometrico possono rimandare a simboli legati al viaggio e alla pratica del pellegrinaggio. Ciò mi ha fatto pensare che coloro i quali hanno eseguito quei graffiti si proponessero non solo di lasciare un segno del loro passaggio ma anche di rassicurare gli altri pellegrini del fatto che si trovavano sulla strada giusta. In questo senso le orme graffite nei muri fungevano da segnaletica stradale per indirizzare correttamente i pellegrini nel loro cammino.

Se questa mia ipotesi non è del tutto stramba, allora è credibile che la chiesa del SS. Salvatore fosse collegata agli itinerari dei pellegrini dell’epoca. Che l’ipotesi non sia del tutto “peregrina” (perdonatemi il gioco di parole) è avvallato dal fatto che i graffiti individuati nei cinque conci della facciata si possono ricollegare ai simboli medievali legati al viaggio e alla pratica del pellegrinaggio.

A questo proposito ritengo di rilevante importanza le considerazioni avanzate dal Frau. Scrive quest’ultimo che “a Sestu, la chiesa campestre di San Gemiliano… (oggi) non presenta tracce di orme graffite, forse (perché sono andate) perdute con l’addossamento di ambienti seicenteschi al fianco nord e del portico cinquecentesco alla facciata”, per la protezione dei pellegrini.

Orme dello stesso tipo sono presenti nella chiesa di San Lussorio di Selargius, incise in alcuni conci del portale laterale della chiesa. Lo sostiene Giampietro Dore nel suo libro “Sulle orme dei pellegrini”.  Il Dore fa presente che sempre a Selargius, nell’area del portico antistante la chiesa di San Giuliano, e stata rinvenuta una placchetta di piombo, datata al XII-XV secolo, raffigurante i santi Pietro e Paolo. Suppone l’autore che quella placchetta – che insieme alla chiave era il simbolo che  contraddistingueva i pellegrini diretti a Roma – sia stata ripostata da un pellegrino o da un commerciante.

Dunque, seppure non esiste prova certa di quanto sostenuto da Frau a proposito dell’esistenza di orme nella chiesa di San Gemiliano, tutta una serie di altri indizi lasciano credere che la notizia sia fondata. E’ infatti verosimile che la chiesa di san Gemiliano, insieme a quella del SS. Salvatore nel territorio di Sestu, da un lato, e la chiesa di San Lussorio a Selargius, dall’altro lato, fossero meta di pellegrinaggio all’interno di un itinerario il cui termine ultimo poteva essere il Porto di Palma, dove esisteva una chiesetta dedicata alla Madonna, oppure Portu Gruttu dove i pellegrini si imbarcavano per raggiungere il Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Pinotto Mura

Divagazioni intorno alla Chiesa del SS. Salvatore di Sestu (I parte)

Quando da bambino venivo a Sestu a trovare i parenti e soprattutto il nonno Antonio, la cui casa in Via Nuova era molto prossima alla Chiesa del SS. Salvatore, provavo grande attrazione per quel monumento. Dai miei ricordi d’infanzia legati a quella chiesa, affiorano soprattutto quelli legati all’altare ligneo, su cui troneggiava la statua del SS. Salvatore. La sua semplicità la rendeva bellissima agli occhi di un bambino e proprio per questo catturava la mia attenzione sopra ogni altro oggetto. (P. M.)

chiesa-ss-salvatore_sestuQualche tempo fa mi sono ritrovato a sostare nella Piazza del SS. Salvatore con un gruppo di persone che abitano o che hanno abitato nel rione conosciuto come “part’ e susu”, cioè la parte del paese situata a nord del Rio Matzeu dove è appunto ubicata la Chiesa del SS. Salvatore.  Ho così approfittato dell’occasione per manifestare il mio dispiacere per il fatto che nella chiesa non fosse più presente l’altare ligneo di cui conservavo un vivido ricordo d’infanzia, insieme al mio disappunto per la sua rimozione senza un plausibile motivo e per il fatto che non fosse noto il luogo della eventuale attuale conservazione.

Mentre mi intrattenevo a discorrere con queste persone, si è avvicinata, per salutarmi, una vecchia amica, anch’ella risiedente nel rione.  La metto a parte delle nostre discussioni e a lei chiedo esplicitamente se per caso fosse al corrente del destino dell’altare ligneo, un tempo conservato nella chiesa. Al che l’amica, seguendo il filo dei suoi personali ricordi, mi dice: “Mi sono sposata in questa chiesa e allora l’altare c’era ancora.  Ho anche un fotografia, scattata proprio davanti all’altare. Se me ne dai il tempo, vado a casa e te la porto”. Detto, fatto. L’ho già fatto personalmente, ma colgo l’occasione per ringraziare anche pubblicamente questa gentile amica, che non ha esitato a soddisfare la mia curiosità mettendomi a disposizione una preziosa testimonianza del passato della chiesa, anche se legata a un momento strettamente personale della sua vita. chiesa-del-ss-salvatore_altare-ligneoDi quell’altare rimane il pannello della parte inferiore che si può ammirare ancora appeso alla parete immediatamente dopo all’ingresso laterale dalla Piazza. Basta osservarlo per intuire quanto fosse bello nel suo complesso il vecchio altare.

Sulla vicenda della rimozione del vecchio altare e della sua eventuale successiva sistemazione, la conversazione con gli amici del rione non ha offerto significativi elementi di conoscenza. Diverse e contraddittorie le versioni al riguardo. Da par mio consideravo che la rimozione dell’altare fosse dipesa dai necessari adeguamenti seguiti alla riforma liturgica prescritta dal Concilio Vaticano II. Come è noto, le trasformazioni più rilevanti hanno riguardato proprio la costruzione di un nuovo altare al fine di permettere al sacerdote, nello spirito della riforma, di celebrare la messa mostrando la faccia ai fedeli.  Ciò ha comportato lo spostamento della sede dell’altare dalla parte destra del presbiterio al centro di esso.

In alcune chiese si è scelto di non demolire l’altare originario e per consentire la celebrazione con la faccia del presidente rivolta verso il popolo, accanto ad esso è stata sistemata una nuova mensa eucaristica, in posizione centrale. Non sempre però i presbitéri presentavano spazi sufficienti per eseguire i prescritti adeguamenti liturgici senza che ne soffrisse la dislocazione dei vari mobili e immobili che obbligatoriamente devono essere presenti in quell’ambiente. Questo fatto mi portava a concludere che proprio le ridotte dimensioni del presbiterio della Chiesa del SS. salvatore potessero aver portato alla rimozione del preesistente altare ligneo. Una grave perdita, a mio parere, ma come sentenzia un antico detto sardo: “cosa fatta est prus forti  de su ferru”.

A questo proposito Franco Secci, nel suo libro “SESTU tra storia, cronaca e immagini”, riferisce che “l’intonaco della volta e l’altare ligneo settecentesco, di nessun  pregio, sono stati rimossi nel 1988, quando si è provveduto al restauro della chiesa”. Notizia interessante ma tutt’altro che convincente ed esaustiva delle mie curiosità. E’ ipotizzabile che il restauro sia stato eseguito sulla base di un progetto della competente Soprintendenza, o da tecnici e operai di provata capacità e di fiducia di quell’Ufficio. Come è stato possibile – mi domando allora – che un altare in legno del Settecento possa essere stato rimosso perché “privo di valore artistico” o meglio perché considerato “di nessun pregio”? Non sono un tecnico dei beni culturali ma  mi permetto di esprimere forti perplessità su simili valutazioni da parte di professionisti del settore della Tutela. E comunque, quand’anche quell’altare fosse stato privo di valori artistici, resta il fatto che si trattava di un manufatto del Settecento e che pertanto possedeva almeno un valore di testimonianza storica.

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Particolare del pannello inferiore che faceva parte dell’altare ligneo del SS. Salvatore

Né gli amici della piazza, né il libro di Franco Secci erano dunque riusciti a chiarire i miei dubbi. Continuavo a domandarmi: quando è stata realizzata la rimozione dell’altare in legno? Chi ha disposto i lavori per la sua esecuzione? E ancora: la rimozione degli ingombri e la ristrutturazione dello spazio ottenuto sono stati eseguiti sulla base di apposito progetto, presentato al giudizio delle competenti Autorità e regolarmente approvato dalle medesime? E soprattutto: dove è stato conservato l’altare rimosso?

Per cercare di trovare le risposte ai miei interrogativi ho allora deciso di portare avanti alcune ricerche iniziate diversi anni fa, quando ho scelto di tornare a vivere nel mio paese natale. Allora, sulla scorta dei ricordi infantili, il bisogno di approfondire la conoscenza della storia del mio paese era emerso con prepotenza. Ho così ripreso a frequentare archivi e biblioteche. La ricerca sulla Chiesa del SS. Salvatore di Sestu è stata lunga e impegnativa ma devo dire che alla fine ha dato i suoi frutti. I documenti raccolti  mi hanno permesso di allargare oltre ogni aspettativa le mie conoscenze sull’argomento. Non vorrei però annoiare troppo i lettori con le mie divagazioni. Per cui, per ora, mi fermo qui.

Pinotto Mura

Alcune idee sullo spopolamento in Sardegna I Gianfranco Bottazzi

Esiste una stretta connessione tra crescita economica e crescita demografica. Lo sostiene Gianfranco Bottazzi* in questa nuova Ted sarda (www.tedxviatirso.com). Una grande crescita del PIL è in genere collegata a una grande crescita demografica, viceversa quando la popolazione diminuisce molto difficilmente si ha crescita e sviluppo economico. Se ciò è vero, in Sardegna il problema dello spopolamento si propone con la massima urgenza. Circa 270 comuni su 377 si trovano oggi in stato di grave sofferenza demografica e si prevede che – confermandosi la tendenza degli ultimi 20 anni – da qui al 2035/2050 interi paesi siano destinati a scomparire. Una terra desertificata non produce né benessere economico né lavoro. Che fare allora? Qualche soluzione c’è. Ma per percorrerla occorre mettere da parte i pregiudizi e abbattere gli steccati.

*Gianfranco Bottazzi è sociologo. Ha insegnato in numerosi Istituti dell’Università di Cagliari, è stato direttore dell’Istituto di “Scienze Politiche” e, attualmente, dirige il Dipartimento di Scienze Sociali. Ha svolto una intensa e vasta attività di ricerca e di consulenza, pubblicando numerosi lavori, articoli e volumi. E  stato inoltre consulente in svariati ed importanti progetti della Pubblica Amministrazione e membro di diverse Istituzioni Pubbliche. Per cinque anni, è stato Presidente della SFIRS, la società finanziaria della “Regione Autonoma della Sardegna”

Ispirati dagli archivi 2016

Dal 14 al 19 marzo 2016, l’Associazione nazionale archivistica italiana (Anai) promuove una settimana di eventi per fare conoscere ai cittadini la ricchezza del patrimonio archivistico del nostro Paese e per richiamare le istituzioni a garantire risorse adeguate per la sua tutela e valorizzazione e a gestire con consapevolezza il tema della conservazione del documento digitale, che offre eccezionali vantaggi ma espone anche a rischi da valutare per tempo e con attenzione.

Numerosi eventi sono in programma anche in Sardegna (LOCANDINA Sardegna). A Cagliari, l’appuntamento è il 19 marzo alla MEM (Locandina evento MEM)

Senza gli archivi perdiamo il patrimonio di documenti che costituisce la nostra storia e la nostra identità collettiva. Perdiamo la possibilità di imparare dal passato per progettare il presente e il futuro. Mettiamo a rischio la possibilità di avvalerci dei nostri diritti di cittadini, nella nostra quotidianità: nel rapporto con la pubblica amministrazione, in banca come clienti, dal medico come pazienti, nell’acquisto di beni e servizi come consumatori, sul posto di lavoro.
Gli archivi sono patrimonio di tutti: documentano attività in corso, tutelano diritti, trasmettono la memoria.
Gli archivi sono ovunque e sono rappresentativi di una molteplicità di contesti sia pubblici sia privati: pubblica amministrazione, enti locali, ospedali, scuole, istituzioni militari, tribunali, imprese, famiglie…
Scopo degli archivi e del lavoro degli archivisti, all’interno di  una comunità, è di evitare che questa ricchezza venga persa.
Senza gli archivi giudiziari non si possono condurre i processi, riaprire le cause quando subentrano nuovi elementi. Senza gli archivi non si sarebbero potute aprire grandi cause di lavoro, come i processi di risarcimento ai morti per l’amianto.
Senza gli archivi è impossibile venire a conoscenza dei soprusi e delle violenze commesse dalle dittature politiche, ricostruire le politiche dei governi nel corso della storia, non si può fare luce su episodi quali il terrorismo, le stragi, la mafia. (Dal sito Ispirati dagli archivi 2016)

A sostegno dell’iniziativa è intervenuto anche lo scrittore siciliano di fama internazionale Andrea Camilleri, autore di romanzi e racconti in cui il documento (originale o inventato) è spesso al centro della narrazione. Nel video che segue Camilleri, citando esempi storici e letterari, spiega l’importanza e il ruolo che gli archivi rivestono per i cittadini e per la società.

 

“L’antro del mostro” di Alessio Simoni (Susil Edizioni)

Alessio Simoni ha finalmente coronato il sogno di pubblicare le sue poesie. Sestu Reloaded lo ha fin da subito incoraggiato e sostenuto in questa impresa ed ora ci piace invitare chi ci segue a leggere il libro che le raccoglie. “L’antro del mostro” contiene 37 originalissime composizioni accompagnate dai raffinati disegni di Antonio Piga.

Potete trovare “L’antro del mostro” nella cartoleria “Green” di via Verdi n. 20, Sestu.

L'antro del mostro 1 L'antro del mostro 2

“Parole al vento”, poesie per iniziare il nuovo anno

reading poesia cif sestuNutrire l’animo per riempire quel senso di vuoto che spesso ci accompagna. Riempirlo di bellezza, spensieratezza, suoni, parole, musica, persone che amano conoscersi e desiderano riconoscersi nel desiderio di condividere tutto questo.

Poesia per iniziare il nuovo anno. Un momento di incontro poetico per trovarsi e conoscersi. Con l’intento di colmare un vuoto, il Centro Italiano Femminile di Sestu organizza una serata di poesia, sabato 2 gennaio alle 17:30 nei locali del parco comunale.

L’organizzatrice della serata, Marinella Fois, ha invitato a partecipare una ventina di autori provenienti da Sestu, da altre parti della Sardegna e del mondo, persone con esperienze umane e professionali diverse, che hanno in comune la passione per la poesia e trovano in quest’arte il modo di esprimersi e esprimere il mondo che li circonda.

‘Parole al vento’, il titolo della serata. Nel segno della massima libertà di espressione, parole che libere si lasciano raccontare, trasportare e interpretare.

La musicalità della parola. Ad accompagnare gli autori ci saranno Ignazio Murru alla chitarra e Michele Ugas al pianoforte. L’intreccio tra musica e poesia è insolubile, un legame profondo. Un mistero che ogni volta si rinnova: la risonanza tra suono e senso.

Vi invitiamo a rinnovare con noi il mistero, sabato 2 gennaio alle 17:30 nei locali del parco comunale.

Gli autori che hanno dato la loro adesione:

Ignazio Murru, Katia Debora Melis, Chicco Pais, Aldo Lai, Ramona Oliviero, Camillo Pili, Giuseppa Sicura, Bianca Mannu, Fabio Pisu, Giorgio Valdes, Maria Tina Biggio, Carlo Onnis, Aldo Loru, Pietro Cogoni, Enrica Meloni, Boucar Wade, Daniela Pia, Carlo Sorgia, Laura Ficco, Fernanda Pinna, Sergio Mereu, Angelica Piras.

Carla Cristofoli

I libri più belli del 2015 secondo il New York Times

GRUPPO/I DI LETTURA

te-nehisi-coates Te-Nehisi Coates

Anche quest’anno, puntuale a dicembre, ecco la lista dei dieci libri migliori di questi dodici mesi secondo il New York Times.

Fiction

Magda Szabò, The door
Al primo posto nelle scelte degli editor della Sunday Book Review del quotidiano di New York troviamo però un romanzo uscito nel 1987 in Ungheria e ora “scoperto” negli Stati Uniti. Si tratta de La Porta (The Door nell’edizione americana pubblicata da New York Review Books), di Magda Szabò (nata in Ungheria nel 1917, morta nel nel 2007), pubblicato  in Italia da Einaudi ormai più di dieci anni fa.

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Le cifine sono tornate!

Colazione CAFFE' TORINO 009L’idea è nata un po’ cosi, quasi per sbaglio. Quando ne parla Anna Maria Pintus ancora oggi si spaventa, ‘Ma cosa mi sarà venuto in mente!?’.
Voleva Anna Maria che di questo paese, di Sestu, se ne parlasse altrimenti, che non i soliti articoli di cronaca, che si desse voce a chi, per fortuna, in cronaca non ci finisce, ma ha comunque qualcosa da dire, da raccontare.
Anna Maria pero’ non sapeva come fare tutta sola, aveva questa bella idea che covava nel cuore e diventava sempre più grande.
L’ostinazione delle cifine la conoscono bene i rispettivi mariti e tutti coloro che ci hanno avuto a che fare. Quando hanno un’idea in testa, con garbo e eleganza, vanno avanti come un treno, con la stessa pazienza e garbo e eleganza con cui sfornano dolci sardi e ricamano tovaglie. Caterpillar del savoir-faire. E pure del savoir-être.
Ad Anna Maria vengono in mente due o tre ‘giovani’ donne (uso le “…” che tanto giovane manco io sono!), di cui pero’ non ha né numero né indirizzo. Penserete mica che si sia arresa, vero?!
Eccola dunque, Anna Maria che va a bussare alla porta delle mamme di queste ‘giovani’ donne, mamme che conosce e che sa dove stanno. Le fa chiamare, le fa cercare, si fa dare il numero, l’indirizzo, le cerca, le trova. Insomma le stana!
Quando mia mamma mi ha chiamato, apposta!, e mi ha raccontato la faccenda, mi è talmente piaciuta questa storia di andar a cercare mamme per stanare figlie, che Anna Maria l’ho chiamata io, per ringraziarla, per aiutarla, per far mia un’idea sua, per farla diventare nostra, di tutti.
‘Noi e gli altri’, appunto.
È nato cosi ‘Sestu: noi e gli altri’, il primo concorso letterario per poesie e racconti brevi.
Quest’anno di figlie da stanare ne abbiamo trovato altre. Succede che quando una bella idea cova nel cuore di molti diventa sempre più grande.
Quest’anno il concorso è ancora più grande. Aperto a tutti in Sardegna, aperto ai bambini e ragazzi delle scuole di Sestu, il tema libero per lasciar spazio a tutti. Una giuria competente, composta da persone provenienti da diverse parti della Sardegna: insegnanti, scrittori, giornalisti, impegnati nella promozione e produzione della cultura.
State in campana, che il bando è pronto, si pubblica a giorni. Le cifine son tornate!

Carla Cristofoli

“I dannati dell’Asinara” – Percorso bibliografico attraverso “l’altra faccia della guerra”

U.S._6 ottobre 2015Relazione 1915-1916Interludio di Sardegna0668_001

Le due facce della guerra. Gli studi recenti  stanno mettendo in luce il duplice volto della Prima guerra mondiale. Da un lato c’è la guerra tramandata dai libri di storia, quella combattuta con “gloria e onore” dai soldati al fronte. Dall’altro lato c’è la guerra a lungo sottaciuta o rimossa, quella dei morti per malattia e dei prigionieri di guerra. La Sardegna ne rappresenta un esempio emblematico. Il primo aspetto è rappresentato dalle “eroiche” vicende della Brigata Sassari; il secondo dalla tragica storia dei prigionieri austro-ungarici deportati nell’isola dell’Asinara.

(Leggi l’articolo integrale nella Pagina del Blog dedicata ai Cent’anni dalla Prima Guerra mondiale)